SCRITTURE AMICHE | ROBERTO MARZANO




Oggi per Amici di letture un originale racconto di Roberto Marzano ambientato a Roma.
Buona lettura!




UNO SPAVENTAPASSERI A ROMA


E’ dall’eclissi totale di luna che non sono più lo stesso. Mi è mancato quel riferimento di luce nello spazio, le stelle da sole non sono bastate a tenermi compagnia durante quell’interminabile notte. Malgrado sia da innumerevoli anni inchiodato qui nello stesso posto, tutto quel buio mi ha turbato nel profondo del cuore, rivelandomi impietoso il triste senso della mia vita. Non ho scampo né modo di poter fuggire dalle zolle che mi circondano e dalla fila infinita di formiche che mi tormentano il collo. Abbandonato nel bel mezzo di quest’aiuola trasformata in orticello abusivo a Roma, sul colle del Gianicolo, in una rovente domenica di agosto. Il suono delle campane, in lontananza, accompagna le famiglie sorridenti aldilà della accattivanti vetrine della pasticcerie di Trastevere. E ciò mi fa sentire ancora più solo.
Per dirla tutta, la presenza di una zucca gigante – peserà almeno 40 chili – in panciolle sotto l’ombra di un alloro mi aveva fatto pensare, ma puntualmente disilluso, che avrei potuto soffrire un tantino meno l'isolamento. Magari scambiando due chiacchiere e che, in fondo, sarebbe stato un po’ anche compito suo sorvegliare i preziosi frutti dell’orto e le due gambe di vigna che il Sor Checco coltivava di soppiatto. Invece la “signora” fa la finta tonta e si rifiuta, nel suo altezzoso mutismo, di capire e lascia furbescamente cadere il discorso. Che cosa ci posso fare? Proprio non mi vuole dare retta, davvero ci rimango un po' male. O forse è che oggi sono io a essere un po’ troppo sensibile, oppure ubriaco del profumo della mentuccia o del limone, e non so quel che dico.
Qui succede poco e nulla. Solo il Sor Checco di tanto in tanto compare ad annaffiare le piante, ma non mi degna neppure di uno sguardo. Per di più è cieco da un occhio e ogni volta che zappa non riesce proprio a evitare di assestarmi qualche terribile colpo. E’ così preso dal suo lavoro che non si scusa nemmeno. Il mio arto è interamente scheggiato, entro poco tempo cascherò di sicuro con la faccia nella polvere. Ma chissà, se allora gliene importerà a qualcuno?
Le stagioni si alternano inarrestabili, noiosamente. Uno scroscio di pioggia resta più un desiderio che un dato di fatto, un miraggio pomeridiano, un eccesso di condensa che abbatte l’afa solo per qualche minuto. Poi viene ancora più caldo e più noia. Rimpiango l’inverno e la sua leggera coltre di brina, ma sciaguratamente in quei giorni nessuno viene a trovarmi, a parte una vecchia e stanca cornacchia che non ha più il fiato per star dietro al suo stormo e passa di lì facendomi il verso. Così, anch’io come gli umani, non sono mai contento: mi stufo anche dell’inverno e bramo l’estate.
Rieccola, l’estate. Non ho dovuto aspettare poi molto per esserne già nauseato. Un carrubo e certi presuntuosi arbusti d’euforbia dall’alto mi guardano con  supponenza. I miei abiti sono logori e sbiaditi, si distinguono chiaramente la trama e l’ordito, credo di indossarli da sempre. Giudicati e condannati indegni di servire ancora per il lavoro dell’uomo ma ottimi, eccome, per me che devo “solo” fare paura ai ladruncoli, ai volatili e alla peronospora! Nella città di Roma, tra Garibaldi e l’Aurelia, a un soffio dal Cupolone, tra la vite… e la morte!
Devo fare paura! Sono qui apposta per tenere lontani, con la sola mia “inquietante” presenza, i lunghi becchi degli uccelli e le lunghissime mani dei gitanti, che passin passetto sperano di racimolare il necessario per un minestrone. Coloro che dovrei intimorire – merli, passeri, starne, cinciallegre, gabbiani e marioli d’ogni specie – non lo sono assolutamente. I volatili, addirittura, dopo aver depredato in tutta libertà le verdure e i grappoli, mi si accomodano tranquillamente a riposare sulle braccia, distese come se anch’io volessi tentare un improbabile volo. Incuto tanto timore che uno sciame di vespe ha perfino costruito un favo sotto la mia ascella sinistra. Mi piace credere che, nel loro vibrare, intendano alla loro maniera salutarmi. In fondo quella gioventù sfacciata e irriverente mi tiene compagnia per davvero. Sono come un vecchio bidello che accetta di buon grado di essere preso in giro dagli alunni monelli, brontolando solo un pochino.
A chi altro volete possa venire in mente di occuparsi di me e di alleviare le mie sofferenze? Son nato per essere utile e non so neppure se è poco. La libertà è un’astrazione riservata a chi può permettersela, non ai servi della gleba come me! Noi spaventapasseri, dice qualche poeta-sognatore, dovremmo unirci e ribellarci come si conviene in questi casi, ma purtroppo non conosco nessun mio simile, anche se l’amica cornacchia mi ha detto di averne visti altri nella Valle dell'Aniene. Ma come posso fare a mettermi in contatto con loro? Sono disperato...
Non ho idea da quanto tempo mi trovi qui, nessuno ha mai festeggiato il mio compleanno. Il Sor Checco è un tipo schivo, di poche parole, che non fa tante cerimonie. Non bada neppure a se stesso figuriamoci la considerazione che può avere per un vecchio spaventapasseri. Indossa ogni giorno la stessa vecchia camicia azzurra dell’ATAC costellata di patacche d’unto e di macchie di vino, ormai quasi senza bottoni, che gli copre a fatica la panza, e il colletto è consumato all’inverosimile dall’ispida barba mai rasata del tutto. Chissà che un bel giorno non la passi a me…
Di tanto in tanto, pur nella mia collocazione defilata, vengo notato da qualche bambino curioso che m’indica con entusiasmo alla mamma, la quale annuisce con indifferenza. Sono solo un oggetto dalla funzione puramente illusoria, vittima della consuetudine contadina che un tempo, quando tutto era avvolto nel silenzio, faceva di me uno strumento efficace per tener lontani voraci ma pavidi pennuti. Gli uccelli moderni non si spaventano più di niente, non sono così ingenui. Si sono abituati anche ai treni e agli aerei, quanta paura potrà mai mettergli un mucchio di legni e stracci?
Così, oltre che solo, mi sento anche inutile. Posso solo viaggiare con la fantasia… e io lo so che qui dietro di me, anche se qualche metro più sotto, c’è Roma: l’“ombelico del mondo”! Nella posizione in cui sono costretto - con la faccia rivolta al capanno per gli attrezzi - non lo posso vedere, ma me lo dicono, anzi lo urlano, l’odore dell’amatriciana e dell’abbacchio a scottadito, il dolce sciabordio del Tevere che carezza scorrendo le rive incantate, il frastuono del traffico e dei milioni di storni che formano nubi dalle infinite forme cangianti, il boato dei venti che soffiano impetuosi nei giorni di burrasca… sulla mia schiena!
Talvolta, col buio, certi fidanzatini di mia conoscenza giungono fin qui con la scusa del fresco. I grilli, come in un incantesimo, rallentano notevolmente il ritmo del loro incessante frinire, quasi volessero lasciargli spazio, la giusta fetta di respiro e di silenzio, tra gli odorosi cespugli di lentisco. Lui, allora, comincia a leggere a quella dolce creatura i versi che compone ispirato dal suo tenero amore. Legge, legge, legge imperterrito e instancabile, cinguettando con melliflua petulanza, senza sosta. Senza il minimo dubbio che la ragazza possa esserne un tantino annoiata. Cosicché, immancabilmente, ogni volta, ogni notte, lei sorride e ascolta ma, dopo qualche tempo, contemplando il baluginar di lucciole che sembra Roma, comincia a sbadigliare stirando le braccia.
«Te prego so stracca, annamo via …» proferisce lei con una vena d’irritata delusione.
Lui, imbecille, le risponde: «Come te pare …»
«Sto a sentì pure un po’ de freddo» butta lì bugiarda, come ultima esca.
E il soporifero cretino: «Vabbé, s’è fatta ‘na certa, riannamosene.»
Infine io, sfinito dal solito andazzo, al colmo dell’irritazione, non resisto più e sbotto: «E mò basta! Sto fésso che nun sei artro! Ma sei rincojonito! Che razza de poeta sei si nun sai trovà de mejo che dì vabbè riannamosene! Ma è mai possibile che nun riesci a capì ‘a maggìa de ‘sto momento!? Davero ce credi che lei stà a sentì freddo co ‘na serata come questa!? Come fai a nun capì che se ‘sta dorce creatura vie’ qua co’ te ogni vorta, nun è solo pé li versi tua ma pure perché vole che je dai ‘n bacio?
Svejate! Posa sto quaderno, pija l’elettricità de sti fuggevoli momenti e falla diventà ‘na scintilla, un lampo, un foco d’amore! Aoh, te giuro che si nun lo fai tu ‘o faccio io!»

(Dialoghi in romanesco di Laura Di Marco)


da L'ULTIMO TORTELLINO E ALTRE STORIE di Roberto Marzano
Prefazione di Maria Pia Altamore
Foto di copertina e illustrazioni interne di Davide Marzano
ISBN 978-88-98572-06-9
 VERTIGINI - collana di narrativa
prima edizione, ottobre 2013

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