LE TRE FAMIGLIE E L'ELEFANTE SCOMPARSO

Cappello volante by G. Iorio



Oggi sarebbero tante le cose di cui scrivere, di cui piangere, da commentare.  Penso ad alcuni titoli dei giornali di oggi: l'Unità e  Libero per esempio.
Ma neppure ci provo, cerco di commentare il mio piccolo mondo di cui, forse, posso provare a capire qualcosa.
Prima di tutto come state. Lo so, ormai vado a sfogarmi su Facebook. Il motivo è semplice, c'è sempre qualcuno che mi chiede "A cosa stai pensando". Non bisogna sottovalutarla questa semplice domanda. Fa bene, anche se te la fa il sig. Zucker.
Quando posso raccolgo le cose che non voglio dimenticare di aver pensato e le trasferisco qua, sul blog. Quelle riflessioni per ora si chiamano Frammenti di un profilo. Il mio editore voleva farne un libro dal momento che molte riflessioni, diceva lui, gli sembravano poesie. Ma ora non c'è più e quindi all'improvviso a me non sembrano più poesie. Sono tornate riflessioni.
Molto importante il ruolo degli editori. Davvero.

In questo momento sono al mare e volevo "staccare la spina". Si, ho usato proprio questa espressione come se fossi diventata un frigorifero. Ma il gran caldo mi ha fatto riattaccare la spina, che mi stavo sciogliendo di tedio. Tedio, ho detto, e non noia. Io infatti non mi annoio mai. E' vero il contrario, sono sempre "accesa". E questa mia sensibilità reattiva è, credetemi, una grande seccatura. Soprattutto in vacanza. Il vero tedio è questa lampadina sempre accesa.
In questo momento sono, per l'appunto, in vacanza. Su Facebook c'è un sacco di gente che non va in vacanza e qualcuno ti fa pure sentire in colpa.  Quindi a volte me ne vado su Instagram dove sono sempre tutti in vacanza (o fingono?).

"Punto esclamativo. E punto".  By G. Iorio

Ho fatto tante foto in questi giorni. Se ci fate caso oramai quasi tutte le immagini che uso per il blog sono mie fotografie. Non che sia diventata una fotografa, mi diverte però.
Una cosa molto bella è quando qualcuno mi chiede di usare le mie foto per la copertina di un libro. Mi è capitato due volte, quest'anno. Eccoli i libri: uno e due.  Vi piacciono?
Ma veniamo al racconto. Vediamo se riesco a dare un senso a fatti completamente sconnessi di cui sono stata testimone (non è questo per l'appunto il senso dello scrivere).
Oggi, mentre passeggiavo sulla riva del mare e facevo avanti e indietro sulla spiaggia, ho assistito a una scena. Tento di dirvi quello che ho visto. Allora: prima di tutto in acqua c'erano a farsi il bagno una ragazza con suo fratello. Lui, bambino di 15 anni circa, aveva una maschera. Lei, qualche anno più grande, nuotava accanto a lui. Ad un certo punto lui si è tolto la maschera e le ha chiesto di tenerla, "tienila bene però"! raccomandandosi che non la lasciasse andare.
A quel punto lei ha messo la maschera sott'acqua, tra le gambe e si è rivolta ad altre due persone in acqua, un uomo e una donna (forse i genitori), un po' distanti. Ho capito che erano i genitori.
"Dov'è la maschera?" ha chiesto alla madre la ragazza e nel frattempo ha detto sottovoce al fratello di tenere il gioco. Da quel momento in poi è iniziata una inutile e strana messa in scena.
La ragazza faceva finta di non avere la maschera, continuava a giurare di averla data alla madre che a sua volta giurava di non averla ricevuta. Il ragazzino stava zitto e fingeva con una faccia preoccupata di essere in ansia. Il padre diceva ogni tanto solo due parole: trenta euro.
L'avrà detto, mentre la cosa andava avanti, una decina di volte, ad intervalli regolari, come un uccellino di un orologio a cucù. La strana scena si è protratta per un po'.  Io mi ero appassionata. Allora mi sono fermata a vedere come andava a finire. La madre era sempre più disperata perché la ragazza continuava a dire: "L'ho data a te, l'hai persa tu". Il fratello, sempre più bravo a recitare la sua parte, schizzava a destra e a manca. Il padre, con la frase da cucù appena le altre due venivano ripetute: "L'ho data a te, l'hai persa tu". "No, non me l'hai data. Ce l'avevi tu". E io, l'unica spettatrice di questo dramma inutile.
Potevo essere altrove, in mezzo ad altre cose tragiche. E invece ero davanti a questa finta tragedia.
Per un istante  mi è passata per la testa l'idea di andare in acqua io stessa a prendere quella stupida maschera che stava in mezzo alle gambe della ragazza e finire il gioco: ECCOLA! Ma non ne ho avuto il coraggio.
E così mi sono alzata e sono tornata sui miei passi, ma mi sono trovata  in una specie di cul de sac (uno scoglio non mi permetteva di andare oltre ). Avrei potuto, con un po' di buona volontà, scalare lo scoglio o nuotare dall'altra parte. Ma mi sono voltata. Lì accanto c'era appostata un'altra famiglia. Erano tedeschi.  Mi sono messa a guardare pure loro. Due bambine, di 12\14 anni. Avevano una piccola ed efficiente postazione sula sabbia con tutti i confort. Avevano realizzato un castello di sabbia, anzi non uno ma una piccola e intelligente città, con ponti e dighe e sottopassaggi. La madre, agile come Eva nell'Eden, sotto i miei occhi strabiliati, è riuscita ad afferrare un grosso canotto giallo e blu prima che il vento lo facesse volare via. Il padre (lo chiamerò Adam), sopraggiunto con i muscoli di un atleta, dopo breve conversazione con la famiglia, si è messo con tutta la famiglia a gonfiare dil canotto ancora moscio, a risistemare l'ombrellone con corde e funi da militari, aggiustare gli edifici di sabbia minacciati dal maestrale e altre cose di cui non vi  dico per non annoiare (in realtà interessantissime).
A quel punto mi sono ricordata dell'altra famiglia italiana. Da una parte il loro dramma, dall'altra la famiglia tedesca sembrava un film di azione alla James Bond. Erano ancora in acqua, la maschera era di nuovo visibile nelle mani della madre che urlava di gioia e tentava di picchiare la figlia burlona. Il papà-cucù aveva smesso di dire trenta euro e il bambino rideva felice dello scherzo riuscito. Tutto a posto.


Ho avuto una strana sensazione, una specie di vertigine. Queste due famiglie così diverse si sfioravano, vivevano lo stesso istante le une accanto alle altre e io ero il loro solo trait d'union. Perché non avevo la spina staccata?
E mentre per la prima famiglia, la grande sceneggiata" finiva e anche l'avventura in acqua, la seconda cominciava la sua esperienza, salivano tutti sul canotto, oramai grande come uno yacht, e se ne andava ad esplorare il mare oltre lo scoglio.
Ve lo dicevo che quello che avevo da raccontarvi non ha alcun senso. Non è affatto "importante".
Non so, forse mi sbaglio (vi avevo messo in guardia che non si tratta di grandi riflessioni, solo cose un po' sconnesse di una che ha sempre la spina attaccata) ma ho pensato che questa "finzione" avesse comunque una funzione importante.
Dopo questa esperienza di cui solo il grande tempo a disposizione mi concede di scrivere in un torrido pomeriggio di estate, sono tornata al mio ombrellone. La "mia" famiglia, non vedendomi arrivare, aveva deciso di tornare a casa. Stanchi ed affamati si sono avviati. Sulla sabbia ho trovato solo il mio asciugamano azzurro e un libro: L'elefante scomparso (di Haruki Murakami).

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