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IL RACCONTO DEI RACCONTI E IL FILO ROSSO DEL SANGUE


Per tutto il film "Il racconto dei racconti" (regia Garrone 2015) che ho trovato  bellissimo e poetico, non ho fatto che pensare che il trattato De motus cordis del medico inglese William Harvey sia del 1628 e Lo cunto de li cunti di Gianbattista Basile del 1634.


Il sangue che scorre impetuoso è il filo conduttore di tutte le storie, come se la scoperta straordinaria della circolazione del sangue sia stata l'ispirazione e la vera "cornice" delle 50 novelle.


Nel film il sangue scorre "a fiumi" e dopo aver fatto il suo giro completo tutto torna al "cuore": la fonte d'acqua sporca di sangue, la pulce che si nutre di sangue, il cuore del drago, la testa dell'orco, la vecchia scuoiata, la principessa ricoperta del sangue dell'orco...


Un racconto (e un film) sul "motus cordis", dunque, il moto del cuore. La vita, impetuosa e circolare del sangue che William Harvey aveva dimostrato con l'esperimento scientifico.


Vi ripropongo la lettura del l'articolo di Giuseppe Sermonti "Chi ha scoperto la Circolazione del Sangue" (La Stampa 2009). 



Chi ha scoperto
la circolazione del sangue?
***

Sino alla fine del Cinquecento era opinione comune, risalente a Galeno (II secolo d. C.), che il sangue fosse generato nel fegato, dalla trasformazione dei cibi ingeriti, e immesso nei vasi che lo disperdevano nei tessuti. In una mezz’ora, risultò ai primi calcoli, il cuore umano è attraversato da una decina di litri di sangue (in realtà, oggi sappiamo da oltre 100) e non è plausibile che un fegato ne produca così tanto. Lo stesso sangue passa dunque più volte nel cuore, in continua circolazione. La scoperta di questo fenomeno è attribuita dalla storiografia ufficiale al medico inglese William Harvey (1578-1657), che nel 1628 pubblicò De motu cordis (Sul movimento del cuore), nel quale riportava i suoi esperimenti e i suoi calcoli. A questa origine inglese si opposero gli storici italiani, documentando che, già dal 1571, prima che Harvey nascesse, il medico-filosofo aretino Andrea Cesalpino (1519- 1603) aveva trattato la circolazione del sangue. 

Cesalpino non aveva fatto calcoli o esperimenti; pensava che la struttura del cuore imitasse quella dell’Eden, che si pensava fosse bagnato da quattro fiumi: il Phiton, il Ghinon, il Tigri e l’Eufrate; due immissari e due emissari. Cesalpino si appoggiava all’auto rità di Aristotele (IV sec. a.C.) secondo cui, delle quattro aperture del cuore, due ricevono il sangue (dai polmoni e dal corpo) e due lo espellono (verso i polmoni e la periferia). Non era infine il moto circolare un simbolo di perfezione? La moderna storiografia della scienza mai potrebbe accettare una scoperta che non fosse risultato di osservazione e esperimento: sensus, autopsia ed experimentum, diceva Harvey. E Cesalpino fu dimenticato. Ma anche Harvey non disdegnava le metafore. Questi dedicò il De motu cordis al suo amato sovrano Carlo I, introducendolo con queste parole: «Come il Re è il fondamento dei suoi regni, è il sole del suo microcosmo, il cuore del suo Commonwealth…», così il cuore è il fondamento della vita. 

Passarono 20 anni e Carlo I fu sconfitto da Cromwell, processato e decapitato: il potere passò al parlamento. E Harvey si affrettò a togliere al cuore l’autorità centrale della circolazione e a trasferire il potere della vita alla periferia, al sangue periferico – il parlamento del corpo. Da questo opportunismo la storiografia lo assolse, riconoscendo a Harvey il merito di aver portato la scienza nella pratica medica: merito che tuttavia non rivendicò mai. Egli portò, semmai, l’arte pratica e il buonsenso del medico nella filosofia scientifica.

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