COME SONO DIVENTATO UNO SCRITTORE di Günter Grass




E' morto  Günter Grass.
da Prolusione alla consegna del Nobel nel 1999.

Ma in che modo sono diventato uno scrittore, un poeta e un artista; tutto in una volta e tutto
su uno spaventoso foglio di carta bianco? Quale hybris casalinga spinge un bambino a una tale
follia? Dopo tutto, avevo solo dodici anni quando mi resi conto che volevo essere un artista,
il che coincise con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando vivevo alla periferia di
Danzica. Ma la mia prima occasione di crescita professionale non arrivò che l’anno seguente,
quando trovai un’offerta allettante nella rivista della Gioventù Hitleriana Hilf mit! (Dà una
mano). Era un concorso letterario. A premi. Iniziai immediatamente a scrivere il mio primo
romanzo. Influenzato dal background di mia madre, si intitolava Die Kaschuben (I Casciubi),
ma l’azione non aveva luogo nel doloroso presente di quel piccolo popolo in via d’estinzione,
bensì nel XIII secolo, in un periodo di interregno, un periodo cupo in cui i briganti e i baroni
ladroni comandavano sulle strade e in cui per avere giustizia un contadino poteva fare ricorso
solo ad una sorta di pseudo-tribunale, non ufficiale.

Ciò che riesco a ricordare del romanzo si riduce, oltre a una breve panoramica delle condizioni
economiche della regione della Casciubia, alla grande profusione di razzie e massacri
delle prime pagine. C’erano così tanti strangolamenti, accoltellamenti e infilzamenti, così tante
impiccagioni ed esecuzioni capitali comminate dagli pseudo-tribunali non ufficiali, che alla
fine del primo capitolo tutti i protagonisti e gran numero dei personaggi minori erano morti;
alcuni seppelliti, altri lasciati in pasto ai corvi. Poiché il mio senso dello stile non mi permetteva
di trasformare i corpi in spiriti e il romanzo in una storia di fantasmi, dovetti dichiarare la mia
sconfitta con una brusca fine e non con un “Continua…”. Non fu certo una buona lezione, ma
il neofita l’aveva imparata: la prossima volta sarebbe stato un po’ più gentile con i suoi personaggi.
Ma prima di tutto leggevo, e leggevo ancora. Avevo un modo personale di farlo: con le dita
nelle orecchie. Permettetemi di spiegarvi che la mia sorellina ed io siamo cresciuti in ristrettezze
economicche, ovvero in appartamento di due stanze in cui non ce n’era una tutta nostra.

Questo alla lunga si è comunque rivelato un vantaggio: ho imparato fin dai piccolo a concentrarmi
anche quando sono circondato da altre persone o dal rumore. Quando leggevo sembravo
sotto una campana di vetro; ero così immerso nel mondo del libro che una volta mia madre, la
quale amava far scherzi, per dimostrare a una vicina la completa e assoluta concentrazione del
figlio, sostituì il panino che addentavo di tanto in tanto con una saponetta, Palmolive, credo;
a quel punto le due donne – mia madre non senza un certo orgoglio – si misero a osservarmi
mentre prendevo alla cieca il sapone, vi affondavo i denti e lo masticavo per un buon minuto
prima di essere strappato alla mia avventura di carta.

Tuttora riesco a concentrarmi come facevo da bambino, ma non ho mai più letto con la
stessa ossessione. Tenevamo i libri in una libreria dietro una finestra dalle tendine azzurre.
Mia madre era iscritta a un club del libro, e i romanzi di Dostojevskij e Tolstoj stavano fianco
a fianco, mischiati ai romanzi di Hamsum, Raabe e Vicky Baum. La saga di Gösta Berling di
Selma Lagerlöf era lì vicino. In seguito andai alla Biblioteca Municipale, ma fu la libreria di
mia madre a darmi l’impulso iniziale. Donna d’affari meticolosa, costretta a vendere a credito
le proprie merci ad acquirenti inaffidabili, era anche una grande amante della bellezza: ascoltava
l’opera e l’operetta, le melodie sulla sua radio primitiva, amava ascoltare le mie storie
promettenti, e spesso andava al teatro municipale, portandomi con sé di tanto in tanto.
L’unico motivo per cui in questa sede rammento di nuovo aneddoti di una infanzia piccoloborghese
che già ho dipinto con tratti epici decine di anni fa in opere popolate da personaggi
di fantasia, è per aiutarmi a rispondere alla domanda: “Che cosa mi ha fatto diventare uno
scrittore?”. La capacità di sognare a lungo a occhi aperti, di fare giochi di parole e di divertirmi
in generale con il linguaggio, il bisogno impellente di mentire soltanto per il gusto di farlo,
perché essere fedele alla verità sarebbe stato una noia; in breve, un fattore determinante fu certamente
ciò che viene definito talento, ma fu l’irruzione della politica nell’idillio famigliare a
trasformare la troppo leggiadra categoria del talento in una zavorra dotata di una certa stabilità
e profondità.

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