MICHELA MURGIA | DONNE TRA CENTRO E PERIFERIA


michela murgia


Assisi - 21 agosto 2014
Intervento al 72° corso di studi cristiani organizzato dalla Cittadella di Assisi.

Quando ho accettato l’invito a questo dibattito, la questione del centro e delle periferie mi colpiva soprattutto perché di queste due categorie sono possibili due letture diverse e in contrapposizione: quella naturale e quella culturale.

In natura la dialettica tra ciò che è centrale e ciò che è periferico è sintetizzata dal movimento del cuore, il centro propulsore, il motore del nostro corpo, che crea una dinamica di sistole e diastole e nel farlo cancella le gerarchie centro-periferie, perché tutto risponde a una logica di operatività comune. Non ci sono luoghi del degrado in questo processo.

Non così nella nostra società iper-competitiva. Nella dimensione culturaleche viviamo il centro è un luogo simbolico, non solo fisico, dove vengono concentrate tutte le bellezze, tutti i servizi, tutte le dimensioni realizzate dello stare insieme, mentre la periferia è il luogo dove lo scarto, il degrado, la qualità di vita inferiore trovano il loro domicilio. Viviamo in una società “centrifuga” e la parola crea la realtà che descrive, ovvero è il concetto stesso di centro che crea i suoi margini e dunque anche i suoi emarginati. In una società che genera continuamente i margini per mantenere il centro, discutere del rapporto tra centro e periferie senza mettere in discussione il meccanismo che lo regge significa non andare al cuore della questione. Se vogliamo riportare la periferia all’interno di un discorso dignitoso e umano, dobbiamo riconoscere che il modo in cui si è generata è strutturale alla nostra società. E questo è un primo dato di riflessione.

L’altra questione riguarda le donne.

Le donne sono state storicamente custodi del margine, sia perché lo hanno abitato, sia perché per ragioni storico-culturali, si è domandato loro che lo mantenessero, se ne facessero custodi. Poiché era l’unico spazio loro riservato, le donne si sono specializzate nei secoli ad "arredarlo", addirittura a renderlo caratteristico e parte integrante di sé.

Io non credo a differenze di genere naturali, oltre a quelle genitali. Credo però che ci sia una stratificazione culturale e storica che ha messo in mano alle donne una eredità diversa, una serie di strumenti e di linguaggi che rappresentano un patrimonio simbolico peculiare e che questo patrimonio non abbia ancora trovato una declinazione piena nella società che viviamo. Perché? Perché ha un fortissimo potere sovversivo. Chi viene dalle periferie dà fuoco ai cassonetti, bussa alle case di chi va a dormire alle otto, spegne le televisioni, fa rumore, fa i graffiti sui muri, spaventa chi dorme già comodo. Chi è portatore di questa diversità, dell'esperienza storica di questi linguaggi, è potenzialmente un avversario, non una vittima di questo sistema. 

Le donne sono vittime di questo sistema nella misura in cui non ne sono avversarie, ovvero se mantengono strutturalmente in piedi i suoi pilastri. Introdurrei una ulteriore distinzione tra la donna che mantiene questo sistema perché non riesce a immaginarne uno differente in cui lei stessa possa avere un posto, e la donna che invece ha acquisito il peso della consapevolezza di essere portatrice di questo linguaggio, di questa eredità. Quell'ultima donna, intesa come categoria di consapevolezza di genere, vive necessariamente l’esperienza di risemantizzare tutto in ordine a questa esperienza e per farlo occorre ripartire dalle categorie del tempo e dello spazio.

Il tempo.

Il tempo per convenzione è passato-presente-futuro. Il presente è l'istante dell’azione in transito, pertanto per sua stessa definizione non esiste e non me ne occuperò. Il passato invece è il tempo lento del già, di quello che è avvenuto, e in questo senso è il tempo della memoria e della narrazione, perché l'una non esiste senza l'altra. Antonio Pascale spiega bene che la distinzione tra sofferenza e dolore passa per la narrazione. La sofferenza individuale, la tua sofferenza, la tua ferita, rimangono tuoi, perché sei l'unico a sapere quanto ti hanno fatto male. Solamente la narrazione trasforma la sofferenza individuale in spazio comune, il dolore in memoria del dolore che può essere abitata da tutti. Un esempio evidente è il Giorno della Memoria. Nessuno di noi presenti ha vissuto la Shoah, eppure tutti ci sentiamo portatori di quella Memoria, perché la narrazione ce l’ha consegnata in mano: quello è un dolore che appartiene anche a chi in un campo di concentramento non è entrato mai.

Significa che se le donne non riprendono la loro narrazione non esisterà nemmeno una loro memoria, non esisterà un'eredità che viaggia nel tempo e che arriva alle altre donne e anche agli altri uomini, perché anche gli uomini sono privati della memoria delle donne. Il fatto che a nessuno venga in mente, quando si compila un canone di qualunque tipo, che le donne siano assenti è sintomatico dell'assenza narrativa che le condanna alla scomparsa. Penso al canone letterario, con tre sole donne tra i cento più grandi scrittori d’Italia. Se uno dovesse arrivare fra duecento anni e trovare quel canone, avrebbe ogni diritto di dedurne che agli uomini venisse insegnato solo a scrivere e alle donne solo a leggere, dato che le statistiche dicono che il lettore tipo in Italia è donna, mentre lo scrittore tipo è il maschio. Va ritrovato uno spazio per la narrazione delle donne e le donne se lo devono prendere, secondo il senso del termine inglese empowerment, ovvero l'assunzione consapevole del proprio potere.

Sulla parola potere torneremo, ma ora vorrei stare ancora sulla questione del tempo, riflettendo sul futuro.

Il futuro è il tempo del non ancora, di quello che deve ancora realizzarsi. Significa che chi declina il futuro in termini di manutenzione del presente non sta facendo futuro, non sta progettando futuro. Il futuro è il tempo in cui la manutenzione è superata, è il tempo in cui va immaginato quello che ancora non c’è. In questo senso il futuro è un tempo generativo, quindi è ontologicamente un tempo “femminile”. Alle donne invece viene chiesto poco di intervenire sul futuro, mentre molto viene chiesto loro nella cura del presente. Noi siamo la parte della specie umana condannata all’attimo, inchiodata all’istante che avviene; noi siamo quelle che dobbiamo farne la manutenzione: vincolate all’eterno presente, ci è precluso il luogo in cui si struttura il futuro. In qualche modo riprendere il potere sul futuro significa riprendere il diritto a progettare anche il proprio.

Agire sul tempo è anche agire sullo spazio.

Il riferimento allo spazio l’ho trovato interessantissimo nella introduzione della dottoressa Cimino. Centro-periferia è una dialettica di spazi, non soltanto di simboli. Lo pensavo mentre camminavo per Assisi, che è bellissima e la cui urbanistica ci parla delle società che hanno generato quegli spazi, quell’equilibrio di pieni e di vuoti. Tutto quello che noi chiamiamo bellezza nell’urbanistica italiana è però frutto di società non egualitarie: dietro ogni castello c’è il potere di un nobile, dietro ogni chiesa c’è l’orgoglio di un papa o di un vescovo, dietro ogni monumento c’è una lotta di potere che ha portato il vincitore a salire sul cavallo di bronzo che oggi domina su quella piazza. Tutto quello che noi chiamiamo bellezza negli spazi che abitiamo oggi viene da società dove noi non avremmo voluto abitare. Mi domando: quali sono gli spazi di bellezza della democrazia? Una società dove siamo tutti uguali, dove la gerarchia non determina più la scansione dei diritti e la gradualità della dignità delle persone, che spazi genera?

Io credo che la questione della bellezza sia in diretto rapporto con quella della giustizia; c’è un legame tra bellezza e giustizia e ciò che è bello, se vuole essere sostenibile sul piano etico, non può prescindere dall'esigenza di essere anche giusto. Se tutto quello che chiamiamo bello in realtà viene dall’ingiustizia, credo che chi oggi progetta spazi (e quindi anche comportamenti) debba invece tener conto che c’è un rapporto tra bellezza e giustizia, altrimenti progetta luoghi di emarginazione. Le molte periferie che oggi circondano le nostre città non sono nate quattrocento anni fa: sono nate quando la democrazia c’era già. Significa che noi non siamo riusciti a far evolvere il nostro concetto di bellezza dai tempi dell’ingiustizia a quelli dell’uguaglianza. Quindi credo sia necessario anche fare una riflessione sul rapporto tra bellezza e giustizia e quali comportamenti si progettano con determinati spazi. Vuol dire anche prendersi cura degli spazi che ci sono ora, che abbiamo ereditato e non possiamo abbattere, e di cui dobbiamo però ridefinire l’ossatura affinché quello squilibrio di pieni e vuoti non determini uno squilibrio tra persone di serie A e persone di serie B.

C’è poi la questione che riguarda il potere.

Io non ho paura di questa parola, perchè sono una donna di potere. Faccio e ho fatto politica e nel mio mestiere ho successo, quindi ho potere di agire anche sul pensiero di chi mi legge, di orientare l’opinione di chi vede le cose che faccio, ho spazi pubblici e li occupo per dire quello che credo, che è molto di più di quello che ha la maggior parte delle persone che ha una opinione. Non dobbiamo aver paura della parola potere.

Questo lo dico anche perché vengo da una lunga esperienza ecclesiale dove la parola potere è stata un tabù. “Il potere è un servizio”. Subito te lo dicono: “il potere è un servizio”. Sciocchezze. Il potere è potere e può servire a fare tante cose, compreso servire, ma non dobbiamo negare che tutti ne possediamo, perché negare che lo possediamo significa non ammettere che c’è una responsabilità nel possederlo. Se dunque abbiamo questo potere e addirittura in quanto donne pretendiamo di averne di più, smettiamo di parlarne come di una cosa negativa.

A questo proposito vi racconto un aneddoto personale, che qui ha valore di esempio. Un anno fa abbiamo iniziato l’esperienza di laboratorio politico di “Sardegna possibile” - e vi restituisco memoria di questa esperienza, attraverso la narrazione - dove le prime riflessioni che abbiamo fatto erano sullo stile di potere che volevamo darci; se noi stiamo andando a governare, significa che noi stiamo assumendoci la responsabilità di un potere. Con quale stile vogliamo farlo? La risposta era: uno stile di potere femminile. Chiariamo i termini: mi riferisco alla concezione storicamente maschile e quella storicamente femminile del potere, tenendo presente che entrambi possono appartenere ad entrambi i generi.

La concezione maschile tradizionale del potere la conosciamo. E’ attribuita ad Andreotti la frase che “il potere logori chi non ce l’ha”, che ci traduce una visione sottrattiva del potere. Chi ce l’ha gode, chi non ce l’ha è logorato perché chi lo esercita l’ha sottratto a chi non ce l’ha. L’idea di fondo è che il potere sia una sorta di oggetto che viaggia nelle mani del più forte e che frustra e marginalizza il più debole. Il potente sta al centro, l’impotente sta nella periferia. Questa è una visione maschile che abbiamo visto declinata anche da molte donne, e sfido chiunque a dire che la signora Thatcher fu una vittoria delle donne al potere: come donna me ne vergogno tanto quanto mi vergogno di certi uomini al potere.

Il potere al femminile deve avere un’altra faccia e deve essere ambìto anche dagli uomini. Se il potere al maschile ha generato gli emarginati di cui oggi noi discutiamo, dobbiamo tutti metterlo in discussione, uomini e donne, e capire se esiste una “via femminile” al potere che possiamo tutti assumerci. Credo che sia possibile, perché quella eredità delle donne di cui parlavamo è una eredità di emarginazione e nei margini sociali le logiche sono molto meno gerarchiche e molto più reticolari. Nei vicinati deboli le marginalità solidarizzano, sorgono movimenti collettivi, ci si conosce di più. Ci si teme nella misura in cui non ci si conosce, ma quelli sono luoghi dove non conoscersi è meno possibile che altrove, perché il focolare della periferia è la strada, non la casa con il cancello chiuso a doppia mandata. Le donne in questo sono agevolate: non hanno mai avuto, se non in pochissimi casi, il potere di sottomettere altre donne. La stragrande maggioranza di noi ha invece dovuto chiedere aiuto alle altre donne per non essere schiacciata da dinamiche tutte maschili. Le donne hanno un portato di relazione che può far passare tutto, anche la politica, dalla logica dell’essere potenti contro alla logica dell’essere potenti insieme.

E’ necessaria una riflessione su questo, che riguardi tutti, ma è ovviamente una riflessione che incontra una fortissima resistenza, perché chi si trova nel luogo in cui può essere potente contro conosce solo il contrasto. Ci vuole una grande intelligenza tattica e una grande consapevolezza per evitare di cadere nella dinamica che vuoi combattere. Se vuoi andare a far politica non puoi assumere la modalità di ciò che vuoi combattere: rispettane le regole, ma discutine la sostanza, perché è quella sostanza che ha generato la tua stessa marginalità. Su questo bisogna essere guerriere, non avere timore, con l’intelligenza: prima di arrivare a un governo del fare, occorre arrivare a un governo della messa in discussione delle logiche di quel fare, altrimenti ti ritrovi nei luoghi in cui devi decidere e l’unico linguaggio che ti è dato per farlo è quello che ti ha oppresso fino a quel momento.

Mi piacerebbe vedere laboratori politici che discutono la natura del potere in questi termini, ma devo dire la verità: non ce n’è, né nella Chiesa né fuori dalla Chiesa. No, è scorretto, nella Chiesa invece ci sono. Che poi abbiano un effetto, fino a questo momento non è stato possibile verificarlo in alcun modo. Confidiamo in Francesco, entrambi i Francesco.

L’ultima questione riguarda la declinazione del potere all’interno della Chiesa
Su questo ho scritto un libro - Ave Mary - che mi ha costretta a riflettere su quella che è stata la mia esperienza ecclesiale e, in qualche modo, su quella che è stata la quota di complicità che posso aver messo in gioco personalmente nel proteggere un determinato modo di essere donne e uomini al servizio di Dio. Nel migliore dei casi ho fatto i conti con la convivenza con ilprincipio Petrino e quello Mariano, una spiegazione che Von Balthasaar diede a proposito del rapporto del potere papale, il primato petrino, con quello degli altri vescovi del mondo, ma che è stato traslato con grande furbizia e malizia (anche tattica) sulla questione maschile.

Dentro quella dialettica immaginaria c’è un principio Petrino (termine elusivo della parola “potere”, che non si pronuncia nella Chiesa), che è visibile, è pubblico, che è d’azione, è di insegnamento. È un principio espresso ed è il principio maschile.

Poi c’è un principio Mariano, femminile per definizione, che invece è invisibile, intimo, un principio del focolare. È il cuore della Chiesa, ci dicono, ma è il cuore nascosto, è il luogo della preghiera, della custodia della testimonianza, perché “Maria serbava tutte queste cose nel suo cuore” e si faceva i fatti suoi, questa è la sostanza. Ve lo sto mettendo giù brutalmente, perché è brutale la sua traduzione nelle Parrocchie. La questione teologica può essere molto più complessa, ma nelle Parrocchie si traduce in questa maniera: il principio Petrino prende le decisioni, il principio Mariano le esegue in silenzio, piamente meditandole.

È una dinamica violenta, perché gerarchica.La violenza è strutturale nei sistemi gerarchici, perché in ogni gerarchia c’è necessariamente un superiore e un inferiore, un dominante e un sottomesso. La gerarchia ha necessità della violenza per stare in piedi, che sia fisica o simbolica, e nel momento in cui la Chiesa legittima spiritualmente le sue gerarchie legittima le violenze che ne sorgono e le emarginazioni che ne derivano. Per questo per mettere in discussione le periferie ecclesiali occorre mettere al contempo in discussione le gerarchie ecclesiali.

Proviamoci, vi sfido: vediamo che succede! Succede l’inferno, è evidente. Non ho paura a dire che lo stesso Francesco starà affrontando dei dèmoni tremendi per mettere in discussione alcune gerarchie. Il giorno della sua elezione eravamo tutti davanti alla televisione a incrociare le dita; quando lui è salito sul palco e si è definito Vescovo di Roma mi è venuto un brivido, perché quel termine non è neutro. Non definirti pontefice e definirti invece vescovo di Roma, farti benedire dalle persone che sono sotto di te anche fisicamente, sotto quel balcone, è il ribaltamento della gerarchia storica in cui siamo iscritti e tu, il papa, stai dicendo che quello sarà il tuo stile. È quindi ovvio che ci sia forte speranza in molta parte della Chiesa per questo cambio di passo, che necessariamente deve portare a discutere anche il concetto di periferia ecclesiale.

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