HERE, IN GAZA




A Gaza, me ne sto seduta dietro allo schermo, distrutta. "Non voglio più scrivere su Twitter quello che succede", dico a me stessa. Poi ci ripenso e torno a scrivere, mi tengo impegnata.

Negli ultimi sette giorni ho cercato di seguire le notizie, le ho tradotte e poi le ho trascritte su Twitter dopo la loro "conferma". Un martire qua, un altro là. Un bambino qua, un bambino là. Una donna qua e una donna là. Uno, due, tre feriti arrivano all'ospedale di Alshifa. Per sette giorni ho cancellato i miei sentimenti. Ho controllato la lingua, lo spelling, la punteggiatura e i sentimenti. Oggi io esplodo. Per un momento, non m'importa dove è stata l'ultima esplosione. Quello che è esploso è esploso, che cosa potrà fare un mio Tweet, ho pensato di nuovo. Mia madre mi ha detto il nome del luogo che hanno attaccato a sorpresa. Ma perché sei sorpresa, ho pensato di nuovo. Da sette giorni hanno fatto esplodere bombe sui bambini. Perché diavolo ti sorprendi se hanno fatto saltare in aria un centro commerciale?

A Gaza, i bambini, se le loro vite vengono risparmiate, aspettano negli ospedali, avvolti nelle bende e terrorizzati, che le madri morte tornino di corsa da loro. Altri giacciono soli, con i fratelli o accanto ai loro padri, i volti sfigurati, i cuori ancora a brandelli, gli occhi pieni di quel sonno delle notti in cui non potevano chiudere occhio, altri con quel bagliore negli occhi. Fermi, non respirano più. 

A Gaza, un uomo, la camicia intrisa di sangue, si spezza quando il dottore gli dice che suo figlio è già morto. Non sa in quale angolo nascondere il volto. Un muro ferma il suo dolore. E su quel muro crolla.

Un ragazzo, a Gaza, non ha più detto una parola a nessuno da quando ha saputo della morte del suo migliore amico. Cammina dietro al funerale del suo compagno con lo sguardo senza fine e scruta il nulla davanti a lui.

A Gaza, vivono quattro generazioni. E quella più giovane viene seppellita.

Dopo sette giorni, tutto quello che si può fare è aprire e chiudere le palpebre.

Ecco, questo è quanto.

21\11\2012

di Rawan Yaghi
Traduzione per Amici di Letture di Giovanna Iorio


Rawan Yaghi è blogger e scrittrice.  Vive a  Gaza. Viene da  Masmeyya- Palestina. Il suo  blog è http://wresist.wordpress.com/

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