Passa ai contenuti principali

IN-CHIOSTRO

I LIBRI DEGLI ALTRI n.53: La densità della scrittura poetica. Giovanna Iorio, “In-chiostro”


Un disegno di Fracesco Chiaccio



La densità della scrittura poetica. Giovanna Iorio, In-chiostro, Grottaminarda (Avellino), Delta 3 Edizioni, 2012
_____________________________
.
La poesia è composta esclusivamente di parole disposte sulla pagina (il come questo avvenga nelle forme più diverse – lo dimostra la storia della tradizione lirica non solo occidentale – non elimina la necessità e l’uso delle parole composte tipograficamente e la loro rappresentazione segnica).
Allo stesso modo, le parole composte sulla pagina non sono solo il frutto dell’incontro dell’inchiostro tipografico utilizzato e della carta su cui si imprime il suo segno ma rappresentano il corpo dell’autore che le hanno prima concepite come flusso del suo desiderio e parto della sua emozione vivente. Lo rivela la stessa Iorio nella prima poesia della sua raccolta, il testo che scandisce significativamente il successivo passaggio delle emozioni e dei sogni che configurano la realtà della sua scrittura e ne perimetra con attenzione i limiti (molto precisi e attenti) della sua poetica in nuce, presentandosi con l’apparenza di un vero e proprio “manifesto di poesia”:

«IN-CHIOSTRO. Non stare a pensare / a me // a questa luce / impastata al nero // a questa voce / sporca di vero // a queste ruvide carezze / che io concedo // solo al mio foglio / nemmeno a mio figlio // a questa colpa / che sporca la mia vita // a quella macchia di parole / che si allarga // a questo inchiostro che non so / ingoiare // nemmeno ora che tu / sei fuori e io dentro»[1].
La poesia è, dunque, una “macchia di parole”, uno sorta di luogo deputato per la raccolta di rappresentazioni verbali che intendono così mimare la vita e significarne, verificandola, una parvenza di verità. Ma, in realtà, a questo sforzo di raggiungere una possibile conoscenza del vero si concede molta più tenerezza e molta più passione che per un amante o per un figlio (e qui l’efficacia del tratto lirico è testimoniata, in effetti, dall’intrigante gioco di vocali che alterna e intreccia il riflesso semantico raggiunto dal “foglio” proprio a ciò che carnalmente gli starebbe agli antipodi e cioè al “figlio”). Lo sporco dell’inchiostro si rovescia così nella lucentezza splendente della limpida professione di fede nella potenza della parola scritta.
Scrivere poesia è, dunque, per Giovanna Iorio un’occupazione tale da richiedere tutto il suo impegno esistenziale e non solo quello formale dell’ideazione dei versi – la poesia abbraccia tutto l’orizzonte del visibile e lo racchiude all’interno del suo essere viva e vitale. Tutto il mondo ne partecipa e lo materializza nella sua potenza concreta, di segno oggettivamente rimarchevole:
«IN-CATTEDRA. Trafitta da un raggio di sole / la luce scrosta / il legno urla un desiderio / di pelle // si scrolla di dosso / la polvere del mondo // apre cassetti pieni / di terre e radici»[2].
A parte la rimarchevole citazione (appena velata) relativa al “raggio di sole” e ispirata da un celebre verso di Quasimodo, è come se la poetessa celebrasse l’epifania del mondo terreno attraverso la sua celebrazione attraverso la luce e la sua forza di liberazione delle energie materiali presenti nel suo raggio d’azione. Gli oggetti inanimati si scrollano “di dosso” e si scuotono dalla loro immobilità, sfuggendo alla tentazione di rimanere fermi come sempre a ricoprirsi della “polvere” del passato. Ma essi, invece, vogliono tutti vivere un presente fatto di materia vibrante e pulsante, rendendosi capaci di radicarsi nella realtà e di nutrirla con la forza della vitalità che contengono e che li forza a espandersi sempre più (come accade agli alberi, alle piante e, naturalmente, agli uomini). I mobili di legno, la “cattedra” dell’insegnamento libresco, i cassetti delle scrivanie vogliono ritornare ad essere la pianta che sono stati, così come in essi deve tornare a vivere la linfa potente delle radici da cui essi provengono e da cui si sono sviluppati.
Ma scrivere è anche riempire d’inchiostro pagine e pagine bianche che, altrimenti, resterebbero troppo vuote di segni e intristirebbero nell’attesa dell’impatto con la scrittura:
«INCHIOSTRO ROSSO. Come si fa / a scrivere // sempre / a scrivere // come una forsennata / a scrivere // con gli occhi rossi d’inchiostro / a scrivere nonostante // i pianti / dei figli / dei mariti / dei giacigli / i vuoti // a scrivere / continua – / mente mentre // io scrivo / aprendo un buco / nella vita // io scrivo / a brandelli con la carne / che chiede aiuto // io scrivo / nella mente // come si fa / a scrivere / e non vedere // il rigo che si fa ruga / il foglio che si fa foglia / l’inchiostro che schizza // il rosso / dalle vene / aperte»[3].
Il sangue (l’”inchiostro rosso”) diventa la sostanza vitale, essenziale, vero e proprio “sugo della vita” della scrittura poetica. Le parole sui fogli si metamorfizzano in elementi naturali e dalle “vene aperte” dell’esistenza fuoriesce, flusso incessante, la verità della poesia.
Si scrive sempre anche quando le parole non si materializzano sulla carta; si compone sempre lirica e scrittura anche quando le esigenze della quotidianità si intrecciano e si ricompongono in richieste sempre più insistenti e pressanti; si parla sempre poeticamente anche quando si chiacchiera e si comunicano banalità di base a chi di poesia non vuole saperne o non la considera fondamentale.
La poesia e il suo in-chiostro esistenziale riempie il giorno e la notte (“i giacigli”) del poeta che continua a scrivere anche quando non sarebbe opportuno né richiesto né auspicabile.
Ogni volta si torna daccapo a redigere i propri fogli e a innervarli come foglie; ogni volta si ritorna a corrugare la fronte nello sforzo di pensare e di creare artisticamente. Poi un giorno si dirà:
«PUNTO E BASTA. Vorrei una pagina bianca / larga una vita // senza ombra di / punteggiatura // senza ombra di / cancellatura // una pagina bianca / tutta mia // dove essere inchiostro»[4].
Ma bisogna scrivere, dunque, ancora e sempre: la scrittura e la sua lunga e nera ombra abbracciano tutta la vita possibile, la inchiodano alle sue necessità e incidono, con il nero dell’inchiostro, il candido cono d’ombra delle possibilità che la sorprendono.
Se la vita è “una pagina bianca” da conquistare con la marcia forzata delle parole tinte nell’inchiostro, senza che non ci sia la necessità di cancellarne nessuna e di circoscriverle con la punteggiatura del suo senso, il poeta è colui che,vivendola, riesce a trasformarla in significante assoluto che si rovescia, alla fine, nel suo significato profondo.
Il “punto e basta” del titolo è tutto qui: nel saper gestire la propria poesia non come un episodio della propria vita ma come se fosse tutta la vita, un’esistenza di parole e di sogni che si fanno carne e sangue nel mentre vengono incisi dallo stilo dell’emozione lirica.
In questo modo, il mannello poetico di Giovanna Iorio si fa raccolto rosso di lacrime e sangue : quello dal quale scaturisce sempre il fiume inarrestabile della creazione che scaturisce dalle emozioni liriche e dal loro desiderio di eternità.

NOTE
[1] Giovanna Iorio, In-chiostro, Grottaminarda (Avellino), Delta 3 Edizioni, 2012, p. 11. La breve e densa raccolta della Iorio ha vinto, in quello stesso anno, il Premio Letterario “De Sanctis – L’Inedito” per la migliore raccolta poetica.
[2] Giovanna Iorio, In-chiostro cit., p. 28.
[3] Giovanna Iorio, In-chiostro cit., pp. 44-45.
[4] Giovanna Iorio, In-chiostro cit., p. 57.
_____________________________
I libri degli altri è il titolo di una raccolta di lettere scritte da Italo Calvino tra il 1947 e il 1980 e relative all’editing e alla pubblicazione di quei libri in catalogo presso la casa editrice Einaudi in quegli anni che furono curati da lui stesso. Si tratta di uno scambio epistolare e di un dialogo culturale che lo scrittore intraprese con un numero notevolmente alto di intellettuali e scrittori non solo italiani e che va al di là delle pure vicende editoriali dei loro libri. Per questo motivo, intitolare una nuova rubrica in questo modo non vuole essere un atto di presunzione quanto di umiltà – rappresenta la volontà di individuare e di mettere in evidenza gli aspetti di novità presenti nella narrativa italiana di questi ultimi anni in modo da cercare di comprenderne e di coglierne aspetti e figure trascurate e non sufficientemente considerate dalla critica ufficiale e da quella giornalistica corrente. Si tratta di un compito ambizioso che, però, vale forse la pena di intraprendere proprio in vista della necessità di valutare il futuro di un genere che, se non va “incoraggiato” troppo (per dirla con Alfonso Berardinelli), va sicuramente considerato elemento fondamentale per la fondazione di una nuova cultura letteraria… (G.P)

Condividi:

Commenti

Post popolari in questo blog

ELOGIO DELL'INTELLIGENZA DELL'UOMO

Elogio della scrittura

Ma sopra tutte le invenzioni stupende,
qual eminenza di mente fu quella
di colui che s’immaginò di trovar modo
di comunicare i suoi più reconditi pensieri
a qualsivoglia altra persona, benché distante
per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo?
Parlare con quelli che sono nell'Indie,
parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni?
E con quale facilità, con i vari accozzamenti
di venti caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le invenzioni umane e la chiusa de' nostri ragionamenti di questo giorno (...)


Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo Tolemaico e Copernicano
Firenze (I giornata, 130)

PASOLINI E IL MARE: TERRACINA, UN RACCONTO INEDITO

Pasolini e Callas in Africa


Terracina
Un racconto inedito
di Pier Paolo Pasolini Nella spiaggia c'era più movimento, ma il mare era sempre immobile, morto.
Si vedevano delle vele arancione al largo, e molti mosconi che si incrociavano vicino alla spiaggia. Lucià avrebbe avuto fantasia di prendersi un moscone, e andar al largo: però era solo, e non era buono a remare. Andò sul molo tutto smantellato e ancora pieno di squarci, nuotando nei punti dove gli squarci interrompevano, finchè giunse in pizzo, sulla piccola rotonda. Si distese sulla pietra con la testa che sporgeva dall'orlo sul mare.
Verde, trasparente e tiepida, l'acqua si gonfiava e si sgonfiava tra le colonne del molo, ora pesante come un blocco di marmo, ora lieve come l'aria. Benché fosse alta già due o tre metri non c'era granello di sabbia che non si potesse distinguere dall'alto della rotonda: ed era una sabbia morbida e pulita , un tappeto meraviglioso per chi potesse vivere sotto acqua. Ogni …

O LENTE LENTE CURRITE NOCTIS EQUI

Ultimo giorno di luglio, ultimo giorno dedicato alla lentezza. Maancora una volta lentezza e velocità sembrano fondersi in un binomio affascinante, proprio come nelle riflessioni di ieri.
Stranamente riscopro, nelle ultime disperate parole di Dr. Faust che cerca inutilmente di fermare il tempo, l'ossimoro della vita: una corsa lenta verso la notte.
Nel Doctor Faust di Christopher Marlowe (1564-1593) apprendiamo che il patto con Lucifero ha dato a Faust la conoscenza ma la sua anima dovrà cadere nelle mani del diavolo e l'ora tanto temuta sta per arrivare:

Ah Faust ,Ora non ti resta che una misera ora da vivere,
E poi dovrai essere dannato in eterno.
Fermatevi, voi sempre rotanti Sfere celesti,
Che il Tempo s'arresti, e la mezzanotte non arrivi mai.
Occhio gentile della natura, risorgi e rendi
Il giorno infinito: o fa che quest'ora sia
Un anno, un mese, una settimana, un giorno normale,
Che Faust possa pentirsi e salvare la sua anima.
O lente, lente currite noctis equi.

L&#…