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SUCCEDE CHE A ROMA ARRIVI FRANCO ARMINIO, IL PAESOLOGO


La mia Craco,  dal blog di Franco Armino

Succede che il Sud s'infili come un coltello nel cuore di Roma e faccia il suo dovere. 
Succede che l'Irpinia salga al secondo piano di un edificio e si metta a parlare il suo affilato idioma. 
Succede che alle sette di sera su per le scale di un palazzo fatiscente, nascosto in Via di Sant’Ambrogio, si arrampichino le persone, l’edera e le spine per incontrare Franco Arminio, il paesologo.
Arriva dall’Irpinia d’Oriente, Arminio nato nella bocca di un lupo sperduto su un'altura senza boschi, era febbraio del sessanta, c'erano nel paese una decina di macchine e un migliaio di muli, le rondini muovevano il cielo, i porci tenevano ferma la terra, i giorni camminavano quieti verso il futuro. (Saggi deliranti e facoltativi p.117)

Arminio è il poeta che ascolta i paesi, o forse sarebbe meglio definirlo 'O miedeco d'e pazze. Perché i paesi sono manicomi a cielo aperto, dice Arminio, e bisogna attraversarli con cautela, assecondarli, come si fa con i matti. Altrimenti ti scappano. O ti aggrediscono. Un paesologo non deve dare nell'occhio, può portare con sè solo pochi strumenti: basta il proprio corpo. Neanche la penna serve. Per scrivere c'è la notte, la pagina nera.  
Il paesologo ausculta paesi malati, si sdraia sulla panchina con l'orecchio sulla pietra, ha uno stetoscopio al posto della penna e, se il silenzio è propizio, registra il respiro sotto cumuli di pietre in coma.  

Franco Arminio è a Roma a presentare Geografia commossa dell'Italia interna (Bruno Mondadori)Il libro è pieno di suoni, raccolti nel corso del suo girovagare tra le rughe del Sud. Ha inciso le visite con parole affilate, sulla pagina ha creato solchi come su un disco di vinile. Le parole sanno girare vorticose ed è come se iCircolo Gianni Bosio fosse diventato un antico grammofono. 
Risuonano anche i silenzi graffianti e nascosti dei paesi, e si fa largo nel cuore caotico della città, un altro paesaggio.
Più che leggerlo questo libro bisognerebbe farlo girare sulla bocca, suonarlo e forse anche ballarlo. Ed è in parte quello che accade, dal momento che alla danza e alla musica Arminio si affida per le serate romane.

Quando, prima di arrivare al Circolo, mi fermo a comprare il libro a Piazza Argentina, scopro un volume esile. Me lo aspettavo più grande, con la copertina più rossa. Il commesso è andato a prenderlo nel reparto Sociologia e io ho sorriso; non sanno mai dove metterla la poesia. Questa però è solo la prima impressione. Mentre sono seduta al secondo piano di Via Sant’Ambrogio, lo sfoglio, lo leggo, lo riconosco e il libro cambia. Cresce, parla, si accende. Ha mille voci. Ci sono interi paesi dentro.

Sono tre i relatori che presentano ai romani Franco Arminio e la Geografia commossa dell'Italia interna: sono Alessandro Portelli, Giovanna Bandini e Andrea Ranieri. Più che presentarlo lo mettono con generosità al centro del loro sapere: Franco se ne resta immobile ad ascoltare, come un ragno.  Ognuno racconta a suo modo il piacere derivatogli dalla lettura del libro. 
Tessono intorno ad Arminio e ai suoi paesaggi fili di seta. Tentano di definire la paesologia e il paesologo.  Eppure a me sembra che qualcosa gli sfugga. 

Chi è Arminio? Una specie di Padre Pio che entra nelle piaghe del Sud per rimarginarle? O un Che Guevara dell’altopiano irpino che invoca la rivoluzione. O ancora un maestro peripatetico  in cerca di un bel cortile e giovani discepoli tra campi incolti? Arminio non viene rivelato, se ne  resta avvolto in un bozzolo di mistero, che non gli nuoce.

Poi il paesologo ringrazia, si alza, esce dal bozzolo e si muta in farfalla.  E’ una falena notturna, svolazza, impreca, ride, s’incazza, va da una parte all’altra della stanza sotto la luce artificiale e un soffitto di legno. Fuori è già sera. E’ l’ora propizia, l’ora del paesologo. Perché Roma di sera è solo un puntino luminoso e intermittente sul pianeta Terra. Roma di sera è un paese. 

Rivelano il segreto fascino della scrittura di Arminio le osservazioni di Portelli sulla memoria: ri-cordare, ri-membrare, rammentare. Per resuscitare un intero paese non basta ricordare, riportare al cuore. Bisogna immergere le membra e la mente nella profondità di un paesaggio, nella terra. E a me sembra che questo Arminio lo faccia molto bene.

Il libro di Arminio è una Geografia commossa nel senso più vero del termine. Le parole hanno il compito di muoverci fuori dal corpo. Anche il corpo non è altro che un paese abbandonato, il più desolato di tutti. E non ce ne sono due uguali: 

I cuori sono come i paesi. Non ce ne sono due uguali (Lettera al mio cuore, p.29) 

In questo libro siamo commossi (ci muoviamo insieme) verso le pietre, gli alberi, le case, i pezzi appuntiti e taglienti del nostro passato. Non è una passeggiata tra i campi, la paesologia; non è un libro bucolico la Geografia commossa. Non è un ecologista buono Franco Arminio. Questo libro riserva sorprese: con le sue pagine ricoperte di terra, di spine, di rovi, di ortiche. Arminio sembra felice a fine serata. E’ riuscito nel suo intento: ci ha messo (o rimesso) una spina nel fianco, la spina dolorosa del Sud. O forse sono frammenti di una pioggia di meteoriti:

I meteoriti dovrebbero cadere più spesso, squarciare questo lenzuolo di chiacchiere con cui abbiamo coperto la salma del mondo. (La pioggia russa, p.51)

Fa abbastanza male la paesologia. Giovanna Bandini ha detto che fa male leggere il libro in pochi giorni, per lei è stato come un sacco di pietre. Così è, se vi pare. Perché il paesologo è il medico dei pazzi e  quando quelli per ringraziarlo lo ripagano con i sassi, lui se li prende, li mette tra le pagine, non li può rifiutare.




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