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LA CASA SUL DODDER

Ballsbridge, River Dodder, Dublin

Da sempre penso di raccontare, una ad una,  le case dove ho vissuto. Non sono poche;  non riesco a contarle. Ogni volta che comincio mi fermo in una delle case, mi aggiro nelle stanze.  Resto un po' e mi distraggo. Smetto di contare e comincio a rac-contare.
Stasera sono rimasta a vagare in una delle case di Dublino. Quella vicina ad un piccolo fiume, il Dodder. Di notte diceva tante cose; forse parlava il gaelico,  nell'acqua si sentivano scorrere tanti sassi e la lingua a volte inciampava (o forse io non l'intendevo). Cosa mi raccontava? A volte, la notte, lo sento ancora (ma è uno scherzo che mi fa il primo sonno e il rumore della lavastoviglie).
Le finestre di quella casa avevano mille spifferi, i divani avevano mille buchi, il bagno era freddo e la doccia troppo breve, il bollitore faceva un fischio, come di un treno e puntuale arrivava il tè sul tavolo. Sembrava di stare in una vecchia stazione.
Io mi sedevo in cucina a parlare per ore. Con mio fratello.  La nostra lingua rendeva tutto piacevole. Anche il gelo si scioglieva avvolto nelle nostre parole.
Poi la sera si accendevano lampade, non c'era bisogno del televisore, si ascoltava la radio o il vento. Anche il silenzio era pieno di suoni.
Dopo cena, quasi sempre, una passeggiata fino al mare, a scoprire che il sole non era tramontato; se ne stava nascosto dietro alla baia. Come un bambino che gioca a nascondino, a volte tornava se noi ci allontanavamo un poco. Che strano vedere il sole tornare.
Poi si andava a letto. Si tiravano le tende,  il vetro era gelato. All'improvviso arrivava  la pioggia. Le gocce sulla finestra sembravano vive.  Il fiume e la pioggia facevano a gara, si rincorrevano fino all'alba.

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