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PETER BROOK: BISOGNA RESISTERE











ROMA - Tra le eccellenze del teatro che hanno fatto il giro del mondo, le poche per di più circondate da quell'aura "cult" che avvolge i "maestri", Peter Brook può rivendicare la dote di sorprendere, di farsi trovare spesso in strade e storie inusuali anche ora che ha 88 anni e potrebbe serenamente vivere sugli allori.

Infaticabile, dopo aver presentato nei mesi scorsi i suoi ultimi lavori nei più paludati e conosciuti teatri e rassegne nazionali (The Suit a Roma ospite di Romaeuropa; Un flauto magico, l'anno scorso al Piccolo di Milano, all'Argentina di Roma e stasera al Teatro Ristori di Verona, il 16 e 17 al Teatro Era di Pontedera), si è entusiasmato al Teatro Valle Occupato di Roma e alla sua esperienza di autogestione: ha incontrato a Parigi alcuni degli attori e operatori che da ormai quasi due anni lavorano nello spazio (domani alle 15.30 hanno organizzato una assemblea pubblica su "La costituente dei beni comuni") e stasera, con la collaborazione del Funaro di Pistoia e di Andres Neumann, sarà ospite del Valle Occupato per una serata un po' speciale: ci sarà la proiezione di The Tightrope, il bellissimo film del figlio, Simon Brook, documento unico perché fa vedere con limpidezza ciò che non si è mai visto, perché riprende per la prima volta una prova di lavoro di Brook con i suoi attori, compresi alcuni membri "storici" della sua compagnia, come il grande Yoshi Oida. La proiezione sarà preceduta (alle 20) da un conversazione con Concita De Gregorio e Isabella Imperiali.


"Ho simpatia per quei giovani che sono al Valle- dice Peter Brook - stanno dimostrando che anche in situazioni estreme qualcosa si può fare. Per esempio impedire che uno storico teatro venga chiuso. Anche se questo è solo il primo gradino da cui partire se si vuol capire cosa vuol dire fare teatro". Come si fa  il teatro è proprio il tema del film The Tightrope, coprodotto da Ermanno Olmi e Luigi Musini, presentato fuori concorso alla scorsa Mostra di Venezia. Il film mostra quel delicatissimo, minuzioso equilibrio fra commozione e straniamento, verità e finzione che è il lavoro dell'attore secondo Peter Brook. "Nella mia esperienza teatrale ho capito che si i può fare a meno di tutto, delle scene, delle musiche, dei decori, quello che è essenziale è l'attore. La vita dell'attore".

Nel film lei mostra una serie di "esercizi" per arrivare alla vita dell'attore, primo fra tutti il "Tightrope", la camminata del funambolo. Lo può spiegare?
"Più che un esercizio lo considero un buon esempio per dire cosa sia la vita di un attore. Il funambolo, per trovare l'equilibrio camminando sul filo, deve saper vedere il punto d'arrivo e allo stesso tempo cosa c'è ai lati. Deve oscillare senza perdere di vista la meta. Noi lo faremmo in modo frenetico, ansioso, oppure ci fermeremmo, cadendo a destra e sinistra. Un po' come succede da voi, nella politica italiana".

Ma cosa è secondo lei "la vita dell'attore"? È qualcosa fuori dalle convenzioni, dagli schemi, lo stato d'animo dell'allerta, dell'essere svegli?
"Le racconterò una storia. Quando ero giovane, subito dopo la guerra, per la prima volta una compagnia italiana importante, quella di Ruggero Ruggeri, uno dei più grandi attori di quel momento, venne a Londra con Edipo re. Era un evento. L'ambasciata italiana era orgogliosa, preparò una grande accoglienza. Fui invitato, non so perché, anch'io. Ma la sera dello spettacolo ci accolse il manager disperato: ci disse che c'era stato un problema, non erano arrivati né scene né costumi. Gli attori dunque avrebbero recitato con abiti di lavoro e senza scene improvvisando a partire da quello che sapevano del testo. Gli attori hanno dovuto immediatamente trovare la vita lì per lì. Ma non è finita. L'attrice, una famosa attrice che recitava Giocasta, per questo incidente non aveva dormito tutta la notte, aveva gli occhi cerchiati di rosso e non accettò di recitare con gli abiti da lavoro, dunque si mise l'abito da sera che si era portata per la festa in ambasciata. Quando nel bel mezzo dello spettacolo, tra gli attori in costume qualunque, arrivò questa Giocasta, con gli occhi cerchiati e un abito da sera, apparve una folle, una Giocasta, una regina totalmente differente da tutte le altre. Fu il più bell'Edipo della mia vita, una delle più belle esperienze rivelatrici di teatro della mia vita".

Qual è la cosa che viene fuori quando l'attore ha vita? 
"Ogni cosa nell'esperienza umana, a partire da un'arancia, ha un fuori e un dentro. In tutte le relazioni umane diamo nome a cose che non sappiamo bene cosa siano. Prendi l'amore: l'amore esiste a tutti i livelli, ma non sappiamo bene cos'è, è qualcosa che viene da dentro. Perché è stato tanto amato Papa Giovanni? Perché da dentro di lui veniva una luce, attraverso la sua pelle e le sue vesti. Quando un attore è davvero sincero vuol dire che si è ricordato che il ruolo che deve recitare è come un set di abiti che tu indossi, ma un set interiore, reso sempre più fine e sottile. Gli attori di solito hanno una buccia spessa cosi, fanno venire l'energia dalla vanità, dalla voglia di mostrare che sono buoni e intelligenti. Il vero attore, l'attore che ti ricorderai per tutta la vita, è l'attore o il cantante o il ballerino che ha luce, una luce che entra in ogni dettaglio della sua performance. Tutti sappiamo che Sarah Bernhardt aveva brillantezza esteriore, stravaganza, ma Eleonora Duse era luce interiore. È una vita che c'è".

Quali sono i suoi prossimi progetti?
"Stiamo lavorando per l'anno prossimo a un progetto sul cervello, i molti aspetti sconosciuti del cervello umano".

E perché è interessato al cervello?
"Perché mi piace esplorare. E farlo con altre persone, con un gruppo di collaboratori, attori non collaboratori. Per me oggi, la scoperta che il cervello umano può essere esplorato  al di là degli studi scientifici, lo rendono molto interessante per noi. Lo feci già quando scrissi The Man Who: studiare persone il cui modo di vivere è così inusuale, per noi sconcertante, che più di 100 anni venivano presi per  pazzi. Oggi la scienza della neurologia ammette che ci sono un milione di forme di esperienze umane. Questo per me è già teatro".
(LA REPUBBLICA.IT 12 aprile 2013)

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