LA MELA STREGATA: IL BAR DI BERTOLUCCI E CAPRONI

La famiglia Bertolucci

Martedì scorso, dopo la pioggia, i sanpietrini erano talmente lucidi e neri che la strada da Trastevere fino al Teatro Argentina sembrava un lungo serpente. L'ho seguito, tentata da questo nero lucido che diceva: "Vieni, ti porto da Bertolucci e da Magrelli"; mi sono ritrovata in una piccola sala gremita del teatro dove tanti romani attendevano Valerio Magrelli per il primo degli appuntamenti di Come musica, la poesia  a cura di Franco Marcoaldi.
Mi sono seduta accanto ad un ragazzo di poco più di venti anni. Nell'attesa che cominciasse la conferenza ho scoperto che era neolaureato: un biologo. Ma anche un cameriere, in una pizzeria del centro; un appassionato di teatro (abbiamo scoperto di aver assistito alla bellissima stagione teatrale dell'Argentina, due anni fa, tutta dedicata a Moliere ma anche a un insolito Edipo Re e a Lorca); infine era anche un lettore avido di poesia. Ah, dimenticavo, forse lascia l'Italia perché per lui non c'è lavoro.
Poi è arrivato Magrelli, insieme al curatore della rassegna Marcoaldi. (L'acqua nei bicchieri la versa il poeta più grande. Non svelerò chi sia. E' bello essere testimoni di piccoli gesti inosservati, che sfuggono quasi a tutti perché di un altro tempo).
La conferenza è stata davvero bellissima. Magrelli ha presentato il poeta Bertolucci, sottolineando le sue qualità inestimabili. Prima di tutto la grande umanità dei suoi versi.
L'uomo col cappello è apparso in due filmati sullo schermo alle spalle dei relatori, in un giardino antico, sotto un antico sole.
Il poeta ha parlato del giovane  Bertolucci che scriveva le prime poesie, lasciandole sul davanzale del maestro, naturalmente anonime.
Ha parlato dei traslochi, della pendolarità senza scampo di Bertolucci, romano inurbato e sempre in viaggio tra Parma, Roma e Casarola.
Ha sottolineato l'inquietudine di carattere grammaticale che scuote la "penna e le acque" di Bertolucci. Ha letto poesie bellissime, facendone risuonare il ritmo e la musica senza bisogno d'altro che di un filo di voce.
E mentre fuori i sanpietrini si asciugavano per un improvviso sole, il serpente  nero dell'asfalto tornava vivo, quasi sanguinava per il sole o forse l'eco di questi versi donati ad un piccolo pubblico affamato di poesia:
lasciami sanguinare sulla strada, sulla polvere sull'antipolvere
Magrelli ha rivelato così la misteriosa poetica del dissanguamento di Bertolucci, la forza dei vocativi, il brivido che producono gli imperativi quasi biblici:
non acquistare viole in prossimità della casa
Dopo questa intensa ora di poesia, ho ritrovato fuori ad aspettarmi la Roma di Bertolucci, non la serpe nera e strisciante che mi aveva condotto fino al teatro.  Ma un cielo piagato, il Gianicolo, Sant'Onofrio.
E mi sono fermata a guardare dal ponte la furia di sempre del Tevere scorgendo questa volta soltanto quei:
calmi uccelli che camminano e non volano
Anch'io come tanti, romana inurbata; anch'io sempre alla  ricerca del rumore della poesia che ci salvi dal rumore del nulla. E così ho trascorso le ultime ore di un pomeriggio improvvisamente luminoso al bar "La mela stregata" dove, ci ha rivelato Magrelli, Bertolucci incontrava l'amico Caproni.
Il bar più rumoroso di Roma.

(g.i.)

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