VENGO A CANTARE AL MODO DELLE RANE





Vengo a Trastevere il martedì. Non vengo a trovare nessuno, non vengo a fare niente, non ho niente da fare. Vengo a Trastevere a scrivere. Vengo a  “cantare al modo delle rane". Non vengo a cantare  "al modo del poeta che finge immaginando cose vane” (è un verso di Cecco d’Ascoli, l'Acerba).  Si, perché non è sempre la poesia a seguirmi fino a Trastevere, ad attraversare con me il fiume. A volte vengo a incontrare persone in carne ed ossa. Le storie vere.
Accade così. Prima cammino e mi perdo, poi mi perdo e cammino, infine mi perdo e scrivo. E dal momento che è pieno di turisti sono finalmente e veramente sola. E poi silenziosamente, e senza accorgermene, entro in decine di fotografie. Poi i turisti partono, con le loro macchine fotografiche negli zaini, ciascuno con la sua galleria di ritratti, monumenti e paesaggi. Ciascuno sale sul suo aereo per l'America, la Francia, l'Australia, il Giappone... E poi una sera, mentre mostrano le foto agli amici, e raccontano di cose strane e indimenticabili, di fiori sui balconi, di tavolini con le tovaglie a quadri e i fiori da mangiare (ah, si carciofi) ecco che ci sono anche io. Con la  mia giacca rossa (che mi ha regalato Alan a San Valentino), con il mio sorriso alle nuvole, col capo chino. Con i capelli biondi, sempre più lunghi, perché quando li taglio mi sento vulnerabile come Sansone, e perdo tutti i poteri. Io che sogno di viaggiare, arrivo così in quattro continenti.
Poi vado a comprare i libri che mi racconteranno le storie che io non ho il tempo di scrivere. E poi di quelle storie parlerò a modo mio. Le mostrerò agli altri. Ma dopo che tutte le parole mi sono entrate dentro, dopo che quelle storie sono diventate mie. E scriverò le recensioni. Questa parola mi è talmente aliena: l’operazione intesa a restituire un testo all’esatta lezione. C'è molto poco di esatto in quello che scrivo. L'unica esattezza è quella della mia emozione. E naturalmente le parole. Quelle si, sono esatte. Vanno scelte con cura. Come possono parole inaccurate presentare il lavoro accurato di uno scrittore. Ecco. Io leggo. In queste mie sere a Trastevere leggo anche. Ma sono letture preliminari. Circondata dalle voci della gente che entra nel mio bar preferito a parlare e ridere. Come sono belle le persone che ridono. Anche quando una risata ti porta lontano da un pensiero che farai fatica a ritrovare. E com'è bello essere distratti dagli esseri umani, che chiedono l'attenzione che io dedico alle parole. Si siedono accanto a me, mi chiedono cosa leggo, cosa scrivo. Sono un po' risentiti, e hanno ragione, che qualcuno possa essere rubato alla vita per questo debole per le belle  parole. E poi ci sono gli incontri. Quelli che capitano, come le gocce di pioggia o i raggi di sole. Oggi ho incontrato una donna, aveva un bambino di pochi mesi in braccio. E un grande passeggino da aprire che era caduto. Le ho chiesto se aveva bisogno di aiuto. E lei mi ha affidato non il passeggino, come pensavo, da aprire. Ma il bambino da tenere per lei. Pietro, con i capelli riccioluti, che guardava altrove, innamorato di cose che io neppure scorgevo. E poi il passeggino doppio si è aperto. Ed è arrivata una tata con l'altro bambino, il gemello Andrea, più paffuto. E lui mi ha dato un sorriso. E io ho confessato ad entrambi il mio amore, "ho il cuore diviso a metà, la parte più paffuta e di Andrea! quella tutta orbite e occhi è di Pietro". Un sorriso e via. E poi c'è una donna che chiede l'elemosina accanto a una chiesa. E a me non chiede soldi. Ma una coperta. E io le dico: "te la porto, martedì prossimo, promesso". E lei lo sa che lo farò perché mi sorride e mi racconta un pezzettino di vita. Solite cose: figli che dimenticano i genitori, e l'infelice matrimonio della miseria con la vecchiaia. Poi mi allontano. E proprio accanto a lei un bar ha tante sedie e tavoli fuori. L'aria è già primaverile, ma loro sullo schienale lasciano piegate le copertine rosse.  Perché se ti siede e hai da pagare, per te c'è anche una coperta. E allora mi è venuto in mente che potrei comprarla subito la coperta. Mi fermo e chiedo alla cameriera se ne posso comprare una. Ma non c'è, sul menù. Allora non posso. Non ha la libertà di venderla. Che strano, quando ti tolgono la libertà di fare del bene. Intanto però per strada si sente parlare spagnolo. Si, perché oggi il Papa Francesco si è seduto sul trono. Anche lui ha detto che è povero. Come la donna che ha bisogno della coperta. Io lo so che non si cambiano le cose da un giorno all'altro. Ma chi glielo spiega a Mara (si chiama così la mia vecchia mendicante di calore)? Ora sono nel mio bar. Mi siedo in fondo a una saletta, c'è il pianoforte, le candele  e sembra di stare in un posto lontano ed esotico. Qui io posso farmi tante domande inutili, alle quali non serve dare una risposta. E infatti non serve dialogare con nessuno. Ci avete fatto caso che quando dialogate con qualcuno, e fate le domande a qualcuno, quella persona cerca sempre di rispondere. Anche se non conosce la risposta. Va così. E' un patto silenzioso tra esseri umani, si finge di sapere e si finge di stare meglio. Ma quando si scrive non finge nessuno. Io non fingo di fare domande, e non fingo di saper rispondere. So che tutto quello che sono è legato a un filo, e so che se domani non potessi pagare il conto in questo bar dovrei andare a scrivere seduta vicino a Mara. Con la copertina che mi porterei da casa. 

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