MY HEADPHONES THEY SAVED MY LIFE


Vi ho bombardato di poesie. Mi scuso. A volte succede. I versi scappano fuori come conigli da questa testacilindro che ho tutta svitata. Stasera torno alla prosa. Ho fatto un po' yoga a modo mio... e mi sento molto saggia, molto rilassata. Qui accanto a me un tè alla menta; ha il profumo di un pacchetto di vigorsol senza il fastidio di doversi andare a lavare di nuovo i denti.
Si, sono pronta. Ad essere veramente leggera, come questo blog promette. Domani è il primo giorno di marzo. E' stato un  inverno duro, o comunque così mi è parso. Non ritornerò alla cronaca che mi sta sullo stomaco come un insopportabile Big Mac. Non provo nemmeno a fare Nostradamus, a prevedere giorni che non verranno e facce che non ci aiuteranno. Stasera, nel corso della mia profonda riflessione sul presente, sul futuro e naturalmente sul passato, sono giunta alla conclusione che devo\dobbiamo sempre sforzarci di trovare qualcosa di bello. Se alla poesia vogliamo proprio affidare un compito, propongo che sia (o torni ad essere) la ricerca della bellezza. Insomma, lo avrete intuito, torno a Oscar Wilde.
Da un po' di giorni su facebook c'è un Saviano triste e sgomento. Cita poesie d'amore, riporta i tristissimi versi di un poeta che anafora dopo anafora ci convince che l'amore è sofferenza. Non dico che non si abbia il diritto ad avere giorni no, ma credo che anche il nostro guru della resistenza sia da un po' di tempo stanco e depresso (e non mi sento di dargli torto).
Però il bello esiste. Nonostante tutto.

E allora ho fatto uno sforzo. Prima di tutto c'è il bello di andare a fare una corsa, mettersi finalmente una maglietta leggera, lasciare tutti gli strati sul pavimento in camera da letto, sentirsi più leggeri grazie al sole.
C'è il bello di una coda di cavallo. Legarsi i capelli in una coda, sentirla svolazzare dietro, all'improvviso viva come se davvero fossi un cavallino al trotto.
Questo però è solo un po' di bello. Il bello deve ancora venire. Ed è unito al brutto. Oggi mi trovavo in biblioteca a scuola. Sembrava il mercato. Un vocio infernale. Per fortuna avevo gli auricolari (my headphones they saved my life! ... benedetta ragazza, solo Bjork può cantare questa canzone! Eccola,  ve la propongo stasera). Uno studente si è seduto accanto a me perché era stato letteralmente scacciato da un altro tavolo. L'ho invitato io a sedersi, perché è orrendo quando qualcuno (a cui non puoi dire di no) ti manda via come se avessi una malattia infettiva (non mi stancherò mai di ricordare alle gente che il tono di una voce ferisce più della lama di una spada).  Il sorriso è tornato presto. Mi sono tolta gli auricolari e abbiamo parlato un po'. Di una cicatrice sul polso. Gli ho chiesto cosa fosse successo. E lui ha raccontato di un neo e di sei operazioni. Prima di tornare alle nostre occupazioni (io stavo leggendo qualcosa di spettacolare, di cui vi parlerò presto, non so se qui o su Finzioni) gli ho detto:  promettimi una cosa. Cosa? Ha chiesto sorpreso. Che non racconterai mai più a nessuno la vera storia della cicatrice, soprattutto ad una donna. D'ora in poi, gli ho detto, inventati storie meravigliose e incredibili. Ogni volta devono essere diverse. Pirati, morsi di draghi, armi magiche, ma ti prego niente nei e ospedali. Abbiamo riso, a pensare che basta poco, per far sì che qualcosa di brutto e doloroso diventi un racconto meraviglioso con cui far innamorare una lunga fila di ragazze dagli occhioni spalancati. Ecco, ho pensato, la trama del mio romanzo (uno dei tanti in attesa -un giorno farò come Camilleri- andrò in pensione - senza pensione però - e ne sfornerò uno al mese per 30 anni. Poi potrò anche congedarmi). Il titolo:  Le mille e una storia della cicatrice.
Che ne dite? Non è poco, mi è sembrata una piccola bella storia in una stanza affollata. Non solo due istituzioni sedute allo stesso tavolo, lo studente e l'insegnante, ma due esseri umani.


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