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MANCARSI? NO GRAZIE


mancarsi desilva Mancarsi | Diego De Silva
Mancarsi di Diego De Silva è un libro che probabilmente compri se rispondi al seguente identikit:
1.     nel mezzo del cammino di tua vita ti sei ritrovato in una selva oscura;
2.     non ti manca niente e ti manca tutto;
3.     sei attratto\a dagli sconosciuti con l'impermeabile.
Se hai comprato il libro per una (o tutte) le ragioni su elecate, qualcosa di misterioso potrebbe indurti ad interrompere la lettura a pagina 45, in ottemperanza all’articolo 3 de I diritti imprescrittibili del lettore  di Daniel Pennac.
Del rischio che si corre sembra essere consapevole anche Nicola, protagonista con Irene di questa storia d'amore tra sconosciuti. Nicola è infatti
un lettore forte, ma non ha mai letto un libro dall'inizio alla fine. È perché crede alla compattezza delle storie. Che un racconto resti coerente per duecentocinquanta, trecento pagine, gli sembra una forzatura. In un romanzo cerca gli sconfinamenti, le irregolarità. Il colpo di testa che prende lo scrittore quando vede passare una cosa e la segue, lasciando la rotta giusto il tempo di affacciarsi e rinunciare, tornando alla struttura con la coda fra le gambe. 
Bravo Nicola, hai proprio ragione, soprattutto se nel libro ci sei tu! Prima di mollare la lettura alla fatidica pagina 45, vi segnalo alcuni momenti critici in cui potreste giocarvi la reputazione di lettori forti.
Dovete sapere che Nicola e Irene frequentano un bistrot.  Quello che non mi convince fin dall'inizio è proprio il bistrot dove i due innamorati, che non sanno di esserlo, si mancano senza incontrarsi.  Ancora me lo chiedo senza risposta: ma perché un bistrot? Non siamo in Francia e in verità non lo so dove siamo. Una città di media grandezza con la metropolitana. Ma quale? Napoli non è, Roma non è piccola, Milan l'è un gran Milan. Quante altre città italiane hanno la metro? Boh!
Intanto sono andata un po' in giro per Roma con il libro in borsa a cercare bistrot; alla fine ho rinunciato. Non ne ho trovato neanche uno. Volevo ficcare il naso per capire che tipo di gente frequenta posti simili.
Per riavermi dalla sensazione di fallimento generata dalla caccia al bistrot mi sforzo di amare Irene. La sua tristezza però non convince. Per me non è altro che una donna annoiata. Il responsabile del suo divorzio è un brutto orologio da cucina, e Irene se lo ricorda bene perché
il preciso momento in cui aveva capito che il suo matrimonio era finito, aveva guardato l'orologio sulla parete della cucina.
Mi piacerebbe fare come suggerisce Nicola (le sue riflessioni sulla lettura sono rispettabil):
ne avesse il coraggio, strapperebbe tre quarti delle pagine [...] per ritrovarsi una biblioteca di libri martoriati. 
Mancarsi, il mio primo libro martoriato… Purtroppo per me strappare un libro è sacrilegio; dunque tento di farmi piacere Nicola. Il narratore racconta il momento in cui lui capisce che è ora di fare un figlio:
Nicola voleva un figlio. L'aveva realizzato un pomeriggio, davanti allo specchio del bagno e con la schiuma da barba in faccia, mentre Licia correggeva i compiti in cucina.
Peccato che Licia (la moglie) gli dica di no e  che poi muoia…(e chi si è visto si è visto!). Nicola sceglie il silenzio e la scena della schiuma da barba sottolinea che Nicola, che voleva un bambino, in realtà non è mai diventato adulto.
Ora ho la sensazione che volete che vi dica cosa succede a pagina 45. Mi dispiace ma ho cambiato idea. Non racconterò l'epilogo di una scena inverosimile, nell'irreale e improbabile bistrot
Io, lettrice forte e testarda, ho proseguito la lettura fino alla fine. Sono convinta che Irene e Nicola bisognava farli incontrare a tutti i costi, perché sono davvero fatti l'uno per l'altra: due extraterrestri atterrati in un bistrot. Però non mi mancheranno… 

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