DE UMBRIS IDEARUM

Giordano Bruno, Ruota della memoria


Il 17 febbraio 1600 a Campo de' Fiori moriva Giordano Bruno sul rogo. Mi piace ricordarlo con un suo scritto il De Umbris Idearum, che pubblicò mentre era a Parigi nel 1582.


"Andai a Paris, dove mi messi a leggere una letione straordinaria per farmi conoscere e a far saggio di me." Giordano Bruno

Il De umbris idearum, a cui è annessa l'Ars memoriae e di cui è l'introduzione teorica, è un'ampia analisi sulla conoscenza umana e sul valore della filosofia, alla luce della nuova cosmologia nolana. Attraverso due serie di trenta riflessioni - intitolate, rispettivamente, triginta intentiones umbrarum e triginta concepta idearum - viene delineata la "filosofia dell'ombra", ovvero il riconoscimento dello statuto "umbratile" del sapere e della condizione umana. Quella dell'ombra è dunque una metafora suggestiva per descrivere i limiti e le risorse dell'esperienza umana nei confronti della natura universale e della divinità che si cela e si manifesta dietro di essa: proprio come l'ombra fisica, infatti, l'esperienza del mondo è considerata filtro e mediazione rispetto alla visione intellettiva della luce-verità e perciò ne tratteggia i contorni in maniera approssimativa e indefinita. La natura, infatti, è per Bruno espressione e immagine di Dio - che ne è l'essenza intrinseca - e come tale la conoscenza non è in grado di rivelare, secondo la concezione neoplatonica, un'immagine della divinità, bensì l'immagine della sua proiezione ed esplicazione nella realtà: dunque le idee dell'uomo non sono riflessi delle idee divine, ma riflessi della loro "proiezione" nel sostrato naturale e, quindi, non a loro volta idee, ma "ombre delle idee" parziali e confuse. All'ombra di questa prospettiva filosofica, la proposta dell'arte della memoria di Bruno è pertanto quella di adottare, in prima persona, un metodo di analisi ed elaborazione del sapere che sappia raccogliere in sintesi la complessità frammentaria del reale, che possa farci acquisire una visione quanto più efficace dell'infinito, portandoci dalla dispersiva condizione "dell'ombra della morte" alla superiore visione "dell'ombra della luce", ovvero all'intuizione dell'impronta unitaria che sostiene e fonda il tutto.


De umbris idearum

Parigi, 1582

L'arte della memoria di Bruno non è un semplice strumento o tecnica per memorizzare e immagazzinare informazioni, ma un vero e proprio metodo per elaborare e vagliare il sapere, rendere più efficace e stabile quanto conseguiamo attraverso l'esperienza sensibile, darci la possibilità - effettiva e immediata - di confrontare i dati della conoscenza e astrarne le inferenze 
e le valutazioni che ci sono più utili, che più ci aiutano a costruire una valida "visione" del mondo. È per questo motivo che l'arte della memoria esposta nell'Ars memoriae - pur non discostandosi così radicalmente dalle tecniche allora in voga - necessita di una solida e ben definita fondazione teorica e filosofica, quale quella che ci viene proposta nelle due serie delle triginta intentiones umbrarum e dei triginta concepta idearum delDe umbris idearum
Nel Dialogus praelibatorius che precede le due serie di riflessioni, vengono posti i termini e le premesse per comprendere tutto il testo: nel De umbris verrà declinato il tema della luce, quello dell'ombra e dell'oscurità come metafore, rispettivamente, per la verità, per l'esperienza conoscitiva e per la condizione d'essere dell'uomo, per l'ignoranza e le false filosofie che azzardano interpretazioni sterili e limitanti del mondo. La "luce", cioè il vero e l'uno, è l'essenza divina che è intrinseca in ogni cosa e questo deve essere l'oggetto principale della ricerca filosofica. Ogni indagine, tuttavia, deve passare per l'esperienza e l'analisi di quell'ente che, per eccellenza, contiene e nasconde l'essenza stessa della verità, cioè, la natura, universale e infinita. È dunque attraverso la natura che percepiamo la divinità, per l'appunto, in ombra e vestigio, ovvero come sua manifestazione parziale e approssimativa. Il mondo infinitamente complesso di Bruno è infatti il "corpo" entro cui l'energia e la vitalità divina pulsa e sprigiona tutto il suo potenziale produttivo e tale impulso può essere colto dall'uomo solo attraverso i suoi effetti, cioè, il mondo stesso così come ci appare e si manifesta alla nostra esperienza. 
In questo modo la tradizionale "scala" Dio-uomo-natura, di ascendenza platonica, che distingue e pone in gerarchia i tre diversi statuti ontologici (quello metafisico, quello logico e quello fisico-naturale) viene completamente ribaltata: la natura, infinita e universale, supera e sovrasta l'uomo che ne è parte ed effetto, separandolo dalla visione del vero. Tuttavia l'ostacolo che la materia e la natura pongono alla conoscenza, intuitiva e sintetica, della verità, non è mero impedimento, ma è anzi proprio approfondendo la suggestiva metafora dell'ombra che possiamo cogliere, in questa dinamica di proiezioni e riflessi, la risorsa più vitale per accedere ad una comprensione somma ed efficace del divino. Come l'ombra fisica, infatti, anche quella filosofica ci nasconde e ci protegge dall'intensità della fonte luminosa, ma ci rivela anche la sagoma e l'indefinita e approssimativa struttura del corpo che ci separa da essa. Poiché questo corpo - cioè il cosmo e il mondo - è manifestazione ed esplicazione di Dio, dobbiamo comprendere la divinità solo e soprattutto attraverso la contemplazione dei suoi effetti, cioè gli enti della natura: ma se i corpi sono espressione e contrazione dell'essenza divina, come dobbiamo considerare le idee ed i concetti che ricaviamo dalla loro esperienza, secondo quale grado di relazione dobbiamo riferirli alla verità? Venuto, infatti, meno lo schema "platonico" che pone la dimensione logica come diretta proiezione del logos divino e le idee dell'uomo come "immagini" e "sembianti", imperfette ma proporzionali, di quelle divine, dovremo considerare le idee umane come proiezioni di proiezioni e quindi esse non saranno più idee (immagini), ma, per l'appunto, ombre delle idee, cioè approssimazioni di approssimazioni. 
Questa prospettiva finisce per ridurre e, se vogliamo, "distruggere" la gnoseologia tradizionale, fondata sulla considerazione della superiorità della dimensione intellettuale su quella sensibile e naturale e sulla conseguente visione di universo antropomorfico, creato a misura e impronta dell'uomo, fedele allo schema dell'escatologia cristiana. Tuttavia la nuova filosofia "nolana" non precipita l'uomo in un relativismo privo di sbocchi, nichilista diremmo oggi, che non ha alcun rapporto con la verità divina, ma propone un percorso diverso e alternativo per giungere, o meglio, per tendere ad essa: accettata l'ombra naturale come condizione invalicabile e negativa per la conoscenza, all'uomo resta la difficile impresa di elaborare e perfezionare la proiezione del vero nella dimensione logica, in modo che possa essere la più affine e la più prossima possibile alla natura, unica espressione e veicolo della verità che ci è, ontologicamente, concessa. Il compito del sapere e dell'arte della memoria - suo strumento e metodo privilegiato - è dunque quello di ricostruire la complessità e frammentarietà dell'esperienza, cercando di conquistare quell'unità, intuitiva e sintetica della totalità del cosmo e del suo incessante divenire che è il segno che caratterizza in modo più genuino il manifestarsi e l'esprimersi della divinità nella natura infinita. 
Poiché non è possibile per una mente singola, finita e individuale, concepire e fare proprio il tutto, infinito e totale, ecco che dobbiamo cercare di concepire questa forza unitaria e infinita che giace dietro a ogni cosa, attraverso la rappresentazione, vivida e visiva, del divenire naturale, del mutare dei corpi e degli enti, cogliendo l'identità del principio che muove il nostro pensiero con quello che vivifica il tutto. L'arte della memoria di Bruno risulta essere, dunque, uno strumento, un medium necessario ed efficace, poiché sa rendere conto e mettere davanti agli occhi, in forma unitaria, questa stessa complessità che si presenta disordinata e confusa alla nostra esperienza sensibile: superare senza distruggere le filosofie di Platone ed Aristotele, significa così rileggere queste stesse posizioni alla luce della prospettiva dell'ombra. Ed è esattamente questo che Bruno ci propone, in chiusura del De umbris idearum, con l'operazione "combinatoria" destinata alle due serie di concetti: applicare il filtro dell'ombra - declinato e argomentato nelle intentiones umbrarum - alle categorie interpretative del mondo tradizionali (come quelle di sostanza, accidente, forma, materia, ecc.) e costruire così una nuova filosofia che, principalmente, è fondata su una prospettiva ontologica ed esistenziale più autentica. 
 
EDIZIONE DI RIFERIMENTO: G. Bruno De umbris idearum, in Id., Opere mnemotecniche, tomo I, edizione diretta da Michele Ciliberto, a cura di M. Matteoli, N. Tirinnanzi, R. Sturlese, Milano, Adelphi 2004, pp. 2-119. 
 

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