LA MEMORIA DEL TEVERE



LA RAZZIA DEL 16 OTTOBRE

Nel gergo della Gestapo, Eichmann chiamò Samstagschlang -"sorpresa del sabato"- il colpo sferrato agli ebrei proprio nel giorno della settimana che, per tradizione religiosa, essi dedicano al riposo; così, come avvenne a Trieste e a Firenze, anche a Roma fu di sabato, il 16 ottobre 1943, che i tedeschi circondarono la zona del ghetto ed arrestarono 1.259 ebrei di ogni età e condizione, rinchiudendoli in una scuola militare nell’attesa di deportarli allo sterminio.
In seguito, dopo un accurato esame dei vari documenti di riconoscimento, furono liberate 252 persone: coniugi e figli di matrimoni misti, i coinquilini ed il personale di servizio che risultarono ariani e gli ebrei stranieri. Lunedì 18, 1.007 deportati vennero caricati su di un treno merci per il loro ultimo viaggio, destinazione Auschwitz. Non si salverà nemmeno un bambino e torneranno soltanto quattordici uomini ed una donna, Settimia Spizzichino.

 INTERVISTA A SETTIMIA SPIZZICHINO, 
L'UNICA DONNA DEL GHETTO DI ROMA SOPRAVVISSUTA AD AUSCHWITZ.


L’intervista è stata effettuata a Roma da Daniele Apicella, Antonio Concutelli ed Olivia Zorzet.

L’avvento del fascismo non fu vissuto male, solo dopo abbiamo conosciuto la sua vera natura, mio papà era repubblicano come quasi tutti gli ebrei romani, ma avevamo una grossa paura delle voci di confino che giungevano e quindi avevamo paura di parlare di politica anche in casa ed era anche nell’aria la "caccia all’ebreo" soprattutto dopo l’alleanza tra Hitler e Mussolini, ma non potevamo fare niente, soprattutto perché eravamo convinti che non ci potessero fare niente. Quando hanno promulgato le leggi razziali, io ero a Roma. Durante il fascismo non c’era evoluzione delle donne, stavamo a casa e le famiglie pensavano di sistemarle dandole il marito; per gli ebrei questa situazione era peggiore perché avevano una mentalità più stretta. Nel ’38 avevo 10 anni, a Roma non abbiamo capito molto le leggi, anche perché l’ambiente romano non era antisemita, la maggior parte dei romani veri era antifascista, non abbiamo avuto grosse difficoltà, neanche le persone grandi hanno capito queste leggi razziali e nemmeno io perché ero molto giovane. La prima cosa fu che i bambini ebrei dovettero lasciare la scuola, poi gli impiegati statali ed i professionisti; gli ebrei non potevano fare tanti lavori, allora cominciò la sofferenza, queste leggi si facevano sentire, perché oltre a queste c’era molta povertà ed eravamo sotto le sanzioni a causa della guerra in Etiopia. Nel momento più difficile ci fu l’alleanza tra Mussolini e Hitler e da lì cominciarono le cose più atroci che potevano accadere. C’era molta sofferenza, c’era il coprifuoco, nei palazzi allora c’erano i portieri, i portieri dovevano essere degli agenti fiduciari del fascismo, segnalavano chi usciva, chi entrava, erano spie. La situazione era molto difficile, i soldi erano pochi perché la mia famiglia non era ricca, erano commercianti ed avevo sei fratelli e questa persecuzione si cominciava a sentire tanto. Ci fu l’occupazione nazista a Roma, e i tedeschi non rispettarono Roma "città aperta" e così cominciarono ad insorgere i partigiani che non volevano il presidio militare tedesco. Roma "città aperta" fu fatta per salvaguardare Città del Vaticano. Noi ebrei stavamo buoni, cosa potevamo fare? Certo chi aveva i mezzi, i soldi per scappare ha fatto presto a procurarsi un passaporto falso, si rifugiarono nei paesini, dicendo che erano degli sfollati. Mamma mia non volle fare nemmeno questo; le mie zie erano andate in questi paesini e dicevano anche a mia mamma di andare là, ma mia madre disse che noi stavamo bene a Roma e che non ci potevamo fare niente. Le cose andavano male e un giorno un comando tedesco andò in Sinagoga e chiesero agli ebrei 50 kg d’oro, altrimenti avrebbero preso degli ebrei; cominciò così la corsa all’oro, tutta la popolazione romana partecipò, anche i non ebrei; chi non aveva l’oro donava soldi con i quali si poteva comprare l’oro al mercato nero. Queste quarantotto ore furono tremende: "A quanti chili siamo? Quanto manca? Ce la faremo?" Quasi allo scadere del termine non avevamo raggiunto la quota fissata e così, quello che mancava, si offrì di prestarlo il Vaticano, al quale però fu restituito tutto dopo la guerra, quindi il Vaticano non ci diede niente. Gli ebrei romani tirarono un sospiro di sollievo, ma meno di un mese dopo … Io abitavo proprio nel ghetto, che era situato nella zona di Ponte Garibaldi, l’isola Tiberina, qui vi abitava la maggior parte degli ebrei perché quando Roma era dei papi in questa zona c’era veramente un ghetto che fu smantellato con l’arrivo di Garibaldi. A Roma per noi c’era doppio coprifuoco: eravamo in guerra ed in più eravamo ebrei. Appunto un mese dopo, il 16 ottobre, in una calma e tranquilla notte si avvertiva che stava succedendo qualcosa, la notte cominciarono dei passi pesanti nel ghetto, strano perché c’era usualmente un silenzio di tomba a causa del coprifuoco ed inoltre perché i mezzi non c’erano, ed era ricco chi aveva una bicicletta: prima dell’alba mio papà si affacciò perché sentiva questi passi più forti e cominciava ad udire delle grida e guardando dalle persiane vide le case di fronte, i portoni - io abitavo in una via molto stretta, come quasi tute le vie del ghetto appunto vide delle SS che portavano via famiglie intere; mio padre si è cominciato a preoccupare; anche perché stavano portando via delle famiglie anche del nostro palazzo e fece un atto di coraggio e ci radunò nell’ultima stanza della casa facendo così finta che fosse vuota, ma mia sorella più piccola, Giuditta, presa dal panico scappò di casa e si trovò di fronte ai tedeschi e così li portò da noi. Da lì ci fu la deportazione, prima nel Collegio Militare e dopo due giorni siamo partiti dalla stazione di Roma Tiburtina verso Auschwitz; un viaggio durato sei giorni, stipati nei carri bestiame; ci mettevano dentro come capitava, senza alcun criterio, dentro potevamo essere venti come cinquanta; il viaggio lo abbiamo fatto insieme, io con tutta la mia famiglia; c’era pure mia sorella che era a fare la fila per le sigarette ed allora noi le demmo la bambina di diciotto mesi, dicendo ai tedeschi che loro non erano della famiglia, ma lei si mise paura e praticamente ci venne a cercare e così fu presa anche lei con la bambina. C’è stato il calvario del viaggio, perché i tedeschi quando erano venuti a prenderci ci avevano dato venti minuti di tempo per raccogliere soldi, vestiti e cibo: soldi non ce n’erano, vestiti neanche perché era già qualche anno che c’erano i punti per i vestiti ed il mangiare era poco e guadagnato con la borsa nera; in viaggio la bambina ha pianto per tutti e sei i giorni ed è stata una tragedia per darle da mangiare, per lavarla, ecc. Il primo soccorso che abbiamo avuto è stato a Padova, dalla Croce Rossa, che ci ha dato una minestra ed un po’ d’acqua; durante il viaggio non ci davano niente e ci aprivano solo una volta al giorno in aperta campagna e con il tedesco con il mitra puntato; il viaggio già fu una tragedia grandissima, ma una tragedia ancor più grande fu l’arrivo ad Auschwitz, perché non sapevamo cosa ci aspettava, dove andavamo, nessuno immaginava né dove fossimo, né la nostra sorte; nel treno eravamo tutti ebrei del ghetto e non; per esempio c’era anche una mia zia che abitava in periferia, perché quando i tedeschi razziarono la Sinagoga, presero gli indirizzi precisi di tutti gli ebrei. Ad Auschwitz cominciarono le selezioni, la prima uomini e donne, poi tra noi donne siamo state prese in cinquanta; io tenevo in braccio la bambina di mia sorella e la bambina stava buona, ma mia sorella volle prenderla ed in quel momento passò "l’angelo della morte" che scelse me e mia sorella più giovane; noi dovevamo capire dai cenni, ed io chiesi a mia mamma perché ci avevano scelto, e lei mi disse che eravamo le più giovani e potevamo lavorare, perché noi ancora non avevamo capito cosa ci stava succedendo e non ci chiedevamo perché se gli servivano i giovani per lavorare avessero preso anche vecchi e bambini; infatti a Roma si cercavano di mettere in salvo soprattutto i giovani ed invece poi presero tutti e se qualcuno avesse riflettuto sul perché forse si sarebbe trovata più facilmente una scappatoia. Dopo la selezione io e mia sorella salutammo mia mamma come la salutavamo la mattina prima di uscire di casa, e pensai che ci portavano a lavorare e che ci saremmo rivisti la sera; da quel giorno invece cominciò la vera tragedia. Eravamo cinquanta ragazze, la prima cosa fu il tatuaggio sul braccio, poi la doccia e si era fatta notte; eravamo terrorizzate, non capivamo la lingua e cominciarono le prime botte, perché i tedeschi pretendevano che li capissimo, ma non li abbiamo mai capiti; entrammo in baracca e ci misero in dieci in un letto di un metro e mezzo e naturalmente non riuscimmo a dormire. Poi arrivarono delle prigioniere che avevano saputo che era arrivato un treno dall’Italia, perché dentro il campo c’era la resistenza e s’informavano sui nuovi arrivi; dicemmo che eravamo di Roma e loro si stupirono dicendoci che Roma era "città aperta" e che gli Alleati stavano vicino, ma purtroppo per noi non erano così vicino; loro ci dissero che quelli che non erano entrati in baracca li stavano ammazzando tutti con il gas, cominciammo a dare in escandescenze e le credevamo pazze, ma il giorno dopo ci siamo accorte che avevano ragione. Nel campo c’erano appelli a non finire, ed eravamo sepolti dalla neve con degli stracci addosso; le mie compagne cominciarono a morire per malattia e per fame perché la brodaglia non ci veniva data se non avevamo la scodella ed il cucchiaio; poi la capobaracca ce ne diede una e noi mangiavamo con la stessa scodella e cucchiaio, fin quando non cominciavano a girare le malattie e smettemmo di mangiare con questo metodo ed allora cominciò il mercato interno con i pochi mezzi che avevamo a disposizione. Ci facevano fare un lavoro inutile, solo per umiliarci e picchiarci; mia sorella era convinta di morire ed io le dicevo che non si doveva scoraggiare, perché io dovevo assolutamente tornare a Roma e chiedevo questa grazia a Dio per poter raccontare cosa era successo in questi campi, il mondo lo deve sapere. L’appello era una cosa drammatica, perché era generale e dovevamo aspettare ore ed ore nella neve sofferenti tutti di dissenteria ed altre malattie. Mia sorella voleva andare a tutti i costi in ospedale, che era però l’anticamera delle camere a gas, i primi che si prendevano erano loro, io andai in ospedale con lei - ospedale per dire perché non c’era una medicina, non c’era un medico - ci misero separate ed io finii in un letto a castello con una tedesca, noi non ci capivamo e non potevamo andare d’accordo. Una mattina vennero due uomini e si misero a parlare con questa tedesca ed io non potevo capire cosa dicessero, ma dai gesti mi resi conto che la tedesca diceva ai soldati di portar via l’italiana. Io mi ribellai, ma non servì a niente, perché il tedesco mi disse di scendere dal letto. Non potevo sapere dove stessi andando, io ho ubbidito; mi hanno messo addosso una coperta e mentre camminavo dentro la lunghissima baracca tutte le persone mi salutavano perché ormai tutti mi conoscevano dentro l’ospedale, dato che giravo spesso per la baracca cercando di trovare qualche cosa di utile nelle persone già morte. Io non capivo cosa stava succedendo, non era una selezione perché ero stata presa solo io, però i saluti commossi dei vicini mi mettevano in testa mille paure. Fuori mi fecero salire su una specie d’ambulanza e dopo dieci minuti sono scesa e mi sono accorta di essere arrivata ad Auschwitz che distava pochi chilometri dal mio campo che era Birkenau; un’infermiera mi ha portato in una stanza, mi ha fatto il bagno, mi ha dato una camicia da notte ed io ho visto dopo molto tempo un letto con le lenzuola; io mi chiedevo come fosse possibile tutto ciò e pensai che mi chiedessero le ultime volontà prima di uccidermi, nessuno mi diceva dove stavo e l’infermiera dopo avermi messo a letto se ne andò. C’era un lavandino alla parete, ma noi non potevamo bere l’acqua di Auschwitz perché non era sana e quindi i tedeschi non volevano; avevo però troppa sete e mi misi a bere; arrivò la tedesca che mi vide e mi diede uno schiaffo e mi portò un bicchiere di latte ed io pensai che erano veramente folli. La mattina mi accorsi dove eravamo arrivati e mi avevano preso per fare esperimenti, esperimenti dolorosissimi e senza mai vedere nessuno, anche se sentivo tante voci nelle stanze vicine. Vennero delle greche che mi spiegarono che ero in un blocco per gli esperimenti e molte altre cose; mi dicevano che ero fortunata perché ormai i Russi erano vicini, ma i Russi arrivarono un anno dopo. Ad Auschwitz rimasi fino al gennaio del ’45 perché i Russi stavano veramente arrivando ed una mattina presto ci hanno portato in Germania nel campo di Bergen Belsen a piedi in pieno inverno. Buttavamo via il pane strada facendo perché pesava e chi rimaneva indietro era morto; abbiamo attraversato tanti villaggi e nessuno ci ha dato una mano, anzi ci insultavano. A Bergen Belsen è stato peggio di Auschwitz, perché la disfatta tedesca si faceva sentire pesantemente anche su di noi. Ho incontrato delle romane e stavo sempre con loro; la fame era diventata tremenda perché le cucine funzionavano solo per i tedeschi ed a noi non ci davano niente ed io di notte andavo a cercare nell’immondezza. Dopo pochi giorni hanno fatto un appello immenso e siamo state per tutto il giorno in piedi sotto la pioggia e la neve. Un altro fatto importante del campo è che alcuni italiani mi dissero di non girare di notte perché c’era il cannibalismo. Vicino alla baracca c’era una torretta con una SS di guardia e questa una mattina ha cominciato a sparare nella baracca, molte compagne furono uccise ma io fortunatamente mi salvai, ma ero terrorizzata. Avevano distrutto i forni e le camere a gas ed i morti venivano accumulati fuori ed io decisi che era meglio mettersi tra i morti perché se avessero sparato ancora lo avrebbero fatto sui vivi; io mi sono nascosta quindi in mezzo a loro e non so nemmeno quanti giorni ci sono stata; sentivo gli spari ed i bombardamenti, ma io non mi muovevo, finché un giorno, il 15 Aprile, sentii la greca che mi diceva che gli Alleati erano arrivati e mi costrinse ad uscire, ma io avevo paura perché non li vedevo e non ci credevo; infatti gli Alleati erano entrati nel campo ed erano andati via subito. L’indomani cominciarono ad arrivare i primi aiuti inglesi anche se era poco perché ancora la guerra non era finita, anche se gli uomini cominciarono a rubare nelle campagne tedesche per portarci da mangiare, inoltre incontrammo un gruppo di soldati con i quali siamo stati fin quando non siamo ripartiti con gli stessi carri con cui eravamo stati deportati. Quando tornai a Roma ritrovai le mie amiche che avevo lasciato molto modeste, tutte truccate e vestite benissimo ed io mi sentivo in grosso disagio perché ero segnata dal campo oltre che psicologicamente anche fisicamente, in questi due anni c’era stata un’evoluzione che nemmeno m’immaginavo. All’inizio la gente non credeva ai racconti dei campi. Quando arrivai io a Roma gli alleati erano già ripartiti e la situazione era molto difficile, cercavo lavoro e non lo trovavo, ma dopo qualche mese trovai lavoro e piano piano cominciai a reinserirmi. Nel convoglio eravamo più di 2.000 persone e siamo tornati solo in 17, io ero l’unica donna.


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