lunedì 28 gennaio 2013

FERMA IL SOLE, RICORDA, SCRIVI.



Ho capito un cosa grandissima. E mi meraviglio sempre quando succede. Perché ho la testa piccola, piena di altre cose minuscole: da fare, da dire, da pensare, da sistemare, da scacciare. Ma è arrivata lo stesso questa grandissima illuminazione. Forse grazie ai lampadari di Pittaki Street, la città greca dove, con la poesia, ieri sera sono andata a passeggiare. O forse per merito dell'orso spirito, un orso bianco che nove volte su dieci è nero, e poi un bel giorno rinasce candido (e così lascia tutti di sasso, anche il fiume). Potrei aggiungere che un po’ di illuminazione viene sempre dalla frustrazione: essere bloccati in casa con l'ennesimo virus intestinale, i figli che con il virus ci giocano a tennis fino a quando  W Wimbledon! il virus farà match-point sulla rete di raggi di un tiepido sole. Ma a chi importa com'è accaduto? A voi importa? A me no. L'importante è che nella testa si sia accesa la luce; quella simile a un faro che guida la nave nel porto e con una sirena invita i marinai a scendere a terra.
Ecco. Io ho capito che dentro ho una specie di nave, e quindi dentro di certo c'è anche il mare. E ho capito che è per questo che a volte soffro. E' mal di mare. Oppure non dormo: è la voce dei pesci muti. O anche sto a poppa: guardo le stelle per orientarmi. E ho capito che i porti sono tanti, se guardo bene intravedo un faro. Ho capito che una nave senza il mare è come un albero senza radici. E ho capito che (scusate, la scrittura si interrompe a causa di una insolita frase di mio figlio: sta guardando The incredible Hulk, qualcuno - nel film- si è rotto la caviglia- Riccardo è tutto contento, spero che sia il cattivo! Dovrei andare a controllare, magari avrei dovuto già farlo- ma stasera è speciale, abbiamo concesso un film feriale in onore del virus e siccome è verde ecco che la scelta è ricaduta su Hulk...). 
Ho perso il filo, e anche voi. Non avevo gettato l'ancora, ed eccomi alla deriva.  Forse ora penserete che sto scrivendo una storia. Invece è tutto vero. E' talmente tutto vero che non devo neanche giurarvelo. Ecco. Riprendo la rotta.
Stasera ho capito cosa mi piacerebbe fare con le parole. Prima di tutto fare di tutto per essere sempre Nessuno, altrimenti le cose importanti, quelle vere, se ne starebbero per sempre nella stiva della nave, come gallette stantie. 
Trovarmi un nascondiglio più sicuro, fuori dalla nave, un angolo sulla faccia gialla di un giornale usato, dove si posino gli occhi stanchi dei fruttivendoli che incartano le banane, dove si posino le mani dei barboni che ci fanno i letti (e purtroppo il fuoco), le case di cartone. Vorrei finire su quella pagina stracciata del giornale che vola e vola e vola per strada, che prende il vento e insegue le foglie fino alle fogne. Arrivare sulla faccia dell'uomo senza sogni che non ha una casa. Brucerei accanto a lui sul fuoco, insieme all'ubriaco e alla puttana, e un attimo prima di ardere brillerei davanti al viso stanco,due labbra rosse che hanno morso tutte le mele del peccato, agli altri assolti (entrate, entrate, nel buio confessionale) e lei no. Labbra stanche. 
E ancora me ne andrei dove con i giornali ci puliscono i vetri, le donne che hanno finito di lavare una montagna di vetro, una Banca, dentro tutti i soldi che  non potranno mai pulire, le brave donne, con i loro stracci, le risa improvvise, le battute che tengono su lo spirito mentre fuori annega un'altra anima nelle pozzanghere. 
E questo giornale sporco con le mie parole sarebbe leggero come una foglia. In prima pagina  ci metterei non la cronaca, non Berlusconi addormentato, ma una poesia quotidiana. Ieri, ed anche oggi, la giornata della memoria per me ha funzionato. Mi sono davvero ricordata un milione di cose. Anzi un miliardo.Persino di cose che non ho mai visto. Ho ricordato il gelido sole del lager. C'è ancora, c'è sempre, quel sole. E' lo stesso sole. Non è spento.  L'ho guardato, ieri, rischiando di accecarmi. Ho peccato. E' questa l 'hybris, interrogare il sole. 
Gli ho chiesto, che diavolo ti costava fermarti all'orizzonte, scaldare il lager? E lui: io sono solo un sole. Non sono una poesia. Solo le parole possono fermarmi, all'orizzonte, sul filo di un rasoio. E io mi taglio, sanguino sull'inverno come un'arancia rossa. Siete voi  i poeti. Io sono solo il sole. Mi ha chiesto: e tu sei sola? E io a lui. Ho la memoria. E allora lui. Forza. Scrivi. Ricorda. Ferma il sole. Scrivi.

DUECENTO ANNI E NON LI DIMOSTRA, BUON COMPLEANNO ORGOGLIO (E PREGIUDIZIO)


Duecento anni e non li dimostra. Il 28 gennaio di 200 anni fa, veniva pubblicata la prima edizione di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. Questo libro piace ancora e le sue riedizioni potrebbero tappezzare tutto il Colosseo (dentro e fuori). Certo non piace a tutti, è vero, ma Jane Austen è come la malaria: una febbre che va e viene.  Le recensioni si scrivevano anche allora, e la febbre a quanto pare salì anche al Prof. George Saintsbury, il critico più influente del suo secolo. L'emerito storico scrisse per l’edizione del 1894 parole di ardente ammirazione. Secondo alcuni la sua recensione  suona  come una vera e propria proposta di matrimonio!  Io non ci credevo e allora sono andata a leggere sulle pagine della copia digitale online della New York Public Library  questa “presunta” dichiarazione d’amore del Prof. George Saintsbury (Pride and Prejudice, "Peacock Edition", ed. G. Allen, 1894.)
Capisco che non vi vada di leggerla tutta (state facendo surf leggero) e avete ragione perché è un tantino noiosetta, ma ecco la parte succosa:
Nei romanzi dell'ultimo centinaio d'anni, c'è un vasto numero di giovani signore delle quali innamorarsi potrebbe essere un piacere. Ce ne sono almeno cinque, a mio parere, delle quali nessun uomo di gusto e spirito può evitare di innamorarsi. I loro nomi sono, in ordine cronologico, Elizabeth Bennet, Diana Vernon, Argemone Lavington, Beatrix Esmond, and Barbara Grant*. Mi innamorerei perdutamente di Beatrix e Argemone; credo che preferirei, per una mera compagnia occasionale, Diana e Barbara. Ma per viverci insieme e sposarmi, non so se una qualsiasi delle quattro potrebbe arrivare a competere con Elizabeth. 


(*Diana Vernon, personaggio femminile di Rob Roy, di Walter Scott; Argemone Lavington, personaggio femminile di Yeats, di Charles Kingsley; Beatrix Esmond personaggio femminile di The History of Henry Esmond, di William Thackeray; Barbara Grant personaggio femminile di Catriona, di Robert Louis Stevenson).
Che ve ne pare? Niente male… La “bruttina” di Orgoglio e pregiudizio  si è presa una bella rivincita sulle belle e affascinanti donne della letteratura del suo tempo. E anche Jane Austen. Il matrimonio suona come la rivincita ottocentesca della Littizzetto, insomma la risposta all'indimenticabile “Gli uomini preferiscono le bionde”. Per altri dettagli su Jane Austen consiglio di andare a prendere il tè sul sito Un tè con Jane Austen in compagnia di una blogger e fan informatissima! 

PITTAKI STREET

If Only All City Lighting Looked Like This Charming Street in Athens
Pittaki Street, Athens




sono andata a passeggiare
a Pittaki Street

sotto le luci accese
dell'umanità.
(g.i.)


domenica 27 gennaio 2013

ORSO SPIRITO

Sulle tracce dell'orso spirito
Sulle tracce dell'orso spirito



ora so
orso spirito
spirito di un orso
orsù dirò
a chi se ne sta ora giù
ora so che il nero
una volta su dieci
nasce bianco

ora so
dove andare
dove trovare
l'orso spirito
in un  bosco dove
i lupi nuotano
i cervi pescano
gli uomini scrivono

sull'acqua fredda del
fiume.
(g.i.)


Sulle tracce dell'orso spirito
orso che dorme su un letto di muschio

STASERA, IO E CHARLIE

Stasera vado a cercare Charlie Chaplin. Lo trovo seduto. Mi parla muto.



Ho perdonato errori quasi imperdonabili, ho provato a sostituire persone insostituibili e dimenticato persone indimenticabili. Ho agito per impulso, sono stato deluso dalle persone che non pensavo lo potessero fare, ma anch'io ho deluso. Ho tenuto qualcuno tra le mie braccia per proteggerlo; mi sono fatto amici per l'eternità. Ho riso quando non era necessario, ho amato e sono stato riamato, ma sono stato anche respinto. Sono stato amato e non ho saputo ricambiare. Ho gridato e saltato per tante gioie, tante. Ho vissuto d'amore e fatto promesse di eternità, ma mi sono bruciato il cuore tante volte! Ho pianto ascoltando la musica o guardando le foto. Ho telefonato solo per ascoltare una voce. Io sono di nuovo innamorato di un sorriso. Ho di nuovo creduto di morire di nostalgia e... ho avuto paura di perdere qualcuno molto speciale (che ho finito per perdere)... ma sono sopravvissuto! E vivo ancora! E la vita, non mi stanca... e anche tu non dovrai stancartene. Vivi! È veramente buono battersi con persuasione, abbracciare la vita e vivere con passione, perdere con classe e vincere osando, perché il mondo appartiene a chi osa! La Vita è troppo bella per essere insignificante!



da PensieriParole

DARIO VOLTOLINI,NEL GIORNO DELLA MEMORIA





 Sono fortunata. Ho un lavoro, la salute, i denti sani (e altro ancora).  Questo è quello che ho ora. Ma anni fa ho anche avuto grandi maestri.  Oggi vi parlo di un genio, DarioVoltolini. Mi trovavo a Torino, alla Scuola Holden, ad esplorare tutti i sogni. A vestirli di parole.  Un bel giorno Dario Voltolini entrò in aula. "Buon giorno scrittori!" e sotto il braccio una pila di cassette di cartoni animati della Walt Disney.  Poi un gran sorriso: “cominciamo”. Era felice e contento come Cappuccetto Rosso quando esce dalla pancia del Lupo. Dario Voltolini sapeva entrare ed uscire dai lupi con la semplicità di un genio. E’ questo che dello scrittore meno letto e più geniale d’Italia oggi mi ricordo all'improvviso. Dario Voltolini ha scritto libri. Libri bellissimi.  Un libro è come il vino. Più invecchia, più è buono. Sarà per questo che, anche io (come Giulio Mozzi  che ha scatenato il ricordo)  scommetto su Dario Voltolini; riserva oro della nostra cantina.
Non credevo che un giorno mi sarei messa a scrivere di lui, con questa urgenza, come se dovessi fare una profezia. Ma ho deciso oggi,  27 gennaio 2013,  che sarà sempre il giorno della memoria. Forse perché oggi mio figlio di sei anni mi ha disorientata così:

A mio figlio 6 anni: oggi è il giorno della memoria. 
Mio figlio a me: la memoria di chi? 
E io mi aspettavo "di che".

All'improvviso ricordo tutto. Ho la memoria di tutti. E tra tutto quello che oggi ricordo ci sono parole che brillano. E sono le sue.
Con l’innocenza di un bambino un giorno confessò: “Ragazzi, sono un assassino. Con il mio romanzo di esordio (Una intuizione metropolitana, Bollati Boringhieri 1990) ho ucciso Alberto Moravia".
Poi spiegò. Il  giallo lo trovate risolto in questa intervista.  
Io non risi come gli altri, interpretai alla lettera: caricate, mirate, sparate. Ed è il mio guaio. Con la penna naturalmente, faccio così con le parole. E tante altre candide confessioni ci fece Dario Voltolini.  All’ improvviso me le ricordo tutte. Ad esempio disse che siamo tutti sulla stessa (b)arca (ma forse usò un'espressione più felice, anzi di sicuro): lettori &  scrittori. Rischiamo di estinguerci, rischiamo di scomparire. Piangere fa bene, le emozioni fanno bene, il diluvio fa bene. Ci basta  un libro per galleggiare. Tutti insieme però. Leggere e scrivere, l'arca più grande del mondo. L'arca dell'umanità. Grazie Dario Voltolini.  L'allieva di cui non hai memoria.
(g.i.)

LA MEMORIA DEL TEVERE



LA RAZZIA DEL 16 OTTOBRE

Nel gergo della Gestapo, Eichmann chiamò Samstagschlang -"sorpresa del sabato"- il colpo sferrato agli ebrei proprio nel giorno della settimana che, per tradizione religiosa, essi dedicano al riposo; così, come avvenne a Trieste e a Firenze, anche a Roma fu di sabato, il 16 ottobre 1943, che i tedeschi circondarono la zona del ghetto ed arrestarono 1.259 ebrei di ogni età e condizione, rinchiudendoli in una scuola militare nell’attesa di deportarli allo sterminio.
In seguito, dopo un accurato esame dei vari documenti di riconoscimento, furono liberate 252 persone: coniugi e figli di matrimoni misti, i coinquilini ed il personale di servizio che risultarono ariani e gli ebrei stranieri. Lunedì 18, 1.007 deportati vennero caricati su di un treno merci per il loro ultimo viaggio, destinazione Auschwitz. Non si salverà nemmeno un bambino e torneranno soltanto quattordici uomini ed una donna, Settimia Spizzichino.

 INTERVISTA A SETTIMIA SPIZZICHINO, 
L'UNICA DONNA DEL GHETTO DI ROMA SOPRAVVISSUTA AD AUSCHWITZ.


L’intervista è stata effettuata a Roma da Daniele Apicella, Antonio Concutelli ed Olivia Zorzet.

L’avvento del fascismo non fu vissuto male, solo dopo abbiamo conosciuto la sua vera natura, mio papà era repubblicano come quasi tutti gli ebrei romani, ma avevamo una grossa paura delle voci di confino che giungevano e quindi avevamo paura di parlare di politica anche in casa ed era anche nell’aria la "caccia all’ebreo" soprattutto dopo l’alleanza tra Hitler e Mussolini, ma non potevamo fare niente, soprattutto perché eravamo convinti che non ci potessero fare niente. Quando hanno promulgato le leggi razziali, io ero a Roma. Durante il fascismo non c’era evoluzione delle donne, stavamo a casa e le famiglie pensavano di sistemarle dandole il marito; per gli ebrei questa situazione era peggiore perché avevano una mentalità più stretta. Nel ’38 avevo 10 anni, a Roma non abbiamo capito molto le leggi, anche perché l’ambiente romano non era antisemita, la maggior parte dei romani veri era antifascista, non abbiamo avuto grosse difficoltà, neanche le persone grandi hanno capito queste leggi razziali e nemmeno io perché ero molto giovane. La prima cosa fu che i bambini ebrei dovettero lasciare la scuola, poi gli impiegati statali ed i professionisti; gli ebrei non potevano fare tanti lavori, allora cominciò la sofferenza, queste leggi si facevano sentire, perché oltre a queste c’era molta povertà ed eravamo sotto le sanzioni a causa della guerra in Etiopia. Nel momento più difficile ci fu l’alleanza tra Mussolini e Hitler e da lì cominciarono le cose più atroci che potevano accadere. C’era molta sofferenza, c’era il coprifuoco, nei palazzi allora c’erano i portieri, i portieri dovevano essere degli agenti fiduciari del fascismo, segnalavano chi usciva, chi entrava, erano spie. La situazione era molto difficile, i soldi erano pochi perché la mia famiglia non era ricca, erano commercianti ed avevo sei fratelli e questa persecuzione si cominciava a sentire tanto. Ci fu l’occupazione nazista a Roma, e i tedeschi non rispettarono Roma "città aperta" e così cominciarono ad insorgere i partigiani che non volevano il presidio militare tedesco. Roma "città aperta" fu fatta per salvaguardare Città del Vaticano. Noi ebrei stavamo buoni, cosa potevamo fare? Certo chi aveva i mezzi, i soldi per scappare ha fatto presto a procurarsi un passaporto falso, si rifugiarono nei paesini, dicendo che erano degli sfollati. Mamma mia non volle fare nemmeno questo; le mie zie erano andate in questi paesini e dicevano anche a mia mamma di andare là, ma mia madre disse che noi stavamo bene a Roma e che non ci potevamo fare niente. Le cose andavano male e un giorno un comando tedesco andò in Sinagoga e chiesero agli ebrei 50 kg d’oro, altrimenti avrebbero preso degli ebrei; cominciò così la corsa all’oro, tutta la popolazione romana partecipò, anche i non ebrei; chi non aveva l’oro donava soldi con i quali si poteva comprare l’oro al mercato nero. Queste quarantotto ore furono tremende: "A quanti chili siamo? Quanto manca? Ce la faremo?" Quasi allo scadere del termine non avevamo raggiunto la quota fissata e così, quello che mancava, si offrì di prestarlo il Vaticano, al quale però fu restituito tutto dopo la guerra, quindi il Vaticano non ci diede niente. Gli ebrei romani tirarono un sospiro di sollievo, ma meno di un mese dopo … Io abitavo proprio nel ghetto, che era situato nella zona di Ponte Garibaldi, l’isola Tiberina, qui vi abitava la maggior parte degli ebrei perché quando Roma era dei papi in questa zona c’era veramente un ghetto che fu smantellato con l’arrivo di Garibaldi. A Roma per noi c’era doppio coprifuoco: eravamo in guerra ed in più eravamo ebrei. Appunto un mese dopo, il 16 ottobre, in una calma e tranquilla notte si avvertiva che stava succedendo qualcosa, la notte cominciarono dei passi pesanti nel ghetto, strano perché c’era usualmente un silenzio di tomba a causa del coprifuoco ed inoltre perché i mezzi non c’erano, ed era ricco chi aveva una bicicletta: prima dell’alba mio papà si affacciò perché sentiva questi passi più forti e cominciava ad udire delle grida e guardando dalle persiane vide le case di fronte, i portoni - io abitavo in una via molto stretta, come quasi tute le vie del ghetto appunto vide delle SS che portavano via famiglie intere; mio padre si è cominciato a preoccupare; anche perché stavano portando via delle famiglie anche del nostro palazzo e fece un atto di coraggio e ci radunò nell’ultima stanza della casa facendo così finta che fosse vuota, ma mia sorella più piccola, Giuditta, presa dal panico scappò di casa e si trovò di fronte ai tedeschi e così li portò da noi. Da lì ci fu la deportazione, prima nel Collegio Militare e dopo due giorni siamo partiti dalla stazione di Roma Tiburtina verso Auschwitz; un viaggio durato sei giorni, stipati nei carri bestiame; ci mettevano dentro come capitava, senza alcun criterio, dentro potevamo essere venti come cinquanta; il viaggio lo abbiamo fatto insieme, io con tutta la mia famiglia; c’era pure mia sorella che era a fare la fila per le sigarette ed allora noi le demmo la bambina di diciotto mesi, dicendo ai tedeschi che loro non erano della famiglia, ma lei si mise paura e praticamente ci venne a cercare e così fu presa anche lei con la bambina. C’è stato il calvario del viaggio, perché i tedeschi quando erano venuti a prenderci ci avevano dato venti minuti di tempo per raccogliere soldi, vestiti e cibo: soldi non ce n’erano, vestiti neanche perché era già qualche anno che c’erano i punti per i vestiti ed il mangiare era poco e guadagnato con la borsa nera; in viaggio la bambina ha pianto per tutti e sei i giorni ed è stata una tragedia per darle da mangiare, per lavarla, ecc. Il primo soccorso che abbiamo avuto è stato a Padova, dalla Croce Rossa, che ci ha dato una minestra ed un po’ d’acqua; durante il viaggio non ci davano niente e ci aprivano solo una volta al giorno in aperta campagna e con il tedesco con il mitra puntato; il viaggio già fu una tragedia grandissima, ma una tragedia ancor più grande fu l’arrivo ad Auschwitz, perché non sapevamo cosa ci aspettava, dove andavamo, nessuno immaginava né dove fossimo, né la nostra sorte; nel treno eravamo tutti ebrei del ghetto e non; per esempio c’era anche una mia zia che abitava in periferia, perché quando i tedeschi razziarono la Sinagoga, presero gli indirizzi precisi di tutti gli ebrei. Ad Auschwitz cominciarono le selezioni, la prima uomini e donne, poi tra noi donne siamo state prese in cinquanta; io tenevo in braccio la bambina di mia sorella e la bambina stava buona, ma mia sorella volle prenderla ed in quel momento passò "l’angelo della morte" che scelse me e mia sorella più giovane; noi dovevamo capire dai cenni, ed io chiesi a mia mamma perché ci avevano scelto, e lei mi disse che eravamo le più giovani e potevamo lavorare, perché noi ancora non avevamo capito cosa ci stava succedendo e non ci chiedevamo perché se gli servivano i giovani per lavorare avessero preso anche vecchi e bambini; infatti a Roma si cercavano di mettere in salvo soprattutto i giovani ed invece poi presero tutti e se qualcuno avesse riflettuto sul perché forse si sarebbe trovata più facilmente una scappatoia. Dopo la selezione io e mia sorella salutammo mia mamma come la salutavamo la mattina prima di uscire di casa, e pensai che ci portavano a lavorare e che ci saremmo rivisti la sera; da quel giorno invece cominciò la vera tragedia. Eravamo cinquanta ragazze, la prima cosa fu il tatuaggio sul braccio, poi la doccia e si era fatta notte; eravamo terrorizzate, non capivamo la lingua e cominciarono le prime botte, perché i tedeschi pretendevano che li capissimo, ma non li abbiamo mai capiti; entrammo in baracca e ci misero in dieci in un letto di un metro e mezzo e naturalmente non riuscimmo a dormire. Poi arrivarono delle prigioniere che avevano saputo che era arrivato un treno dall’Italia, perché dentro il campo c’era la resistenza e s’informavano sui nuovi arrivi; dicemmo che eravamo di Roma e loro si stupirono dicendoci che Roma era "città aperta" e che gli Alleati stavano vicino, ma purtroppo per noi non erano così vicino; loro ci dissero che quelli che non erano entrati in baracca li stavano ammazzando tutti con il gas, cominciammo a dare in escandescenze e le credevamo pazze, ma il giorno dopo ci siamo accorte che avevano ragione. Nel campo c’erano appelli a non finire, ed eravamo sepolti dalla neve con degli stracci addosso; le mie compagne cominciarono a morire per malattia e per fame perché la brodaglia non ci veniva data se non avevamo la scodella ed il cucchiaio; poi la capobaracca ce ne diede una e noi mangiavamo con la stessa scodella e cucchiaio, fin quando non cominciavano a girare le malattie e smettemmo di mangiare con questo metodo ed allora cominciò il mercato interno con i pochi mezzi che avevamo a disposizione. Ci facevano fare un lavoro inutile, solo per umiliarci e picchiarci; mia sorella era convinta di morire ed io le dicevo che non si doveva scoraggiare, perché io dovevo assolutamente tornare a Roma e chiedevo questa grazia a Dio per poter raccontare cosa era successo in questi campi, il mondo lo deve sapere. L’appello era una cosa drammatica, perché era generale e dovevamo aspettare ore ed ore nella neve sofferenti tutti di dissenteria ed altre malattie. Mia sorella voleva andare a tutti i costi in ospedale, che era però l’anticamera delle camere a gas, i primi che si prendevano erano loro, io andai in ospedale con lei - ospedale per dire perché non c’era una medicina, non c’era un medico - ci misero separate ed io finii in un letto a castello con una tedesca, noi non ci capivamo e non potevamo andare d’accordo. Una mattina vennero due uomini e si misero a parlare con questa tedesca ed io non potevo capire cosa dicessero, ma dai gesti mi resi conto che la tedesca diceva ai soldati di portar via l’italiana. Io mi ribellai, ma non servì a niente, perché il tedesco mi disse di scendere dal letto. Non potevo sapere dove stessi andando, io ho ubbidito; mi hanno messo addosso una coperta e mentre camminavo dentro la lunghissima baracca tutte le persone mi salutavano perché ormai tutti mi conoscevano dentro l’ospedale, dato che giravo spesso per la baracca cercando di trovare qualche cosa di utile nelle persone già morte. Io non capivo cosa stava succedendo, non era una selezione perché ero stata presa solo io, però i saluti commossi dei vicini mi mettevano in testa mille paure. Fuori mi fecero salire su una specie d’ambulanza e dopo dieci minuti sono scesa e mi sono accorta di essere arrivata ad Auschwitz che distava pochi chilometri dal mio campo che era Birkenau; un’infermiera mi ha portato in una stanza, mi ha fatto il bagno, mi ha dato una camicia da notte ed io ho visto dopo molto tempo un letto con le lenzuola; io mi chiedevo come fosse possibile tutto ciò e pensai che mi chiedessero le ultime volontà prima di uccidermi, nessuno mi diceva dove stavo e l’infermiera dopo avermi messo a letto se ne andò. C’era un lavandino alla parete, ma noi non potevamo bere l’acqua di Auschwitz perché non era sana e quindi i tedeschi non volevano; avevo però troppa sete e mi misi a bere; arrivò la tedesca che mi vide e mi diede uno schiaffo e mi portò un bicchiere di latte ed io pensai che erano veramente folli. La mattina mi accorsi dove eravamo arrivati e mi avevano preso per fare esperimenti, esperimenti dolorosissimi e senza mai vedere nessuno, anche se sentivo tante voci nelle stanze vicine. Vennero delle greche che mi spiegarono che ero in un blocco per gli esperimenti e molte altre cose; mi dicevano che ero fortunata perché ormai i Russi erano vicini, ma i Russi arrivarono un anno dopo. Ad Auschwitz rimasi fino al gennaio del ’45 perché i Russi stavano veramente arrivando ed una mattina presto ci hanno portato in Germania nel campo di Bergen Belsen a piedi in pieno inverno. Buttavamo via il pane strada facendo perché pesava e chi rimaneva indietro era morto; abbiamo attraversato tanti villaggi e nessuno ci ha dato una mano, anzi ci insultavano. A Bergen Belsen è stato peggio di Auschwitz, perché la disfatta tedesca si faceva sentire pesantemente anche su di noi. Ho incontrato delle romane e stavo sempre con loro; la fame era diventata tremenda perché le cucine funzionavano solo per i tedeschi ed a noi non ci davano niente ed io di notte andavo a cercare nell’immondezza. Dopo pochi giorni hanno fatto un appello immenso e siamo state per tutto il giorno in piedi sotto la pioggia e la neve. Un altro fatto importante del campo è che alcuni italiani mi dissero di non girare di notte perché c’era il cannibalismo. Vicino alla baracca c’era una torretta con una SS di guardia e questa una mattina ha cominciato a sparare nella baracca, molte compagne furono uccise ma io fortunatamente mi salvai, ma ero terrorizzata. Avevano distrutto i forni e le camere a gas ed i morti venivano accumulati fuori ed io decisi che era meglio mettersi tra i morti perché se avessero sparato ancora lo avrebbero fatto sui vivi; io mi sono nascosta quindi in mezzo a loro e non so nemmeno quanti giorni ci sono stata; sentivo gli spari ed i bombardamenti, ma io non mi muovevo, finché un giorno, il 15 Aprile, sentii la greca che mi diceva che gli Alleati erano arrivati e mi costrinse ad uscire, ma io avevo paura perché non li vedevo e non ci credevo; infatti gli Alleati erano entrati nel campo ed erano andati via subito. L’indomani cominciarono ad arrivare i primi aiuti inglesi anche se era poco perché ancora la guerra non era finita, anche se gli uomini cominciarono a rubare nelle campagne tedesche per portarci da mangiare, inoltre incontrammo un gruppo di soldati con i quali siamo stati fin quando non siamo ripartiti con gli stessi carri con cui eravamo stati deportati. Quando tornai a Roma ritrovai le mie amiche che avevo lasciato molto modeste, tutte truccate e vestite benissimo ed io mi sentivo in grosso disagio perché ero segnata dal campo oltre che psicologicamente anche fisicamente, in questi due anni c’era stata un’evoluzione che nemmeno m’immaginavo. All’inizio la gente non credeva ai racconti dei campi. Quando arrivai io a Roma gli alleati erano già ripartiti e la situazione era molto difficile, cercavo lavoro e non lo trovavo, ma dopo qualche mese trovai lavoro e piano piano cominciai a reinserirmi. Nel convoglio eravamo più di 2.000 persone e siamo tornati solo in 17, io ero l’unica donna.


sabato 26 gennaio 2013

NOCCIOLINE DALLO SPAZIO

L'idea è di guardare il video appena mandato via twitter dal mio astronauta preferito ma senza l'audio e al posto della musichetta scelta da Chris Hadfield fare play e ascoltare Muse "Sing for Absolution". Provare per credere...

"When you open a can of nuts in space, they almost look alive"







Dai, provate le noccioline con i Muse!


venerdì 25 gennaio 2013

VALZER D'AMORE




lei non si stancava  mai
di ballare

era un incantesimo.la sua vita
un giro infinito del  mondo
ballando il valzer

e incontrò cappelli neri
e incontrò sciarpe azzurre
e incontrò nuovi colori

un turbine la sua lingua
in  mille bocche
in vortici di parole
di tutte le storie
lei  s'innamorò

oh si
s'innamorò
finché poi un giorno
cominciò il  male
ai piedi
non era un dolore

oh no
era una voce
sotto la pianta
l'alluce diceva
prova

smetti un minuto
entra un secondo
in quella casa
lo vedi ti aspetta un altro  tempo
sdraiato su quel vecchio
divano

oh no
e dalla bocca uscì un filo di voce
un filo rosso
un filo di Arianna

oh no
grazie io non potrò mai più
fermarmi qui non potrò
restare

devo continuare
il mio valzer d'amore.

(g.i)

giovedì 24 gennaio 2013

LA ROSA GIALLA

Chagall

c'è qualcosa che arriva
che ci salva

la rosa nel bicchiere
il profumo inaspettato
l'olfatto vinto
dalla forza delle molecole

la pelle liscia
l'epidermide di petalo
il tatto conquistato
da un soffice contatto

il colore giallo
il suo mistero che si posa
sul fondo della retina
come un sole capovolto

il suono del bocciolo
un rumore assordante
nel labirinto del mio orecchio
come di tuono in un formicaio

e infine la lingua che sale l'erta
su per la salita di spine
l'incontro con il legno
la durezza del sangue.

(g.i.)




mercoledì 23 gennaio 2013

LA NUVOLA

 "Nudo, foglie verdi e busto", Picasso (venduto al prezzo record di 82 milioni di euro)




ha l'aria nuda
il cielo
continuano a volare distratti
i gabbiani

strappano le nuvole
una si ferma nuda
un'altra non si muove

il vento ne costringe qualcuna
a mutare

sulle spalle ossute appare
una pinna di squalo

piove e lei nuota
lontano.

(g.i)

*Il quadro  dipinto nel 1932 - rappresenta il ritratto dell'amante di Picasso, Marie Therese Walter, che dorme nuda. 

martedì 22 gennaio 2013

TARAS BULBA

Taràs Bul'ba.


Ho preso la malattia dell'infinito
nel cuore ho i frammenti
di un discorso amoroso
l'ala di un angelo nero
l'ombra di quando lei era buona

mancarsi è una storia
di fraintendimenti con dio
lui non capisce noi
noi non capiamo lui

Caino e i cosacchi
Taràs Bul'ba.

*
questa poesia è composta da tutti i titoli dei libri letti in questi mesi.

lunedì 21 gennaio 2013

LA CEFEIDE

Le Cefeidi


luce che respira
luce che aumenta
luce che implode
periodicamente

brillante esistenza di una
stella evoluta
stella pulsante
piccola lucciola incostante
dell'universo

lontana e intermittente
distante misura
della distanza
ignota  luminosità
assoluta

nascosta  dentro
la nube di Magellano
sotto i tuoi occhi
m'accendo
mi spengo
(g.i.)









domenica 20 gennaio 2013

ALCUNI SOGNI



alcuni sogni
non sanno dormire
non sanno morire
(g.i.)

UN GIUDIZIO NETTO


L'intelligenza non avrà mai peso, mai
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce 
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce. 

SCANDALIZZARE E' UN DIRITTO




‎"Scandalizzare è un diritto. Essere scandalizzati è un piacere. E chi rifiuta il piacere di essere scandalizzato è un moralista." Pasolini

LA BRICIOLA DI MUFFIN

foto dal blog l'aroma del caffè
Vi racconto una piccola cosa. So che vi piace trovare una storia qui, soprattutto se fa freddo e fuori (e dentro) c'è l'inverno. Ma oggi pomeriggio ho una briciola di storia. Che facciamo, trascuriamo una briciola di buono? Ma neanche per sogno. Allora eccola. La briciola.
Prima di tutto ho ancora i bambini ammalati. Questo vuol dire fare a gara per:

1) andare a buttare la spazzatura (e dunque produrre più spazzatura buttando via le cose, ripulire i cassetti, il giudizio universale delle cianfrusaglie);
2) andare a fare la spesa (e dunque mangiare quello che c'è in frigo, abbuffata eclettica per giustificare l'ennesima escursione alla SMA);
3) stendere il bucato (e che importa se piove, che importa se una camicia bagnata ti abbraccia disperata per rientrare nell'oblò della lavatrice...);
4) farsi un'altra volta la doccia (dopo la prima durata un'ora sei riuscita a non bagnarti i capelli, con la testa inclinata sotto il getto d'acqua con il rischio di pensare pensieri obliqui per un'altra ora) perché ti devi lavare i capelli;
5)uscire di casa per cercare il gatto (o entrare nell'armadio  a cercare il secondo gatto)

Ma torniamo alla briciola di muffin, volevate quella. La briciola di muffin è che nonostante tutta la lista: la febbre, il cattivo umore, l'improvvisa solitudine contemporanea ed estemporanea, la pioggia silenziosa, il silenzio della rosa, i funghi che fanno funghi, i pensieri che fanno pensieri...insomma dicevo che nonostante questo caos invernale,  all'improvviso ho addentato un muffin al cioccolato. E' sparito in un secondo.
Tranne una piccola briciola. E mi è sembrato che mi dicesse, parlane a qualcuno. La briciola superstite del muffin al ciccolato.

sabato 19 gennaio 2013

LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO SECONDO BIENIEK

CATTLE MARKET DI SEBASTIAN BIENIEK

LA CASA SUL FIUME




vieni ti porto nella mia stanza sul fiume
accendiamo il grigio del  muro
nel camino incendiamo parole
faremo un fuoco scoppiettante
di piccola fiamma  e un pesce
rosso guizzante

sul cemento stenderemo la sabbia
sotto una  piccola palma
ci sdraieremo a pensare

persino le più  grandi
tempeste del cuore.
g.i.

IL MUTO DIALOGO DEL PESCE E IL SASSO

@Bansky


non mi dispiace questo silenzio
è come un ruscello che si è fermato
vedo i sassi sul fondo
un pesce pieno d'arsura 
nel becco sul muro: 

pensare il pensiero 
contiene tutte
le risposte a tutte
le domande di tutti

i pesci nel fiume di  parole
hanno i sassi
da interrogare

ora ascolta
questo nostro muto
dialogo.

CUORE DI PREDA VA A PESARO

Oggi a Pesaro la presentazione dell'antologia "Cuor di preda".
Per  gli Amici di letture  un inedito di Gianmario Lucini, dedicato alle donne di "Cuore di preda" e di  Pesaro.
Il disegno in locandina è dell'artista Julia Gromskaya, moglie dell'animatore Simone Massi. Fiumana (2012). è nel volume “The Animation Show of Shows” by ACME Filmworks, Los Angeles (USA)



Hai occhi troppo grandi per un viso così piccolo
e il tuo braccio non mi è sincrono
la tua sciolta movenza mi scatena l’atavico
istinto dell’ultimo del branco
barricato nell’ultima spelonca
non ancora visitata dalla luce.

Vi sei entrata per servire e rivestire
il mio niente con una casula d’oro
per il decoro d’un perfetto meccanismo
d'idee che tu non puoi capire.

Hai occhi troppo grandi per un viso così piccolo
hai un seno che interroga e pretende risposte
hai perfidi capelli che mi legano
mani che chiedono oltre la mia stanza
la mia distanza e le ragioni dell’assenza
- nascosta mia paura di vivere
nell'evidenza della luce
perché la luce mi ferisce e mi disanima 

Gianmario Lucini.

Photo: "FIUMANA" è stato incluso nel volume “The Animation Show of Shows” (collana storica che ogni anno raccoglie ed edita il meglio dell'animazione mondiale in dvd) della ACME Filmworks, Los Angeles (USA)! 

"FIUMANA" has been included in “The Animation Show of Shows” by ACME Filmworks, Los Angeles (USA)!
Thanks to Ron Diamond!


LA PICCOLA UMANITA' DEI QUADRIFOGLI

Il quadrifoglio di dicembre, foto mia

C'è solo un modo per mettere insieme una piccola umanità in tempi disumani. Un quadrifoglio.
Questa è la silenziosa storia di una ragazza che trova i quadrifogli. Da bambina la prima volta che ne ha trovato uno ha promesso alla fortuna di dividerla con l'umanità. Forse perché  il segreto per essere meno disumani è  condividere.
La bambina cresce. Attraversa il fango, il sole, il vento e la pioggia. Ogni giorno è un passare attraverso i quattro elementi. Qualche volta mentre corre, le appare un  quadrifoglio. E lei si deve solo fermare, lo raccoglie. E' una promessa che deve mantenere. Prima che muoia lo regala.
Il quadrifoglio della piccola umanità.
Lo aspettano i bambini, affacciati al finestrino di un'auto ferma al semaforo; lo aspettano gli sposi fermi nella luce della navata; lo aspetta la gente alla fermata dell'autobus; lo aspettano gli  artisti con la mano sospesa tra il foglio bianco e il colore; lo aspettano i poeti con la voce silenziosa in un sogno di parole. Lo aspetta tutta l'umanità piccola.



giovedì 17 gennaio 2013

MENDICANTE DI PAROLE

dal blog  di Luke Scintu

accade che il silenzio
cade come una stalattite
da un cielo ghiacciato

uccide proprio chi aveva
più bisogno di voce

un mendicante di parole.
(g.i.)



GOCCIA

goccia


cade l'ultima goccia
di pioggia  trabocca
il mio viso.




IL KAGU




tolgo la testa
resta il corpo

un cappello di piume
che si posa sul tetto
un uccello notturno
che non sa volare  
un fantasma della foresta
un  kagu solitario

le ali molli
le piume grigie leggere
non s'alza non fa
che un verso strano
nascosto nel sottobosco
si muove veloce

depone un solo
uovo.
(g.i.)




martedì 15 gennaio 2013

IL PASTORE TEDESCO


Il manifesto

E allora mi chiedo. Non si può MAI ma assolutamente MAI far deragliare il treno di parole della Chiesa? Non si può mai farle scendere dai vagoni di ferro, queste parole assetate di aria anche se a dirle è un uomo affacciato ad una finestra, circondato dalle statue più immobili  in cui io abbia ficcato gli occhi?
Lo sapevo che prima o poi avrei dovuto scrivere al pastore tedesco. Mi riferisco al recente fatto di cronaca, lo avete visto:  donne nude urlano "shut up" al Papa all'Angelus, in Piazza San Pietro.
Sono giovani, sono lesbiche, o forse non lo sono, ma urlano i diritti degli omosessuali. Il giornalista con la telecamera le riprende, fa il suo lavoro. Poi ci sarà tempo di commentare. E la gente? Tutti a guardare, in silenzio. Esterrefatti. L'eco germanico del pastore risuona invariato. Lui continua a parlare di bene, di pace, di amore.
E poi cosa vedo? La donna con l'ombrello. Una signora "per bene", che decide non di abbracciare, consolare, ascoltare quei corpi nudi, ma ricorda all'improvviso (forse per misteriose associazioni di suoni gutturali) i manganelli, i colpi inflitti alla carne che urla il dolore di essere diverso.
Bravi. Tutti. Che bello se il treno di parole del pastore tedesco si fosse fermato per dire: "amo tutti anche voi, amo, omosessuali". L'ombrello non sarebbe servito a nessuno. Sarebbe tornato il sole. Sulle statue sopra e in mezzo a Piazza San Pietro. 
(g.i.)


p.s. Vi ripropongo Pasolini che intervista Ungaretti sull'omosessualità, l'intervista s'intitola
"SCHIFO O PIETA'"


TREBUCHET



Vorrei uscire e guidare fino a 
perdermi e trovare il mare 
dietro l’angolo. 
Questa casa è una bomba
esplode e i pensieri
li fa a brandelli 
non voglio il letto,
voglio andare sul tetto.  

Io e gli uccelli. 
Io e il fumo che sale .
Nessuno ti aiuta 
se hai il sorriso 
che si scioglie. E non dura. 
E' neve  dura.
La neve è dura 
senza il sole. 

Non  vorrei essere così. 
Non vorrei essere sola-
mente migliore. 

(mercì Trebuchet
stasera ho provato te
sei elegante
un bel carattere
mi sembri anche 
leggermente piu sensibile
se sarai anche 
più intelligente
imparerò la tua lingua
è il francese
ci intenderemo a meraviglia
vedi io faccio così
scelgo un carattere 
lo provo
me ne innamoro
e se le mia parole con te scorrono
alor mercì bien 
mercì beaucoup!)

lunedì 14 gennaio 2013

IL GIORNO STONATO

libro-divano-ferragosto


Il giorno stonato.  Ce n'è uno in ogni settimana. Non sa cantare,è privo di ritmo. Non ha orecchio. Chiude perfino gli occhi. Neanche sogna. Non canta, non stride. Arriva, si siede sul divano e rompe. Dice. Resto un po', ti scoccia? E io che di solito so come difendermi dal giorno del signore e dal giorno del diavolo non so come dire di no al giorno stonato. Prego, accomodati. L'educata!
Allora si rompono le cose. Inciampo nei giocattoli e un dinosauro estinto mi insegue. Il forno brucia il pane. Apro la finestra e il fumo indugia sul davanzale, incontra il freddo e non se ne vuole andare.
Il rubinetto all'improvviso decide di lasciar scorrere via tutte le sue gocce di vita.
Il parquet scricchiola di ribellione. Basta con questi piedi in faccia, voglio fare il soffitto. I gatti vanno a caccia di Jonathan Livingstone, si arrampicano sulla libreria e, torturano il povero Gregor nella sua stanza, fanno una corsa con Murakami, scendono affamati dopo aver fatto cadere Il tuttomio di Camilleri (si leccano i baffi, hanno assaggiato le ostriche di Arianna). Per non parlare di altri minuscoli segni che  registro solo io come un ragioniere che non ragiona sul mio libro dei conti: la mia poltrona si alza, il cucchiaio mi taglia, la radio m spegne, la lampadina mi svita.
Poi decido. Vado a parargli. Scusa, giorno stonato & spaparanzato sul mio divano. Alzati!  Mi sembra che ci sia stato abbastanza in casa mia. E lui risponde: sono un giorno come gli altri. Di ventiquattr'ore.


domenica 13 gennaio 2013

NOW SLEEPING

LE REGINE GROTTESCHE

Foglie di notte, Viale Pintoricchio 
by giovannaiorio 


non temete non vi toglierò
lo scettro
regine grottesche

il mio è uno spettro
che taglierà soltanto il buio
si nutre della carne ferita
della lama
della vita

non temete io non vi seguirò
lo prometto
a questo buco che ho nel petto
che riempirò solo di nero
del sangue infetto
della lama
della vita

questa carta sporca
è il mio manifesto
uno strappo di straccia sfuggita
a un funerale
di foglie gialle
al nero del
caviale

lo hanno incollato ai muri
i miei amici
le pulci i gatti le cimici
e la città si sveglia
ha il cemento tatuato
ha l'asfalto macchiato
di foglie gialle

e ora io mi addormento
il rumore dell'orgoglio
è vuoto gorgoglio

alla luce del sole
ora io mi addormento
le parole chiuse in un sacco
a pelo

per tutto il sole del vostro mondo
io non darei via
la mia luce.

(g.i.)
*Bernardino di Betto detto il Pintoricchio nacque a Perugia nel 1454 circa. Verso il 1486, molto probabilmente, fu chiamato ad affrescare la cappella Bufalini in S. Maria in Aracoeli a Roma, dove dipinse le Storie di San Bernardino.
Tra il 1492 e il 1495 dipinse l'appartamento di Alessandro VI Borgia  in Vaticano (della sala delle arti liberali, studio del papa,  il Pinturicchio dipinge La Retorica)  utilizzando ornamentazioni a motivi fantastici, le cosiddette grottesche.

Roma, Viale Pintoricchio 
by giovannaiorio



PER UN PELO

sono stata tenera
per un'ora
per un pelo
sono diventata vera

e ora scream&shout





AMORE DIVERSO





Ho ritrovato questa canzone di Eugenio Finardi, Amore diverso. Ogni volta che mi capita  di riascoltare delle canzoni mi chiedo come abbia fatto a dimenticarle, a farne a meno per tanti anni? Si può davvero esercitare  l'oblio...per un po'. Ieri sera avevo finito di fare lo shuffle della casa, una metamorfosi necessaria della disposizione di mobili e cose.  Qualcuno dà la colpa alla mia nube di Melisande "sono felice e ma sono triste", mi piace definirla così la mia natura "instabile".  La mia casa invece è"metastabile"( Lo sapevate che il legno è un materiale metastabile: sembra stabile e non lo è. Primo Levi aggiunge: come l'intero mondo contemporaneo. Nasconde "spaventose energie" che "dormono di un sonno leggero"). Anche la mia casa nasconde energie destabilizzanti che ogni tanto assecondo. Per questo, credo, di proposito le stanze assumono un aspetto "detestabile", per scatenare la crisi, ed io comincio  a spostare qualcosa, buttare qualcos'altro. Si crea lo spazio necessario a nuove forme; poi dietro a un mobile, sotto un tavolo, da un cassetto ritornano i miei oggetti smarriti. E ieri sera ho riflettuto sul fatto che non si smarriscono solo cose e persone, ma anche musiche, voci. Ecco allora tornare  nella mia casa l'amore diverso, di Eugenio Finardi. Ed ecco che arriva il momento che io scopra che è una canzone dedicata ad Elettra, sua figlia.

BUON COMPLEANNO MURAKAMI





 

venerdì 11 gennaio 2013

UNA RAGAZZA CON LE ALI

Una ragazza con le ali by Lola




Oggi vi mostro un paio di ali appena spuntate sul foglio bianco. Oggi vi parlerò di un disegno che una ragazzina di quindici anni mi ha appena donato. 
Per me questo disegno è un dono inestimabile. Lo sono tutti i doni. Riescono ad arrivare quando ne hai bisogno. Sono i veri doni, quelli che fanno bene al cuore. 
Proprio ieri ho finito di scrivere un racconto che avevo in testa e che mi ha fatto penare.  Non voleva uscire, non voleva volare. Ora esiste, e ha un nome:"Una ragazza con le ali".
Non avrei mai creduto di vederla spuntare sul foglio che la dolcissima Lola aveva per me stamattina. Lola è stata una mia studentessa solo per due lezioni, per errore. La sua lingua madre è lo spagnolo. Mentre mi ascoltava sul quaderno disegnava ali di angeli. Oggi mi ha fermato e ha detto: "ecco il suo angelo".Grazie Lola.  Saranno le ali della mia storia. 

FINZIONI

Cari Amici di Letture,

sono felice di dirvi che  a novembre ho cominciato una entusiastica collaborazione con il blog Finzioni "il primo e più autorevole sito italiano sul mondo dei libri e dei lettori, in testa alla relativa classifica di Wikio da vari mesi, con un'ampia fan base che partecipa alle discussioni". Gioite e leggete quello che scriverò! Vi ringrazio perché da anni oramai mi date l'ispirazione, condividete le mie non sempre lucide prove di scrittura.  Devo a voi, a questa pratica quotidiana, il mio entusiasmo crescente per le parole.
Le rubriche alle quali collaborano sono Bookatini e Tempo di Leggere. Ci vediamo lunedì e giovedì! Inserite il vostro indirizzo email e riceverete nella casella della posta le bellissime scritture di questo blog collettivo e vitale.
 Dalla prossima settimana ci sarò anche il sabato con gli Approfondimenti. Leggete e divertitevi! 
Al nostro motto= la lettura è leggera, si aggiunge il motto di Finzioni "la letteratura è noiosa" - dunque facciamo di tutto per leggerla senza addormentarci!

Giovanna




LACRIME SPAZIALI

La poesia in questi giorni mi arriva dallo spazio, dal mio astropoetanauta twitter Chris Hadfield.  Alla domanda se nello spazio si piange risponde in un twit  una piccola poesia. Eccola. Buona giornata.


 "Your eyes make tears but they stick as a liquid ball. In fact, they sting a bit. So - space tears don't shed".

Gli occhi lacrimano
le lacrime s'incollano 
come sfere liquide. 
E un po' pungono.
Le lacrime spaziali non colano.

(traduzione di Celeste, Vicky, Davide e Michelangelo@marymountrome.iorio.italianthebest) 



AS GOOD AS I COULD BE BY SUSAN CHEEVER

Dopo aver fatto la mia clamorosa scoperta che la figlia di John Cheever ha frequentato la scuola dove lavoro (tranne smentite), scoperta luminosa per me come, se avessi trovato in un sentiero di sassi una piccola pietra preziosa, vado a leggere  qualcosa di più sulla figlia del grande scrittore. Sono curiosa. So che è diventata una scrittrice anche lei,  ma non ho mai letto nulla. Il suo sito  è una piccola miniera di titoli interessanti. Ed ecco che non trovo soltanto romanzi, ma anche saggi di critica letteraria (con alcuni dei nomi dei miei autori preferiti, come Alcott, Poe, Emerson e Thoreau), biografie, ecc.
Eccoli in questo link.
Ma il libro, tra quelli scritti da lei,  che mi colpisce di più stamattina è  "Memoir" As Good As I Could Be Raising wonderful children in a difficult world.


Per quella strana "sincronia" che a volte si stabilisce tra  la mia vita e la letteratura questo libro è la lettura ideale dei prossimi giorni. Nel momento in cui la  mia scrittura emerge, tra me e le persone che mi sono accanto a volte si apre una piccola voragine,  ogni giorno il senso di colpa e la sensazione di inadeguatezza si fa più incipiente. Scrivere o vivere accanto a loro?

Susan Cheever alla domanda:  "What was the most challenging aspect of the research/​writing?" risponde: 

It was hard to find the right voice. I wanted to be lighthearted about child-raising, but I didn't want to diminish the seriousness of the subject. I also felt very strongly that I had to be honest. So much of what has been written about raising children is painted in an unrealistically rosy light. That artificial reality isolates parents and makes them feel inadequate. It was hard to be honest, though. I love my children passionately and I wanted to forget that there had ever been any friction between us.

Stamattina mentre sbucciavo una mela a mia figlia Rebecca (9 anni) ho detto, chissà perché: "Bella e buona, come te". Mi ha stupito la sua splendida risposta:  "Io non sono buona e neanche bella. Io sono viva".
Sincronia perfetta". Oggi è il mio status sul social facebook. 

giovedì 10 gennaio 2013

LO ZUCCHERO

Faccio così: seguo le frasi. Le frasi spezzate. Le raccolgo e le riaggiusto. A qualcuna metto un bastoncino di legno. Intorno ad altre tengo stretto un fazzoletto.  Si possono aggiustare le frasi. Me lo ripeto come un mantra "tutto si aggiusta, tutto si aggiusta". Chi lo diceva? Non me lo ricordo. Lo diceva qualcuno più bravo di me, qualcuno che  aggiustava le cose.
Tutto si può aggiustare. Un uomo al supermercato voleva comprare un pacco di zucchero. E la moglie lo ha redarguito.  Ha detto. No, ce l'abbiamo già. E lui ha abbassato gli occhi. Infelice.
E io li avrei voluti aggiustare. Avrei comprato decine di pacchi di zucchero. E a lei un paio di occhiali. Come fai a non vedere che siete rotti. Quando è successo? Eppure basterebbe un pacchetto di zucchero. E forse un paio di tazzine di vetro nuove. A me le hanno regalate a Natale. E la mia vita è migliore. E se un giorno il gatto ne rompesse una, io direi "tutto si aggiusta, tutto si aggiusta".





LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...