UN RACCONTO DI JOVANOTTI


Sul taxi di Los Angeles
ho scoperto l’Italia

Jovanotti abbraccia Gabriele Muccino sul set di «Tensione evolutiva», il video che hanno girato poche settimane fa

Quando guida, Vladimir ascolta
solo Pavarotti. E così vola...
Sopra il traffico più pazzo del mondo, la “democràzia”, lo smog
LORENZO JOVANOTTI
LOS ANGELES
Sono venuto a Los Angeles, invitato a suonare nel piccolo teatro intitolato a Clive Davis, ottantenne genio della discografia. Ho fatto cinque canzoni da solo con la chitarra acustica, una specie di esame di ammissione di fronte a una manciata di addetti ai lavori dall’aria simpaticamente minacciosa.  
Il teatro è nella zona Downtown di Los Angeles, all’interno del museo dei Grammys. Tre piani di reliquie di santi del rock’n’roll del pop e del jazz. Un posto che merita.  

C’è una giacca di Elvis, un testo di Dylan manoscritto, scarpe col tacco 18 di Whitney Houston , il giubbotto militare in strass, tipo Gheddafi, indossato da Michael Jackson.  
Michael ultimamente piacevano le tenute da dittatore (cucite però con i tessuti di Raffaella Carrà): spesso mi sono chiesto come mai a un certo punto molti artisti famosi si fanno prendere da quel tipo di look. In genere si tenta di velare il tutto con un po’ di ironia, ma io ci credo poco, quando un artista comincia a vestirsi da dittatore o da guerrigliero è perché è in atto un’identificazione.  

Non me la sento di giudicare, per davvero, non me la sento, sono cose che possono succedere. Del resto come canta Bob Marley (il museo parla anche di lui) «One good thing about music, when it hits you, you feel no pain», una cosa bella della musica è che quando ti colpisce non senti dolore. 

A proposito di musica e dolore. Sono arrivato a Los Angeles a mezzogiorno, ho preso un taxi verso casa di Gabriele Muccino, che vive qui perché fa il regista di Hollywood (orgoglio nazionale). Gabriele ha fatto la regia del mio nuovo video (non sono di Hollywood, ma ha voluto farla lo stesso) e io sono al settimo cielo, perché lui è davvero un grande e mi ha fatto un video coi fiocchi. 

A Los Angeles i taxisti sono una razza a parte. Qui tutti gli abitanti hanno la macchina, quindi taxi in giro ce ne sono pochi e quei pochi non sanno dove andare, tranne in quei tre o quattro posti dove portano i turisti di solito. Quello che ho beccato io all’aeroporto era un cinese che quando gli ho detto l’indirizzo è stato come se glielo avessi detto in cinese, e ha fatto una faccia come dire, «Zero, non so di cosa stai parlando». Meno male che siamo nella modernità, col mio cellulare ho cercato la strada e insieme ci siamo fatti coraggio per arrivare fino alla casa del mio amico regista hollywoodiano. 

Poi alle 5 dovevo andare in teatro quindi ho chiamato un nuovo taxi e dopo 40 minuti è arrivata una macchina ibrida con al volante Vladimir, un signore dell’età del mio babbo quando era un po’ più giovane ma con lo stesso modo di fare, come se io e lui ci conoscessimo da anni o avessimo fatto il militare insieme. Vladimir è arrivato in Usa dalla Russia 21 anni fa e ci tiene a dirmi subito che la democrazia nel suo Paese è una farsa, che lui ha sempre voluto scappare dall’Unione Sovietica ma solo quando è arrivata la «democràzia» (che lui pronuncia con l’accento sulla penultima) ha deciso che era ora di farlo davvero. 

Ma non è di questo che volevo parlare. L’argomento è Pavarotti e nello specifico quanta Italia c’è in America. Risposta: ce n’è un sacco, tantissima, ma ce ne può stare anche di più, ne sono sicuro, e ne guadagneremmo tutti, sia noi che loro. 

Los Angeles è una città che vale la pena visitare, passarci del tempo, quanto meno per fare scorta di domande, sul genere umano, sul progresso, sul sogno americano, sulla frontiera, sull’industria dello spettacolo, sul tempo che viviamo, su diversi argomenti anche molto interessanti. Tutte queste domande non troveranno risposte precise, ma per quelle avrete tutto il tempo del mondo perché a Los Angeles si sta sempre in macchina e quasi sempre fermi per via del traffico che in certe ore sembra lo scherzo di una divinità sadica e burlona. 

Vladimir ha un cd nel suo taxi e ascolta solo quello, sempre, a tutto volume. È un best di Luciano Pavarotti con le sue arie più celebri. Gli chiedo spiegazioni e lui alza il volume e mima le facce del melodramma, poi si gira verso di me, rischiando l’impatto mortale con uno spartitraffico, e mi dice che lui AMA quella musica, che per lui Pavarotti è il più grande essere umano del mondo e che lui VIVE nella sua musica e grazie alla sua musica riesce a provare gioia anche nel traffico delle 5 sulla Highway 405, la strada più congestionata al mondo.  
Mi dice che tanti anni fa ha tentato di entrare al teatro di Leningrado per vedere l’opera ma lì ci entravano solo i pezzi grossi del partito, che gli prenda un colpo ovunque si trovino, mi ha detto.  

Mi dice che quella voce lo trasporta in una dimensione dove la vita è più bella, l’aria non inquinata, i ricordi brillanti e la felicità è possibile, e intanto alza il volume e quindi alza la voce per dirmi quello che mi dice. Allora dal mio telefonino gli mostro una foto di me col Maestro e lui non ci può credere, poi si ricorda che siamo dalle parti di Hollywood e qui tutto è possibile, e mi chiede se sono un cantante. Lo sono, gli dico, ed ero amico di Pavarotti, e gli racconto un paio di aneddoti che non saranno mai all’altezza del cd che ha nello stereo, e infatti mi interrompe per accompagnare con i gesti la melodia di «Che gelida manina».  

Ho benedetto il traffico, perché senza tutto quell’ingorgo non avrei mai passato 90 minuti così belli e commoventi, di fronte alla vita nel suo aspetto più folgorante, la danza delle emozioni, dei ricordi e delle speranze. E tutto questo al suono delle arie cantate da Pavarotti. Sono entrato nel teatro che è nel museo del Grammy e ho anche visto un frac di Pavarotti in una teca. Mi sono ricordato di quanto fosse spazioso. Col tessuto di un suo frac ci uscivano senza problemi due smoking del Sinatra giovane.  

Ho fatto la mia esibizione che prevedeva anche un’intervista e ho parlato dell’Italia e mi accorgevo che in America hanno un’idea stereotipata di noi, ma positiva, come se la distanza riuscisse a filtrare certe brutte abitudini facendoci apparire anche un po’ migliori. Questo Paese, l’America, del quale anche io mi accorgo di avere un’idea abbastanza stereotipata, non perde mai occasione per celebrarsi. Ma è aperto alla bellezza e alle buone idee, e in questo senso la nostra Italia è una piccola fabbrica ancora potenzialmente molto produttiva. Ce lo riconoscono, e scusate se uso il plurale ma la distanza aumenta il senso di appartenenza a una storia. Al mattino dopo sono andato a prendermi un caffè in uno di quei luoghi che vanno alla grande e in diffusione c’era Paolo Conte. E ho ripensato al mio amico Vladimir e all’Italia, e a questa fabbrica di bellezza che è il nostro Paese, che anche il più cinico di noi non può negare che sia così. Il mondo è pieno di Italia, e di una bella Italia, ho pensato. 

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