venerdì 30 novembre 2012

LE "GEOMETRIE UMANE" DI ROBERT DOISNEAU

"Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere."


I DIECI SENSI

Tapisserie 


Dimenticate i cinque sensi adesso sono almeno dieci

TRA i lasciti del sapere classico, i più duraturi sono le classificazioni dei quattro elementi e dei cinque sensi. I quattro elementi oggi sono passati di moda, eccetto che nelle librerie esoteriche, per almeno due buoni motivi: gli elementi chimici sono circa un centinaio, invece di quattro, e nella loro pur lunga lista non si trovano né la terra, né l' acqua, né l' aria, né il fuoco. Dunque, la classificazione era completamente sbagliata, e va relegata tra le ingenuità prescientifiche. Diverso è il caso dei cinque sensi, perché basta un po' di introspezione per accorgersi che la vista, l' udito, l' olfatto, il gusto e il tatto costituiscono "le porte della percezione": le stesse che ispirarono a William Blake un verso del Matrimonio del Paradiso e dell' Inferno, che diede il titolo a un libro di Aldous Huxley sulle droghe, e ai Doors il nome del loro gruppo musicale. Secondo il poeta, «se le porte della percezione si sgombrassero, tutto apparirebbe all' uomo com' è: infinito». Ma fino a quando le porte rimangono ingombre, lo scienziato dovrà limitarsi a dire che i sensi costituiscono gli strumenti che permettono di trasformare gli stimoli fisici esterni in sensazioni fisiologiche interne, che vengono poi elaborate dal cervello in percezioni mentali. E proprio alla descrizione di questi tre aspetti dell' interazione fra natura e uomo è dedicato il recente Un tour dei sensi. Come il cervello interpreta il mondo di John Henshaw, non ancora tradotto in italiano (John Hopkins University Press, 2012). L' obiettivo dell' autore, che di professioneè un ingegnere meccanico, è duplice. Da un lato, parlare appunto dei sensi in maniera scientifica, e non umanistica: concentrandosi, cioè, sulle particolarità fisiche, chimiche e neurofisiologiche della sensazione e della percezione, più che sulle generalità letterarie e sociologiche del cosiddetto "impero dei sensi". E, dall' altro lato, sottolineare che, al pari della lista classica degli elementi, anche la lista classica dei sensi è drasticamente sottodimensionata, e va almeno raddoppiata. Il libro classifica i sensi in base alla loro natura: ad esempio, il tatto e l' udito sono meccanici, la vista elettromagnetica e l' olfatto e il gusto chimici. L' udito ci permette di percepire una grande porzione del mondo acustico: la decina di ottave dello spettro del suono udibile, appunto, fra gli infrasuoni e gli ultrasuoni. La vista, invece, soltanto una piccola porzione del mondo elettromagnetico: l' ottava dello spettro della luce visibile, fra l' infrarosso e l' ultravioletto (il motivo è semplice: noi discendiamo da esseri acquatici, e l' acqua assorbe le altre lunghezze d' onda). Con 100 milioni di recettori visivi possiamo però discernere 10 milioni di colori, a fronte dei soli 10.000 odori che ci fornisce l' olfatto, con i suoi 3 milioni di recettori. Quanto al gusto, il suo mezzo milione di recettori ci permette di distinguere cinqueo sei gradazioni: dolce, amaro, salato, aspro o acido, saporito o umami, e grasso. Superando la limitazione classica dei cinque sensi, il miglior candidato alla qualifica di "sesto senso" è certamente l' equilibrio. Il motivo per cui esso è sfuggito all' attenzione degli antichi, è che i suoi organi sono interni. Si trovano infatti nel labirinto di ciascun orecchio: di qui il termine di "labirintite" per la loro disfunzione. Questi organi consistono di un sistema vestibolare formato da tre canali semicircolari, e da due organi otolitici: l' utricolo e il sacculo. I canali semicircolari sono disposti in direzioni perpendicolari, come i tre assi cartesiani, e rilevano le accelerazioni rotazionali provocate dai movimenti della testa attorno al perno del collo. Gli organi otolitici rilevano invece, tramite il movimento di sassolini di ossalato di calcio chiamati appunto otoliti, le accelerazioni lineari provocate dai movimenti avanti e indietro, o a destra e sinistra, del corpo. Per i movimenti in alto e in basso siamo ovviamente meno attrezzati, come dimostrano le tempeste sensoriali ed emotive provocate dalle montagne russe o dai salti nel vuoto. Altri due sensi sono mimetizzati nei recettori della pelle, alla quale in genere noi attribuiamo soltanto il tatto. In realtà, un momento di riflessione ci conferma che essa trasmette anche le sensazioni di temperatura e di dolore, che si percepiscono attraverso termocettori e nocicettori, consistenti sostanzialmente di nervi scoperti. I primi forniscono le sensazioni di freddo, tiepido e caldo. I secondi sono invece responsabili della percezione di due tipi di dolore: acuto e localizzato, oppure sordo e diffuso. E si trovano non soltanto sulla pelle, ma anche nei muscoli, nelle articolazionie nelle viscere, benché non nel cervello. Nonostante la sua spiacevolezza, il dolore è ovviamente un importante meccanismo di allerta e difesa, che permette di identificare ed evitare situazioni potenzialmente pericolose. Ad esempio, quando la sensazione di temperatura superao una certa soglia di freddo o di caldo, agli estremi di un intervallo compreso all' incirca fra i 15 e i 45 gradi, i nocicettori attivano appunto una reazione dolorosa che ci spinge ad allontanarci dalla sorgente. Un altro senso è nascosto invece nei recettori della lingua. Si chiama genericamente senso chimico comune, ed entra in funzione quando abbiamo a che fare con il peperoncino, il mentolo o l' ammoniaca. Che qui non siano propriamente in funzione né il gusto, né l' olfatto, lo dimostra il fatto che usiamo istintivamente termini legati alla temperatura, dicendo che il peperoncino "brucia", mentre il mentolo è "fresco". C' è infine, benché la cosa sia un po' meno immediata da notare, la cosiddetta propriocezione.Èa questo senso nascosto che dobbiamo la percezione del nostro corpo, tramite dei propriocettori dislocati in punti nevralgici. In particolare, i fusi neuromuscolari rilevano le contrazioni dei muscoli. I sensori delle capsule articolari gli spostamenti dei segmenti ossei. E gli organi del Golgi la tensione dei tendini, per rilassarli e inibirne l' uso quando questa supera un livello di guardia. La nostra lista dei sensi ha dunque ormai raddoppiato quella classica. Volendo, però, potremmo continuare, perché neppure essa è esaustiva. Ad esempio, il sistema vascolare possiede barorecettori e osmorecettori, che registrano le variazioni di pressione e di fluidità del sangue, e contribuiscono alla regolazione dell' omeotermia: cioè, al mantenimento di una temperatura costante. Quanto all' attrazione sessuale, uno specifico organo sensibile ai feromoni è posseduto non solo da molti animali, nel naso o vicino ad esso, ma anche dai feti umani, benché si atrofizzi nell' infanzia: i feromoni continuano però ad essere percepiti, principalmente attraverso l' olfatto, nell' odore naturale della pelle e nei prodotti cosmetici artificiali. A proposito di animali, per la lista dei loro sensi ci sarebbe solo l' imbarazzo della scelta.I pipistrelli, i delfini e i capodogli si orientano per ecolocazione, sfruttando l' eco di ultrasuoni che emettono: per i primi si tratta di un' estensione dell' udito, per i secondi di un senso alternativo situato nelle mascelle e sulla fronte. Gli squali, le anguille elettriche e gli ornitorinchi sono forniti di un sistema di elettrolocazione per il rilevamento di campi elettrici, situato sottopelle nella testa, sui fianchi o nel becco. Le api, i piccioni e i salmoni, di un analogo sistema di magnetolocazione per i campi magnetici. Le stesse api percepiscono l' ultravioletto, con un' estensione della vista. Alcuni serpenti, l' infrarosso, con un recettore specifico piazzato in una fossetta sul capo. E il narvalo, addirittura la salinità dell' acqua, tramite la sua lunga zanna. Ma da qualche parte bisogna pur fermarsi. Henshaw decide di farlo ricordandoci che i sensi si sono sviluppati per permetterci di affrontare al meglio le situazioni naturali,e non per essere violentati al peggio da quelle innaturali che ci bombardano nella vita moderna. E ci ammonisce che, per ritrovare la pace dei sensi, occorrerà prima o poi oscurare le pervasive immagini dei videoclip, silenziare gli ossessivi rumori della muzak, eliminare gli onnipresenti miasmi della pollution, bandire i malsani cibi di plastica dei fast food, e farla finita con tutte le altre inciviltà che attentano all' incolumità non solo della vista, dell' udito, dell' olfatto e del gusto, ma anche e soprattutto del buon gusto e del buon senso.
PIERGIORGIO ODIFREDDI

FOOD & DIALOGUE

Ho visto questo video qualche settimana fa. Ero a Praga, a casa di mio fratello e Icia. Mi ha affascinato. L'opera di questo artista ceco è intensa, cupa, complessa e lucida come la città che ho visitato.Ve lo propongo, come riflessione sui labirinti della "comunicazione". Jan Svankmajer è un artista che riflette e fa riflettere sui silenzi che alimentano le nostre quotidiane conversazioni. Vi propongo "Food" e "Dimension of dialogue".

FOOD


DIMENSION OF DIALOGUE 

APPUNTAMENTI A ROMA

Cari amici di letture, ecco alcune date per gli appuntamenti della prossima settimana in cui sono coinvolta con le mie poesie.



Mare Nostrum sarà presentato il 2 dicembre a Roma, presso Annamaria Curci, Associazione Culturale Villaggio Cultura, Via Oscar Sinigaglia, 18 alle ore 19:00. 




Il 4 dicembre  verrà presentato "Cuore di preda”, un’antologia scritta da 85 poete, curata da Loredana Magazzeni. Tratta il tema della violenza contro le donne. Sono testi intensi di una forza eccezionale, così come le foto di Fabiola Ledda. Tra le poete romane MG. Calandrone, A. Ferramosca, MT Ciammaruconi, A. Anedda, F. Della Porta, AM Curci,  Giovanna Iorio. 


Roma

Martedì 4 dicembre 201 2, ore 17:00

Sala Peppino Impastato della Provincia di Roma,

Via IV novembre 119/A

Organizzata dall’Associazione “Le MeleGrane

con la partecipazione di

Dona Amati, Fortuna Della Porta, Elena Ribet,

Cetta Petrollo, Annamaria Ferramosca,

Maria Teresa Ciammaruconi, Giovanna Iorio,

Antonella Anedda, Lucianna Argentino, Gianmario Lucini


 






Sabato 8 dicembre, Vetralla, Museo della Città e del Territorio, ore 17.00

La poetessa  dialoga con le immagini di Carlo Vincenti  e racconta
l'immersione, il viaggio per acqua, il naufragio, il rispecchiarsi  nell'elemento liquido delle opere di Carlo Vincenti.
Durante l’incontro saranno proposte le musiche dei Myliac .


LE RANE

ROSSO:
   Devo dirne qualcuna delle solite,
   padrone mio, che fanno sempre ridere
   gli spettatori?
DIONISO:
   Sí, quella che vuoi,
   tranne: mi schiaccia! Questa te la puoi
   risparmiare: oramai fa proprio rabbia.
ROSSO:
   Neppure un'altra fine fine...
DIONISO:
   Tranne:
   mi stritola!
ROSSO (Dopo un breve silenzio):
   Di' un po': ne dico una
   proprio tutta da ridere?
DIONISO:
   Coraggio!
   Basta che poi non dica...
ROSSO:
   Che?
(Aristofane, Le rane)


Le Rane, Aristofane (Teatro Due interpretato e diretto da Roberto Abbati)

Entrare uscire entrare uscire dalla testa degli altri. Vedere il mondo attraverso i colori di altri occhi. All'improvviso il cielo è scuro, l'albero è curvo, la curva dell'orizzonte  macchiata da un sole lattiginoso.
Faticoso. Come mettere un vestito troppo stretto, nuotare sott'acqua troppo a lungo. Una vertigine. Si emerge con un singhiozzo. Si torna a galla dove l'acqua è ancora azzurra.
Questa immersione che sa di sale, di squame, di pelle bagnata, di resti di un mondo anfibio è vivere.
Ci nuoto dentro, a volte annego. Le parole, le mie zattere. Di legno. Barchette di carta, quelle dei bambini. Bagnate, affondano. La balena viene ad inghiottirmi tutte le notti. Nel suo ventre comodo mi addormento.
Il desiderio più grande: non cambiare niente. Restare sempre così. La splendida vita del girino. Microscopico febbricitante formicolio dell'acqua stagnante. E quando muoio sono una rana. Gracidare. Gridare. Dare. 
Sono fatta così. Salti sulle foglie. Oggi salterò sulle foglie molli di uno stagno.

giovedì 29 novembre 2012

SCARLET MEDUSA, L'IMMORTALE


New York, 28 nov. (TMNews) - Il New York Times circoscrive l'agognata ricerca che da sempre ha pervaso l'essere umano - il segreto dell'immortalità - in Italia.

Christian Sommer, uno studente ventenne tedesco di biologia marina, si trovava sulla riviera di Rapallo nell'estate del 1988 per studiare gli Hydrozoa, un organismo che ricorda le meduse o i coralli molli. In quell'occasione, facendo snorkelling, raccolse centinaia di Turritopsis dohrnii, comunemente chiamati meduse.

Osservando l'organismo per giorni, Sommer si accorse di una cosa curiosa: la medusa non solo non moriva, ma sembrava ringiovanire di giorno in giorno fino a ricominciare un nuovo ciclo di vita.

Alcuni biologi di Genova incuriositi dalla scoperta del giovane studente 
vollero approfondire le ricerche e nel 1996 pubblicarono un dossier 
intitolato'Invertendo il ciclo della vita, nel quale spiegavano come i 
Turritopsis dohrnii riuscissero a ritrasformarsi in polipi 
(la fase iniziale del loro ciclo), scampando alla morte e quindi 
acquisendo una sorta di immortalità.

Tuttavia la pubblicazione non raccolse molto interesse al di fuori del mondo 
accademico. Ma nell'arco di un quarto di secolo, dalle osservazioni di Sommer, 
ci sono stati degli sviluppi: si è scoperto che il processo di ringiovanimento della 
Turritopsis dohrnii è causato da violenti fattori ambientali, che influiscono 
sui mutamenti cellulari dell'organismo.

L'inversione del ciclo della vita però rimane ancora un mistero. Coltivare 
questa specie di meduse in laboratorio è un'impresa ardua: l'unico a esserci 
riuscito finora è il giapponese Shin Kubota, in un piccolo ufficio di Shirahama, 
a quattro ore di distanza da Kyoto. Kubota accudisce l'esemplare immortale da 
ormai 15 anni e continua le sue ricerche, componendo anche delle canzoni, una 
di queste dedicate alla sua 'Scarlet Medusa'.


mercoledì 28 novembre 2012

SONO UNA GIRAFFA!

Ho appena scoperto che ad alcuni animali basta dormire poche ore a notte.
All'elefante bastano poco più di 3 ore al giorno.
Il cavallo chiude gli occhi per 2,9 ore.
Al contrario alcune specie dormono quasi tutto il tempo: il tamia striato dorme 15 su 24 ore e il pipistrello quasi 20.
Controllate nel grafico accanto alla foto e fate il mio gioco:  a quale animale somigliate per le questioni di sonno? Che animale-tipo siete?
Io ho scoperto di essere  un tipo giraffa, e questa deduzione mi ha portato a fare alcune considerazioni semi-filosofiche sulle categorie citate.
Il tipo-coniglio l'ho rivalutato. Da sempre lo reputavo un codardo, un tipo pavido e poco affascinante. Invece è quello che ha il sonno più  normale: dorme quanto un uomo tra i quaranta e i quarantacinque anni con una progressiva tendenza all'inettitudine, all'ipocrisia e all'ipocondria  (8,4 ore a notte).
Il mio giudizio sul tipo-cane, dipende.  Se ha accanto il padrone riesce a dormire anche 10 ore di fila. Nel caso contrario (problemi col padrone, cibo scadente, unghia incarnita) ulula, abbaia e rompe i timpani-  prima causa dell'insonnia nonché di liti condominiali sanguinose, rumorose e cruente.
Il leone è coraggioso, lo sanno tutti. E chè novità! Lui può dormire indisturbato. Bravo leone, ti meriti il titolo che ti hanno dato mentre scappavi anche tu  di corsa sull'arca di Noè prima del diluvio (lo ricorda bene il mio quasi-tipo elefante). Mi consola (visto il mio rapporto squilibrato con il cibo e la mia dipendenza dal cioccolato) il fatto che io dorma  più di un pachiderma e molto meno di un roditore striato (animaletto poco sano, non fa che rodere!).
Ci stiamo avvicinando. Io dormo a volte più di un cavallo, ma non sempre (dipende dal cavallo-stallone che mi calcia accanto.)
Per l'esattezza dunque, quando mi va bene, riesco a dormire tra le 4  e le 5 ore a notte: sono una giraffa!
Se la mia insonnia si scatena per ragioni diverse -variabili e invariabili, svariate e avariate- quella degli animali dipende dalla loro sensazione di  sicurezza nella "tana".
In altre parole i roditori che dormono in una bella tana, al calduccio e al sicuro, non devono necessariamente restare svegli. E se hanno finito le rate del mutuo (e hanno un tronco tutto loro) che dormano pure!
Al contrario le giraffine ( le mie sorelle lunghe e allampanate) dormono all'aperto, vanno sempre di corsa, vivono allo "scoperto" e  restano tutto il tempo vigili per timore di essere attaccate.
Incantevoli sceme.
Vado a mettermi a letto ora. Proverò a dormire come una di loro(vedi figura), mi faccio un nodo alla testa (magari funziona a soffocare qualche pensiero superfluo e di troppo) e non ci penso più.


p.s.
Conto anche sul conforto di piccoli oggetti banali:  il libro di Cheveer di cui vi ho parlato prima e  la giraffina  presa in prestito dalla cesta dei miei piccoli (e grandi)  ghiri addormentati.

Sonno su misura
Sonno su misura, National Geographic 

LA GRANDINE & CHEEVER


Poco fa è caduta la grandine. Ha picchiato le ultime foglie con furia inaudita. Si sono staccate dai rami e se ne stanno sull'asfalto come mani bianche. Chiedono aiuto. La grandine fa venire in mente il fuoco di una guerra perduta, le ultime raffiche che tolgono quel poco di vita aggrappata a nascondigli ingenui:  un giaciglio, una botola, una vecchia branda.
L’inverno è arrivato. Non c'è più scampo. Il freddo avvolge il cuore come una sciarpa. Non lo levo di dosso neanche sotto il getto caldo della doccia, nemmeno con un bicchiere di latte caldo.
Mi affido a un libro che sa già riscaldare, ha il titolo giusto: "Una specie di solitudine"(Feltrinelli). Lo vedo sullo scaffale delle novità, è appena uscito (il 21 novembre), con la copertina struggente che chiede aiuto. L'autore è lo scrittore americano John Cheever. Cinquecento pagine per mettersi al riparo dalla grandine, dal vento freddo, dalla neve. Un meraviglioso diario che lo scrittore tiene dalla fine degli anni Quaranta alla sua morte (1982).
Giovanna Iorio
La mia copia comprata ieri sera a Trastevere.
C'era una tempesta di vento. 

Io e il libro abbiamo camminato insieme 
lungo il fiume. 
Abbracciati,  scuri e gonfi di parole, in un turbinare di foglie.
E' un libro intimo, invernale, caldo, avvincente. 
Mentre lo leggo lentamente la sciarpa fredda intorno al cuore si scioglie. Leggo con avidità tutte le parole, lascio il latte caldo e bevo soltanto loro. Cheever annota tutto quello che pulsa di vita intorno a lui. Non lascia niente sul ciglio della strada. Avvolge ogni istante di parole esatte, dolorose, vere.
Dice cose che riconosco. Le sento mie. "I  meri fatti possono essere capiti solo attraverso un tentativo lungo una vita di non mascherare nulla, di non nascondere nulla, di scrivere di quelle cose che più sono vicine al nostro dolore, alla nostra felicità; di scrivere della "profondità dello scoraggiamento (...) della disperazione".
Oppure la splendida fotografia del mio status sociale: "Non sono nato in una vera e propria classe sociale, e ho preso la decisione, presto nella vita, di infiltrarmi nella classe media, come una spia, in modo da avere una posizione d'attacco vantaggiosa, ma ogni tanto sembro aver dimenticato che sono in missione e prendo sul serio il camuffamento".
E' il taccuino di uno scrittore. E' colmo di disperazione, gioia, illuminazioni e buio. E' un'altalena di emozioni, umori, amori, sensazioni. Mi fa sentire normale avere accanto  Cheever stasera. La sua voce  provvidenziale arriva a dirmi le parole negate che hanno messo il gelo nel cuore. Cheveer stasera mi salva la vita, mi evita la morte sicura per assideramento. Il libro avvolgendomi dice:
"Non dovrebbe esserci niente di cui preoccuparsi se si dice la verità."
Mi sento soffocare di gioia, la grandine ha smesso di martellarmi il cuore, lo risparmia; ci è mancato poco che lo crivellasse con un milione di colpi ciechi e spietati, i chicchi gelidi che tentano di staccare le mie ultime foglie.





AGGIORNA-MENTI

La mente è strana. Labirinto abisso oscurità luce interconnessioni emozioni. Ieri sera ho visto un uomo, aveva la testa appoggiata al vetro in un autobus. Intorno a lui la notte, il buio, altre teste. Ma lui aveva gli occhi chiusi e un bagliore. Si vedeva che stava pensando pensieri. Forse gli altri avevano i cervelli spenti. Lui era vivo. Aveva gli occhi chiusi, una mano coraggiosa: si teneva su la fronte, con i tutti i pesanti neuroni.

Foto dal blog Il profumo delle madaleines 

MEGLIO DUE

...canzoni disperate per tirarsi su! Piove come se il cielo avesse visto una cosa, brutta brutta. Ma era solo l'ala spezzata di un angelo. Non era un demone. Cielo, tirati su. Cielo.


EVITA SHIT DAYS




Amici, piove. Roma ha il singhiozzo. Io non ho dormito (non dormo più! urrah! ce l'ho fatta!). Ho soltanto mezza vita, ho tutta l'ispirazione, vorrei stare a casa, sto qua. Sto qua.
Tiriamoci su, con una canzone DISPERATA!

martedì 27 novembre 2012

VORREI UN CAPPELLO BIANCO

Picture of a river tour guide in Vietnam waiting for passengers

Photograph by Matthew Nelson

INCANDESCENTI RADICI

Io non vorrei mai
ferire

questa parola sottile
è lama che fende
attende dietro alla pelle

taglia la voce
la fa sanguinare
in un rivolo la vedo sgorgare
dalla notte al letto
macchia le stelle il petto.

Io vorrei saper diventare
lieve
volare su parole leggere
non punte di lama
ma luci tonde
aloni fievoli
farle roteare intorno al dolore
piume animate di colibrì e falene
per scacciare le pene.


Io vorrei saper mettere
intorno al buio
le montagne appuntite dell'Eldorado
le cascate
le valli
i prati
l'oro del sole
il calore sottile di raggi che aprono
la cute azzurra del cielo.

Eppure io so solo
infierire
avvinghiata alla punta delle parole
le lunghe dita sottili della frase
che scendono nel cuore
a mettere incandescenti
radici

si allargano e bruciano dentro
le afferro roventi
le strappo  crescono senza
lasciare  scampo:

è la mia punizione questa
anima di metallo.

Metallo incandescente 





lunedì 26 novembre 2012

LA FIGLIA DEL RE MIDA

Ho perso il filo per un po'. Prima il labirinto di Minosse, dietro ad un filo rosso di sangue, di parole mai lette, di parole interrotte. Poi l'incontro con il Re Mida.  Ho rischiato che mi tramutasse in una donna d'oro.
In questo viaggio guarda quello che ho trovato.
Un mondo liscio liscio, un mondo fatto di ossa, una scarpa senza lacci in un prato che urlava "aiuto". Le ho dato il mio solo filo. Lei ha camminato. Io mi sono smarrita.
Ecco una buca nella terra, piena di semi. Piccoli, invisibili, semi impalpabili, fatti di minuscole molecole trasportate dall'aria dei pensieri.  E questa brina che ora il sole scalda con dita lunghe e nuove. Le dita nuove del nuovo giorno. Non fa ricami per la pelle del mondo, il sole;  lui prepara per le ferite, un unguento.  Sono le dita di un uomo.
Le mie mani ne prenderanno un velo, per la ferita di qualcuno.  Una notte infinita e ritrovo l'alba. Il sole che si scioglie dentro di me. E io libera di andare, di qua, di là. Unirmi all'aria. Abbandonare la stanza dove non dormono le parole.
Il silenzio è d'oro soltanto nella tua bocca, avido Re Mida.  Il tuo amore mi ha trasformata in una statua d'oro. E io mi sciolgo ora, mi sciolgo al sole. Vedo il tuo sangue, in una vena d'oro,  è fermo. Gli occhi brillano ma  sono spenti. Sono stata  anche una donna d'acqua, le parole lavano l'anima. Acqua ogni suono che pulisce il cuore. Torna il sangue. Il sangue è un'altra cosa. A te lascio l'oro.



Nel mito classico è la figlia  del Re Mida a venir tramutata in oro dal tocco dell'incauto padre, come nel celebre dipinto di Walter Crane del 1893, uno dei capolavori del pre-raffaelitismo inglese


domenica 25 novembre 2012

INSONNIA

Che ci faccio in questa notte come un sogno senza testa?
Sono un respiro ma mi manca l'aria.
Sono una voce ma mi manca il suono.
Solo questo lenzuolo bianco, luminoso, silenzioso dello schermo
mi copre e mi scopre.
Qui io sono un sogno reale. Servo a chi di me ha bisogno.
Stanotte ho gli occhi di nuovo neri. Un attimo prima di addormentarmi
erano due cieli.  Sono di terra a quest'ora. Metto i piedi sulle zolle, come se intorno mi crescesse un campo, una strada sterrata, un solido labirinto per la mia liquida mente.
Vengo su questo campo ad arare le mie pagine di pensieri. Con un aratro vivo. Sembra un uccello con il becco storto e semina nel mio cuore.
Non dovete per forza provare ad immaginare tutto quello che io vedo. Sentitelo nella carne. Questo morso che semina il tempo, in ogni cavità della mente, del corpo, nella carne.
Ah, se solo il sonno tornasse da me, con un cuscino profumato d'estate e miele caldo.
L'insonnia curata da uno sciame d'api.

giovedì 22 novembre 2012

NON PIU' IL GIARDINO DELL'EDEN

Ho una rondine nel petto. Una rondine d'inchiostro. Batte le ali, batte le ali. Forte.
Io non so. E devo sapere. Ho nella testa un suono dolcissimo, una cantilena. Io ho promesso alle parole di essere fedele alla loro mutevolezza. Mi dicono, le parole, che bisognerebbe scrivere come se ogni suono fosse una mina pronta ad esplodere nel cuore di qualcuno. E' così. Le parole esplodono dentro. Le parole si aprono e rivelano i gusci vuoti. La polpa cruenta delle parole non la ritrovo.
Dove si nasconde? Forse nel mondo, tra i colori aggrovigliati ad un palo, in un giardino aggredito da spine, rovi, ortiche, foglie gialle, rosse. I cancelli. Si chiudono sempre alla vita.
Chi ha creato i cancelli? Il primo l'ha messo l'angelo con la spada al giardino dell'Eden. Scacciati,  noi siamo stati scacciati. Da noi stessi. Ci togliamo i frutti dal cuore come se potessero riapparire. E invece la pianta muore. A poco a poco. La pianta muore.

V. Mazzucconi
Non più il giardino dell’Eden
1999.07
150 x 200, acrilico su tela



IL SONNO DEI GIUSTI

dormono tutti
i buoni e gli altruisti
dormono accanto a un angelo
con la voce spenta
l'ala spezzata

dormono nel buio
profumato d'anima
il cielo si stringe
al bianco

è la sola speranza
mentre la luna stanca è un buco
profondo alto accanto
a cicatrici di stelle

non dormono tutti
gli artisti e gli alchimisti
non dormono con il cuore mutato
in oro in spine

avvolti nella notte
abbracciano nero rimpianto
non sanno il  sonno

dei giusti rigirano i vortici
minuscoli teneri baci sospesi e incubi
di parole.
(g.i.)

Concorso 2012: categoria junior 3
Fotografia di Marianna Barberini 


mercoledì 21 novembre 2012

GOCCIARE

questa goccia non vuole
lasciarsi cadere

credeva di essere il cielo
e invece trema

è semplice goccia
d'acqua piovana
scivolerà sul vetro

un canale di rame
freddo e  sapiente
pronto a mutare dal rosso al verde

non la raccoglierà.
(g.i.)


Goccia d'acqua di Roberto Burini



LA RONDINE DI A.



Photo
La rondine di A.




Una piccola rondine


è nata sulla pelle 

di una bambina

me l'ha mostrata 

un attimo fa

è ancora 

dolorante. Non vola,



E' bella. Ha solo 

quindici anni

la rondine di A.  



Imparerà a volare

ne sono sicura


con la sua rondine

una mattina.

martedì 20 novembre 2012

EVAPORATA

stasera sono leggera
sono una nuvola che balla il valzer
col vento e la notte
io vado a braccetto
ho un pulviscolo al posto dei soliti
pensieri

mi sono incautamente disintegrata
da sola come una nube sono
evaporata
è incredibile la libertà
del vapore

riuscire a volare
come una particella minuscola
d'aria
(g.i.)


IL REGISTA DISEGNATORE

Simone Massi, il regista disegnatore

Ospite della Settimana del Cinema con il suo 

capolavoro «Dell'ammazzare il maiale»

Un frame di «Dell'ammazzare il maiale»Un frame di «Dell'ammazzare il maiale»
Riconoscibile al tratto. Simone Massi ha uno stile originalissimo ed è ritenuto uno dei principali maestri italiani indipendenti di animazione "a passo uno". Disegna come si faceva un secolo fa, foglio per foglio. In altre parole, un autore "analogico", irriducibile, ostinato fino alla ferocia nel dire no alle lusinghe dell'evoluzione tecnologica, un pioniere da qui all'eternità. Nel suo sito si definisce "resistente". «Il computer - dice lui - mi serve solo per le mail».«Dell'ammazzare il maiale»
Simone Massi


Il suo disegno, una catasta di linee, appartiene alla grafica, all'incisione più che al cartoon. E' molto più vicino a G.B.Piranesi che a Disney con tutta la genìa hollywoodiana e nipponica a seguire. Simone Massi, un passato da ex-operaio, è stato ospite della Settimana del cinema di Brescia che gli ha dedicato un omaggio con una selezione dei suoi film. «Nel mio lavoro - ha sottolineato - c'è la pazienza dell'artigiano. Il mio destino era segnato, ero avviato alla fabbrica, come i miei fratelli. A tirarmi fuori è stato il fatto che sapevo disegnare. Come nascono le storie? Da un'immagine o da una parola. Poi queste immagini e parole ne richiamano altre, come tante tessere del domino che si associano e si allineano. Lascio che la mano venga guidata dall'inconscio, dai sogni, da qualcosa che sfugge al mio controllo. Mi piace non sapere come finirà la storia. Mi piace stupirmi». Marchigiano, classe '70, Simone Massi ha vinto circa 200 premi nella sua ancor breve carriera. Quest'anno gli è stato consegnato il David di Donatello per il miglior cortometraggio con Dell'ammazzare il maiale ed è stato prescelto per realizzare la sigla di apertura dell'ultima Mostra di Venezia.
Il suo attaccamento alle radici culturali della sua terra viene rivendicato con orgoglio e lo si rintraccia in tutti i suoi film. Ed è un sentimento etico ed estetico, che parla di lavoro, fatica, di resistenza partigiana, di civiltà contadina. «Non nascondo - commenta - la fierezza di appartenere ad una famiglia che fa parte di quella gente che è stata esclusa e presa calci dalla storia e che quasi mai finisce come soggetto o oggetto d'arte». Il suo tratto, a grafite, china o carboncino, ricorda quello del fumetto, ma anche il surrealismo di pittori come Magritte e Dalì, Tra le sue ascendenze dichiarate, oltre a Bruno Bozzetto, troviamo la scuola di animazione dell'Est, ma anche la grande tradizione italiana di Carosello. Su Yotube esiste una bella antologia dell'opera di Massi. Consigliabile.
Nino Dolfo20 novembre 2012 | 
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LA CASA CHE SI SCALA

In una casa così posso immaginare la mia vita. Mi arrampicherei sulle pareti, salterai sulle pareti come un cervo di montagna.
In una casa così metterei un tavolo in cima, sotto il tetto. Scrivere vicinissimi al cielo. Non è forse questo scrivere? In una casa così non avrei voglia di dormire (a dire il vero non ho mai voglia di dormire).
Bisognerà che ci vada, prima o poi, a Tokyo, in Giappone.
A vivere per aria.


L'ALLUCE LUMINOSO

per te mi taglierei i capelli
la chioma di serpenti neri che si fa onda e va
verso il mare

ma non chiedermi di camminare
con i piedi per terra
non darmi la tua scarpina
non chiedermi di tagliare
l'alluce luminoso

non mi calzerà
la vedi la mia anima
sanguina già.

(g.i.)

L'alluce di Gregorio
La grande statua di Gregorio di Nona è opera del famoso scultore croato Ivan Meštrović. 
L'alluce di Gregorio è più luminoso del resto della statua 
perché secondo la tradizione realizza i desideri e porta buona fortuna a chi lo tocca.





lunedì 19 novembre 2012

LA TUA CORTECCIA

Un giorno andrò 
dall'albero arcobaleno 
e gli chiederò di amarmi.

Lo farò senza parole
con la guancia tiepida poggiata
al legno.

Lui sarà stanco e avrà il tronco
sporco di tempo.
Io sarò nuda e lo implorerò
di ricoprirmi di foglie.

Mi abbraccerà con i rami
mi prenderà le mani

sotto uno strato antracite
scoprirò il  colore più caldo
il giallo e il  magenta
il rosso del cuore.
.
Sulla corteccia s'accenderà
un azzurro tenue
l'ombra della nostra
altra vita.
(g.i.)



Alle Hawaii, l'arcobaleno in un albero
Eucalyptus deglupta

Alle Hawaii, l'arcobaleno in un albero

Alle Hawaii, l'arcobaleno in un albero



LA MIA PRAGA




























LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...