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LO STRADONE STERRATO


La bellezza e l'imprevedibile fascino del racconto breve in un inedito di Ivano Mugnaini.
Buona lettura!  


La gara ciclistica semiprofessionistica organizzata dalle Pro Loco del mio circondario mi obbliga a prendere una strada alternativa. Sono pronto, ne sono a conoscenza, informato dai giornali e perfino da un messaggio telefonico registrato inviato dal Comune a tutti i cittadini. Mi attendo di dover fare un percorso leggermente più lungo, ma non è un problema, qualche goccia di benzina in più non mi dissanguerà. Un ulteriore inaspettato cartello di divieto di accesso mi lascia aperta, d'improvviso, solo una stradina in salita che non avevo mai visto né percorso prima. Tre moto la inforcano senza esitazione. Le seguo per istinto, senza pensare che a loro serve molto meno spazio. Sfrecciano via libere e belle verso ampi casolari di lusso persi nel fitto dei boschi. Io mi ritrovo ampiamente e lussuosamente perso, in compenso, in lande brulle e polverose. Alberi nuovi respirano altra aria, altro tempo. Le strade sono poco più che viottoli, asfaltati alla meglio o sterrati. Non c'è un millimetro in più di quello necessario alla mia utilitaria per avanzare piano tra ramo e ramo, pietra e vuoto. Da uno strapiombo a un muro d'erba e sassi, dimora di storditi serpenti. Vago nel nulla per minuti interminabili. Poi, finalmente, scorgo un cartello. Indica "Livorno", città che si trova parecchie decine di chilometri più a sud. Troppo più a sud. Forse il cartello è rimasto lì dalla Seconda Guerra Mondiale, punto di riferimento di massima per le truppe alleate. O forse, molto più semplicemente, è lo scherzo geniale dello scemo del villaggio.
          Non ho molto scelta. Mi dirigo nella direzione indicata dal cartello, anche se, nel profondo del cuore, non oso neppure sognare la costa labronica e un bel ponch con cui festeggiare il ritorno alla vita. Imbocco la strada in discesa che sovrasta panorami meravigliosi e micidiali. Mi ritrovo quasi a pregare, altra strada inesplorata per me, di non incrociare nessun altro veicolo. La retromarcia in questo preciso luogo e in questo esatto frangente sarebbe troppo impegnativa perfino per Holer Togni. Prego, quasi; ma qui il cielo è lontano. Canta un'antica canzone ed ascolta solo la splendida eco. Guarda, o forse sogna, il mare, e non mi vede. Non c'è, in questo momento, è perso anche lui, nella bellezza del suo mistero, nel mistero della sua bellezza. Un fatto è certo: non c'è nessuno qui, divino o umano che sia.
          Forse, considerato l'orario, gli abitanti del posto sono tutti a mangiare, nel fresco delle loro casupole. O forse non hanno più bisogno di mangiare, e neppure di respirare. Beati loro. Io invece sudo come un suino sardo all'ora di pranzo, ed ho occhi dilatati da macaco maniaco. Via la cintura. Magari mi fermasse un vigile! Gli chiederei come si fa ad uscire da qui e a tornare alla civiltà. Civiltà con almeno un milione di virgolette, d'accordo, ma pur sempre luogo di tortura domestica, familiare, quasi comoda, quasi amata.
          Altro bivio con toponimi antichi, mai sentiti prima: nessuno mi fa venire in mente niente, neppure luoghi leggendari, teatro di favole cupe e macabre. Chiederei lumi ad un villico, usando la lingua del Pulci o di Cavalcanti, ma sono tutti via. Li immagino rannicchiati dietro i fienili a scrutare il folle forestiero nella scatola grigia di latta semovente. Un marziano a Roma, immaginava Flaiano. Magari! Io sono un marziano nel nulla, fantasma nell'aria riarsa di un non-luogo senza uscita.
          Ad una curva a gomito tra ulivi centenari, incrocio una Punto color cobalto. Alla guida una donna. Guida e fuma, lenta, sensuale, splendida contadina emancipata. Mi fermo per permetterle di scansarsi. Mi ringrazia con un gesto e mi guarda, sorpresa, felice. Si ferma anche lei e mi scruta ancora, ammiccante, disposta al dialogo. Si aprirebbe, lo sento, in ogni senso. Lo vedo dai suoi occhi e dai suoi gesti. Mi darebbe e direbbe tutto. Mi spiegherebbe il senso di un prato assolato. Mi darebbe tutto ciò che ha. Ma in questo momento penso solo alla fine della strada, alla voglia di uscire dal labirinto. La saluto con un gesto rapido della mano e corro via. Ci ragiono su un paio di curve dopo. Guardo lo specchietto e mi accorgo che è tardi: la Punto color cobalto è oltre l'orizzonte visivo. Cinquecento metri dopo incrocio l'auto di un'altra donna. Stavolta sono pronto. Ma cambia tutto: è lei che si scansa per farmi spazio, e mi guarda senza un sorriso, tetra, inappuntabile.
          Via. Giù verso altri chilometri di campagne desolate. Quando, con ilare orrore, inizio a pensare di dover tornare indietro, scorgo un gruppo di case e un agriturismo dall'aspetto moderno, ottimamente curato. Forse ci sono. L'incubo è finito: la statale è laggiù, al prossimo incrocio. L'Aurelia, odiatissima, la bacerei ora, a costo di ustionarmi o di somigliare ad un improbabile Cristoforo Colombo. Ritrovo l'asfalto liscio e migliaia di pirla che si incollano al mio parafango, lo logorano e lo mordono. Non c'è più alcun dubbio: sono a casa.
          Mentre mi rimetto la cintura, rifletto su un particolare: la prossima gara ciclistica prevista lungo il mio usuale tragitto è in programma tra un anno. Forse è meglio che finga con me stesso di avere sbagliato percorso e mi ributti al più presto, con sorriso disperato ed esultante, sullo stradone sterrato delle volpi e delle lucertole, verso uno splendido niente.



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