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OGGI NON CI STO CON LA TESTA

Oggi non ci sto con la testa.  Però ci sto con le gambe, la pancia, gli occhi e il cuore. Insomma non importa se ogni tanto la testa sta da un'altra parte. Credo che siano rari (per tutti) i giorni in cui si possa dire "Ci sto, completamente". E oggi non ci sto con la testa. Mi sento talmente leggera che potrei volar via, per fortuna il vento si è calmato ed è tornato il sole. Altrimenti sarei finita a galleggiare per aria come uno di quegli aquiloni ribelli della Basant (il famoso festival che si celebra in Pakistan a primavera).
Oggi è domenica, e ho lasciato la testa a dormire sul cuscino. Io però mi sono alzata, e quindi ecco spiegata la presenza delle gambe. Un paio di gambe senza testa per un po' se ne vanno in giro per la casa senza saper cosa fare. Ma anche questo non è un male, dopotutto basta seguire la pancia e si arriva il cucina, dove c'è già il caffé pronto. Lo vedo, dopo aver stropicciato ben bene i miei poveri occhi miopi. A proposito, da ieri ho di nuovo gli occhiali da vista, le lenti si erano rovinate nella borsa del mare,  con i granelli di sabbia che avevano lasciato una sorta di ombra incancellabile, attraverso la quale il mondo mi appariva acquatico e lontano. Non era male, ma non poteva durare.
Il pomeriggio è iniziato da poco, e ancora non ci sto con la testa. Non mi preoccupo, o almeno non ancora. Tornerà, si alzerà da quel cuscino morbido e mi verrà a cercare in giardino. Qui c'è ad asciugare una settimana intera di vestiti, asciugamani, lenzuola. C'è tutta la settimana stesa al sole. Le magliette, i pantaloni, i calzini, le mutande di tutta la famiglia si riposano, dondolando pigramente al sole.
E poi c'è il profumo del pranzo della domenica dei vicini. Lunghissimo, antico, invadente e arrogante. Entra anche da noi, si ferma sui nostri divani, fa due chiacchiere con i nostri profumi di patate e pane.
Quasi tutti sopra di noi, intorno a noi, hanno invitato qualcuno:  figli,  nipoti,  parenti lontani. Gli amici no, sono ancora in pochi quelli che invitano a pranzo gli amici la domenica. E infatti ci rassegniamo, da tempo oramai non nutriamo più la speranza che qualcuno ci inviti a pranzo. Non siamo figli, non siamo nipoti e non siamo parenti di nessuno. E' quasi commovente la sfilata dei bravi figli che si snoda su e giù per i piani del nostro condominio. Pacchetti infiocchettati di dolci salgono su per le scale. Dopo un paio di ore i tacchi riportano a casa figli annoiati e nipoti viziati dall'abbondanza. E noi al piano terra, in questa piccola casa, testimoni dell'andirivieni delle nostre più antiche tradizioni importanti: il pranzo della domenica.
Attenzione, eccola la mia testa. Sta per tornare, mi cerca, mi vuole acciuffare. Le chiedo di aspettare ancora un poco. Forse più tardi. Forse stasera. Ora non mi va di pensare.


(g.i.)


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