Passa ai contenuti principali

SONO NAPOLETANO, QUINDI RUBO


Sono napoletano, quindi rubo

di Diego De Silva
Uno scrittore partenopeo, in treno. La frase razzista di una passeggera. E qualche considerazione estiva sul linguaggio, gli insulti, i capri espiatori e la famosa questione del 'politicamente corretto'
(27 giugno 2012)
Diego De SilvaDiego De SilvaL'autore del testo in queste pagine è Diego Da Silva, scrittore e sceneggiatore. Da Silva sarà protagonista di "Conversazioni", festival letterario a Capri, dedicato quest'anno al "Politicamente corretto"

E' da almeno una ventina d'anni che mi chiedo (perché sono almeno vent'anni che lo sento dire) se sia vero o no che il galateo sconsiglia ai commensali di augurarsi buon appetito all'inizio di un pasto.

Non so (ma c'è poi qualcuno che lo sa?) se il galateo - questa entità sovraordinata che regola la buona condotta sociale e tutti pensiamo di conoscere, almeno intuitivamente, almeno un po', quasi che una cellula di monsignor della Casa sia presente in ognuno di noi e nelle occasioni dovute ci indichi come comportarci (più o meno come fa l'organismo quando ci suggerisce, e qualche volta addirittura impone, l'alimento di cui tutt'a un tratto avvertiamo la necessità se non ci sentiamo troppo in forma) - sia racchiuso in un testo scritto, una raccolta, un codice, magari commentato da cultori della materia che disputano sull'opportunità (per dire) di tenere la schiena un po' spostata dalla sedia quando si mangia.

Se così fosse, sarebbe liberatorio risolvere filologicamente l'annoso dilemma, e piantarla una volta per tutte con la scenetta quotidianamente recitata su migliaia di tavole italiane con la stessa enfasi, le stesse battute e le stesse pause in cui, poco prima di cominciare un pranzo, c'è quello che dice: "Buon appetito", e subito dopo posta, correggendosi con poca convinzione: "Anche se, secondo il galateo, non si dovrebbe dire"; e puntualmente c'è quello che ribatte: "Chi se ne frega del galateo. A me piace sentirmi augurare buon appetito, quindi: Buon appetito!"; al che tutti, in coro: "Buon appetito!", in uno spontaneo moto d'infrazione collettiva a una regola che non si ha nessuna voglia di osservare. E vai col banchetto. 

E' questo tipo di accoglienza (da bon-ton disimpegnato, diciamo: che si annuncia, sì, ma solo per tradirlo a maggioranza assoluta un momento dopo) che la categoria del politicamente corretto ha trovato in Italia fin dal suo ingresso nel linguaggio comune. Come dire: "Okay, dobbiamo dare un'aggiustatina alle parole, se no le categorie interessate si prendono collera? Facciamolo. E buon appetito".

E' un po' come succede con le tasse, che il chiacchiericcio (più che il pensiero) comune qualifica come buone e giuste, ma nelle pratiche individuali vengono regolarmente umiliate da una tendenza all'evasione quasi antropologica, che tende a far passare in cavalleria questo delitto sociale secondo uno sciagurato processo d'identificazione con l'evasore che porta l'italiano diversamente onesto (e disgraziatamente medio) a pensare: "Al posto suo l'avrei fatto anch'io" (quante volte avete sentito dire: "Potessi, lo evaderei anch'io, il fisco"?).

Nelle intenzioni di chi l'ha inventato, probabilmente, il politically correct (che poi è un'istanza multiculturalista) dovrebbe funzionare come una ginnastica correttiva lessicale, un tentativo d'imposizione della forma sulla sostanza; una specie, diciamo così, di farmaco linguistico a rilascio lento di contenuti progressisti attraverso la ripetizione forzata di parole caratterizzate da una ricercatezza al limite del sospetto d'ipocrisia.

E' chiaro infatti che se lo scopo del restyling a cui mira il politically correct è quello di combattere il razzismo, togliere la "g" alla parola "negro", o dire "disabile" invece di "handicappato", significa abolire la pratica dell'insulto e, prima ancora, l'idea stessa della discriminazione dall'inconscio linguistico. E quanta più frizione, quanto più disagio si avverte nel rivestire la parola della nuova forma, tanto più la consapevolezza del discorso che la sorregge si realizza o dovrebbe realizzarsi (un po' come a scuola, che vieta l'uso del dialetto); fino al punto in cui acquisire naturalezza con la parola politicamente (riveduta e) corretta equivale, o dovrebbe equivalere, a condividerla.

Il problema è che, a giudicare dai costumi della politica italiana, di buona parte del giornalismo tutt'altro che libero ma schierato (quando non apertamente asservito ai poteri che lo finanziano), per non dire delle chiacchiere da treno, da bar o (peggio) da coda alle poste o in banca (perché è nelle code che la gente perde i freni inibitori e dice davvero quello che pensa), non si può certo concludere che i buoni propositi degli inventori del politically correct abbiano ottenuto questo gran successo.

Commenti

Post popolari in questo blog

ELOGIO DELL'INTELLIGENZA DELL'UOMO

Elogio della scrittura

Ma sopra tutte le invenzioni stupende,
qual eminenza di mente fu quella
di colui che s’immaginò di trovar modo
di comunicare i suoi più reconditi pensieri
a qualsivoglia altra persona, benché distante
per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo?
Parlare con quelli che sono nell'Indie,
parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni?
E con quale facilità, con i vari accozzamenti
di venti caratteruzzi sopra una carta. Sia questo il sigillo di tutte le invenzioni umane e la chiusa de' nostri ragionamenti di questo giorno (...)


Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo Tolemaico e Copernicano
Firenze (I giornata, 130)

PASOLINI E IL MARE: TERRACINA, UN RACCONTO INEDITO

Pasolini e Callas in Africa


Terracina
Un racconto inedito
di Pier Paolo Pasolini Nella spiaggia c'era più movimento, ma il mare era sempre immobile, morto.
Si vedevano delle vele arancione al largo, e molti mosconi che si incrociavano vicino alla spiaggia. Lucià avrebbe avuto fantasia di prendersi un moscone, e andar al largo: però era solo, e non era buono a remare. Andò sul molo tutto smantellato e ancora pieno di squarci, nuotando nei punti dove gli squarci interrompevano, finchè giunse in pizzo, sulla piccola rotonda. Si distese sulla pietra con la testa che sporgeva dall'orlo sul mare.
Verde, trasparente e tiepida, l'acqua si gonfiava e si sgonfiava tra le colonne del molo, ora pesante come un blocco di marmo, ora lieve come l'aria. Benché fosse alta già due o tre metri non c'era granello di sabbia che non si potesse distinguere dall'alto della rotonda: ed era una sabbia morbida e pulita , un tappeto meraviglioso per chi potesse vivere sotto acqua. Ogni …

O LENTE LENTE CURRITE NOCTIS EQUI

Ultimo giorno di luglio, ultimo giorno dedicato alla lentezza. Maancora una volta lentezza e velocità sembrano fondersi in un binomio affascinante, proprio come nelle riflessioni di ieri.
Stranamente riscopro, nelle ultime disperate parole di Dr. Faust che cerca inutilmente di fermare il tempo, l'ossimoro della vita: una corsa lenta verso la notte.
Nel Doctor Faust di Christopher Marlowe (1564-1593) apprendiamo che il patto con Lucifero ha dato a Faust la conoscenza ma la sua anima dovrà cadere nelle mani del diavolo e l'ora tanto temuta sta per arrivare:

Ah Faust ,Ora non ti resta che una misera ora da vivere,
E poi dovrai essere dannato in eterno.
Fermatevi, voi sempre rotanti Sfere celesti,
Che il Tempo s'arresti, e la mezzanotte non arrivi mai.
Occhio gentile della natura, risorgi e rendi
Il giorno infinito: o fa che quest'ora sia
Un anno, un mese, una settimana, un giorno normale,
Che Faust possa pentirsi e salvare la sua anima.
O lente, lente currite noctis equi.

L&#…