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IL FASCISMO GLOBALE CHE CI GIRA INTORNO.

“Il fascismo globale che ci gira intorno”. Incontro con Tabucchi
di Andrea Bajani, tratto da “l’Unità”, 29 novembre 2005
“Dopo le tredici aggressioni ricevute dalla stampa di destra al mio ultimo libro, un’accoglienza così non può che farmi piacere”. Torino sostiene (con juicio) Antonio Tabucchi e Antonio Tabucchi (con juicio) ringrazia. Di calore, infatti, ne ha trovato parecchio, sotto la Mole. Ha preso il via ieri sera in un incontro pubblico al Teatro Carignano, e prima ancora alla libreria Feltrinelli di piazza Cln, una maratona sabauda dedicata all’autore di Sostiene Pereira che si concluderà domenica 4 dicembre.
Proprio Pereira è il protagonista assoluto di questi giorni, e a vestire i suoi panni a teatro sarà Paolo Ferrari in uno spettacolo, diretto da Teresa Pedroni, che debutta questa sera al Teatro Carignano. “Ce ne sarebbero voluti due, di Paolo Ferrari, per fare Pereira, tanto era grasso. Per sua fortuna non abbiamo dovuto ingrassarlo”. Pereira si fa carne per la scena, e assieme a lui torna a farsi vivo quel 1938 in cui in Portogallo imperversava il fascismo di Salazar. E le due epoche sembrano quanto mai vicine: “All’università, mi ricordo, detestavo Vico e i suoi corsi e ricorsi della storia. Lo trovavo insopportabile e terribilmente pessimista. A rileggerlo oggi mi sembra un ottimista, dal momento che quei corsi e ricorsi si realizzano nel giro di una settimana”. Il fascismo, per Tabucchi, continua ad essere vivo e vegeto: “È un fascismo globale, quello che vedo, che poi nei singoli stati prende connotazioni e nomi diversi. Ma è uguale dovunque, e dovunque diventa realtà ogni volta che si esercita violenza su un individuo”. È per questo che uno come Pereira continua ad essere attuale: “È uno buono per tutte le stagioni, perché è la figura emblematica di una persona che dice la verità. Va bene oggi come sarebbe andato bene nella Cecoslovacchia degli anni Cinquanta”.
Il tempo non cambia le cose, evidentemente, e il tempo per Tabucchi è in questo momento un fattore particolarmente importante. Da giovedì sarà in libreria Racconti, un volume di oltre quattrocento pagine che raccoglie tre volumi di racconti del decennio 1981-1991 (Il gioco del rovescio, Piccoli equivoci senza importanza, L’angelo nero). “Il tempo è passato e quello che mi sono trovato davanti, riunendo insieme tutti questi racconti, è un mosaico”. E nel mosaico c’era un’immagine che non aveva mai visto prima, “un puzzle che non immaginavo”. È la somma di tanti frammenti che fa un tutto che non ci si poteva aspettare prima di metterli insieme. “Quel tutto, d’altra parte non posso che essere io, e il risultato ultimo di questo Racconti, non è che un autoritratto. Come diceva Octavio Paz, gli autori non hanno biografie ma solo libri: “Ho unito tre libri diversi come si uniscono i puntini della settimana enigmistica”. Poi ci si allontana dal foglio e si vede qual è il mondo che è nato. Senza farsi troppo pungolare dalle domande, Tabucchi confessa quale sarà, o quale vorrebbe che fosse, il tema del suo prossimo libro: il Tempo. Proprio al tempo sono dedicati infatti due racconti inediti della raccolta: “Il tempo mi affascina perché fa parte di noi, della vita che viviamo quotidianamente. Il tempo è come ciascuno di noi lo vive e soprattutto che cosa significa per ciascuno”. Il tempo, in fin dei conti, è quello che consente ai mosaici di arrivare all’ultima tessera e di diventare qualcosa, di acquistare un significato diverso.
Antonio Tabucchi il suo puzzle per quattro giorni lo vive a Torino. Dopo il calore con cui è stato accolto ieri al Teatro Carignano, oggi tocca al teatro, mentre il cinema Massimo rende omaggio a quel Pereira straordinario che fu Marcello Mastroianni nella regia di Roberto Faenza. Il Pereira di Roberta Pedroni è un piccolo “omettino” che si muove in un’atmosfera kafkiana. “È un personaggio in cerca d’autore – dice la regista - ed elegge il teatro a luogo per rivivere il suo percorso, un percorso fatto malgrado se stesso, di cui ancora ignora le motivazione”, un percorso che lo porta “ad una svolta morale che gli permette di diventare diverso. Migliore. In qualche modo un uomo”.
Tabucchi ha raccontato Pereira, e Pereira non era che un personaggio d’inchiostro. Si muoveva tra pagine di carta e per esistere aveva bisogno di un lettore che gli prestasse il proprio corpo. Da oggi Pereira, a teatro, ha anche un corpo, e quando uno che dice la verità esce dalla carta e diventa persona le cose che dice parlano di nuovo e parlano più forte. O almeno così si sostiene.

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