A PROPOSITO DEL RICCIO AZZURRO, OVVERO LA SCOPERTA DELLE "FAVOLE VERE"


Cari amici di letture, ancora coincidenze meravigliose tra vita, letture, parole e immagini. Il 9 gennaio avevo scritto una poesia ispirata ad un quadro di Pasquale Misuraca (IL RICCIO AZZURRO) in cui l'artista riporta il ritratto di Antonio Gramsci e uno strano riccio azzurro con tre mele infilzate dagli aculei. Fin qui splendida scoperta, per me! Con questa immagine impressa nella mente è stato semplice scorgere tra i cumuli di libri, nella libreria sotto casa, un delizioso libricino intitolato "L'albero del riccio" di Antonio Gramsci (Ed. Memori, 2011). Credo di averlo raccolto dagli scaffali proprio come si potrebbe prendere un riccio ai piedi di un albero.
In questo splendido libro ho trovato le lettere che Gramsci scrive nel carcere di Turi tra il 1929 e il 1935 ai due figli che non rivedrà più. Si tratta di "favole vere" un genere di cui non si parla spesso, o forse io non ne ho ancora sentito parlare. E allora proverò a farlo io ...
Dunque, la favola vera... è il racconto della realtà, storie vere di chi ha cercato la meraviglia in tutto quello che lo circonda, nel mondo reale che scintilla come quello delle favole. Antonio Gramsci racconta le "sue" favole, i profumi e le sensazioni della sua infanzia. E lo fa con la cura e la leggerezza che lo contraddistinguono.
Grazie, dunque, a Pasquale Misuraca per aver trasformato in uno splendido riccio azzurro l'albero del riccio di Antonio Gramsci. Il piccolo riccio azzurro se ne stava nascosto nel mare infinito della rete in attesa di raccontare al mondo la sua splendida favola vera.

Trascrivo per voi quasi tutta la lettera di Antonio Gramsci al figlio Delio. Buona lettura.


"L'albero del riccio"

Caro Delio,
mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagiannim cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe.
Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d'autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento.
Ecco a un tratto sbucano i ricci, cinque: due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l'erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben ne vicine una all'altra. Ma le mel giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono cu un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c'era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele ciascuno.
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa [...] (da "L'albero del riccio" di Antonio Gramsci, Edizioni Memori 2011)

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