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SULLO SFONDO

Il mio vestito a fiori e mia madre (foto di ?)

Macchie

Questi ricordi fanno capolino dal fondo di un piatto dai fiorellini azzurri. Il mio vestito di primavera era un cespuglio. Io frusciavo, mi spostavo da una parte all'altra della casa in uno sbuffo di foglioline e boccioli.

Attenta a non versare il brodo.

Fumava ancora quando lo feci cadere. I petali appena schiusi annegarono nel colore grasso dell'estratto di carne e verdure. Li vidi diventare pesanti e flosci. Sulle cosce bruciava il dolore dei fiori che appassivano. Facciamo il gioco delle gocce d'olio.

Come si gioca?

Con le punte della forchetta si uniscono le goccioline in superficie. Scegline una. Fa che ingoi quelle più piccole. Allarga. Ingoia. Nel brodo freddo alla fine deve restare soltanto un'enorme macchia gialla, silenziosa e piana nel bel mezzo del piatto.

Non hai mangiato niente.

Le macchie le seguivo fino all'oblò della lavatrice. Dalle mani di mia madre al bagno. Le guardavo mentre si scioglievano, girando nei vortici di schiuma tra i colori del bucato.

Mamma, dove vanno a finire le mie macchie?

Nei tubi. E poi nel mare.

Ci sono migliaia di tubi sotto di noi, sotto terra. Portano ai fiumi e al mare. Tutte le macchie finiscono in mare e nuotano e sguazzano e giocano sulla superficie e ridono di noi che siamo lì a guardare con il sole sulla testa e non possiamo fare il bagno nello sporco.

Non devi macchiarti più.

Le mie macchie sono cavalli di cioccolata, coniglietti di sugo, scoiattoli di cocacola, farfalle di latte e caffè, gattini di tuorlo d'uovo. Se le incontro nel mare io vado a farmi il bagno e ci gioco con loro, mamma! Voglio andare al mare con loro. Voglio mettermi insieme a loro in lavatrice.

E se mi ficcassi in un tubo?

A volte, d'estate, mi sedevo sul muretto di pietra a guardare le lucciole. Poi una volta ho schiacciato una lumaca. Sentii il guscio frantumarsi sotto il mio peso e una sensazione di freddo e umido in un punto preciso della natica sinistra. Mi alzai e presi a correre. Correvo verso casa, correvo verso il bagno, correvo a togliermi i pantaloni bianchi, correvo a metterli nell'oblò della nave che, attraversando i tubi, avrebbe portato la macchia di lumaca in mezzo al mare. La schiuma se la portò via in un turbine di bollicine e sapone a giocare con gli animali-macchia. Quell'estate ci fu un solo breve temporale. E sulla tela bianca dei pantaloni restò una scia luminosa di muco e saliva: l'ombra della lumaca schiacciata, un alone. Sentii il bisogno di sdraiarmi nell'erba bagnata.

Lo sai cosa sei? Una calamita per le macchie, ecco cosa sei!


(g.i)

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