LA TREDICESIMA ORA


Dal film La venticinquesima ora di Spike Lee (2002)


Siete mai andati al supermercato alle 13:00 di una domenica di gennaio?
Io lo faccio, qualche volta, quando la sera prima non ho fatto in tempo a fare la spesa, quando mi mancano all'improvviso idee e ispirazione per il pranzo domenicale, quando finisce la lettiera dei gatti e quando dopo il caffé si fa impellente il desiderio di cioccolato. Ci vado camminando piano, sulla Cassia, tra le macchine in fila ai semafori, persone in viaggio verso un pranzo già pronto -nonni, suoceri, parenti, amici, semplici benefattori che qualcuno non ha.
Li osservo, non sembrano affatto felici. Forse pensano già a domani: alba, caffé, l'acqua fredda sul viso, un maglione più caldo che metta di buon umore e protegga dal grigio di tutti i lunedì. Incontro un'amica. Lavoriamo insieme. Ha la faccia stanca perché è stata via una settimana intera con gli studenti in Olanda. Le dico, ma perché non te ne ritorni a dormire (è sposata da poco, non ha figli...potrebbe dormire tutto il giorno!). Ma è dovuta uscire a fare la spesa, perché suo marito "non sa fare un cazzo". Le dico che ho preparato le lasagne, se vuole ne ho ancora un bel po' in forno. Noi abbiamo mangiato abbastanza. Ma lei declina il mio invito. Mi viene da ridere, anche più del necessario.


Arrivo al supermercato ed è' l'ultimo giorno di una delle cassiere. C'è aria di nostalgia tra i colleghi. E pensare che tutti i giorni avranno litigato per i turni del sabato o chi sta al banco pesci.
Ma adesso lei se ne va, in un'altra sede solo qualche chilometro da qui. Qualcuno dice "t'invidio" e "beata te". Ricominciare, a volte si cerca soltanto un' occasione per ricominciare.
Alle casse si scopre che chi viene al supermercato la domenica nella tredicesima ora non è gente comune, non appartiene alla schiera di quelli che organizzano tutto il giorno prima, prevedendo tutto nei minimi dettagli, con cura, come generali in una battaglia navale.

In cassa mettono in fila cose inutili, comprate alla rinfusa: sul nastro scorrono storie. C'è la vedova che non ha più nessuno e che odia la domenica, odia l'odore di ragù nell'ascensore, odia i passi dei nipoti che arrivano di corsa a pranzare dai nonni all'ultimo piano. E odia il suo balcone di fiori secchi da estirpare. Ha comprato del terriccio nuovo e una paletta per rinvasare. C'è anche una lampadina, che non sa cambiare. Ogni volta che entra nel bagno deve accendere le luci sul lavandino e guardare da vicino la sua faccia sola. Natura morta dal titolo: "Vedova in bagno con lampadina".

E poi c'è un uomo che crede di non avere con sé il portafogli. Si fruga come uno spacciatore preso all'aeroporto. Si mette le mani ovunque. E' penoso. Soffro al posto suo. Vorrei aiutarlo, dirgli che pago io. E' solo amnesia, lo ritrova. Ha comprato del Chianti, ne berrà prima di tornare in un salotto buio. Il televisore acceso e il vecchio cane che aspetta di essere portato a fare i bisogni per strada. Usciranno barcollando quando sarà finalmente buio. Nell'oscurità le feci del cane e la sigaretta accesa.

E' il mio turno. Auguro alla cassiera buona fortuna. Le prometto che passerò a trovarla. Del resto ho il suo numero, me l'ha dato tempo fa nel caso mi fosse servita una babysitter a ore.
Esco col mio sacchetto e la cioccolata. Mio marito sarà felice, ho comprato la sua preferita. Ne mangeremo un pezzetto insieme con il caffé. Poi ognuno di noi andrà a rubarne dell'altra dal frigorifero. E' quasi un gioco. La sera il primo a fare la scoperta urlerà "Chi ha finito la cioccolata!".

Quando torno dal supermercato, invece, cammino sempre veloce. Un uomo con le scarpe da ginnastica (addirittura mi sembra senza calzini) i lacci sciolti e una giacca di velluto aperta mi supera correndo. Dietro di lui l'autobus. L'uomo corre verso la fermata, corre e io mi fermo per vedere se ce la farà ad arrivare. Faccio il tifo per lui, uno sconosciuto senza calzini che corre per prendere il 301 che sta per arrivare. L'autista lo vede, si accorge di lui e accelera. Vuole arrivare prima, non lo vuole aspettare, è già al semaforo: rosso giallo verde... ce la fa a passare. Anche il mio maratoneta supera l'ostacolo e con un balzo è dentro, è salito, si siede in fondo. Ho tenuto il fiato in sospeso e ora posso di nuovo respirare. Sorrido, quasi quasi batto le mani. Lo so, in fondo non sarebbe accaduto nulla se non fosse salito, ma quell'uomo è uno di noi: uno dei pochi viandanti della tredicesima ora, quelli senza dimora, quelli che non vogliono tornare a casa, quelli che fuori inseguono qualcosa.

A proposito, che programmi per il pomeriggio? Pronti ad andare a guardare un pezzo coraggioso della nostra città al cinema? Sempre più come New York (Spike Lee docet)...!

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