LA CASA DI GLASGOW



(...) But up on the rightmost bank, amid thorns and briars,
someone has built a bird trap from a plank
set on a perch, from which a length of rope
snakes to a half‐closed door,
and all around it, birds dip from the air,
starlings and fieldfares, redwings, unaware
of any danger.
by John Burnside

John Burnside, poeta scozzese, è il vincitore del TS Eliot Poetry Prize 2011. Questa notizia mi ha fatto evocare ricordi sepolti. Anni fa, infatti, vivevo a Glasgow; dopo qualche mese, come già avevo fatto in Irlanda, ero alla ricerca di voci che mi aiutassero a capire e amare quel nuovo paesaggio. Chiedevo una mano alla poesia anche per riscaldare e comprendere la mia nuova casa. Era un appartamento nel West End, al secondo piano. Da un momento all'altro ero diventata una lodger, ovvero possedevo solo una stanza di quella enorme casa.
La casa era sempre vuota, la mia inquilina una donna minuta e crudele, sembrava stranamente eccitata all'idea di essere diventata una affittacamere. Me lo aveva spiegato con cura, la prima sera, dandomi una lista di cose vietate. Forse la conservo ancora in qualche scatola (ci sono scatole in tutte le vite).Mi aveva vietato di usare la cucina in certe ore del giorno, e contava sulla mia assenza nei fine settimana. E poi, come la giovane moglie di Barbablu, avevo anche io la mia stanza proibita. Il salotto. E nel salotto c'era un acquario. Ma io non lo sapevo. Quando lo scoprii vidi che era diventato uno stagno ricoperto di melma verde. Mi disse di non dar mai da mangiare ai pesci. Quando rincasava, diventava la "sua" stanza: il televisore acceso, la cena sul vassoio e qualche ospite che si materializzava all'improvviso come un ragno.
Ci misi un po' ad infrangere il divieto. Quando mi divenne familiare il ritmo delle sue strane giornate sapevo che potevo godere di qualche ora senza rischiare di essere scoperta, soprattutto la domenica. Di quella stanza mi piaceva la grande finestra, una bow-window che abbracciava la strada sottostante, Hyndland Road. O meglio, dal momento che era una finestra ad angolo come quella nella foto (la seconda eccola, guardate che bella!) sembrava più la cabina di un aereo.


Lavoravo all'Università di Strathclyde, conoscevo poche persone, la sera traducevo un romanzo di un surreale poliziotto dublinese (Lo scoppiato, Ed. Cronopio) uscito dalla penna di uno scrittore esordiente in Italia, Hugo Hamilton; le mie notti erano insonni per via del silenzio della casa e i litri di tè - amavo il gorgoglio notturno della teiera. Anche di notte, quando non c'era Maureen, andavo alla finestra della stanza proibita, come un pilota, e osservavo quella città estranea dove mi sembrava di non essere ancora atterrata. Nel mio aereo silenzioso sorvolavo una nuvola pullulante di voci.
Col passare dei mesi lentamente mi abituavo. Avevo cominciato a leggere la letteratura scozzese dei contemporanei, svolazzante di accenti ruvidi e musicali. La poesia mi piaceva ma mi innamorai del teatro, anche perché quasi ogni settimana andavo alla ricerca di qualcosa di nuovo. Andavo a teatro anche due volte al mese, erano luoghi pullulanti di giovani. In un teatro pieno come un uovo scoprii David Greg. Rimasi affascinata da "The cosmonaut last message" una commedia che parlava di una figlia che aspettava il padre da anni, in Russia. Il cosmonauta era rimasto ad orbitare nello spazio, uno dei cosmonauti dell'ex URSS intrappolati nello spazio. Lo tradussi e sperai di portarlo in Italia.
Ma torniamo alla poesia. Intanto il mio lavoro all'Università era diventato semplice: insegnavo poche ore alla settimana. C'era tempo per altre cose. Per esempio registravo presso una scuola locale i testi audio per gli esami di lingua italiana. E poi proposi ad alcuni poeti di tradurli in italiano. Andai a trovare uno dei poeti più noti e affascinanti, dietro consiglio dei miei amici di Strathclyde. Era il poeta Edwin Morgan. Mi ricevette nella sua casa di Glasgow. Da lì a qualche mese sarei tornata in Italia, e poi di nuovo in Irlanda, dove avevo già vissuto per motivi di studio. Ora però ci andavo per amore. Sentivo di dover cercare la voce di un grande poeta. Morgan era un uomo sottile, silenzioso e paziente. Mi offrì del té. Gli dissi che avrei voluto tradurre alcune sue poesie. Lui mi parlò di Glasgow come solo un poeta sa fare. Si sedette accanto a me nella sua cabina solitaria, davanti alla sua finestra che s'affacciava su di un quartiere grigio. Dalla sua finestra una periferia luccicante che non avevo mai ascoltato mi parlava. La finestra di Maureen era un vetro di un acquario muto. Imparai più cose di Glasgow in quel pomeriggio che in un anno di sere solitarie nel mio appartamento.
File:Edwin Morgan by Alex Boyd.jpg
(Una foto del poeta Edwing Morgan 1920-2010)

Edwin Morgan è morto nel 2010, a Glasgow, di polmonite. Era già vecchio quando ci siamo salutati sulla porta con una stretta di mano e un libro a me dedicato. Non ho mai tenuto fede alla promessa. Non ho più tradotto il suo libro. O forse dovrei dire ancora. Lui non cercava la fama oltre il mare. Edwin Morgan era un poeta della città, di Glasgow. Tutto quello che scriveva, mi disse, lo aveva visto dalla finestra della sua casa. E quella sera mi aveva aiutato ad entrare nella pelle della sua Glasgow, come in un vestito nuovo.
Perché vi parlo di lui se questo post è partito da John Burnside? Forse perché, apprendendo la notizia del premio a Burnside, poeta scozzese, leggo anche che ama il pittore Brueghel e dei suoi quadri ne parla come di una metafora del mondo.
Una coicidenza ... ma ora che ci penso le mie passeggiate (per esempio al rifugio magico dei Botanic Gardens) erano come camminare in un quadro di Brueghel. Dopo aver guardato dalla finestra dell'appartamento di Edwin Morgan, dopo aver ascoltato le sue storie, sentii per la prima volta l'anima della città.
Finalmente ero entrata nel Winter Landscape ed ero pronta, avrei aperto la bird trap in cui il mio Barbablu mi aveva rinchiuso a svernare. Quella sera, a casa di Maureen, mi preparai la cena e feci l'ultima cosa che Maureen mi aveva proibito: diedi da mangiare ai suoi pesci.





Glasgow, Botanic Gardens



Pieter Brueghel: Winter Landscape with Skaters and Bird Trap, 1565
di John Burnside

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Slithering as we go, the foolish and the wise
We have to imagine the duties they leave behind
for the thrill of the river,
the kitchens and middens, the sheepfolds and clouded byres,
the old folk in their sick beds
mumbling prayers.
The day is bright
and this is their escape
from hardship,
but each has his private hurt, her secret dread:
the man who starts thirsty and tired, his body soured
with last night’s schnapps,
then skatesaway from the loveless matron he’s had to endure
for decades;
the woman in blue and grey, keeping pace with her child,
untroubled for now, but never released from the fear
that her husband will catch her wasting his precious time
and beat her as he’s beaten her for years,
the moment he gets her home.
At midstream, the children play
with makeshift hockey sticks and, near the church,
a man finds the thoughtless grace
of the boy he once was
to glide free
in the very eye of heaven;
it could be simple – paradise foreseen –
but up on the rightmost bank, amid thorns and briars,
someone has built a bird trap from a plank
set on a perch, from which a length of rope
snakes to a half‐closed door,
and all around it, birds dip from the air,
starlings and fieldfares, redwings, unaware
of any danger.
It seems a fable and perhaps it is:
we live in peril, die from happenstance,
a casual slip, a fault line in the ice;
but surely it’s the other thought that matters,
the sense that, now and then, there’s still a chance
a man might slide towards an old
belonging, momentarily involved
in nothing but the present, skating out
towards a white
horizon, fair
and gifted with the grace
to skate forever, slithering as he goes,
but hazarding a guess that someone else
is close beside him, other to his other.


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