martedì 31 gennaio 2012

A PROPOSITO DEL RICCIO AZZURRO, OVVERO LA SCOPERTA DELLE "FAVOLE VERE"


Cari amici di letture, ancora coincidenze meravigliose tra vita, letture, parole e immagini. Il 9 gennaio avevo scritto una poesia ispirata ad un quadro di Pasquale Misuraca (IL RICCIO AZZURRO) in cui l'artista riporta il ritratto di Antonio Gramsci e uno strano riccio azzurro con tre mele infilzate dagli aculei. Fin qui splendida scoperta, per me! Con questa immagine impressa nella mente è stato semplice scorgere tra i cumuli di libri, nella libreria sotto casa, un delizioso libricino intitolato "L'albero del riccio" di Antonio Gramsci (Ed. Memori, 2011). Credo di averlo raccolto dagli scaffali proprio come si potrebbe prendere un riccio ai piedi di un albero.
In questo splendido libro ho trovato le lettere che Gramsci scrive nel carcere di Turi tra il 1929 e il 1935 ai due figli che non rivedrà più. Si tratta di "favole vere" un genere di cui non si parla spesso, o forse io non ne ho ancora sentito parlare. E allora proverò a farlo io ...
Dunque, la favola vera... è il racconto della realtà, storie vere di chi ha cercato la meraviglia in tutto quello che lo circonda, nel mondo reale che scintilla come quello delle favole. Antonio Gramsci racconta le "sue" favole, i profumi e le sensazioni della sua infanzia. E lo fa con la cura e la leggerezza che lo contraddistinguono.
Grazie, dunque, a Pasquale Misuraca per aver trasformato in uno splendido riccio azzurro l'albero del riccio di Antonio Gramsci. Il piccolo riccio azzurro se ne stava nascosto nel mare infinito della rete in attesa di raccontare al mondo la sua splendida favola vera.

Trascrivo per voi quasi tutta la lettera di Antonio Gramsci al figlio Delio. Buona lettura.


"L'albero del riccio"

Caro Delio,
mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagiannim cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc. ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe.
Ecco dunque come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d'autunno, quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutta, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento.
Ecco a un tratto sbucano i ricci, cinque: due più grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l'erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben ne vicine una all'altra. Ma le mel giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio più grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono cu un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente: i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre più spesso, con scosse brusche, e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: c'era chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele ciascuno.
Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa [...] (da "L'albero del riccio" di Antonio Gramsci, Edizioni Memori 2011)

lunedì 30 gennaio 2012

L'ALTALENA DEL SATIRO

L'altalena del satiro di Giandomenico Tiepolo (dalla villa di Zianigo a Venezia)


L'altalena

continua a dondolare sul soffitto
niente vento niente bambino niente mano niente bocca
che ride e ride e ride
che dice - più forte!

Ai miei versi non chiedo altro
che continuare a dondolare
su un prato

come l'altalena
del satiro.

GALATEO REVISED


Galateo Revised, by Giovanna in casa...


-Se qualcuno saluta, tu rispondi.

-Se involontariamente hai offeso, chiedi scusa.

-Se qualcuno ti corre dietro per dirti qualcosa, fermati.

-Non fare sempre le dovute eccezioni.

- Se qualcuno cade, aiutalo ma non fargli la predica.

- Se ti siedi a tavola per primo, comincia a mangiare per ultimo.

- Augura buon appetito, buon giorno e buona notte.
O la tua giornata sarà solo appetito, giorno e notte.

- Un'ora al giorno passala ad essere te stesso.
Il resto del tempo ad essere tutti gli altri.

- Sull'autobus non fissare il sedile vuoto di fronte,
qualche volta guarda la persona davanti a te.

- Dopo aver usato il bagno pubblico, abbraccia l'anziana signora che lo aveva appena finito di pulire per te.

La buona educazione non è questione di soldi...

domenica 29 gennaio 2012

IL DRAGO DELLA DOMENICA... SUNDAY DRAGON!


Tutto ebbe inizio alle ore 14:30. Io credo che questa volta il terrore sia vero e palpabile. Ancora una volta bravi! Rebecca, Riccardo e Cav. Alan (alias daddy!)

LA TREDICESIMA ORA


Dal film La venticinquesima ora di Spike Lee (2002)


Siete mai andati al supermercato alle 13:00 di una domenica di gennaio?
Io lo faccio, qualche volta, quando la sera prima non ho fatto in tempo a fare la spesa, quando mi mancano all'improvviso idee e ispirazione per il pranzo domenicale, quando finisce la lettiera dei gatti e quando dopo il caffé si fa impellente il desiderio di cioccolato. Ci vado camminando piano, sulla Cassia, tra le macchine in fila ai semafori, persone in viaggio verso un pranzo già pronto -nonni, suoceri, parenti, amici, semplici benefattori che qualcuno non ha.
Li osservo, non sembrano affatto felici. Forse pensano già a domani: alba, caffé, l'acqua fredda sul viso, un maglione più caldo che metta di buon umore e protegga dal grigio di tutti i lunedì. Incontro un'amica. Lavoriamo insieme. Ha la faccia stanca perché è stata via una settimana intera con gli studenti in Olanda. Le dico, ma perché non te ne ritorni a dormire (è sposata da poco, non ha figli...potrebbe dormire tutto il giorno!). Ma è dovuta uscire a fare la spesa, perché suo marito "non sa fare un cazzo". Le dico che ho preparato le lasagne, se vuole ne ho ancora un bel po' in forno. Noi abbiamo mangiato abbastanza. Ma lei declina il mio invito. Mi viene da ridere, anche più del necessario.


Arrivo al supermercato ed è' l'ultimo giorno di una delle cassiere. C'è aria di nostalgia tra i colleghi. E pensare che tutti i giorni avranno litigato per i turni del sabato o chi sta al banco pesci.
Ma adesso lei se ne va, in un'altra sede solo qualche chilometro da qui. Qualcuno dice "t'invidio" e "beata te". Ricominciare, a volte si cerca soltanto un' occasione per ricominciare.
Alle casse si scopre che chi viene al supermercato la domenica nella tredicesima ora non è gente comune, non appartiene alla schiera di quelli che organizzano tutto il giorno prima, prevedendo tutto nei minimi dettagli, con cura, come generali in una battaglia navale.

In cassa mettono in fila cose inutili, comprate alla rinfusa: sul nastro scorrono storie. C'è la vedova che non ha più nessuno e che odia la domenica, odia l'odore di ragù nell'ascensore, odia i passi dei nipoti che arrivano di corsa a pranzare dai nonni all'ultimo piano. E odia il suo balcone di fiori secchi da estirpare. Ha comprato del terriccio nuovo e una paletta per rinvasare. C'è anche una lampadina, che non sa cambiare. Ogni volta che entra nel bagno deve accendere le luci sul lavandino e guardare da vicino la sua faccia sola. Natura morta dal titolo: "Vedova in bagno con lampadina".

E poi c'è un uomo che crede di non avere con sé il portafogli. Si fruga come uno spacciatore preso all'aeroporto. Si mette le mani ovunque. E' penoso. Soffro al posto suo. Vorrei aiutarlo, dirgli che pago io. E' solo amnesia, lo ritrova. Ha comprato del Chianti, ne berrà prima di tornare in un salotto buio. Il televisore acceso e il vecchio cane che aspetta di essere portato a fare i bisogni per strada. Usciranno barcollando quando sarà finalmente buio. Nell'oscurità le feci del cane e la sigaretta accesa.

E' il mio turno. Auguro alla cassiera buona fortuna. Le prometto che passerò a trovarla. Del resto ho il suo numero, me l'ha dato tempo fa nel caso mi fosse servita una babysitter a ore.
Esco col mio sacchetto e la cioccolata. Mio marito sarà felice, ho comprato la sua preferita. Ne mangeremo un pezzetto insieme con il caffé. Poi ognuno di noi andrà a rubarne dell'altra dal frigorifero. E' quasi un gioco. La sera il primo a fare la scoperta urlerà "Chi ha finito la cioccolata!".

Quando torno dal supermercato, invece, cammino sempre veloce. Un uomo con le scarpe da ginnastica (addirittura mi sembra senza calzini) i lacci sciolti e una giacca di velluto aperta mi supera correndo. Dietro di lui l'autobus. L'uomo corre verso la fermata, corre e io mi fermo per vedere se ce la farà ad arrivare. Faccio il tifo per lui, uno sconosciuto senza calzini che corre per prendere il 301 che sta per arrivare. L'autista lo vede, si accorge di lui e accelera. Vuole arrivare prima, non lo vuole aspettare, è già al semaforo: rosso giallo verde... ce la fa a passare. Anche il mio maratoneta supera l'ostacolo e con un balzo è dentro, è salito, si siede in fondo. Ho tenuto il fiato in sospeso e ora posso di nuovo respirare. Sorrido, quasi quasi batto le mani. Lo so, in fondo non sarebbe accaduto nulla se non fosse salito, ma quell'uomo è uno di noi: uno dei pochi viandanti della tredicesima ora, quelli senza dimora, quelli che non vogliono tornare a casa, quelli che fuori inseguono qualcosa.

A proposito, che programmi per il pomeriggio? Pronti ad andare a guardare un pezzo coraggioso della nostra città al cinema? Sempre più come New York (Spike Lee docet)...!

POESIA DI FERNANDA

Fernanda, da La Prima Comunione (Rep. uno), 1969, smalto su tela Carlo Vincenti


Fernanda

il volto salato
colori mescolati
ad acqua di mare

torna il sole
riscalda il sorriso

la lettera è scritta
il segreto svelato.

(g.i.)

giovedì 26 gennaio 2012

RITRATTI DI POESIA



Sarebbe troppo lungo riuscire a mettere insieme le tante impressioni di questa full immersion nella poesia. Proverò con una sintesi:

301 piazza mancini tram semivuoto ore 9:00
obelisco ombra
fredda piazza del popolo qualche
passante viandante
solitario amante
corro corro corro
corro
in anticipo
al tempio
vago tra le colonne
rosicchiate dal tempo topo
biblioteca intorno alla poesia
forza dell'ordine
torni fra poco

poco sole poco
calore dietro l'angolo il pantheon
raffaello e la tomba
il fiore il vuoto
un re addormentato
respiro di cavallo irritato

torno tempio aperto di parole
entrano poeta lettore traduttore
scambio di pretese promesse attese
entriamo siedo tra cubi luci
video questioni inviti
poeti giovani voci suoni

macchina da scrivere
del padre una campana
ricordi tenuti a bada dai capelli
lava fredda vulcano

giovane donna bionda figlia di avvocato
mostra a venezia tecnica nuova
ignoro il significato
borsa grande sorriso squalo spiaggiato
partite di caccia scacchi
demone col bastone
cani e latrati
riemergo

tutti gli altri poeti
io chi sono?


martedì 24 gennaio 2012

STEFANO SCODANIBBIO ED EDOARDO SANGUINETI


"La poesia non è una cosa morta ma vive una vita clandestina" (E. Sanguineti)

Dal blog, Direpoesia


Stefano Scodanibbio, compagno di avventure di Edoardo Sanguineti (anche a Vicenza, il 28 aprile 2010 per Dire poesia) e di molti altri artisti, pensatori, musicisti e poeti, è morto a Cuernavaca, in Messico, nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 gennaio 2012. Era nato a Macerata il 18 giugno 1956.

Malato da tempo, Stefano ha voluto morire nella terra che amava e cui tornava ogni anno.

Ora le sue ceneri saranno disperse nei giardini di due suoi grandi amici messicani, compositori come lui:

Ana Lara e Julio Estrada.

In questo grande silenzio, la sua musica risuona più di prima.

lunedì 23 gennaio 2012

SALVATE IL SANTO EDITORE


ALLIMPROVVISO in collaborazione con ARCI Viterbo, Banda del Racconto, Sub Terra e Davide Ghaleb presenta, SALVATE IL SANTO EDITORE

Domenica 29 Gennaio dalle ore dalle 18 alle 20,
presso la sede dell'editore in via Roma 41 a Vetralla

Una realtà importante dell'editoria e della promozione del nostro territorio rischia di chiudere.
Davide Ghaleb ha annunciato la chiusura della casa editrice che da anni investe
sulla ricerca e la promozione di studi per la valorizzazione dei beni archeologici e storico artistici,
nonché nella pubblicazione di lavori sulla storia orale. È un pezzo importante della "filiera culturale" che perdiamo tutti.
Per questo Allimprovviso, Arci Viterbo, Banda del Racconto, Sub Terra e Davide Ghaleb editore organizzano
SALVATE IL SANTO EDITORE
un'iniziativa congiunta che prevede letture della Banda del Racconto ed esibizioni dal vivo di SubTerra Label:
Tedesko & the Monomagical band + La Guerra delle Formiche.

Ogni partecipante dovrà acquistare come biglietto di ingresso
un libro dal catalogo di Davide Ghaleb editore.
SubTerra Label è un'etichetta di musica indipendente con base a Vetralla.
Nota per essere una delle prime realtà italiane a rilasciare gratuitamente sul web i propri dischi,
secondo le modalità del copyleft, è stata fondata dal collettivo mutante post-rock
La Guerra delle Formiche e dal terrigno punkautore, nonché calzolaio di Vetralla,
conosciuto come il Tedesko.

http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/04/06/news/pirateria_musicale_stime_false-14489149/

Allimprovviso è un progetto di incursioni narrative e musicali
che da più di un anno anima il centro storico di Viterbo negli spazi più insoliti.

http://allimprovvisoaviterbo.blogspot.com

La Banda del Racconto agisce di preferenza nei territori di Viterbo e della Tuscia, della Maremma tosco-laziale,
della Campagna Romana. Brevi incursioni anche nella Capitale.
Ma ogni racconto è mondo. O no?

http://www.bandadelracconto.it/

domenica 22 gennaio 2012

POESIA PER SANNA




Sanna spoke
to the green parrot

wrote on the window
with her finger on the glass
what the bird sang

flying back
to the top of the nest:

I will fly
don't ask me why
fly and fly and fly

I don't see why
not to fly

since I have a ton
of flying dreams.

PRIME ANIMAZIONI


La prima animazione di Rebecca e Riccardo (alias i miei figli!) con la partecipazione paziente e straordinaria del loro papa' (St. Alan) :)

SULLO SFONDO

Il mio vestito a fiori e mia madre (foto di ?)

Macchie

Questi ricordi fanno capolino dal fondo di un piatto dai fiorellini azzurri. Il mio vestito di primavera era un cespuglio. Io frusciavo, mi spostavo da una parte all'altra della casa in uno sbuffo di foglioline e boccioli.

Attenta a non versare il brodo.

Fumava ancora quando lo feci cadere. I petali appena schiusi annegarono nel colore grasso dell'estratto di carne e verdure. Li vidi diventare pesanti e flosci. Sulle cosce bruciava il dolore dei fiori che appassivano. Facciamo il gioco delle gocce d'olio.

Come si gioca?

Con le punte della forchetta si uniscono le goccioline in superficie. Scegline una. Fa che ingoi quelle più piccole. Allarga. Ingoia. Nel brodo freddo alla fine deve restare soltanto un'enorme macchia gialla, silenziosa e piana nel bel mezzo del piatto.

Non hai mangiato niente.

Le macchie le seguivo fino all'oblò della lavatrice. Dalle mani di mia madre al bagno. Le guardavo mentre si scioglievano, girando nei vortici di schiuma tra i colori del bucato.

Mamma, dove vanno a finire le mie macchie?

Nei tubi. E poi nel mare.

Ci sono migliaia di tubi sotto di noi, sotto terra. Portano ai fiumi e al mare. Tutte le macchie finiscono in mare e nuotano e sguazzano e giocano sulla superficie e ridono di noi che siamo lì a guardare con il sole sulla testa e non possiamo fare il bagno nello sporco.

Non devi macchiarti più.

Le mie macchie sono cavalli di cioccolata, coniglietti di sugo, scoiattoli di cocacola, farfalle di latte e caffè, gattini di tuorlo d'uovo. Se le incontro nel mare io vado a farmi il bagno e ci gioco con loro, mamma! Voglio andare al mare con loro. Voglio mettermi insieme a loro in lavatrice.

E se mi ficcassi in un tubo?

A volte, d'estate, mi sedevo sul muretto di pietra a guardare le lucciole. Poi una volta ho schiacciato una lumaca. Sentii il guscio frantumarsi sotto il mio peso e una sensazione di freddo e umido in un punto preciso della natica sinistra. Mi alzai e presi a correre. Correvo verso casa, correvo verso il bagno, correvo a togliermi i pantaloni bianchi, correvo a metterli nell'oblò della nave che, attraversando i tubi, avrebbe portato la macchia di lumaca in mezzo al mare. La schiuma se la portò via in un turbine di bollicine e sapone a giocare con gli animali-macchia. Quell'estate ci fu un solo breve temporale. E sulla tela bianca dei pantaloni restò una scia luminosa di muco e saliva: l'ombra della lumaca schiacciata, un alone. Sentii il bisogno di sdraiarmi nell'erba bagnata.

Lo sai cosa sei? Una calamita per le macchie, ecco cosa sei!


(g.i)

LA VOCE DI CONSOLO, LO SPASIMO DI PALERMO

giovedì 19 gennaio 2012

DUE AMORI APPENA NATI

Xisco Fernandez


e Simone Massi

La casa sull'altura

IL PASSAPAROLA DI SILVANA MAZZOCCHI

PASSAPAROLA

Il bambino Bruno, parole e immagini
per raccontare diversità e fantasia

Il libro scritto da Nadia Terranova, con le illustrazioni di Ofra Amit, ricostruisce la vita di Bruno Schulz, ebreo, scrittore, disegnatore e traduttore polacco morto per mano nazista nel 1942. Un ragazzino eccezionale, con la sua testa grossa, e poi un uomo eccezionale il cui motto era "Maturare verso l'infanzia. Questa soltanto sarebbe l'autentica maturità"

di SILVANA MAZZOCCHI

Che le parole e le immagini si possano fondere in magica sinergia è sempre una speranza, ma solo a volte l'alchimia si realizza davvero. Accade con Bruno, il bambino che imparò a volare, un libro che è insieme un racconto visionario e un album di disegni, ma anche un oggetto artistico. Combinazione non rara per le edizioni di Orecchio acerbo che vantano una produzione intelligente e sofisticata dedicata ai bambini e non solo, che funziona per tutti come un veicolo di fantasia e stimolo per la conoscenza.

E' stata Nadia Terranova, studiosa di Bruno Schulz, ebreo, scrittore, disegnatore e traduttore polacco di Kafka, (definito per le similitudini di poetica e biografia con il celebre Franz "uno scrittore più kafkiano di Kafka") a raccontare la storia di Bruno bambino quasi settant'anni dopo la sua morte avvenuta per mano nazista nell'autunno del 1942. L'essere un bambino eccezionale, il convivere con la sua testa grossa, una dissonanza che, anche se era vista dai suoi coetanei con curiosità non sempre bonaria, si rivelò per lui un mezzo straordinario per trasformare la spiacevole diversità in un'intima ricchezza, secondo il suo detto: "Maturare verso l'infanzia. Questa soltanto sarebbe l'autentica maturità".

Schulz nacque nel cuore ebraico della cittadina di Drohobycz nella Galizia orientale (oggi ucraina, ieri austroungarica e poi polacca, sovietica e in seguito occupata dai nazisti) e morì in circostanze non chiare, ma certamente ucciso dopo aver subìto ogni tipo di umiliazione e persecuzione. Il libro di Bruno ne racconta l'infanzia e fa emergere il suo rapporto con il padre Jacob, bizzarro maestro di vita, e la sua straordinaria capacità di trasfigurare il disagio e lo sperdimento in energia vitale che gli permette di "volare". Fantasia e realtà si fondono nel testo, scritto con sapienza e abilità da Nadia Terreanova, e si completano con il tratto surreale dei disegni di Ofra Amit, permettendo al libro di essere usato anche come primo e stimolante approccio per far conoscere ai bambini una delle pagine più buie della storia dell'umanità, la strage di milioni di persone: ebrei, rom, sinti, omosessuali, malati di mente, trucidati nei campi nazisti.

Bruno, il bambino che imparò a volare è in libreria, mentre una mostra con le bellissime tavole di Ofra Amit, resta aperta a Roma alla Galleria Tricromia in via di Panico 35 fino al 5 febbraio 2012. Il prossimo 27 gennaio, infine, in occasione della giornata della Memoria, sarà presente in galleria Ofra Amit per firmare il libro a chi lo vorrà.

Com'è nato il progetto di Bruno?
"Nove anni fa ho letto per la prima volta Le botteghe color cannella, nell'edizione Einaudi, che conteneva non solo i due romanzi di Bruno Schulz ma anche i suoi articoli e disegni. Sono rimasta subito colpita dalla sua arte e dalla sua vicenda e gli ho dedicato un blog letterario che ho curato fino al 2010. Quando ho proposto all'editore Orecchio Acerbo un racconto sulla vita di Schulz non pensavo tanto allo scrittore adulto ma al piccolo Bruno, riservato, schivo, con addosso un forte imbarazzo dovuto alla sensazione di una diversità radicale, alle bizzarrie di un padre incontenibile, al peso di una genialità inesplosa. A poco a poco si può imparare a ridere sulla vergogna, ma nel silenzio di un io bambino può essere bruciante. Inoltre volevo raccontare l'invasione nazista nella cittadina di Drohobycz, con il buio della guerra e poi la speranza della rinascita che i disegni di Ofra Amit hanno interpretato perfettamente, rendendo accessibile ai più piccoli un tema importante. È stata Fausta Orecchio a pensare a lei creando la sinergia fra parole, immagini e grafica. Dopo aver scritto il mio testo ero fiduciosa ma solo quando ho visto lo storyboard ho capito che il libro era nato".

Chi era Bruno Schulz nella realtà?
"Era molte persone: un bambino che ascoltava intimidito i discorsi filosofici del padre Jakob e la notte si perdeva tra le vie e le botteghe del ghetto, uno scrittore dalla penna potente e immaginifica, un incisore e disegnatore visionario, un insegnante che preferiva la narrazione alla didattica, era il traduttore polacco di Kafka, era un ebreo che subì il nazismo e una fine assurda. Sulla sua morte, avvenuta durante il massacro di un Giovedì Nero, circola la storia di una ripicca fra due ufficiali: vera o falsa che sia, come sostiene Grossman, è emblematica di una verità tragica, di un senso di estraneità esistenziale. Il suo corpo non fu mai ritrovato, come se si ostinasse a non morire, per questo ho pensato alla sua scomparsa come a un vuoto, una sparizione. Negli ultimi anni sono molti gli scrittori che tengono vivo il nome di Schulz, quasi sia diventato un nume tutelare della categoria: fra gli altri gli italiani Gad Lerner, Francesco M. Cataluccio, Ugo Riccarelli, e poi David Grossman, Cynthia Ozyck, Jonathan Safran Foer".

Fantasia, sogno, diversità. Che cosa racconta il libro?
"Una versione della vita di Bruno attraverso tutte e tre queste lenti. La fantasia è una possibilità che abbiamo per sopportare la realtà, ovvero trasfigurarla, aggiustarcela addosso. Non importa che suo padre si trasformasse davvero in un rapace, in un pompiere, in un libro segreto, quello che conta è che Bruno percepisse in maniera vivida queste metamorfosi e attraverso immagini esperite o sognate riuscisse a tollerare assenze e stranezze di un genitore particolare. Certo, il sogno può diventare incubo, come quando arriva la guerra e diventa sempre più difficile dare un senso a ciò che accade. Con la diversità si può giocare in molti modi perché a seconda dei punti di vista la sua definizione è mobile. Nel libro, a proposito del suo lavoro di insegnante e delle corde che riusciva a toccare con gli allievi del corso di disegno, scrivo che Bruno, poiché l'ha conosciuta, sa trasformare la diversità in opportunità. La frase con cui Einstein amava definirsi risulta appropriata anche per lui: "Nulla di umano gli era estraneo"".

Nadia Terranova, Ofra Amit
Bruno, il bambino che imparò a volare
Orecchio acerbo
euro 16


(17 gennaio 2012)


mercoledì 18 gennaio 2012

LA CASA DI GLASGOW



(...) But up on the rightmost bank, amid thorns and briars,
someone has built a bird trap from a plank
set on a perch, from which a length of rope
snakes to a half‐closed door,
and all around it, birds dip from the air,
starlings and fieldfares, redwings, unaware
of any danger.
by John Burnside

John Burnside, poeta scozzese, è il vincitore del TS Eliot Poetry Prize 2011. Questa notizia mi ha fatto evocare ricordi sepolti. Anni fa, infatti, vivevo a Glasgow; dopo qualche mese, come già avevo fatto in Irlanda, ero alla ricerca di voci che mi aiutassero a capire e amare quel nuovo paesaggio. Chiedevo una mano alla poesia anche per riscaldare e comprendere la mia nuova casa. Era un appartamento nel West End, al secondo piano. Da un momento all'altro ero diventata una lodger, ovvero possedevo solo una stanza di quella enorme casa.
La casa era sempre vuota, la mia inquilina una donna minuta e crudele, sembrava stranamente eccitata all'idea di essere diventata una affittacamere. Me lo aveva spiegato con cura, la prima sera, dandomi una lista di cose vietate. Forse la conservo ancora in qualche scatola (ci sono scatole in tutte le vite).Mi aveva vietato di usare la cucina in certe ore del giorno, e contava sulla mia assenza nei fine settimana. E poi, come la giovane moglie di Barbablu, avevo anche io la mia stanza proibita. Il salotto. E nel salotto c'era un acquario. Ma io non lo sapevo. Quando lo scoprii vidi che era diventato uno stagno ricoperto di melma verde. Mi disse di non dar mai da mangiare ai pesci. Quando rincasava, diventava la "sua" stanza: il televisore acceso, la cena sul vassoio e qualche ospite che si materializzava all'improvviso come un ragno.
Ci misi un po' ad infrangere il divieto. Quando mi divenne familiare il ritmo delle sue strane giornate sapevo che potevo godere di qualche ora senza rischiare di essere scoperta, soprattutto la domenica. Di quella stanza mi piaceva la grande finestra, una bow-window che abbracciava la strada sottostante, Hyndland Road. O meglio, dal momento che era una finestra ad angolo come quella nella foto (la seconda eccola, guardate che bella!) sembrava più la cabina di un aereo.


Lavoravo all'Università di Strathclyde, conoscevo poche persone, la sera traducevo un romanzo di un surreale poliziotto dublinese (Lo scoppiato, Ed. Cronopio) uscito dalla penna di uno scrittore esordiente in Italia, Hugo Hamilton; le mie notti erano insonni per via del silenzio della casa e i litri di tè - amavo il gorgoglio notturno della teiera. Anche di notte, quando non c'era Maureen, andavo alla finestra della stanza proibita, come un pilota, e osservavo quella città estranea dove mi sembrava di non essere ancora atterrata. Nel mio aereo silenzioso sorvolavo una nuvola pullulante di voci.
Col passare dei mesi lentamente mi abituavo. Avevo cominciato a leggere la letteratura scozzese dei contemporanei, svolazzante di accenti ruvidi e musicali. La poesia mi piaceva ma mi innamorai del teatro, anche perché quasi ogni settimana andavo alla ricerca di qualcosa di nuovo. Andavo a teatro anche due volte al mese, erano luoghi pullulanti di giovani. In un teatro pieno come un uovo scoprii David Greg. Rimasi affascinata da "The cosmonaut last message" una commedia che parlava di una figlia che aspettava il padre da anni, in Russia. Il cosmonauta era rimasto ad orbitare nello spazio, uno dei cosmonauti dell'ex URSS intrappolati nello spazio. Lo tradussi e sperai di portarlo in Italia.
Ma torniamo alla poesia. Intanto il mio lavoro all'Università era diventato semplice: insegnavo poche ore alla settimana. C'era tempo per altre cose. Per esempio registravo presso una scuola locale i testi audio per gli esami di lingua italiana. E poi proposi ad alcuni poeti di tradurli in italiano. Andai a trovare uno dei poeti più noti e affascinanti, dietro consiglio dei miei amici di Strathclyde. Era il poeta Edwin Morgan. Mi ricevette nella sua casa di Glasgow. Da lì a qualche mese sarei tornata in Italia, e poi di nuovo in Irlanda, dove avevo già vissuto per motivi di studio. Ora però ci andavo per amore. Sentivo di dover cercare la voce di un grande poeta. Morgan era un uomo sottile, silenzioso e paziente. Mi offrì del té. Gli dissi che avrei voluto tradurre alcune sue poesie. Lui mi parlò di Glasgow come solo un poeta sa fare. Si sedette accanto a me nella sua cabina solitaria, davanti alla sua finestra che s'affacciava su di un quartiere grigio. Dalla sua finestra una periferia luccicante che non avevo mai ascoltato mi parlava. La finestra di Maureen era un vetro di un acquario muto. Imparai più cose di Glasgow in quel pomeriggio che in un anno di sere solitarie nel mio appartamento.
File:Edwin Morgan by Alex Boyd.jpg
(Una foto del poeta Edwing Morgan 1920-2010)

Edwin Morgan è morto nel 2010, a Glasgow, di polmonite. Era già vecchio quando ci siamo salutati sulla porta con una stretta di mano e un libro a me dedicato. Non ho mai tenuto fede alla promessa. Non ho più tradotto il suo libro. O forse dovrei dire ancora. Lui non cercava la fama oltre il mare. Edwin Morgan era un poeta della città, di Glasgow. Tutto quello che scriveva, mi disse, lo aveva visto dalla finestra della sua casa. E quella sera mi aveva aiutato ad entrare nella pelle della sua Glasgow, come in un vestito nuovo.
Perché vi parlo di lui se questo post è partito da John Burnside? Forse perché, apprendendo la notizia del premio a Burnside, poeta scozzese, leggo anche che ama il pittore Brueghel e dei suoi quadri ne parla come di una metafora del mondo.
Una coicidenza ... ma ora che ci penso le mie passeggiate (per esempio al rifugio magico dei Botanic Gardens) erano come camminare in un quadro di Brueghel. Dopo aver guardato dalla finestra dell'appartamento di Edwin Morgan, dopo aver ascoltato le sue storie, sentii per la prima volta l'anima della città.
Finalmente ero entrata nel Winter Landscape ed ero pronta, avrei aperto la bird trap in cui il mio Barbablu mi aveva rinchiuso a svernare. Quella sera, a casa di Maureen, mi preparai la cena e feci l'ultima cosa che Maureen mi aveva proibito: diedi da mangiare ai suoi pesci.





Glasgow, Botanic Gardens



Pieter Brueghel: Winter Landscape with Skaters and Bird Trap, 1565
di John Burnside

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Slithering as we go, the foolish and the wise
We have to imagine the duties they leave behind
for the thrill of the river,
the kitchens and middens, the sheepfolds and clouded byres,
the old folk in their sick beds
mumbling prayers.
The day is bright
and this is their escape
from hardship,
but each has his private hurt, her secret dread:
the man who starts thirsty and tired, his body soured
with last night’s schnapps,
then skatesaway from the loveless matron he’s had to endure
for decades;
the woman in blue and grey, keeping pace with her child,
untroubled for now, but never released from the fear
that her husband will catch her wasting his precious time
and beat her as he’s beaten her for years,
the moment he gets her home.
At midstream, the children play
with makeshift hockey sticks and, near the church,
a man finds the thoughtless grace
of the boy he once was
to glide free
in the very eye of heaven;
it could be simple – paradise foreseen –
but up on the rightmost bank, amid thorns and briars,
someone has built a bird trap from a plank
set on a perch, from which a length of rope
snakes to a half‐closed door,
and all around it, birds dip from the air,
starlings and fieldfares, redwings, unaware
of any danger.
It seems a fable and perhaps it is:
we live in peril, die from happenstance,
a casual slip, a fault line in the ice;
but surely it’s the other thought that matters,
the sense that, now and then, there’s still a chance
a man might slide towards an old
belonging, momentarily involved
in nothing but the present, skating out
towards a white
horizon, fair
and gifted with the grace
to skate forever, slithering as he goes,
but hazarding a guess that someone else
is close beside him, other to his other.


SCORCI DALLE FESSURE


Da "Scorci dalle fessure" di Dante Maffia.

E non continuate a domandarmi chi sono.
Possibile che pensate che io sia stato
una lunga linea retta
che va da questo punto a quello?
Se non ci fossero stati i mille crocevia
e le salite e le discese, forse...
invece montagne russe e tempeste sono fiorite
per ammaliarmi e stringermi a me stesso.
E la lontananza si è fatta spessore
d'un quotidiano rimuginare di povere mete
tese al pane e al conforto.
Non mi ero reso conto d'essere morto
da secoli e di errare con un permesso
con la scadenza stampigliata
a lettere cubitali perfino sulla fronte
delle mie bambine.

[da La strada sconnessa di Dante Maffia(2011) Passigli Poesia]

lunedì 16 gennaio 2012

La notte degli scrittori 2011 Speciali Einaudi

La notte degli scrittori 2011 Speciali Einaudi

1Q84 MURAKAMI IN UNA NOTTE

Dal web. Einuadi Speciali



A quanto pare insonnia e passione letteraria, insieme, posso portare incredibili risultati... Quando Antonino Tripodi, attraverso il suo profilo twitter, ci ha comunicato di aver letto i primi due volumi di 1Q84 in una notte, per la precisione «in tre-quattro ore», ammettiamo di esserci parecchio meravigliati. E un po' per sapere cosa passa per la testa di qualcuno che in poche ore attraversa il gigantesco universo onirico che è quest'opera di Murakami, un po' per sfida, gli abbiamo chiesto di scriverci, a caldo, le sue impressioni. E la sfida, non c'è dubbio, l'ha vinta lui.

***

Tre numeri e un intruso: Kyū, che in giapponese si pronuncia allo stesso modo del numero nove. 1984. Come fai a non associare subito a Orwell ? Ecco una volta ceduto alla tentazione occupati del resto. Occupati di Murakami Haruki (mantenendo l’ordine di cognome e nome tipicamente nipponici) e di quello che riesce a mettere insieme in questo surreale intreccio di storie. Tralasciando la - meritata - menzione sul successo avuto in patria e da lì a macchia d’olio nel resto del mondo, credo che il modo migliore per non rovinare la lettura a nessuno sia dare semplicemente sfogo alle impressioni che ne ho ricevuto. L’occhio è di colui che nutre passione viscerale per la terra del Sol Levante al punto da volersi appropriare con alterne fortune del suo idioma. Questo piccolo grande capolavoro non è certo una guida turistica ma offre a piene mani spaccati di vita smaccatamente nipponica: quella che ti aspetti quando sali in metropolitana con le riviste di manga spesse come i vecchi cataloghi della Vestro lasciate al loro destino, quanto l’atmosfera ossequiosa di un ristorante o ancora le scuole di preparazione ai terribili esami preliminari per accedere alle università. Sono immagini che mi fanno intravvedere quella sintesi superba con cui Murakami esordisce “Uno si può fare un’idea di ciò che sta accadendo solo guardando coi propri occhi e giudicando con la propria testa”. Da osservatore mi sento in alcuni tratti coinvolto, in altri disorientato. Di certo affascinato. La caratterizzazione dei personaggi lascia poco spazio all’interpretazione, scivola via diretta, a tratti concisa a tratti ricca di particolari. Non nascondo che alcuni squarci mi sono particolarmente cari perchè assaporo appieno pennellate di cultura jpop di cui mi sono nutrito per anni nella mia fase adolescenziale e che ritrovo in veste più matura qui. Vengo da una precedente maratona della ciclopica biografia dello Steve Jobs secondo Isaacson e non ho potuto che sorridere nel leggere i dettagli con cui viene descritto il vestiario di Komatsu, mentore di uno dei due protagonisti principali. Forse davvero nella mancanza di scelta che si pone nell’apparire si nasconde uno dei motivi per cui la forza della divisa - intesa come ciclico ripetersi dello stesso stile - si riflette nella proporzione con cui si ottengono i risultati nel proprio lavoro.

Mi sono imposto di evitare anticipazioni sulla trama e tale rimarrà questa scelta per cui mi limiterò a scrivere dell’essenziale. E’ una storia di intima introspezione raccontata attraverso gli occhi di una donna e di un uomo. Una donna ed un uomo calati in una realtà diversa da quella occidentale. Ma non sono una donna ed un uomo comuni. Anzi quando cominci a pensarlo arriva un momento in cui - come dicevo - ti ritrovi spiazzato. Dove mai la troveresti una tranquilla ed insospettabile ragazza che svolge la professione di killer su commissione, per altro con metodi surreali che fanno un po’ sci-fi ed un pò Dr. House M.D., e solo per vendetta nei confronti di uomini che maltrattano donne? E perchè non parlare del protagonista maschile? “Tu non sei niente” lo epiteta Fukaeri, la giovane autrice di un romanzo che lui deve riscrivere per decretarne il successo editoriale. In effetti come si dovrebbe definire un ragazzo sulla trentina che insegna matematica solo due o tre giorni a settimana che se ne sta rintanato nel suo cubicolo cercando di sfondare come scrittore, senza per altro nutrire particolari speranze in merito? E’ un pò il paradigma delle nuove generazioni giapponesi. Quelle che hanno assaporato il benessere creato dalla forza di volontà di coloro che, pur umiliati ed ammalati dalle scorie psichiche e fisiche della seconda guerra mondiale, hanno saputo rialzarsi. Vedo in lui, Tengo, alcuni tratti tipici degli Otaku (qui in occidente il concetto più vicino e’ quello del nerd) mentre per altri versi se ne discosta decisamente. Ma ciò che maggiormente mi trasmette è quel senso di fragilità mista a rassegnazione che lo fanno capitolare alle richieste - compromettenti dal punto di vista etico e professionale - che gli sono imposte da Komatsu, il boss sicuro di sè e sprezzante delle regole pur di raggiungere i successi editoriali che si impone di avere. Potrei accostarlo al personaggio di Ikari Shinji in Shin Seiki Evangelion di Anno Hideaki.

Risaltano fin troppo chiaramente tematiche ridondanti come il senso della privacy e dell’educazione del popolo giapponese, il loro senso di attaccamento aziendale, lo spirito di corporazione, perfino la timidezza con cui si accetta malvolentieri il peso di un cognome un po’ imbarazzante come Aomame (che si scrive con gli ideogrammi di “verde” e “pisello”) e la reazione compita e quasi di colpevole rassegnazione con cui si cerca di giustificarsi agli occhi degli altri. Aomame però è molto di più che una ragazza dal cognome strano. E’ un pò Alice in Wonderland e un po’ Nikita con la sua altera bellezza a mascherare orribili smorfie capaci di incupire anche gli animi più ben disposti.

Sensazioni sulla pelle: brucianti, alti e bassi, violente sterzate. Senso di claustrofobia alternato a boccate d’ossigeno puro di quello che ti sfianca la trachea e fa stridere i polmoni dentro la cassa toracica come fossero carta vetrata sull’ acciaio arruginito. E’ un romanzo ricco, complesso, surreale. Abbraccia il lettore e non gli permette di scollarsi se non all’ultima pagina. Ogni passaggio del romanzo gira attorno a questo concetto: le cose non sono come appaiono, ma di realtà ne esiste una sola. Anche se si può mascherare la verità con una finzione, con una menzogna, è necessario ricordare che “una volta che si dice una bugia al mondo, bisogna continuare a mentire in eterno. Diventa necessario per far quadrare i conti”.

Inutile dire che aspetto il libro terzo. Sayounara.

Da A Modern Classicism Tale, per gentile concessione di Antonino Tripodi.

VOCI DAL LAGER

Roma (RM). Presentazione del libroVoci dal lager presso la Sala Liegro di Palazzo Valentini (via IV Novembre, 119a) alle ore 17.30. Ne parlano Mauro Canali, Aldo Cazzullo, Massimo Rendina e Vera Michelin Salomon. Saluti di Nicola Zingaretti, Maurizio Ascoli e Francesco Polcaro. Modera Umberto Gentiloni. Saranno presenti gli autori.

Nel dopoguerra gli ex deportati si trovarono «immersi in un dolore che rifiuta l'espressione narrativa, nel tentativo di rimuovere un'esperienza inquietante». Alla paura di non essere creduti si aggiunsero il senso di colpa per essersi salvati, il desiderio collettivo di voltare pagina, il rifiuto di editori, storici, mass media di ascoltare e di far conoscere quanto era accaduto. Per lungo tempo la memoria della deportazione italiana è cosí rimasta in una zona d'ombra, soprattutto quella che ha riguardato i deportati politici e i prigionieri nelle carceri del Reich, arrestati in quanto membri di bande partigiane o resistenti civili.
Voci dal lager raccoglie le loro lettere, ufficiali e clandestine, e i biglietti lanciati dalle tradotte ferroviarie, con un'appendice dedicata ai lavoratori coatti. L'obiettivo è duplice: recuperare fonti inedite che altrimenti rischierebbero di andare perdute, e soprattutto colmare quel vuoto di conoscenza che ha interessato un periodo importante della nostra storia.

Voci dal lager

DENTRO LA LETTURA- LABORATORIO DI NARRAZIONE A ROMA

Io ci andrò per tutti voi, Amici di Letture! Comincio mercoledì e vi tengo aggiornati!

Dentro la lettura

Laboratorio per comprendere/apprendere la narrazione

Il laboratorio si propone di trasmettere a chi opera in ambito formativo o specialistico, una metodologia di lettura non convenzionale applicabile a testi e a linguaggi estetici. L’obiettivo è quello di creare lettori in grado di comprendere e apprendere la narrazione nel senso più ampio del termine e fruire di tale abilità per nuovi scopi e professionalità.

Il target privilegiato è costituito da quanti sono impegnati nelle scuole di ogni ordine e grado, spesso alle prese con le difficoltà di comprensione di un testo manifestate dai ragazzi.

I linguaggi sono sistemi comunicativi in perenne mutamento. Riproducibili in modo da essere letti e visti come è mostrato nel software “Il Letturometro FeBo” di ARKA, una applicazione WEB che ha trasferito la metodologia de Il Letturometro e le sue 5 letture trasformandola in operazioni elementari che consentono la lettura, l'analisi e la riscrittura di testi così come appreso nel corso e-learning.

Il contesto attuale impone un ampliamento del concetto di lettura dalettura di parole a lettura tout court e richiede di conseguenza un lettore consapevole, in grado di selezionare, elaborare, restituire forme e contenuti all’insegna di un’interdisciplinarietàsemantica fondamentale nella comunicazione.

La metodologia trasmessa nel corso del laboratorio è basata sull’applicazione delle 5 abilità di matrice anglosassone, che incrociano scienze umane e tecnologie comunicative ingegneristiche, alla lettura e destrutturazione di un testo letterario e del suo corrispettivo filmico. Il lavoro condotto sull’opera è un esempio metodico che può essere applicato ad altro testo, perché usa moduli facilmente sostituibili, ma rispetta la struttura narrativa che ne garantisce la funzione.

Ai partecipanti sarà proposta la visione guidata di un saggio critico visivo realizzato con questo metodo e, a conclusione del laboratorio, le capacità acquisite saranno verificate attraverso l’elaborazione di un nuovo prodotto da utilizzare come sussidio didattico per i destinatari finali.

Questi ultimi sono soprattutto i giovani, da abituare nell’immediato alla lettura e alla comprensione di testi scolastici e in prospettiva alla consuetudine con testi professionali, esami, curricula, colloqui di lavoro, tappe obbligate in un progetto di studio e di vita lavorativa.

STRUTTURA DEL LABORATORIO

Il laboratorio è articolato in una serie di cinque incontri. I primi quattro sono dedicati alla visione e allo studio di un saggio critico-visivo, seguiti da esercitazioni pratiche con un confronto tra i partecipanti e i realizzatori e tra i partecipanti stessi.

Il quinto e ultimo incontro consiste in singoli appuntamenti tra organizzatori e corsista o gruppo di corsisti che vogliono sottoporre a verifiche il proprio saggio critico visivo elaborato.

Gli appuntamenti devono essere esauriti entro e non oltre 15 giorni prima dell’incontro conclusivo, che prevede la presentazione, da parte della giuria della Biblioteca Nazionale, di tutti i saggi realizzati e la premiazione di quello selezionato per essere edito on line dallawww.videolibri.net.

Il laboratorio, avendo carattere sperimentale, prevede la partecipazione di max 30 persone. La partecipazione è gratuita. Verranno forniti i materiali di lavoro ed è facoltativo l’acquisto dello specifico manuale di e-learning.

CALENDARIO DEGLI INCONTRI

18 gennaio, ore 15.30 - 1 e 15 febbraio, ore 15.30 - 7 marzo, ore 15.30

L’incontro conclusivo avverrà orientativamente il 9 maggio, all’interno della campagna del Ministero per i beni e le attività culturali Maggio mese del libro

Informazioni e iscrizioni

Biblioteca nazionale centrale di Roma 064989339

ufficiostampa@bnc.roma.sbn.it

info@videolibri.net

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...