lunedì 31 dicembre 2012

LE ROSE, I PENSIERI

Le rose d’inverno
rosa d'inverno


di ghiaccio una rosa
feriscono i petali
il profumo una lama

mi avvolgo nella mia
maglia di lana
ed esco a raccogliere
le rose invernali
per la nostra tavola stasera
per un po' di colore

nel parco tra i tigli mi taglio
di spine e pensieri
sono la stessa sostanza
entrano dentro restano
un po' nella carne appuntiti

come la vita, l'amore.
(g.i.)



UNA SCIARPA ROSSA

Il vecchio anno sulla panchina.


Mi sento così. Sono dalla parte dell'anno vecchio. Lo guardo, è un uomo curvo, con i suoi dodici mesi sulle spalle. E' un uomo solo, condannato a morte. Mi avvicino, per stringergli la mano, per sussurrargli una storia. Cosa vuoi ascoltare? Risponde: "Una storia d'amore." Mi sorprende un tempo vecchio innamorato.  Come ci riesci, ad amare ancora. La sciarpa rossa intorno al collo. Risponde: "Senza amore si muore".
Lo vedo per l'ultima volta in un parco, tra i rami spogli,  seduto sulla panchina di ferro. La sua sciarpa rossa emana ancora un flebile calore. La sua fiamma sta per spegnersi. Sta per finire. Ci sediamo.
Non mi vengono più le parole.  Fa troppo freddo. Vorrei raccontargli la storia di una donna che lo cerca per abbracciarlo, per non farlo morire. Ma lui non mi crede. Il suo rivale è già nato. E' un minuscolo pensiero, al posto del cuore ha un fiocco di neve. Però è caldo, vive. Già si scioglie il gelo.
Ci salutiamo. Prima che io vada mi fa un regalo: "Ecco, dice, prendi la mia sciarpa rossa. Con te il rosso non muore. Continuerà ad avvolgerti il mio calore".


giovedì 27 dicembre 2012

GEOMETRIE URBANE

Ho gli occhi voraci. Ho mangiato colori e forme. Mi nutro di geometrie improvvise: sul treno verde i finestrini esplodono di paesaggio. Non riesco a fermarmi. Lo so quello che accadra' fra poco, quello che sta gia' accadendo: si sciogliera' il mondo, le forme saranno pozzanghere e dentro liquide resteranno solo le parole.
Ma prima che il mondo si sciolga, mi tengo stretta ad un parallelepipedo, un cubo, un cilindro.  Basta un raggio di sole per perdere tutto. Una nuvola e il mondo riappare.

Photo
Dublino, Grafton Street

PENELOPE A DUBLINO

PhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhotoPhoto

domenica 23 dicembre 2012

LA PIASTRINA


il cuore pronto al viaggio
con la valigia
stretta da un  laccio
emostatico e le vene
gonfie di plasma
scorre dentro un traffico
di globuli  rossi
di globuli  bianchi
dove vanno?

Non lo sanno
e le piastrine
stanno in guardia
intravedono il buco nero
e sono pronte
a fermare l'emorragia
con un tappo

così, dicono,  la vita
non scorre via
e tu sei salvo.

(g.i.)



sabato 22 dicembre 2012

UN MINUTO FA

I tram di luce, 2010 Milano


















un minuto fa
il tempo era nero
il tram era fermo
l'albero non fremeva
la foglia non  frugava
l'asfalto non sapeva di pioggia

un minuto fa
il mondo non era vero
il tram acceso da una scintilla
nell'albero c'è l'allodola
nella foglia sale la linfa
l'asfalto si bagna

e io che attraverso la strada
resto impigliata
alla luce di un lampione.
(g.i.)

venerdì 21 dicembre 2012

LA FINE DEL MONDO DALLA PARTE DEGLI ANIMALI

Oggi penso al serpente. A quanto è bravo a uscire dalla pelle stretta quando il suo mondo cambia. Mi piace, questo animale scacciato da tutti i talloni puri, questo essere strisciante che in realtà mentre tramuta non si tradisce, non tradisce la sua natura. Bisognerebbe imparare dal serpente, accoglierlo in casa, osservarlo con quella sua pelle che avanza silenziosa, tra i rovi della vita. Quando è stanco si arrotola. E sta in silenzio. Oggi lui non sa che il mondo potrebbe finire. Se ne sta addormentato in una tana. Sotto la pelle le sue mille pelli da cambiare.
Penso anche alla medusa immortale, un'altra creatura straordinaria. Si chiama Turritopsis dohrnii  e quando si sente minacciata inverte il suo ciclo vitale, ritorna a uno stadio primordiale, rigenerandosi all'infinito. Eppure la Medusa che temiamo è quell'essere che tramuta il nostro sangue in pietra, con un solo sguardo. Ebbene il mito è sbagliato. Medusa sa mutare all'infinito. E' lei la vera fenice. E' lei la creatura della vita.
Ancora mi piace pensare agli animali. In questo giorno in cui il mondo potrebbe finire, e noi ci preoccupiamo di quello che è umano. Mentre intorno la Natura ci osserva silenziosa, e ci ricorda che c'è una specie al secondo che scompare ogni giorno.  Il quagga. Non ve lo ricordate. Era una specie ibrida, un incrocio strano. si è estinto il 12 agosto del 1883. Ne parlo in un post di qualche anno fa. E' bello quello che ritrovo nel mio blog. Non perché l'abbia scritto io. Solo per che l'ho dimenticato. Com'è bello ritrovare parole che abbiamo dimenticato. Ecco quello che scrivo: 
"L' uomo con i libri sottobraccio uscì di casa e il mondo non c'era. Questa frase mi suggerisce il post di oggi. Dedicato a tutto quello che sparisce o potrebbe sparire: per distrazione, mancanza di cultura, ignoranza o semplicemente per cause naturali. Ecco allora, vi presento l'ultimo quagga, estinto il 12 agosto 1883 nello zoo di Amsterdam. Un cavallino a strisce, ma solo a metà, un incrocio tra zebra e cavallo, un simbolo della diversità che stenta a sopravvivere".  
E' un post del 2009, lo trovate qui, se vi va di vedere un animale dimenticato, un estinto silenzioso. Un essere senza futuro,  proprio perché silenzioso. 
Poi pensavo alle ostriche. Mi piacciono ma se le mangio posso morire. Mi è capitato di metterne una sulla lingua, ne ho apprezzato il sapore morbido e vivo. Mi sembrava di baciare la lingua del mare. Ma poi mi sono gonfiata come un pesce palla. Ho vomitato, mi sono sentita male. Il bacio del mare mi ha fatto male. Per poco non ne sono morta. Ma pensate voi al primo essere umano che ha detto: ora apro questa conchiglia, la voglio mangiare. Deve essere stato un essere ostinato, e primitivo. Un uomo con gli occhi rossi di desiderio Uno che voleva mettere la lingua nell'inferno e ha trovato il morbido abisso del mare.
Penso agli animali oggi. A questi silenziosi esseri che vivono senza pensare alla fine. Mi affascina un'altra creatura del mare. Il polipo. Anche questo essere tentacolare è nella fantasia dell'uomo un mostro, un gigante, la piovra che inghiotte l'umanità. Eppure il polipo non farebbe male a nessuno. E' saggio e sapiente. Quando può, dopo essere stato costretto a lottare, lascia il suo tentacolo attaccato all'avversario. E si ritira nel buio del fondale. In realtà a farlo è il polipo più piccolo del mondo, non la piovra gigante che abbiamo inventato. L'ameloctopus nella lotta contro i predatori lascia i suoi tentacoli. E sopravvive.
Fnisco con un animale natalizio...la stella marina. In realtà non è nemmeno una creature del mare. Ad ogni modo lei è  davvero straordinaria. Una vera stella. Una piccola forza vitale. Se dovessi scegliere un animale per la mia prossima reincarnazione sceglierei di diventare una stella del mare.  
Le stelle marine sono famose per l’abilità nel rigenerare braccia mutilate e, in alcuni casi, corpi completi. Vi riescono grazie alla dislocazione dei loro organi vitali, disposti tutti – o quasi – per l’appunto  lungo le braccia. Molte, per potersi rigenerare, devono conservare intatta la parte centrale del corpo, ma ve ne sono alcune in grado di riformare per intero il proprio corpo a partire da un’unica porzione di arto amputato.  La mia vita sarebbe una straordinaria e continua amputazione e rigenerazione. E' già così, ma noi umani non abbiamo questa capacità. O meglio, ci facciamo amputare e poi restiamo con queste membra monche per tutta la vita. A volte è proprio il cuore che non riusciamo a far riformare. A volte ci riusciamo. Io ci provo. Ci provo sempre. 
Bisogna sempre provare, non vi pare? Bene. Salutatemi i vostri animali domestici. I miei gatti sono neri come al solito. Loro se potessero cambierebbero colore. Ma anche questa è una mutazione che richiede tempo. E pazienza.

mare,invertebrati

ADDIO, UNA PAROLA CHE NON COMPRENDO.

Io non sono brava a dire: Addio. Se oggi il mondo finisse praticamente non avrei salutato nessuno. Congedarsi. Non mi so congedare. Non so lasciare le persone bruscamente, senza preavviso. Serve tempo per sparire. Va bene andare via, ma non all'improvviso, non per sempre.  Se oggi il mondo finisse mi piacerebbe tornare. Per raccontare.
Ho bisogno di avere accanto a me  le persone (anche se il tempo le ha mandate in frantumi, anche senza voce): a qualcuno prenderei una mano, ad altri la bella fronte, ad altri ancora uno sorriso tra i tanti che hanno schiuso  in mezzo al viso. Come potrei congedarmi da tutto questo amore? Come potrei lasciar andare via da me per sempre le persone che ho amato? Non è umano, lasciare andare i volti, le voci, le parole. Io li conservo dentro di me, ho il cuore crivellato. Alle pareti ci sono chiodi e chiodi e chiodi. Ci appendo tutti i miei quadri. Non è dolore quello che scrivo oggi. E' vita che si perde, è Tempo che scorre. Purtroppo le parole non aiutano tutti. Ma io morirei senza parole. I volti delle persone che ho nel cuore sono le parole che mi hanno detto, a volte sono solo i loro pensieri che mi hanno rivolto. Ma quanto è difficile parlare a un volto frantumato. E allora fatico sempre. Io lo ricompongo.
Continuo così. Me ne sto nella mia stanza di ritratti. Come se al mondo non ci fossero che volti avvolti nelle mie parole. Io non so dire addio. Non è una mia parola. C'è tutto quello che non comprendo in questa parola: un creatore silenzioso che ci aspetta alla fine del mondo senza parole. Ha scritto un  solo libro, Dio,  si è subito stancato delle parole.
Non lo comprendo, questo Dio scrittore. E' come  Philip Roth, è stanco di narrare. Si perde tutto, tutto il bello a starsene silenziosi alla finestra del nostro piccolo cielo. Un cielo così dovrebbe essere esplorato con tutte le parole del mondo. Per fortuna accade. Ma quando incontro un buco nero, quando in un buco nero infilo la lingua, sento l'amaro sapore del buio. Lo so. E' colpa mia. Non si dovrebbe infilare la lingua nel nero. Ma io amo l'inchiostro, è anche questo il sapore delle parole.

giovedì 20 dicembre 2012

I POETI

meno male che i poeti  vivono
in case lontane
in stanze separate animate 
da altri corpi più sereni e pacati
il mondo potrebbe 
ridursi a una fiamma 
poi a un mucchietto 
di cenere
se i poeti dormissero 
abbracciati
(g.i.)

due amanti felici

LETTERA ALLA VIGILIA DELLA FINE DEL MONDO




Cari Amici di letture e di leggerezza,



E' arrivato il momento di salutarci, non ci crede nessuno ma tutti si preparano alla fine del mondo. E io ho pensato a voi. Siete cento, quindi per me tanti. Cento persone con cui condividere queste ultime ore. Che fate di bello in questo momento? Leggete? E cosa leggete? Naturalmente questo post, ma poi cosa altro leggete?
Leggere. In quanti sceglieranno di passare l'ultima sera del mondo con un libro? Pochi. Già in Italia non leggiamo abbastanza, figuriamoci stasera!
Sono dalla vostra parte. Anch'io, follemente innamorata delle parole, stasera forse me ne starò abbracciata alle persone. Di certo non alle cose. Eppure altre azioni continuano a farmi andare di qua e di là come se il Tempo non si dovesse fermare.
Guidare. Roma stasera è un po' folle. Per accompagnare mia figlia da un'amica (a 2 km di distanza) ho impiegato quasi due ore. Fra un po' dovrò fare lo stesso per riprenderla. Spero solo di non passare l'ultima sera del mondo in macchina. Ma c'è la musica, e io alzo tutto il volume. Il mondo fuori è muto. E intorno a me solo le note.
Mangiare. E' bello, importante. Stasera cena leggerissima (sono reduce da un paio di pranzi luculliani) e quindi nessun peccato. Ma mi piacerebbe trovare cose prelibate sulla mia tavola, una tovaglia di lino bianchissimo, sottile. E sopra dei fiori. Piatti di porcellana colmi di pietanze raffinate. Sapori. Profumi.
Telefonare. Vorrei provare a sentire la voce di qualcuno, una persona che non ho chiamato abbastanza. Ma il telefono  è una sorta di eco vuoto, sento le mie parole e vedo una caverna buia, non parlo. Sono  la ninfa innamorata di Narciso, mi sento debole, scompaio. Eco consumata dal suo amore. No, il telefono induce l'anoressia dell'anima.
Guardare fotografie. Va bene. Però non sono i momenti che ho nella memoria quelli che trovo fotografati e raccolti negli album. Mi chiedo perché. Le fotografie sono piccole porte, si entra e si cerca dappertutto quello che manca.
Guardare. Guardo ogni cosa, le vedo brillare. L'albero di Natale. Ha le lucine disperate. Vorrebbero volare in un punto buio del cielo. Si vorrebbero salvare. Mio figlio. E' bellissimo, ha un nuovo dentino. E' il suo primo molare, è il primo dente che nasce per durare. Mio marito. Lavora ancora, lavora sempre. Mette in ordine i voti dell'esame appena concluso. E' attento, concentrato. Il futuro dei suoi ragazzi è nelle sue mani, in quei piccoli numeri. Mia figlia. In ascensore. Ho paura, mamma! Mi dice. E io, di cosa? Di andare alla festa, sono emozionata. E' dolce come una margherita che va ad unirsi ad un mazzolin di fiori. La saluto, la lascio entrare, corro via. Io non entro quasi mai a salutare. Non sono una mamma "normale". Mi annoiano le conversazioni sui budini. I sufflé li faccio sgonfiare. Le patate le mangerei con la buccia. Le mele mi piacciono sugli alberi e tra le mani di Eva. Non sono una buona madre.
Scrivere. Si, vale sempre la pena. Prima della fine del mondo lasciare qui le mie parole. Non è facile distruggere la memoria di un computer. La memoria della rete. Google ci avrà pensato. Sono lungimiranti, gli amministratori della nostra memoria, ci metteranno in salvo. Allora scrivo e basta. Non ho altro da fare. Se potessi vi racconterei tutte le storie, naturalmente dovreste volerle ascoltare. Ma siete già distratti, siete distanti. Cominciate a pensare a quello che vi piacerebbe fare prima di domani, prima dell'ultimo giorno del mondo. E allora mi raccomando, non temete, andrà tutto bene.
Lo sapete vero che un giorno tutto questo dovrà finire. Però non credo che quel giorno sia arrivato. Abbiamo ancora tanto da fare. Io, ad esempio, oggi non sono riuscita a comprare un solo regalo di Natale.  E poi il 22 dicembre sapete che mandano in onda il mio racconto "La fine del mondo"  su Radio Rai 3, non lo possiamo mancare. Mia figlia deve finire di leggere il libro che ha sul comodino,  e io il mio bellissimo "La meccanica del cuore". Il mio alberello di limoni ha già piccoli frutti tra le foglie, le mie gatte nere hanno sempre fame, in dispensa per loro ci sono dieci scatolette da gustare. A gennaio, appena l'anno sarà iniziato, devo ridipingere le pareti del salotto, ho scelto già il colore, verde bottiglia, e ho altri scaffali della mia libreria da montare. Il grande letto nella stanza di mio figlio lo voglio sostituire con un lettino, desidero un piccolo tavolo per ciascuno in casa. La sera tutti a scrivere, tutti a lasciare piccoli segni neri su pagine bianche. Sono sempre lettere di quotidiane vigilie.

Amici di Letture e di Leggerezza, continuate a vivere.

mercoledì 19 dicembre 2012

LA CARICA DEI 100 FOLLOWERS

Da qualche ora Amici di Letture e Leggerezza ha 100 followers! Da oggi siamo un piccolo esercito di lettori! Grazieeeeeeee! E il prossimo,  il n° 101, sarà la nostra mascotte del 2013!

UNA FOGLIA IN MACCHINA



Avete mai cercato di spiegare a un bambino cosa sia la morte? Non è facile, due occhioni fissi nei tuoi che ti scrutano per vedere se è come la storia di Babbo Natale (che ha le scarpe di papà...e la barba finta). Insomma devi essere bravo, convincente (sarà per questo che io porto spesso gli occhiali da sole, anche se è notte?). Meno male che quando racconto una bella storia finisco col crederci anche io. E allora mi invento che quando si muore si resta nell'aria, a volteggiare, come le foglie d'autunno. Si come le foglie d'autunno. Sono secche, cadono ma non si fermano, continuano a viaggiare, e te ne ritrovi una sulla spalla mentre cammini sul Lungotevere. Mi sono lasciata prendere dalla mia speranza di speranza, e allora ho aggiunto: "quando non ci sarò più e vedrai le foglie che cadono, ecco in quel momento se una ti sfiorasse, o ti finisse sul vetro della macchina, sappi che sono io, ti sto pensando, ti sto salutando."
Mia figlia è una bambina stupefacente, a volte mi stupisco che sia così stupefacente. Questa storia è di tanto tempo fa, ora ha quasi 10 anni. Le è rimasta in testa però, perché all'improvviso mi dice che l'autunno è un po' triste, con tutti quei fantasmini gialli che ti salutano... 

Insomma, ho fatto un altro dei miei casini. A volte mi piacerebbe dire cose normali. Ad ogni modo ieri ero molto triste, una cara persona non c'è più da pochissime ore. Nel mondo c'è ancora l'eco della sua voce, e io spero che non scompaia mai. Ieri ero a Trastevere. Parcheggio e apro lo sportello posteriore per prendere qualcosa. All'improvviso una folata di vento e in macchina si "siede" sul sedile una bellissima foglia.
Ne sono stata talmente felice che volevo raccontarlo anche a voi. Non è per questo che non dormo (ho mangiato troppo, un tagliere di salumi da far infuriare duecento vegetariani) ma è per questo che scrivo alle tre e quarantacinque del mattino.
Si avvicina il Natale, cavolo è proprio vicino. Il 21 la fine del mondo, il 22 su Rai Radio 3, nel programma  IL CANTIERE la mia Fine del mondo (un racconto con le musiche dei NOTTURNO CONCERTANTE non mancate alle 19:00), se non sopravviviamo ci vediamo in giro, come tante belle foglie.


lunedì 17 dicembre 2012

LA FINE DEL MONDO

Sabato 22 dicembre su Rai Radio 3 nell'ambito della trasmissione "Il cantiere" alle ore 19:00
andrà in onda il  racconto di Giovanna Iorio "La fine del mondo" (voce narrante Salvatore Iermano).
Musiche del NOTTURNO CONCERTANTE

IN UN GIARDINO D'INVERNO



Oggi l'inverno si è seduto sul cuore, come se io fossi una panchina in un parco. Ho le ossa di ferro, la ruggine si muove dentro come una nuvola rossa. Parte dal cuore, sale, scende. Non posso fare niente. Qualcuno scompare e io non so cosa dire, cosa fare. Il silenzio si prende una vita, lascia altro silenzio intorno. E' come un parco d'inverno, è apparsa un'altra statua di pietra, ha il sorriso eterno sul volto, gli occhi spenti, la pelle di marmo. Scintilla di sole freddo. Un'altra statua nel mio parco. Di sera la luce le riaccende tutte. Ma le mani, le mani giunte, sono senza preghiere. 





Se ne stanno a mezz'aria i giorni d'inverno. Sospesi come minuti gelati. L'acqua non scorre nei canali. La pioggia è un cristallo, splende tra le foglie, sulla corteccia dell'albero.

Scavo sotto un tappeto di foglie con le mani, le unghie. Trovo la terra, la terra che freme. Il gelo non l'ha scalfita. Le ha solo lasciato un velo di lacrime bianche tra i capelli castani.
Cosa sanno fare le parole di fronte a tutto questo freddo? Le metto alla prova. Vediamo, cosa sapete fare? Era una donna gentile, rideva e amava. Amava e rideva. Non la dimenticate parole. Perché la sua voce non ha più parole? Dove sono le sue parole, quelle che amava sussurrare, gridare, offrire. Dove se ne stanno ora le frasi, le conversazioni, quello che sapeva raccontare. Dove sono i suoi occhi, le lacrime.  Occorre prendere atto della fine di una persona, come se nel cielo si fosse spenta una stella. Ma si continua a vedere la luce lontana, ci arriva dopo anni di viaggio nell'oscurità. La luce di una stella. E la voce? Dove va la voce? Dove si perdono le voci? Chi le raccoglie nel buio? Quale orecchio distratto e generoso accoglierà quei suoni strani, il riso, il pianto, il vocio dell'umanità.
Non sarebbe la fine,  se fuori ci fosse soltanto un orecchio, se dio avesse un orecchio, un padiglione per noi,  per accogliere le voci dell'uomo

.

Le nostre parole. Quei suoni disperati che sperano di catturare il mondo, di metterlo in una sottile rete, come una farfalla variopinta. Non farlo volar via, il tempo. Tenerlo vicino alle cose, come una pelle sottile.
Ecco, statua nel giardino d'inverno, pietra sotto un cappotto di foglie. Tu non hai la voce, tu non hai le parole. Io oggi sono, viva nonostante l'inverno. Il gelo ha trasformato le lacrime in brina, ma le parole in stelle.

INVENTION OF LOVE




domenica 16 dicembre 2012

ANIMA

va su una goccia
sul muro bianco piano
sale su in cielo
(g.i.)



IL CUORE

non resta che la pelle sulle cose
anche quando sono nude

la verità è un pezzo di vetro
infilato nel palato
o forse un chiodo di  ferro
nel palmo della mano

il colore del sangue
rivela quel che accade
a frugare
nella scatola cranica
nelle costole scabre

a cercare
una traccia visibile
la prova vitale di un muscolo
sopravvalutato

siamo organismi complicati
da un meccanismo primordiale
(g.i.)









sabato 15 dicembre 2012

PREGHIERA D'INVERNO

mi  copre
il cielo grigio
è un velo sul capo
di una donna
che non va più a pregare nel buio
ma alla luce fuori
nell'aria del giorno
sotto un ramo spoglio
dove si sente il rumore

se lo ascolti ti parla
un suono di biglie
di vetro
che rotola sul tappeto
dell'erba

una preghiera d'inverno
che ora brilla sul ramo
sull'albero
di un quotidiano natale.


albero di natale 2012


IL SABATO DEL MIO VILLAGGIO

Sono sveglia. La luce è grigia, ma si scalda, se le versi su un po' di caffè, se le metti su lo zucchero a velo del cornetto, se sporchi un piccolo angolo di cielo di dolce marmellata, un ricciolo di burro qua e là al posto delle nuvole, un fiocco di panna.
Il cielo è pronto. Si può cominciare, il sabato del mio villaggio.
Alle 5 del mattino vengono a pulire le scale. Sento che lavano il pavimento, l'acqua nel secchio, lo sforzo di pulire senza svegliare. Sono due le donne. Invisibili. Non le ho mai incontrate. Ma stamattina ho pensato che un giorno aprirò per offrire un caffè caldo. Una parola.
Fanno in silenzio, per non disturbare. Si portano via in una busta di plastica nera il nostro sporco, le nostre giornate  rimaste sotto la suola delle scarpe.  L'alba di ogni sabato è ricominciare a sperare. Io ho il tempo per scrivere, dovrei anche ripulire la mia casa, sembra un sottobosco. Un giorno vedrò spuntare anche i funghi dal tappeto, dal muro. I bambini sono senza redini, come cavallini allegri. La casa è un piccolo recinto. Spesso rompono la staccionata. La loro vitalità è sinonimo di danni. Qui è quasi tutto rotto. Si rompono le cose intorno. Noi abbiamo tanta colla. Cerchiamo sempre di aggiustare tutto. Aggiustiamo gli oggetti ai quali siamo affezionati. E così su tutto c'è una cicatrice, un taglietto ruvido di colla.
Il tavolo in cucina è anche la mia scrivania. Non ho uno studio, e allora spesso le mie parole inciampano nel muesli, si mescolano a uvetta e fiocchi d'avena al mattino. Di certo qui qualcuno impazzirebbe. Questo caos è il frutto di anni di allenamento. Ci vuole disciplina anche nel caos. Rinunciare ai piaceri dell'ordine: calzini tutti uguali, forchette, coltelli e cucchiai. Ma il cibo è sempre fresco, sempre buono. Il cibo è una gioia di colore e sapore. Pronto a curare. Oggi a pranzo zuppe calde, crostini da inzuppare, verdure cotte nel forno, lentamente. Il pane appena sfornato, le sedie di legno vivo, il cielo che entra in cucina e si siede a tavola a bere un bicchiere di vino. Un cielo un po' ebbro è tutto quello che desidero. Una macchia  tra le nuvole grigie, la volta di cristallo che si scalda di rosso. Buon sabato!

http://www.wetcanvas.com/Community/images/15-Sep-2004/48784-Narcissus_JW_37x24_ul.jpg
John William Waterhouse

venerdì 14 dicembre 2012

LA STORIA INFINITA DEL TAXI DI JORGE AMADO

Non finirò mai di credere nelle coincidenze.  Non le so spiegare queste meravigliose, sottili linee che uniscono le vite degli sconosciuti. Siamo sospesi  in una rete invisibile, e non esserne consapevoli è l'ingrediente più affascinante di questa strana alchimia.
Insomma, sto per raccontarvi la mia ennesima incredibile storia. Incredibile è proprio l'aggettivo adatto. Vi svelo perché.
Martedì scorso chiamo un taxi, sono a casa e devo precipitarmi a Trastevere dove ho diverse cose urgenti da fare (e in poco tempo). Esco di casa e il taxi aspetta davanti a casa mia.  Ho dovuto scartarne un altro perché non ho contanti e a me devono mandare un taxi con il bancomat. E' buio, fuori e dentro l'abitacolo. Mi siedo e chiedo,  "Andiamo a Trastevere?".
Avevo letto (e postato qui sul blog) un articolo su Jovanotti a New York.  Era in un taxi e parla del suo incontro con un amante di Pavarotti (Vi rimando al mio post).   E' una bella storia da raccontare ad un tassista, penso, ed è così che abbiamo cominciato a chiacchierare, io e Michele Greco (io parlo sempre con le persone, mi piace mi piace mi piace).
Alla guida del mio taxi c'è un uomo con una bella voce. Scopro che è un lettore avido di romanzi, ama la letteratura, la poesia. Ma soprattutto, dice,  ama Jorge Amado. "Lo sa, l'ho incontrato". Mi racconta la sua affascinante storia. Anni fa, dice Michele, nel mio taxi sono saliti un uomo ed una donna. Parlavano portoghese. Erano luminosi e pieni di parole da dirsi. Entusiasti e felici di essere a Roma.
Chi erano?, gli chiedo subito, ho la sensazione che sta per rivelarmi  i particolari di un incontro magico e importante.
Era il 1995 e nel taxi erano entrati lo scrittore brasiliano Jorge Amado e sua figlia.
Quasi mi esce un urlo di gioia. Incredibile,  qualche ora prima stavo rileggendo le pagine indimenticabili  di "Dona Flor e i suoi due mariti", uno dei libri più sensuali e ironici che abbia mai letto (e consigliato di leggere).  Però questo non glielo dico (sembrerebbe inventato e chi non mi conosce non mi crede).
Michele Greco è innamorato dei libri di Jorge Amado, e così lo accompagna in albergo ma non chiede nulla, non vuole essere pagato. Lo scrittore rimane molto colpito dall'ammirazione e dalla generosità del tassista romano, e così gli firma subito una copia del libro che il tassista, guarda caso, ha con sé. E' il romanzo "Mar Morto".
La meravigliosa storia potrebbe anche finire qui, sarebbe infatti la storia di un bell'incontro.
Però siamo ancora nel traffico, Trastevere è ancora lontana, attraversiamo il Tevere, Roma pulsa intorno come un corpo pieno di vita. Non ho più fretta. Michele può continuare il suo racconto.
Il 24 giugno del 2008 Michele prende due clienti nel centro di Roma. Sono italiani, parlano di libri, scrittori, letteratura. Allora Michele chiede: "Siete scrittori?"  Uno di loro risponde di si. Il libro che ha scritto s'intitola "Dal Pan di Zucchero al Colosseo- intellettuali brasiliani a spasso per le vie di Roma".
Michele è felice di poter raccontare ad Aniello Angelo Avella l'aneddoto di Jorge Amado. Con un titolo così, è  la persona perfetta  e subito dice: "In questo taxi si è seduto Jorge Amado".
Lo scrittore non riesce a nascondere la meraviglia, lo stupore! "Incredibile, ma allora sei tu! Incredibile, ti ho incontrato!".
Avella aveva sentito parlare del tassista di Jorge Amado, era stato lo scrittore a raccontargli di lui, e così a pag. 107 del libro la figlia dello scrittore  gli dedica bellissime parole. Eccole:

"Mi ricordo dell'autista di un taxi che prendemmo mio padre ed io davanti al Colosseo. Nel tragitto verso l'Hotel volle una conferma al pensiero che gli frullava per la testa: "Parlate portoghese?", domandò. Rispondemmo di si e allora esclamò: "Lei è il grande scrittore Jorge Amado?". La contentezza di quel signore, ammiratore così appassionato da tenere in macchina una copia di Mar Morto, fu pari alla nostra emozione. Non volle farsi pagare la corsa. (...) Fummo noi a sentirci onorati, ancora una volta Roma ci mostrava il suo grande affetto".

Sono completamente conquistata. Sembra la trama di un romanzo. Arrivo a Trastevere, ma io ho fatto un viaggio meraviglioso, nel cuore di Roma, nelle sue vene calde dove pulsano storie incredibili. Ho detto a Michele che questa storia deve continuare a "girare", che io sono una scrittrice e avrei provato a raccontarla ad un pubblico più grande, qui sul nostro blog.  E allora lui mi manda le fotografie (nel link sotto). Mi ha scritto ieri.
Però non sono stupita. La letteratura incontra sempre la vita; si tengono strette,  l'abbraccio è caldo, magico, meraviglioso. Permettetemi di considerare questa storia il regalo di Natale che Roma mi fa dopo dodici anni di incontri, persone, parole. E' la storia più incredibile di sicuro.
 Il mio amore per questa città e per i romani è ogni giorno più forte, fonte della mia ispirazione. Prima o poi scriverò il mio romanzo e cercherò di raccontarvi il fluido vitale delle coincidenze. Grazie mille Michele.
Ora cliccate pure sul link, ci sono le prove di questa bellissima storia (la copia firmata di Mar Morto di Michele e il secondo libro)




martedì 11 dicembre 2012

IL VIAGGIO DI ALICE

vengo a sdraiarmi qui
sulla linea del tuo profilo
come una bambina che trova
un coniglio bianco

la mia guancia sul tuo calore
parole che mi avvolgono
un mantello di pelo candido

sono invisibile
aria azzurra
entro nei tuoi polmoni
esci dai miei ventricoli

pura ora io so
espirare scorrere
non più rincorrere
la mia orma  nella neve

m'implora di tornare
mi perde in una distesa bianca
priva di segni

in una pagina primitiva
dove tu mi scrivi
dentro.
(g.i.)



PESCI LUMINOSI

Mi sono accorta che ho i capelli di due colori. Neri sulla nuca e le tempie. Azzurri altrove.
L'azzurro cerca di uscirmi dalla pelle. Esce dai pori. Lo lascio fare;  sono onde leggere di colore.
Galleggiano nei capelli i miei pensieri. Come spiegare il vento che all'improvviso li  agita, le trecce mancate, i silenzi neri? Come esplorare il fondo dei pensieri, i fondali che diventano bosco,  il muschio della corteccia, il verde dei bulbi, la linfa che sale dalle radici?  E'  un morbido viluppo di colori,  un respiro nell'acqua di mare. Sto per diventare una spugna.
Ho messo la testa in un cappello di lana, per non straripare. Si sono fermati i capelli.  Si sono fermati i pensieri.  Ma solo per un po', il tempo di un breve tragitto tra case, macchine e foglie.
Poi di nuovo i pensieri spettinati,  le onde del mare. Li vedo nuotare tra i capelli,  minuscoli pensieri luccicanti, i miei piccoli pesci luminosi che mandano segnali. Seguono le imbarcazioni, le vele,   i pescatori distratti dalle ali dei gabbiani.
Nelle mani ho un odore di mare, le impronte digitali disegnate dalla  marea.  L'azzurro era nascosto nella stiva, è un colore clandestino. Lo tiro fuori dal buio, ha il sapore buono di un inchiostro amaro.


pesci luminosi

LA BIBLIOTECA DI MARMORA

Pubblico di nuovo l'articolo che ho scritto per raccontare l'amicizia di Padre Sergio De Picccoli e Silvano V.  Dal sito Biblioteca di Marmora. C'è una petizione da firmare. C'è una mano da dare!


La prima stanza della Biblioteca

Come era

La storia di Silvano V. risale al 1985, quando nel monastero di Padre Sergio vi era una sola stanza piena zeppa di libri, la prima stanza della Biblioteca di Marmora.
Silvano arriva al monastero con un piccolo bagaglio leggero e tante paure. Il peso che si porta dietro è tutto nel cuore.
Appena arrivato in quel posto” racconta Silvano “vidi una persona, sembrava quasi mi aspettasse, cioè ebbi la netta sensazione che Padre Sergio attendesse proprio me. Questo mi colpì moltissimo e arrivato lì capii subito che la vita di certo non sarebbe stata semplice, ma la cosa non mi spaventava anzi mi affascinava perché anche io sono abbastanza solitario e la solitudine della montagna non mi spaventava“.
Silvano si rende subito conto che ha di fronte una persona speciale. Forse perché quel monastero abbandonato e scricchiolante è pieno di vita grazie alla presenza di Padre Sergio. Forse perché anche lui si sente come un vecchio edificio screpolato e vuoto. Per questo motivo la solitudine dell’eremo non lo spaventa. Dentro ha un vuoto più grande da colmare e Padre Sergio è lì per aiutarlo.
Era estate” ricorda Silvano, “ed era un vantaggio perché per chi ha problemi e viene ospitato lì arrivare in inverno rappresenta un colpo duro: le stanze non sono riscaldate e le temperature scendono anche a -10 C. In camera bisogna coprirsi bene, la casa è vecchia e ci sono muri in pietra. A volte fa più freddo dentro che fuori, sembra quasi impossibile da credere ma è cosi“.
Arrivato lassù Silvano si mise a lavorare di buona lena, ma la prima cosa che chiese a Padre Sergio era dove si trovassero i suoi libri. “Al tempo non erano piu di 5.000 ed erano in una camera alta piu di 3 metri in scaffali di legno che non so come facessero a stare su! Questo è il bello di lì! A volte guardavo le cose e non riuscivo a capire come potessero stare su, andavano a farla in barba a tutte le leggi di gravità“.
Immaginiamocela questa prima stanza della biblioteca di Marmora, la prima stanza del tesoro di Padre Sergio. Ha un che di magico, sembra una stanza della biblioteca di Borges o un luogo incantato dove le leggi fisiche non valgono. I libri si arrampicano alle pareti con la loro forza, come se le parole fossero vive e forti. Si sistemano gli uni accanto agli altri, in alleanze misteriose e sconosciute. Una lettura parallela, quella possibile osservando la bellezza di questa stanza. E Padre Sergio ne va così fiero che quando la mostra a Silvano i suoi occhi cambiano espressione, diventa più forte, come se da quelle pareti fluisse tutta l’energia dell’universo. Tutto in una sola stanza.
Ancora oggi“, continua a raccontarmi Silvano, “molti scaffali sfidano questa legge. Miracolo Mistero, non so. In quel periodo essendo estate venivano molti gruppi di scout a trovare Sergio e passavano alcuni giorni da lui aiutandolo in quello che era necessario. Per lui all’inizio io mi limitavo a preparare la legna per l’inverno. L’inverno all’eremo è lungo, di legna ce ne vuole sempre tanta“.
Silvano comincia a sperare che l’inverno non finisca più. Vorrebbe stare lì a tagliare legna per tutta la vita. Il vuoto che ha dentro si riempie di legna da ardere, la sera accanto al fuoco con Padre Sergio.
La casa era ancora un po’ diroccata, quindi i lavori non mancavano di certo ma a me piaceva fare questo genere di lavori. In quei mesi vidi nascere la seconda stanza dedicata alla vera e propria biblioteca, con la gioia di Sergio e un po’ meno mia. Conoscendo il tipo sapevo cosa mi sarebbe aspettato. Correndo un po’ la stanza fu finita e padre Sergio decise di trasferire i libri in quella stanza molto piu grande e spaziosa ripensandoci ora viene da ridere qui pochi libri in una stanza che ora è piena zeppa ed è solo una delle altre 4 camere piene zeppe di libri. Alla sera io e Sergio ci mettevamo li e ascoltavamo la radio il tg. Mi ricordo però il secondo vero tesoro che ho trovato da Sergio: cantare. Cantare mi piaceva moltissimo ma non sapevo bene come fare. Lui capì questa mia passione e la seppe tirar fuori molto bene, ogni sera si andava a cantare i vespri in gregoriano: lui suonava l’organo e cantava, io cercavo di stargli dietro. Sapeva comunque che non avrei tardato a imparare a cantare in latino e infatti fu così“.
In un piccolo monastero semidiroccato lentamente le stanze si riempiono di libri, canti e fuoco di legna. Silvano ha un nome così simile a questo luogo, forse il suo destino era quello di ritrovarsi tra le selve di quei monti solitari, a cercare la musica che ha dentro di sè. Ma per far questo aveva bisogno di una guida.
Di per sé non è difficile cantare il latino ed è anche molto armoniosa come lingua e così piano piano imparai molto bene. Però padre Sergio mai una volta mi disse bravo Silvano canti bene e di questo gli sono grato moltissimo anzi se trovava che facevo errori quelli sì che me li faceva notare!“.
Poi Silvano si mette in testa di imparare l’organo: “A volte mi chiedo dove mi venivano ‘ste idee! Non conoscevo niente di musica però avevo molto orecchio, mi prendevo gli spartiti che sentivo suonare da Sergio gli scrivevo le note e via a tormentare il povero Signore che già era lì in croce vicino all’organo, e credo che la cosa lo facesse penare ancor più. Se vado in Paradiso e lo incontro di certo mi tiene lontano da strumenti musicali vari.”
La passione per la musica viene seguita da quella per la lettura. “Tornando un po’ ai libri io ero affascinato dai libri di magia e l’idea di andare da un monaco in montagna con una biblioteca di 6000 libri mi faceva pensare di doverci trovare chissà quali magie e cose esoteriche. I libri all’inizio li vedevo come un mistero, forse mi potevano svelare come diventare un mago o cose del genere!
Pur avendo alcuni libri di magia, di questi libri non ne ho mai letti. Tutte queste fantasie mi sparirono quando Padre Sergio si metteva a ridere dicendomi che sono tutte stupidaggini scritte per creduloni come te. Io mi risentivo e così non li leggevo per non farmi ridere dietro e non ti dava mica soddisfazione cavoli e io volevo diventare un maghetto e lui mi tarpava le ali all’inizio non era giusto e così mi rivolsi ad altri libri all’inizio leggevo poco, anzi quasi per nulla devo dire
.”
Silvano continua il suo racconto. Non mi stancherei mai di leggere le sue lunghissime frasi quasi prive di punteggiatura che io sono andata riaggiustando, anche se a malincuore. Si perde, nel far questa giustizia alla grammatica italiana, la vivacità del suo racconto, pieno di vita come se ogni ricordo fosse ancora lì davanti ai suoi occhi. Silvano che mi dice, ora metto qui una virgola per dovere, e io sorrido, pensando a questa povera virgola smarrita in un fiume di parole così potenti da evocare una vita intera nel giro un po’ tortuoso di una lunghissima, splendida frase.
Il racconto di Silvano sta per finire, non perché i ricordi non si affollino in un vortice velocissimo e suggestivo, ma perchè il tempo della scrittura è finito per oggi. C’è giusto il tempo di un ricordo che mi conquista completamente per il suo candore.
Poi un bel giorno mi misi in testa di diventare monaco e lo dissi a Sergio, lui mi guardò e mi disse – “ma bene allora da domani cominci a fare la vera vita da monaco! Così ogni giorno sveglia alle 4, andare in chiesa a dire il mattutino poi le odi e via discorrendo insomma una giornata piena di preghiera.” A me un po’ stava anche bene anche se molte volte io mi addormentavo tranquillo e beato sui banchi del coro in chiesa“.
Silvano non è diventato un monaco. Ha lasciato il monastero dopo mesi di lavori, canti, letture e vita insieme a Padre Sergio. Ora è tra gli amici della Biblioteca di Marmora, è sua l’idea di questo sito dedicato ai “figli” di Padre Sergio, i libri e le persone che hanno toccato la vita dell’eremo.
Di libri abbiamo parlato solo di sfuggita. Ma sono lì, nella prima stanza, nella memoria di Silvano e ora davanti a tutti. A sabato prossimo per una vera e propria recensione!
Giovanna I. e Silvano V.

IL GIALLO IN AGGUATO

Oggi ho visto infinite piccole cose. Talmente piccole che ora a scriverle non riesco a mostrarle dentro alle parole. Bisogna che ogni lettera diventi una lente d'ingrandimento,  un piccolo cerchietto d'oro intorno al vetro.
Comincio dall'albero di limoni nel mio giardino. E' una pianta che mi segue da dieci anni. Ha fatto con me tre traslochi romani: San Giovanni, Cinecittà, Cassia.
Sulla buccia verde di un piccolo limone stamattina ho visto l'ombra del giallo. Eppure l'inverno se ne sta sulle sue foglie come un drago addormentato. Tutti i giorni temo per lui, ho paura delle gelate. Ma oggi sono serena. Il giallo cova sotto la buccia. Il giallo è in agguato.

Limoni verdi con giallo in agguato, by G.Iorio

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...