LA CASA DELLA LUMACA


Cari amici di letture, il mio silenzio, in questi giorni è dovuto al fatto che sono stata alle prese con grandi decisioni. Quando rifletto sono silenziosa. In questi giorni si è materializzata la possibilità di un trasferimento in Olanda, a partire dal prossino agosto. Prima di prendere la decisione giusta ho dovuto fare i conti con le solite paure che sorgono alla vigilia dei grandi cambiamenti: l'inerzia, l'abitudine, la nostalgia e la pigrizia. Poi la decisione è stata presa, e quindi "si parte"!
Vi terrò aggiornati, in questi mesi, e spero che, una volta in Olanda, questo blog si trasformi in un ponte con l'Italia per continuare a dialogare e a condividere idee.
Nel frattempo vi sottopongo una lettura, si tratta dell'incipit di un romanzo che mi frulla nella testa. Se vi incuriosisce vi prego di lasciare un commento e magari continuerò a scriverlo "in diretta blog", e con il vostro aiuto.
Grazie di essere sempre così tanti e affezionati!

LA CASA DELLA LUMACA

La nipote

Questa è la storia di una casa abbandonata, un tempo piena di vita come il guscio di una lumaca. Se alcune case con il passar del tempo assomigliano a gusci vuoti, altre mostrano ossa fragili e luminose. Se ne stanno immobili, lesionate, trasparenti, in attesa di crollare o di risollevarsi.

La casa di mio zio Armando de Tortona è un enorme guscio vuoto, un susseguirsi di stanze e corridoi gelidi, porte e finestre cigolanti. Il custode, venuto a spalancare il grande portone scrostato, ha aperto tende di polvere e ha fatto entrare la luce dalle imposte sdentate.
Ha detto che tutto è rimasto intatto, l’avvocato non ha permesso a nessuno di entrare, aspettavano l’erede, le mie decisioni. C’è tanto da buttare, ha aggiunto impaziente, roba vecchia, buona a ingrassare i topi. Mi ha condotto lungo un corridoio e ha indicato sul fondo la stanza di velluto rosso, lo studio di don Armando delle terre di Prata Principato Ultra; poi si è allontanato fischiettando, sta tutto là dietro ha gridato prima di sparire dietro a un'altra porta.


La stanza di velluto rosso

Al tramonto la luce del sole colora di rosso il lungo corridoio. Sembra un passaggio segreto. A questo punto dovrei aprire la porta ed entrare nello studio che conserva i volumi preziosi di mio zio, l’alchimista Armando de Tortona, nato in quella stessa stanza quasi cento anni fa, da donna Eleonora de Tortona, altissima e ossuta, che lo partorì con un ruggito da leonessa macchiando di sangue le pareti di velluto dello studio.
Eleonora aveva occhi nerissimi, come i miei. Lo zio Armando, invece, era un bambino gracile, quasi trasparente, dagli occhi verdastri come quelli di una palude. La madre lo aveva allattato per quasi cinque anni portandolo attaccato al seno quasi dappertutto, come una pagnotta di pane avvolto in uno straccio: sempre vicino quando si recava al mercato o quando ricamava lenzuola per corredi di femmine mai nate. Un bel giorno Armando diede un morso al capezzolo di Eleonora, lasciandole sul petto una macchia di sangue porpora che si allargò all’istante, come una rosa appena sbocciata. Quel giorno smise di allattarlo.

All’età di sei anni Armando sapeva leggere e scrivere, conosceva i nomi di un grande numero di piante medicamentose e delle creature più minuscole. La madre gli aveva rivestito di stoffa pregiata la copertina di un quaderno, gli aveva regalato una confezione di spilli affinché li usasse per la sua collezione di insetti: lepidotteri, falene, piccole creature dei buchi e della notte. Tutto finiva il quel libro di lino, tra pagine che ricordavano lenzuola ricamate di un letto nuziale.

Il giardino ora non è che un orto spelacchiato a confronto del podere, lussureggiante e generoso, che abbracciava le spalle della casa. C’erano filari d’ uva da tavola, peri e meli, albicocchi e peschi, cespugli rari. C’erano bacche rosse sul muro di recinzione e Armando era solito raccoglierne in continuazione per un unguento che stava sperimentando: aveva scoperto che le piccole perle rosse del cespuglio, velenosissime quando gli uccelli le ingoiavano scambiandole per lamponi, guarivano piccoli malanni di cani randagi e gatti rognosi.

Si racconta che la mia prozia, donna Eleonora, una sera subito dopo cena avesse per caso assaggiato una dolcissima marmellata, quella che Armando aveva spalmato sul pelo di Tosse, il cane ricoperto di zecche che l’aveva seguito fino a casa grattandosi come un forsennato.
La cameriera Marisa giurò di non averla vista entrare in cucina, disse che il barattolo si trovava ben chiuso sull’ultimo ripiano della dispensa con una etichetta bianca e la scritta viola che diceva: “marmellata per tosse”. Quella sera Armando uscì in giardino a controllare che il cane avesse acqua fresca a sufficienza per la notte. Era certo che la marmellata di bacche rosse gli avrebbe procurato una gran sete. Per questo lo aveva legato ad un palo, per evitare che scappasse e annegasse in un torrente per il desiderio di bere. Tosse se ne stava col pelo appiccicoso e il muso accanto a un grande secchio che Armando gli riempì d’acqua per l’ennesima volta.
Marisa aveva l’abitudine di andare appena prima del tramonto a riempire la vasca per il bagno serale di donna Eleonora. A quell’ora lo studio, dove anni addietro avevano portato la piccola tinozza, si colorava di rosso per via del velluto che ricopriva le pareti. Era stato suo marito, don Alberto, una sera al tramonto, a chiedere alla servitù di preparare il bagno in quella stanza.

Alberto ed Eleonora
Il marito di Eleonora era un uomo passionale e taciturno che nessuno contraddiceva. Faceva poche richieste ma otteneva sempre quello che desiderava. Aveva occhi verdi come quelli di Armando, ma in essi si intravedevano strani guizzi di fiamme rosse.
Eleonora era andata fino al Monte della Vergine, scalza e con la testa coperta, implorando la Madonna che glielo desse. Si era seduta sul sedile di pietra delle vergini, aveva cantato con i capelli rossi sciolti e gli occhi chiusi. E la Vergine l’aveva ascoltata. Aveva continuato a sognarlo, a desiderarlo finché una sera lo aveva incontrato per caso al Triggio, nei pressi della fontana per le lavandaie dove a fine giornata gli uomini si fermavano ad abbeverare i cavalli. Lei aveva sedici anni ed era altissima, una cosa insolita a quei tempi. Alla fontana la ragazza e il suo futuro marito avevano parlato di cavalli e galoppo, di lenzuola e bucato, di selle e sottane. Eleonora divenne sua moglie nel giro di tre settimane. Alberto si innamorò dei suoi occhi nerissimi che gli bevevano l’anima, del suo corpo d’ossa che scricchiolavano senza rompersi in un abbraccio che gli bruciava il sangue.
La gente in paese spettegolò e qualcuno arrivò a dire che Eleonora aveva fatto bere ad Alberto il sangue del mestruo. Solo così – dissero le lingue male - si spiegava la completa infatuazione del giovane rampollo della famiglia dei Tortona, nobile e arida, proprietaria di terre e poderi in tutta la regione, per una ragazza insignificante e povera come lei.
La dote di Eleonora non fu mai mostrata. Venne chiusa in una cassapanca di legno pregiatissimo e chiaro, tutta intagliata a mano, con disegni misteriosi di uccelli e fiori misteriosi. Il marito l’aiutò a sistemarla ai piedi del grande letto nuziale. Ma presto decisero di trasferirla nello studio, dove Alberto ed Eleonora trascorrevano lunghe ore a leggere e conversare.
Don Alberto era un appassionato di botanica, e tra quelle pareti di velluto rosso aveva racchiuso i libri più amati con i nomi e le proprietà di tutte le piante. Si diceva che avesse intenzione di scrivere un libro sui fiori e che Eleonora lo aiutasse a catalogare le specie che di continuo scopriva. Ma in quella stanza al tramonto tutto si tingeva di rosso e a quell’ora le cameriere riempivano la vasca di acqua tiepida e profumata per Alberto ed Eleonora che facevano prima il bagno e poi l’amore.
Di Alberto ed Eleonora c’è un ritratto; l’autore è sconosciuto e privo di talento; per i loro occhi scelse il nero e il verde più banali. Manca al quadro la profondità dei segreti di Eleonora e le fiamme in fondo agli occhi verdi di Alberto. Sembrano due sposi comuni ma la verità è che mai furono soltanto marito e moglie. Il ritratto venne commissionato dalla madre di Alberto, l’anziana Donna Matilde, che aveva l’abitudine di appendere alle pareti tutte le facce della sua antichissima famiglia con la speranza di veder spuntare un giorno il viso allegro di una giovinetta dallo sguardo mite e la bocca sottile simile a lei. Ma Donna Matilde e tutti i Tortona prima di lei, non videro mai la nascita di figlie femmine. Solo maschi: nascevano nelle stanze enormi di quella casa di campagna, grigi e trasparenti come il piccolo Armando. Poi con gli anni si irrobustivano, grazie all’ esercizio fisico e alle ore passate a cavallo, all’aperto, a galoppo sulle terre di famiglia. Era così che Armando e prima di lui il padre, avevano scoperto la passione per i cavalli, i fiori e le piante. Donna Matilde, sul letto di morte, aveva stretto le mani della giovane Eleonora, implorandola di mettere al mondo una femmina. Mancavano soltanto tre settimane e non seppe mai se vi riuscì.

VENIRE ALLA LUCE
Nella vasca da bagno d’acqua tiepida e profumata il corpo di Eleonora era sospeso come una foglia in uno stagno. Si vedevano le venature azzurrognole sul ventre gonfio, tra le gambe la peluria sembrava un’alga e le mani lungo i fianchi parevano minuscoli pesciolini brillanti in cerca di luce.
Il bagno serale veniva predisposto con cura meticolosa dalla governante, l’anziana Marisa di cui nessuno ricordava le orgini. Un giorno Eleonora, mentre con le dita ricamava fiori di croco sulla tovaglia di lino giallo appoggiata sulla pancia di sei mesi, chiese a Marisa se avesse avuto figli e se avesse mai aiutato una donna a partorirne. Marisa rispose che tutte le serve hanno avuto figli e che tutte le serve hanno aiutato altre donne a partorire. Ma poi lasciò la stanza, senza aggiungere altro, ed Eleonora non le chiese più nulla.
Marisa scaldava l’acqua in una grande pentola annerita dal fumo, sul fuoco del camino. Da lontano sembrava intenta a un rito sacro, ma era solo l’acqua per il bagno serale di Alberto ed Eleonora. Alla fontana, ogni sabato, Marisa scendeva a lavare il bucato; era uno sciabordio di lenzuola, asciugamani, federe e camicie da notte. La domenica si rifacevano i letti con le lenzuola profumate di sapone dove all’alba gli sposi si addormentavano esausti tra ricami e aromi. Marisa alla fontana non scambiava parole con nessuno, ma una volta si lasciò sfuggire un sospiro mentre toglieva le lenzuola sporche dalla cesta. Una donna lì accanto, dai seni cadenti e la voce di campana, disse alle compagne che la vecchia Marisa sospirava perché sentiva il profumo dell’amore - Che c’hai, Mari’? Nostalgia de li tempi passati?- ma Marisa aveva continuato a lavare con gli occhi bassi, limitandosi a zittire le lingue male con il gesto di chi allontana mosche da una pietanza, per non dividerla con nessuno.
La luce che entrava nello studio al tramonto era speciale. Ben lo sapeva il bisnonno di Alberto don Antonio de Tortona, che aveva fatto costruire il casale dopo aver sposato una donna minuta e gioviale, Isabella Monticchio, che gli aveva portato in dote una grande quantità di bestiame e una terra su cui lasciarlo tranquillamente a pascolare. Don Antonio aveva detto a Isabellina, così chiamava sua moglie, che delle pecore non sapeva che farsene ma quella terra, così lussureggiante e piena di sole, era l’ideale per costruirci la loro nuova casa. Nel giro di pochi mesi don Antonio aveva progettato, insieme al cugino astronomo, la casa dei sogni: stanze luminose e in ciascuna una luce diversa, cangiante come sul quadrante di un grande orologio solare. Il suo studio sarebbe stato la stanza dei tramonti, dove tutti i maschi di famiglia si sarebbero rinchiusi a studiare, immaginare e quando fu la volta di don Armando fare il bagno e amare.

Commenti

  1. trovo che la tua scelta sia stata ponderata, del resto la vita è tutta un punto interrogativo
    Un abbraccio e a presto

    RispondiElimina
  2. Sono felice di aver scoperto questo blog!

    RispondiElimina
  3. E io che tu l'abbia scoperto!
    :) Ben approdata, Giovanna

    RispondiElimina
  4. Grazie Gabe, sei sempre una "voce" positiva del blog.
    :)

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari