CILIEGIE, UVA E CASTAGNE- UN RACCONTO A QUATTRO MANI



Il racconto che vi propongo stasera ha partecipato al concorso "Le buone parole". Occorreva scrivere una storia, di qualsiasi genere letterario, il cui incipit fosse obbligatoriamente quello firmato dalla scrittrice Valentina Fortichiari.

Il concorso “Le Buoneparole”, ideato dall’associazione culturale “Iniziativa Donna” insieme con “L’Altra Libreria”, rientra nel programma di “Abbiategusto”, la rassegna enogastronomica che si tiene ad Abbiategrasso nell’ultimo fine settimana di novembre, dedicata ai sapori, alla buona tavola, all’arte del ricevere, al piacere di conoscere meglio i prodotti e i luoghi dai quali provengono.

Ed è proprio dall’idea di abbinare gusto e letteratura, cibo e parole, che sette anni fa è nato il concorso. Le autrici che hanno scritto l’incipit degli anni precedenti sono state: Carmen Covito, Margherita Oggero, Dacia Maraini, Isabella Bossi Fedrigotti, Sveva Casati Modignani, Gianni Biondillo e Valeria Montaldi.

E' stato stimolante partire dalle parole della Fortichiari. Eccola.


Ciliegie, uva e castagne- il sapore dell'amore

Mi porge ciliegie con mani dalle dita lunghe e affusolate. No, non è un gesto d’amore. Almeno, non ancora.
Parla, incessantemente, ma io sto divagando con il pensiero, a sere umide di pioggia, quando – bambina malata – mia madre mi costringeva a mangiare riso e latte, che odiavo. Non sono guarita, mai, intendo guarita dai sentimenti, guarita d’amore.
Mangia, ancora ripete mia madre, dopo anni, come se il mangiare fosse un rito salvifico anche in età matura.
Lento all’ira, grande nell’amore: quest’uomo dai gesti gentili mi porta dove vuole, ha già deciso il cammino da percorrere, ma non insieme, non ancora. Io ho fretta, troppa fretta. E mentre mi offre una coppia di ciliegie che hanno il colore del vino, sorride e mi invita alla lentezza. All’attesa.
(incipiti di V. Fortichiari)

Attendo, che il grano maturi, che l’uva arrossisca, che i castagni lascino cadere i loro ricci pieni. E mentre l’attesa nutre l’anima, lui mi resta accanto con una semplicità disarmante. Come l’acqua nel letto di un fiume. Io corro, lui mi avvolge e mi argina.

A volte mi chiedo cosa ci abbia fatto incontrare. Come una foglia nel palmo della mano in una sera d’autunno. Ero uscita a comprare frutta e verdura. Il cielo a novembre perde tutti i colori, come se qualcuno li lavasse via senza pietà. Ero uscita a comprare colori: peperoni rossi e gialli per il buon umore, uva rossa e nera per la felicità, fiori di zucca e spinaci per la nostalgia.

Mia madre era una donna sola. Mia madre aveva un corpo che non ascoltava, un marito che non l’ascoltava, una figlia che non la conosceva. Quando mia madre mi curava con ricette bianche io non capivo ancora che il candore delle sue ricette era un rito magico, un’alchimia per allontanare da noi tutto quello che temeva. Odiavo i suoi piattini monocromatici, incolori, inodori.

Oggi mi curo con i colori. I miei piatti sono arcobaleni di sapori e quando mi siedo a tavola sento che il segreto di un cuore sano è il sapiente equilibrio tra sapore, colore e amore.

Se quella sera non fossi andata a comprare frutta e verdura all’angolo della strada, non avrei conosciuto quest’uomo dalle mani grandi e sapienti, che mi porge ciliegie in estate e castagne in autunno. Come se il sapore sgorgasse dalle sue dita per nutrirmi l’anima. Quando si sveglia e mi chiede se sono felice sento l’aroma del caffè, la fragranza della vita in cucina. E so che è questo che ho sempre cercato. E so che è questo che mia madre non ha mai avuto. (g.i.)

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