venerdì 31 dicembre 2010

AUGURI IN UNA BUSTA (DI PLASTICA)

Volevo augurarvi un anno "pulito" e leggero! Liberiamoci delle zavorre, dei pesi che inquinano fuori e dentro. Vi propongo due riflessioni: la prima in immagini, sulle morti bianche, dal film "Sul mare". Un monologo bellissimo per sperare che il 2011 sia l'anno del lavoro sicuro e per tutti. La seconda è un articolo dello scrittore Marco Lodoli, per salutare in poesia il sacchetto di plastica!



VENERDÌ, 31 DICEMBRE 2010

Pagina XXI - Roma

Addio prepotenti sacchetti di plastica ma in fondo c´era anche un po´ di poesia
MARCO LODOLI

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(segue dalla prima di cronaca)
Anche da noi, per fortuna, qualcuno da solo ha imparato a non sprecare, a non seminare il mondo di plastica oscena, a ficcare la spesa in un carrello. Insomma: siamo tutti d´accordo, deplastifichiamoci! Eppure, di nascosto, vergognandosi per la propria inciviltà, per un sentimentalismo barbaro e asociale, una minuscola parte di me si ferma a ricordare… Qualcosa torna dal passato, con i colori vaghi della nostalgia. Immagini sparse, brutte, belle, piene di sacchetti di plastica.
Quella volta che pioveva a dirotto e con una ragazza che non c´è più ci siamo legati in testa due buste del supermercato, e l´acqua picchiettava sui pensieri e ridevamo. E quella volta sugli scalini di una chiesa vicino alla Stazione Termini, a parlare per un´ora con una vecchia barbona che teneva tutta la sua vita in quattro buste di plastica, i vestiti, il cibo, ma anche le foto della giovinezza, quando tutto era diverso. E quelle corse in Vespa, con una busta di libri attaccata al gancio del sellone, libri meravigliosi da riportare a casa, libri inseguiti e trovati e metà prezzo su una bancarella: tanta poesia in una sola busta! E il costume bagnato e la cuffietta per i capelli dentro il sacchetto di plastica, alla fine di una lunga nuotata, alla fine di una piscina infinita. E quelle imprecise eppure precisissime valutazioni economiche fatte al volo sul numero delle buste del supermercato: "Prima con questi soldi mi portavo a casa tre buste piene di roba, ora neanche due, porca miseria!" E quella volta sotto casa, quando davanti al cassonetto traboccante, davanti a quei cumuli nauseabondi di buste ammucchiate a casaccio, ho sentito il peso della metafora, la verità di quello che Montale chiamava il correlativo oggettivo e ho pensato: voglio una vita diversa, migliore, grazie per l´avvertimento, cari sacchetti.
E ora addio, buste della vita nostra, cariche di tutta la nostra mondezza, addio per sempre: da oggi cercheremo di essere più puliti, più chiari, più svedesi.



p.s. di Giovanna Iorio
Come non pensare ad "American Beauty"...salutiamo il sacchetto di plastica con questo video bellissimo, in cui una busta di plastica è una forza benevola, una bambina che danza...


lunedì 27 dicembre 2010

TANTI AUGURI CON IL PUNTO INTERROGATIVO



Mi mancate! Siete sopravvissuti al Natale?
Avete comprato,incartato,scartato,guardato,abbandonato un centinaio di piccoli regali per dire Auguri?
Come vi sentite dopo le abbuffate, le lunghe telefonate, dopo aver trascorso ore a mandare messaggi con l'iphone nuovo touch screen che per scrivere Auguri ci vuole un quarto d'ora?
Quanti di voi hanno avuto il tempo di uscire a fare una passeggiata, magari in campagna?
Siete avvolti dal bianco della neve o dal caldo di un'isola tropicale?
Avete già fatto ritorno a casa o state per mettervi in viaggio?
Avete già avuto la visione di quello che vi accadrà nel 2011? Avete già letto le previsioni del vostro segno zodiacale?
Siete ancora buoni o siete da pochi minuti tornati cattivissimi?
Siete di quelli che sperano nonostante tutto o siete di quelli che si disperano nonostante tutto. Avete mangiato il panettone o il pandoro?
E le fette le tagliate verticali o orizzontali?
Il vero torrone è morbido o duro?
Scartando i regali dei suoceri avete finto stupore o eravate davvero stupiti?
Qual è il regalo più inutile che avete ricevuto?
Siete offesi che l'abbiano regalato proprio a voi o vi sentite speciali?
I tacchi altissimi delle scarpe di velluto nero serviranno a conquistarlo a ad allontanarvi per sempre da lui?
L'ennesima sciarpa rossa, avete già pensato di farne una coperta patchwork?
Tra i buoni propositi per il 2011 c'è anche quello di non chiedere mai più al bar "Un marocchino in vetro"?
Chi di voi sogna di trascorrere l'ultimo dell'anno con Assange?
Sapete rispondere alle 10 domande fatte a Berlusconi un anno fa da La Repubblica? Gli studenti hanno pensato alla Gelmini anche il giorno di Natale?
La tredicesima vi ha aiutato ad essere più felici oppure i soldi non danno la felicità?
Lo spumante o lo champagne sulle vostre tavole?
Sarà vero che il cioccolato svizzero non fa ingrassare?
Roberto Saviano ha visto la sua famiglia a Natale?
Se la stella cometa non era una cometa bensì tre pianeti in congiunzione chi ci dice che Gesù non sia nato altrove?
Oppure che stia per nascere altrove?

Insomma l'anno si chiude con tanti interrogativi ed è un bene, perché un mondo senza domande è un pianeta silenzioso che si fa i fatti suoi in un cielo stellato.
Auguri a tutti gli Amici di Letture! Grazie per un altro anno di amicizia.
Vi annuncio che dal 2011 cambierò un po' il nostro blog, sperando di coinvolgervi di più, trasformandovi, se possibile, in tanti Amici di Scritture!

venerdì 17 dicembre 2010

NEVICA A ROMA



PAROLE BIANCHE
di Giovanna Iorio

Parla il cielo

parole bianche
parole lente
parole che si posano sulle panche

a ricoprir d’inverno
il giardino improvvisamente
nudo

soltanto ieri
l’albero vestito
mi guardava attraverso il vetro

stupito, nelle pupille una domanda
in attesa come un fiocco indeciso:
quando verrà il vento?

dal cielo nero è arrivata la neve
lieve come un sogno di bambino

la notte di Natale
l’albero si è riempito di parole

mute, appese ai rami
scintillanti come ami.

martedì 14 dicembre 2010

IL CIELO NERO DI ROMA



La foto che vi mostro (Da La Repubblica.it) è un'immagine di Roma di questo pomeriggio. Gli scontri in pieno centro, i disordini, i feriti: se sempre l'ingiustizia si trasformasse in fumo nero, forse dovremmo abituarci ad un cielo di petrolio.


IL RE DI ROMA

C'è un re senza sudditi
che non vuol ascoltare

fuori gridano
nuvole nere
oscurano il sole

C'è un popolo senza sovrano
che non vuole morire

dentro gridano
voci nere
oscurano il mare.
(g.i.)

LA BAMBINA E IL PAVONE



Devo andarci più spesso allo zoo. Spesso faccio ritorno dal Bioparco con storie e aneddoti da raccontare e condividere. Alcuni tristi (vedi L'Angolo della Critica) altri molto speciali.
Ho una storia tenera e semplice che spero vi faccia sorridere e un po' stupire.
E' andata così: ero davanti agli ippopotami con la mia famiglia quando la mia attenzione è stata catturata da una mamma che guardava la sua bambina con sguardo interrogativo.
La piccolina, forse di quattro anni, se ne stava davanti ad un bel pavone a sussurargli paroline indecifrabili.
Il pavone camminava e la bambina lo seguiva, sempre continuando a sussurargli paroline.
Ad un certo punto ho sentito quello che diceva: "Vieni pavone, eccomi, sono una donna!- Vieni pavone, eccomi, sono una donna!"
Che frase misteriosa, ci siamo dette io e la madre della bimba, con un'occhiata da strizzacervelli fai da te.
E così, mentre la mia famiglia, stufa di ippopotami si avviava verso colibrì e aquile reali, io sono rimasta ad ascoltare la conversazione.
"Amore, ma perché dici al pavone: vieni, eccomi, sono una donna!?"
I miei bambini erano oramai ad anni luce da me, il loro papà da lontano mi chiedeva aiuto, implorando: "Vieni, eccomi, sono un uomo" con gli occhi urgenti di chi ha bisogno di una mano o i bambini volano via sul nido del cuculo ... Ma io dovevo sentire la risposta! Eccola, c'ero quasi! "Così il pavone mi fa la coda!", rispose finalmente la bambina.

venerdì 10 dicembre 2010

LA POESIA DI SANGUINETI ILLUMINA I MURI DI GENOVA



“Questo è il mio naso / è il mio mento, è la bocca / priva di labbra: priva i denti, / è una dura ferita, / nella mia faccia”. Edoardo Sanguineti


La poesia diventa luce: Edoardo Sanguineti, la vita è una poesia. Ieri 9 dicembre la città ha ricordato l'intellettuale in un ampio programma di iniziative, con le sue strofe che hanno illuminato i palazzi di Strada Nuova. Ieri il poeta avrebbe compiuto 80 anni.

Da un articolo di WANDA VALLI dell'8 dicembre.

"E lo vedi, è la vita", diceva lui Edoardo Sanguineti. La vita che ti sorprende sempre, nella gioia e nel dolore. È successo anche a lui. Avrebbe festeggiato i suoi ottant' anni il 9 dicembre, questo grande intellettuale del Novecento e Genova, la sua città, lo ricorderà in tre appuntamenti. Genova si illumina di poesia si chiama l'iniziativa voluta dal Comune, ritroveremo i suoi versi, i suoi scritti e il suo impegno di osservatore della vita della comunità, che non ha avuto paura di impegnarsi in prima persona.

Il programma lo racconta, Margherita Rubino, consulente del sindaco per l'immagine della città, c'è il sindaco Marta Vincenzi, Luciana Sanguineti, sua moglie, Pietro da Passano, direttore di palazzo Ducale. E una novità. Il 18 maggio, anniversario della scomparsa, annuncia il sindaco, aprirà nella nuova Biblioteca Universitaria, nell'ex Grand Hotel Colombia, una sala riservata agli oltre 26 mila volumi che la famiglia Sanguineti ha donato alla città.

Simonetta Buttò, della Biblioteca centrale di Roma, conferma: "Sarà un modo per incominciare a mostrare ai genovesi come la cultura si è impossessata di quell'ex grand hotel", il sindaco Marta Vincenzi sottolinea: "Così entrando e scendendo dalla stazione a Principe, a accogliere i viaggiatori saranno i libri di Edoardo Sanguineti e questo cambierà, in meglio, la percezione di Genova". Torna alla mente quello che Edoardo Sanguineti diceva: "vedilo il mondo, a Genova si è raccolto", una sorta di omaggio amoroso alla città, mentre a casa sua, racconta la moglie Luciana "è rimasto un mare di libri, continuano a arrivare traduzioni, sei solo a novembre, una da Israele, due dagli Stati Uniti".

Torniamo ai dieci giorni dedicati a lui. L'emozione, l'abbraccio della città, oggi, mercoledì 8 dicembre: la Strada Nuova con i suoi palazzi, si illumina con 80 versi tratti dalle sue opere, mentre Gillo Dorfles, alle 18 davanti a palazzo Tursi, racconterà chi era il suo amico Edoardo, con la musica che amava, a partire da Besame mucho.

Il 9, giorno del compleanno, alle 12a calata Falcone e Borsellino, Marco Nereo Rotelli donerà al Comune la scultura E, lo vedi, è la vita, mentre dalle 12 alle 20 alla Libreria Feltrinelli ci sarà una proiezione di video e interviste a Sanguineti e alle 18 a palazzo Rosso, Prendi un piccolo fatto vero spettacolo da Edoardo Sanguineti. Intanto alle 16, alla Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, lectio magistralis "Novissimum Testamentum " della professoressa Niva Lorenzini.


(08 dicembre 2010)

mercoledì 8 dicembre 2010

SAVIANO E I 15 MILA METRI SOPRA IL CIELO



Nel monologo trasmesso a “Vieni via con me” lo scrittore racconta come l’immondizia sia una preziosa fonte di reddito per la criminalità organizzata. E suscita polemiche e un’ondata di attestati di stima
Riporto, per gli amici di letture, il discorso di Saviano.


IL MONTE più alto d'Europa è il Monte Bianco: 4810 metri. Il più alto del mondo è l'Everest, con i suoi 8848 metri. Ma se noi immaginassimo una montagna fatta con i rifiuti illegali supererebbe la somma dei due: qualcuno ha calcolato che avrebbe una base di tre ettari e sarebbe alta più di 15mila metri. Quest'immensa mole è una preziosa fonte di reddito per la criminalità organizzata.

Questo spiega perché in Campania la storia dell'immondizia lasciata a marcire per strada è, purtroppo, una storia infinita. Gli ispettori europei sono arrivati a Napoli e ci hanno detto quello che i napoletani sapevano già: e cioè che nulla è cambiato rispetto a due anni fa. In realtà è peggio. L'emergenza dura dal 1994. È moltissimo tempo. Vuol dire che un ragazzo che oggi ha 16 anni è cresciuto con l'idea che i sacchetti di plastica abbandonati sui marciapiedi sono la normalità, come lo è il caldo d'estate e il freddo d'inverno. I cassonetti regolarmente svuotati, invece, sono un'eccezione.

In questa terra la raccolta differenziata è un sogno. Tranne che in piccole isole felici, non viene fatta mai. Quella non differenziata dovrebbe essere - per legge - al massimo il 35%. Qui arriviamo all'84%. E pensare che erano stati per primi i Borbone a lanciare la diversificazione dei rifiuti. Sembra incredibile, ma così recita un editto di Ferdinando II: "Gli abitanti devono tenere pulita la strada davanti alla casa usando l'avvertenza di ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni e di separarne tutt'i frantumi di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli in un cumulo a parte".

Quello che i Borbone sapevano, le giunte di centrosinistra e di centrodestra, i commissari straordinari, da Rastrelli, a Bassolino, da Bertolaso a De Gennaro, non hanno più saputo. Tutti hanno provato a risolvere il problema, ma nessuno ci è riuscito. A Napoli sembra impossibile ciò che riesce a Milano, Bologna e Genova perché la regione è prigioniera di un gigantesco circolo vizioso. Il ciclo è basato sull'occupazione del territorio: si mettono i rifiuti in una discarica, la discarica si riempie, viene chiusa o sequestrata per versamenti di materiali tossici, i camion si fermano, si cerca l'ennesima discarica, la popolazione protesta, la spazzatura resta a terra e spesso viene addirittura bruciata, con pericoli serissimi per la salute. I clan pagavano 50 euro per ogni cumulo di immondizia messo al rogo.

Si è tentato di risolvere il problema con gli inceneritori, che dovrebbero per legge produrre energia, ma per funzionare al meglio devono essere alimentati da ecoballe che nascono dalla raccolta differenziata, in cui l'umido è eliminato. Non è così, naturalmente, e la Campania è invasa dalle ecoballe, che ne hanno addirittura modificato la geografia e che sono potenziali bombe ecologiche. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Sempre che sia possibile.

Tutta questa incapacità è costata ai cittadini 780 milioni di euro all'anno, in emolumenti, consulenze, affitti degli immobili: circa 8 miliardi di euro in 10 anni, quasi una finanziaria. Tutti hanno perso, ma qualcuno ha guadagnato, e parecchio. Nel 2009 le ecomafie hanno fatturato oltre 20 miliardi di euro: un quarto dell'intero fatturato della criminalità organizzata.

Il grande business dei clan è quello dei rifiuti tossici: hanno trasformato la Campania nel secchio dell'immondizia delle imprese del Nord. (La monnezza di Napoli è la monnezza di tutta l'Italia. Ricordiamocelo, ogni volta che il Nord chiude le porte come se fosse un problema del Sud). Smaltire un rifiuto speciale costa moltissimo, fino a 62 centesimi al chilo, i clan sono capaci di offrire un prezzo di 9/10 centesimi. Un risparmio dell'80 per cento che mette a tacere la coscienza di tanti imprenditori. Il trucco è nella bolla di accompagnamento che viene falsificata, per cui il rifiuto come per magia non è più tossico, o nel miscelare i veleni ai rifiuti ordinari, in modo da diluirne la concentrazione tossica. Il meccanismo è talmente malato che a volte il composto viene trasformato in fertilizzante: così la malavita incassa i soldi due volte con lo stesso veleno.

Decine di inchieste giudiziarie testimoniano l'avvelenamento delle terre del Sud. Ne elenco alcune: nel 2003 si scopre che ogni settimana 40 Tir ricolmi di rifiuti sversano cadmio, zinco, scarto di vernici, fanghi da depuratori, plastiche varie, arsenico e piombo nel napoletano e nel casertano; nel 2006 la Procura di Santa Maria Capua Vetere accerta che tra Villa Literno, Castelvolturno e San Tammaro, vengono scaricati i toner delle stampanti d'ufficio della Toscana e della Lombardia. Il terreno è pieno di cromo esavalente. L'inchiesta "Eldorado" del 2003 ferma un traffico illecito di rifiuti pericolosi, che da Sud sono spediti in Lombardia per essere "miscelati" con terre di spazzatura delle strade milanesi e altri materiali, per passare poi come rifiuti non pericolosi smaltiti in una discarica pugliese. La Procura di Napoli ordina nel 2007 il sequestro di 5 aziende del Nord per traffico illecito di residui di lavorazioni siderurgiche.

Così il sottosuolo della bella, dolce, fertile Campania è diventato un fango nauseabondo e pericoloso: a Giugliano della Campania,, ci sono 590 mila tonnellate di fanghi e liquami contenenti amianto e tricloruro di etilene; a Pianura tra il 1988 e il 1991 sono stati sversati i seguenti rifiuti provenienti dall'Acna di Cengio: 1 miliardo e 300 milioni di metri cubi di fanghi; 300 mila metri cubi di sali sodici; 250 mila tonnellate di fanghi velenosi a base di cianuro; 3 milioni e mezzo di metri cubi di peci nocive contenti diossine, ammine, composti organici derivanti dall'ammoniaca e contenenti azoto; nelle campagne di Acerra tra il 1995-2004 sono stati nascosti 1 milione di tonnellate di fanghi industriali provenienti da Porto Marghera e 300 mila tonnellate di solventi clorurati.

E questo solo per citare alcuni esempi. Non c'è da meravigliarsi se l'agricoltura è crollata a picco, se i frutti spuntano malati, se le terre diventano infertili. Soprattutto non c'è da meravigliarsi se aumentano malattie e tumori. È quello che succede, nel silenzio generale. Il cancro, in Campania, non è una sventura, una tragedia ineliminabile, ma il frutto di una scelta sciagurata dell'imprenditoria criminale.

Le malattie legate alla presenza di rifiuti tossici sono una piaga silenziosa, difficile da monitorare ma assolutamente evidente. Una ricerca del 2008 dell'Istituto superiore di Sanità nelle province di Napoli e Caserta certifica un aumento della mortalità per tumore del polmone, fegato, stomaco, rene e vescica e di malformazioni congenite. Questi sono più numerosi vicino ai siti di smaltimento illegale. Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità parla di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro in questa zona: la percentuale è più alta del 12% rispetto alla media nazionale.

Ecco, questo è lo stato in cui 16 anni di impotenza dello Stato e di potere criminale hanno ridotto la Campania. Eppure la fine dell'emergenza è stata annunciata per ben sette volte dal nostro capo del governo: era già risolta nel luglio di due anni fa.

Dopo decenni di crisi dei rifiuti, di napoletani identificati con la spazzatura, della perdita di ogni speranza di veder cambiare la propria città, mi viene in mente Eduardo che recitava: è cos 'e niente. Ci siamo abituati a dire sempre è cos 'e niente. Ci levano il diritto della vita, ci tolgono l'aria, e è cos 'e niente". Temo che a forza di sentircelo dire rischiamo di diventare anche noi cose 'e niente.

Il testo è una sintesi del monologo trasmesso a "Vieni via con me"
(30 Novembre 2010)

lunedì 6 dicembre 2010

CILIEGIE, UVA E CASTAGNE- UN RACCONTO A QUATTRO MANI



Il racconto che vi propongo stasera ha partecipato al concorso "Le buone parole". Occorreva scrivere una storia, di qualsiasi genere letterario, il cui incipit fosse obbligatoriamente quello firmato dalla scrittrice Valentina Fortichiari.

Il concorso “Le Buoneparole”, ideato dall’associazione culturale “Iniziativa Donna” insieme con “L’Altra Libreria”, rientra nel programma di “Abbiategusto”, la rassegna enogastronomica che si tiene ad Abbiategrasso nell’ultimo fine settimana di novembre, dedicata ai sapori, alla buona tavola, all’arte del ricevere, al piacere di conoscere meglio i prodotti e i luoghi dai quali provengono.

Ed è proprio dall’idea di abbinare gusto e letteratura, cibo e parole, che sette anni fa è nato il concorso. Le autrici che hanno scritto l’incipit degli anni precedenti sono state: Carmen Covito, Margherita Oggero, Dacia Maraini, Isabella Bossi Fedrigotti, Sveva Casati Modignani, Gianni Biondillo e Valeria Montaldi.

E' stato stimolante partire dalle parole della Fortichiari. Eccola.


Ciliegie, uva e castagne- il sapore dell'amore

Mi porge ciliegie con mani dalle dita lunghe e affusolate. No, non è un gesto d’amore. Almeno, non ancora.
Parla, incessantemente, ma io sto divagando con il pensiero, a sere umide di pioggia, quando – bambina malata – mia madre mi costringeva a mangiare riso e latte, che odiavo. Non sono guarita, mai, intendo guarita dai sentimenti, guarita d’amore.
Mangia, ancora ripete mia madre, dopo anni, come se il mangiare fosse un rito salvifico anche in età matura.
Lento all’ira, grande nell’amore: quest’uomo dai gesti gentili mi porta dove vuole, ha già deciso il cammino da percorrere, ma non insieme, non ancora. Io ho fretta, troppa fretta. E mentre mi offre una coppia di ciliegie che hanno il colore del vino, sorride e mi invita alla lentezza. All’attesa.
(incipiti di V. Fortichiari)

Attendo, che il grano maturi, che l’uva arrossisca, che i castagni lascino cadere i loro ricci pieni. E mentre l’attesa nutre l’anima, lui mi resta accanto con una semplicità disarmante. Come l’acqua nel letto di un fiume. Io corro, lui mi avvolge e mi argina.

A volte mi chiedo cosa ci abbia fatto incontrare. Come una foglia nel palmo della mano in una sera d’autunno. Ero uscita a comprare frutta e verdura. Il cielo a novembre perde tutti i colori, come se qualcuno li lavasse via senza pietà. Ero uscita a comprare colori: peperoni rossi e gialli per il buon umore, uva rossa e nera per la felicità, fiori di zucca e spinaci per la nostalgia.

Mia madre era una donna sola. Mia madre aveva un corpo che non ascoltava, un marito che non l’ascoltava, una figlia che non la conosceva. Quando mia madre mi curava con ricette bianche io non capivo ancora che il candore delle sue ricette era un rito magico, un’alchimia per allontanare da noi tutto quello che temeva. Odiavo i suoi piattini monocromatici, incolori, inodori.

Oggi mi curo con i colori. I miei piatti sono arcobaleni di sapori e quando mi siedo a tavola sento che il segreto di un cuore sano è il sapiente equilibrio tra sapore, colore e amore.

Se quella sera non fossi andata a comprare frutta e verdura all’angolo della strada, non avrei conosciuto quest’uomo dalle mani grandi e sapienti, che mi porge ciliegie in estate e castagne in autunno. Come se il sapore sgorgasse dalle sue dita per nutrirmi l’anima. Quando si sveglia e mi chiede se sono felice sento l’aroma del caffè, la fragranza della vita in cucina. E so che è questo che ho sempre cercato. E so che è questo che mia madre non ha mai avuto. (g.i.)

domenica 5 dicembre 2010

DONNA ROSITA NUBILE OVVERO LA FRAGILITA' DEGLI OGGETTI PRIVI D'AMORE





Una bianchissima sera di dicembre a teatro. Ieri sera la luce bianca di un mondo leggero e i fiori delicati di un giardino mai svelato da un pannello di lino chiaro, mi hanno avvolto e trasportato nel mondo profumato di Donna Rosita Nubile di Federico Garcià Lorca.
Il Teatro Argentina ha ospitato nel suo cuore rosso una scena bianca ed evanescente, simile ad un sogno lontano. Sul palcoscenico, privo di sipario, come in una pupilla limpida e sincera, si sono specchiati i miei ricordi più antichi di figlia del Sud. Riflessi nelle vite interpretate da grandi attrici- Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Franca Nuti, Rosalina Neri - hanno vibrato in me i destini che mi hanno sfiorato.
Come Donna Rosita, chi nasce nelle pieghe voluttuose di una terra del Sud, incontra sul suo cammino tentazioni e inganni: veli di spose bambine, silenzi di figlie ubbidienti, case antiche abitate da fantasmi pronti a inghiottirti.
Così ieri sera ho pianto. Ho pianto incrociando destini sfiorati. E quando Rosita nell'ultima scena si prepara a lasciare la casa, insieme alle sue "due madri", lei, orfana e zitella, vedova e vergine, ho riconosciuto dentro di me il dolore antico di tutte le donne del Sud. L'ho visto per anni scolpito sui volti femminili nella mia infanzia: madri, sorelle, zie, donne di strada. Silenziose. Tutte. Come se la parola non fosse concessa loro, mai le sentivo parlare se non per il pettegolezzo o il rimpianto. Qualcuno amava cantare stendendo il bucato. Poi subito in casa.
E' all'interno di case bianche e profumate che la fedeltà delle donne nutre quotidianamente la loro illusione d'amore. Il loro sogno più puro diventa presto calce che imbianca pareti, fumo leggero di camini accessi, profumo antico di panni stesi , rosso di vini nelle cantine.
Quando Donna Rosita è costretta a lasciare la casa natale, le finestre cominciano a tremare, la porta della serra a battere come un cuore ferito. In quel momento le lacrime hanno cominciato a sgorgare. Perché in quel rumore sordo e disperato c'è il dolore di tutte le case del sud che muoiono quando le loro donne le abbandonano, lasciandole al loro destino di oggetti fragili: mura, vetri e piccoli monili senza importanza.
Tutto, senza di loro, si frantuma.
Quelle case abbandonate sono in tutti i miei incubi, fin dalla mia infanzia: e avevano imposte che sbattevano disperate proprio come quella che dice addio a Donna Rosita Nubile e ai suoi sogni di bambina.
Bellissima la regia di Lluís Pasqual e le scene di Ezio Frigerio.
Dopo il teatro sono tornata a casa a cercare ancora il candore della poesia di Lorca, fino ai sogni dell'alba. Questa, grazie al cielo, è quella che chiamo la magia del teatro.

Alba (di Garcia Lorca)


Il mio cuore oppresso
con l'alba avverte
il dolore del suo amore
e il sogno delle lontananze.
La luce dell'aurora porta
rimpianti a non finire
e tristezza senza occhi
del midollo dell'anima.
Il sepolcro della notte
distende il nero velo
per nascondere col giorno
l'immensa sommità stellata.
Che farò in questi campi
cogliendo nidi e rami,
circondato dall'aurora
e con un'anima carica di notte!
Che farò se con le chiare luci
i tuoi occhi sono morti
e la mia carne non sentirà
il calore dei tuoi sguardi!
Perchè per sempre ti ho perduta
in quella chiara sera?
Oggi il mio petto è arido
come una stella spenta.



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DONNA ROSITA NUBILE, OVVERO IL LINGUAGGIO DEI FIORI - TEATRO ARGENTINA
di Federico García Lorca
regia costumi Franca Squarciapino
luci Claudio De Pace
musiche Josep Maria Arrizabalaga
movimenti coreografici Montsé Colomé
con (in o. a.) Andrea Coppone, Giancarlo Dettori, Pasquale Di Filippo, Martina Galletta, Alessandra Gigli Eleonora Giovanardi, Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Rosalina Neri, Franca Nuti, Stella Piccioni
Sara Zoia


produzione Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa



In Donna Rosita, García Lorca racconta la fedeltà a una memoria, descrive un modo fuori del tempo di vivere lʼamore. Al contrario di Nozze di sangue, dove si parla di passione travolgente, Donna Rosita è una commedia delicata, la più cechoviana della scrittura lorchiana. Allo scorrere del tempo tocca il ruolo di protagonista: e quando il tempo è protagonista, è della vita che si parla. Promessa a un giovane che dopo il fidanzamento lascia la Spagna, Rosita lo attende per ventʼanni, fiduciosa che lui tornerà, come le promette in periodiche lettere. Ma gli anni passano, le amiche di Rosita si sposano ed hanno bambini, il fidanzato non torna e la giovane appassisce, come la rosa mutabilis che lo zio di lei ama coltivare. Lʼovvio verrà alla luce: il fidanzato di Rosita si è sposato in Argentina e non ha avuto cuore di rivelarglielo. Ma forse lei sapeva...

Un grande amore che si rivela, dunque, un crudele inganno. Una giovinezza soffocata in un piccolo paese della provincia spagnola. Un testo delicato e commovente, una lirica storia dʼamore legata ai temi classici del teatro di Lorca: la nostalgia e la riflessione sulle occasioni mancate.

«Il teatro di García Lorca, - racconta il regista Lluís Pasqual - come il cinema di Almodóvar, vive di battute pronunciate da donne. Io do ragione ad entrambi, perché sono convinto della superiorità femminile, per intelligenza e per modo di sentire... Ho diretto un cast quasi completamente al femminile, con grandi attrici - tra cui Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Franca Nuti, Rosalina Neri - artiste straordinarie che, da spettatore, ho adorato.»

mercoledì 1 dicembre 2010

WOODY ALLEN & WIKILEAKS



Il mio primo film era così brutto, che in sette Stati americani aveva sostituito la pena di morte.
Woody Allen

L'ultimo film, "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" si spera sia così bello da sosituire in sette Stati americani la pena di vivere l'imbarazzo del dopo wikileaks.
:)

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...