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MARIO VARGAS LLOSA E IL NOBEL PER LA LETTERATURA



Continuerai a fare la vita di sempre?" chiese il Giaguaro.
"Vuoi dire se continuerò a rubare?" Higueras il secco fece una smorfia. "Suppongo di sì. Sai perché? Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio, come diceva il Culepe. Per ora, farò meglio ad andarmene da Lima."
"Sono tuo amico," disse il Giaguaro. "Avvisami, se posso darti una mano."
"Certo che puoi darmela," disse il secco. "Pagami da bere. Non ho più un soldo."

dal romanzo di Vargas Llosa La città dei cani:

Ed ecco una delle prime polemiche che ho letto. La popolarità del Nobel non si resiste. Alzi la mano chi ha letto Vargas Llosa e ha indovinato che il premio sarebbe andato a lui!


(7 ottobre 2010- dal blog Bookowsky)
Stavolta è letteratura, stavolta tutti sanno chi è. L’Accademia di Svezia ha scelto di assegnare il Nobel per la letteratura a un peso massimo come Mario Vargas Llosa. Peruviano, sudamericano atipico. Vediamo la motivazione di Stoccolma che ha preso la sua decisione sottolineando la ”cartografia delle strutture del potere e alle sue immagini taglienti della resistenza dell’individuo, della sua rivolta e della sua sconfitta”. In linea di massima c’è poco da discutere: chi può sentirsi di dire che Vargas Llosa non sia da Nobel? Chi può dire a cuor leggero che libri come Conversazione nella catedral o Chi ha ucciso Palomino Molero o Il narratore ambulante (tra l’altro appena ristampato in economica da Einaudi) non siano letteratura? O che Vargas Llosa non sia la sintesi perfetta tra gusti dei lettori e degli accademici che già lo avevano insignito del Cervantes? E poi ci sono anche altri elementi che questa volta sembrano rendere la decisione svedese inattaccabile: la biografia di Llosa. La fiducia in Castro in gioventù, la disillusione arrivata prestissimo, la scazzottata hemingweyana con Garcia Marquez che segnò la fine di un’amicizia e la ridda di ipotesi che tuttora si fanno su che cosa scatenò l’episodio. Tutto a posto dunque? Niente da dire su questo Nobel?

In realtà un piccolo problema ci sarebbe. Rivediamo la motivazione: “cartografia delle strutture del potere e alle sue immagini taglienti della resistenza dell’individuo, della sua rivolta e della sua sconfitta”. Anno 1990. Vargas Llosa si candida alle presidenziali in Perù a capo di una coalizione liberista, esperimento politico in direzione uguale e contraria all’imminente laboratorio politico socialista che di lì a poco diventerà l’America Latina. Perde contro Alberto Fujimori, non proprio un esempio di leader democratico. Nel ’93 Vargas Llosa se ne va dal Perù disgustato e prende la cittadinanza spagnola. Una sola domanda: come si concilia la cartografia del potere, la resistenza dell’individuo e la sua solitaria sconfitta con le ambizioni presidenziali? Lo scrittore, è oppure no sempre, da sempre e per definizione il non-essere potere? La forza della letteratura, la potenza di costruire mondi opposti, diversi, in contraddizione con quello della politica è oppure no la sua ragion d’essere? Lo scrittore è sconfitto per definizione. Ma non in una contesa elettorale.

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