IL CILE LIBERA I SUOI EROI: IL GIORNO LUMINOSO DELLA MINIERA




Dopo due mesi trascorsi sottoterra, i 33 minatori tornano finalmente alla luce e alla loro vita. Da Florencio, il primo ad uscire, a Mario, il più anziano.

E nel giorno luminoso delle miniere ecco una lettura bellissima dall'Università di Cork
DAL BUIO DELLA ZOLFARA ALLA LUCE DELL'AGORÀ
Letto Università di Cork (Irlanda) il 23.10.2009 – Istituto Italiano di cultura di Parigi il 9.11.2009 – Università di Siviglia il 20.11.2009Università Statale di Milano il 3.2.2010 pubblicato su “La cittadella”

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi, delle tue vecchie case che strozzano strade, della piazza grande piena di silenziosi uomini neri. Tra questi uomini ho appreso grevi leggende di terra e di zolfo, oscure storie squarciate dalla tragica luce dell'acetilene. E l'acetilene della luna nelle tue notti calme, nella piazza le chiese ingramagliate d'ombra, e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte”
( Leonardo Sciascia: Ad un paese lasciato da La Sicilia, il suo cuore. Bardi Editore Roma 1952)
Dalla miniera, dalla miniera di zolfo, dal buio dei suoi più profondi strati; da Racalmuto, paese dello zolfo, bisogna partire per risalire alla piazza, giungere alla luce della ragione, dell'illuminismo e dell'impegno civile della scrittura di Leonardo Sciascia.
Il nonno di Sciascia, Leonardo, era stato prima caruso, e poi capomastro e amministratore in una delle miniere di Racalmuto, Gìbelli o Giona; anche il padre, Pasquale, è stato amministratore in una zolfara di Àssaro, e insieme al padre là ha lavorato anche il figlio, fratello minore dello scrittore, Giuseppe, perito minerario.
E tutti e due, padre e figlio, avranno una fine tragica: suicida il giovane Giuseppe; in carcere per tentato omicidio il padre Pasquale.
“Ha le sue radici nella zolfara la storia dello scrittore Sciascia” scrive Claude Ambroise.
Ed egli stesso, Sciascia, afferma:”Senza l'avventura della zolfara non ci sarebbe stata l'avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio di Giovanni, Rosso di San Secondo, Nino Savarese, Francesco Lanza.
E per noi”.
Ai quali scrittori bisogna ancora affiancare Giuseppe Giusti Sinopoli, autore della Zolfara, Antonio Russello autore di La luna si mangia i morti e La miniera occupata, e Carlo Levi di Le parole sono pietre, Antonio Aniante di La rosa di zolfo e Mario Farinella di La miniera morta in Profonda Sicilia.
“Mio nonno era stato caruso, uno di quei ragazzini che nelle zolfare siciliane venivano adibiti al trasporto del materiale.
Era entrato in miniera all'età di nove anni, alla morte del padre, e vi restò fino alla fine dei suoi giorni”.
Ha scritto Sciascia in La Sicilia come metafora.
I carusi, i carusi delle zolfare.
Ne parlano per primi, di questa drammatica realtà sociale, i due studiosi Franchetti e Sonnino nella loro Inchiesta in Sicilia del 1876, in un capitolo aggiuntivo all' Inchiesta stessa dal titolo Il 2 lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane: si alzava per la prima volta un velo su una terribile realtà pressoché sconosciuta, e l'Italia ne rimaneva inorridita.
Sono bambini anche di cinque, sei, sette anni che al soldo del picconiere, cui sono legati per il cosiddetto “soccorso morto”, la somma che il picconiere anticipava alla famiglia per avere al suo servizio il caruso, bambini che trasportano sulle loro spalle il carico di zolfo dalla profondità fino alla superficie, al calcarone.
Scrivono i due studiosi Franchetti e Sonnino:”Vedemmo una schiera di questi carusi che usciva dalla bocca di questa galleria dove la temperatura era caldissima […] Nudi affatto, grondando sudore, e contratti sotto i gravissimi pesi che portavano, dopo essersi arrampicati su, in quella temperatura caldissima, per una salita di un centinaio di metri sotto terra quei corpicini stanchi ed estenuati uscivano all'aria aperta, dove dovevano percorrere un'altra cinquantina di metri, esposti a un vento ghiaccio “.
I carusi, i picconieri, e su su poi, gli ausiliari, i calcaronai, arditori, spesalori, il capomastro, il gabelloto, il proprietario.
Il proprietario della miniera era proprietario del suolo dove veniva scavata la miniera, lui, il proprietario, era padrone “usque ad coelum ed usque ad inferas”. Il proprietario era un “gattopardo”che se ne stava lontano dalla miniera, lontano nel suo palazzo di Palermo, di Catania o di Agrigento.
Così scrive Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra di un suo breve soggiorno, da ragazzo, nella miniera Grottacalda di Valguarnera: “E per un mese me ne andai da mio padre, che era impiegato in una zolfara.
Mi piaceva l'odore dello zolfo, me ne stavo in giro tra gli operai, guardavo lo zolfo scolare come olio dai forni, si rapprendeva dentro le forme, le balate gialle venivano caricate sui vagoncini, fino alla piccola stazione tra gli eucalipti. Il paese era distante dalla zolfara; il paese di Francesco Lanza, ma allora non sapevo di Lanza, leggevo Hugo e Dumas padre. Un pomeriggio di domenica mio padre mi lasciò andare in paese in compagnia di un capomastro, gli operai mi fecero festa, vollero che prendessi gelati e dolci […] L'indomani li avrei rivisti nella zolfara con i pezzi di copertone legati ai piedi, il loro pane scuro – mangiavano pane e coltello – dicevano, come dire che mangiavano solo pane, al massimo l'accompagnavano con l'acciuga salata o con un pomodoro”.
Gli zolfatari, i salinari, gli alunni poveri e affamati del maestro Sciascia .
Scrive in Cronache scolastiche :“ […] entro nell'aula con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie”; e il Circolo della Concor- 3 dia, le strade, i braccianti, i preti, la mafia: Racalmuto, la Sicilia.
Senza lo zolfo, come abbiamo già detto, lo scrittore Sciascia non si potrebbe spiegare.
Spiegare la sua tagliente logica, la sua penetrante capacità di lettura della realtà, della storia, il suo morale, civile bisogno di smontare le tessere della storia proditoriamente o casualmente mal disposte e rimetterle nell'ordine della verità; spiegare la sua indignazione quando un uomo, un potere, un sistema esercita violenza, offesa su un altro uomo, su una minoranza, su una società. Da qui i suoi racconti, i suoi romanzi i suoi pamphlets sull'impostura, la mafia, il potere politico-mafioso, l'Inquisizione. Due sono i testi narrativi, che più degli altri, esprimono Racalmuto, le zolfare, gli uomini dello zolfo: Morte dell'inquisitore e L'antimonio.Dal buio profondo della zolfara, dalle calcinate pietre di Racalmuto, con la luce della ragione degli illuministi, con la cristiana pietà del Manzoni, Sciascia è uscito agli spazi dell'agorà, di una società ideale, alla speranza di una civiltà “perfezionata”.
E di lui possiamo dire, come egli ha detto del racalmutese fra Diego La Matina, “che era un uomo, che tenne alta la dignità dell'uomo”. Dopo le prime opere narrative (Le parrochie di Regalpetra, Gli zii di Sicilia), Sciascia affronta il romanzo poliziesco, il romanzo giallo con Il giorno della civetta (1961) Sentì l'impellenza di affrontare un tema scottante e urgente: quello della mafia. Scrive, anni dopo, in una nota a una riedizione del romanzo: “[...] Allora il governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava […] la mafia non sorge e si sviluppa nel vuoto dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma dentro lo Stato..”Il romanzo poliziesco: uno strumento, il più opportuno e il più appuntito, il più robusto e il più valido, il più lucido per affrontare la realtà, l'oscura, terribile realtà siciliana, italiana.
Il cui linguaggio, duro e affilato, preciso e incisivo non può che essere di rattenuta emozione e di dispiegata comunicazione, di grande chiarezza e ordine contro l'oscurità e il disordine. Qual è la funzione del romanzo poliziesco di Sciascia? È la funzione civile. Tutta l'opera dello scrittore è di ispirazione e tema civile, ma nei suoi polizieschi viene esplicata l'epopea della piazza, dell'agorà: una conversazione loica e laica sui fatti sociali e politici, una serrata, filosofica “conversazione in Sicilia”, conversazione uguale a quella 4 effigiata ne La flagellazione di Piero della Francesca, su cui ha indagato Carlo Ginzburg (Indagini su Piero).
In Piero, dice lo storico c'è uno spostamento di piano: dal sacro all'umano, dal dramma alla speculazione.
In Sciascia, il dramma si sposta dal mito alla realtà, dall'esistenza (dal pirandelliano smarrimento esistenziale) alla storia. Senonché, il poliziesco - che egli chiama qualche volta parodia o sotie – è il rovesciamento del genere: c'è il delitto, l'investigazione, ma non si arriva mai alla soluzione del dramma, alla sutura dello squarcio nel corpo sociale. Non si arriva mai all'individuazione del colpevole del delitto, alla sua condanna. Non si arriva mai a questa soluzione perchè quei delitti sono di origine politico-mafiosa. E il potere politico-mafioso non può mai condannare se stesso.
Dei primi quattro polizieschi (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo) l'ultimo ci è sembrato quello di più alta tensione politica e letteraria.
In Todo modo lo scrittore va al cuore del potere politico in Italia, al cuore del potere di un partito; alla matrice metafisica a cui il partito si ispira e da cui deriva il suo potere; e nel momento critico in cui i più alti rappresentanti di quel potere manifestano la loro fede nella metafisica attraverso gli esercizi spirituali. Ma tutto nel romanzo, come nella realtà, è rovesciato: la metafisica del bene diventa metafisica del male; il diavolo prende il posto di Dio; gli esercizi spirituali diventano esercizi criminali.
Il testo è ricco di intertestualità, di riferimenti impliciti ed espliciti.Todo modo anticipa fatti e genera necessariamente due altri libri, Candido e L'affaire Moro, il libro, quest'ultimo su quel morto ammazzato, sulla zattera della Medusa, che è stato Aldo Moro. Il cavaliere e la morte e Una storia semplice riprendono, tra il 1979 e il 1989, il tema poliziesco, ma con accenti più dolenti, con tono come di isolamento, di solitudine. Il Cavaliere del Dürer, insidiato dalla Morte e dal Diavolo, che solido dentro la sua armatura procede solitario verso la turrita città in cima alla collina, la città ideale o d'utopia, la città della giustizia e della civiltà che mai raggiungerà, rimanda ad un altro cavaliere, al Cavaliere disarcionato di Max Klinger (un Klinger che ha letto Poe ed è stato visto da Hitchcok): neri uccelli volteggiano sopra il cavaliere disarcionato che sta per morire, che muore. I neri uccelli del potere politico-mafioso, fra cui, il più sinistro e il più famelico e divorante, un goyesco “buitre carnivoro”, un avvoltoio carnivoro, un capo politico-mafioso di cui sapevamo il nome di quello del tempo appena passato e di 5 cui sappiamo il nome di quello del presente.
“Il tempo è un fanciullo che si diverte a giocare. Suo è il dominio”. Ha scritto Eraclito. Il fanciullo o vecchio saggio che è il tempo ha già cancellato, cancellerà il nome di politici e politicanti, di tribuni e demagoghi, di vacui scrittori di successo. Sempre più nel tempo resterà il nome di Sciascia, la sua figura morale, il suo insegnamento. Diciamo ancora mondo kafkiano, pirandelliano, camusiano o borgesiano. Dobbiamo cominciare a dire oggi che questo nostro mondo, questo nostro Paese soprattutto, si è fatto e si fa sempre più sciasciano, poiché la metafora letteraria di Sciascia, al di là della cronaca, della storia appena passata allarga il suo spettro sul nostro contesto, sulla condizione esistenziale e civile di noi uomini di questo nuovo millennio: il sonno della ragione si è fatto più duro, ci ha pietrificati; i poteri politici corrotti provocano, in varie parti del mondo, atroci disastri, orrori di ogni sorta; la peste mediatica umilia la nostra dignità, ci priva della nostra libertà. Il crollo del muro di Berlino ha rivelato che stalinismi e fascismi imperavano e imperano ancora al di là e al di qua di quel muro. Ha rivelato che dentro ogni tirannia, reale o mascherata, dentro sotterranei o fogne, le cosche ripugnanti del potere politico-mafioso eleggono sempre la loro dimora.Noi, nel buio e nello sconforto di questo momento storico, ci ricorderemo sempre di quel grande uomo e di quel grande scrittore che è stato Leonardo Sciascia.
Vincenzo Consolo
16 ottobre 2009

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