martedì 26 ottobre 2010

AMMANITI LEGGE AMMANITI: IO E TE



Il nuovo libro di Ammaniti "Io e te". Lo scrittore ha un'anima duplice: alterna romanzi drammatici a romanzi leggeri. E' la volta di...? Scopriamolo insieme.

sabato 23 ottobre 2010

UN FESTIVAL DEDICATO A BRAM STOKER


L' Horror Festival di Halloween dal 29 al 31 ottobre 2010, Dublino, Clontarf è un appuntamento imperdibile per gli appassionati del genere horror. Basterà raggiungere l'Irlanda e Dublino per godersi il festival più horror e letterario di Halloween.
Ecco il programma in inglese:

http://www.bramstokerdraculahalloweenhorrorfestival.com/Bram-Stoker-Dracula-Halloween-Harror-Festival.html

Chi di voi ci andrà scoprirà che Dublino è davvero la città da visitare per la festa dei morti! In fondo l'hanno inventata loro questa festa per scacciare i fantasmi e le streghe a suon di zucca e birra! Per gli amanti della telecamera c'è ancora qualche notte buia e senza n la luna (fino al 25 ottobre!) per partecipare al bellissimo concorso The One Minute Bram indetto da The Bram Stoker Academy of short film.
In bocca al vampiro!

COMPLEANNI E STELLE D'AUTUNNO


Cosa hanno in comune Pablo Picasso, Trilussa, Lucarelli, Paganini, Benigni, Francis Bacon, Bill Gates, Littizzetto e Julia Roberts?
Il compleanno! Sono nati tutti nell'ultima settimana di ottobre, dal 23 al 29 ottobre e dal 1881 al 1967!
Oggi il mio post è dedicato all'astrologia. Splendido, credo il mio oroscopo! Lo trascrivo per tutti i cancerini "battaglieri" come me!
"Se Duchamp, Caravaggio, Freud e Cecil Taylor avessero accettato le cose come stanno, rimanendo composti e fedeli alla linea dei secoli, il mondo avrebbe servito a tutti la stessa pizza per millenni. E se l'astrologo Galileo Galilei avesse preferito godersi lo stipendio dell'Università senza seguire l'inquietudine non avrebbe ribaltato il mondo intero. Non abbiate paura delle visione, anche se a volte vi sembra fragile, a fronte della potenza del mondo."

Chissà, magari avrò il coraggio di cambiare colore ai capelli, lavoro, casa e Paese!

BOOKTRAILER: L'ARCA PARTE ALLE OTTO



"L'Arca parte alle otto "di Hub Ulrich e Mühle Jörge.
E' un libro illustrato e come fu per "Il gabbiano Jonathan Livingston" è un libro per tutti. Già dalle prime domande fa intuire lo spirito del libro.
Dio esiste? É buono o cattivo? Si occupa di noi? E noi, perchè abbiamo bisogno di lui? Le domande di tutti, bambini e adulti, trovano risposta semplice in un libro per ragazzi, pubblicato dalla casa editrice Rizzoli è stato scritto da Hub Ulrich e illustrato da Mühle Jörg
Ha vinto già dei premi importanti In Francia dove si è aggiudicato due prestigiosi premi: quello dei ragazzi lettori che attraverso il sistema nazionale delle librerie votano il loro preferito dell’anno e il Prix Tam Tam Jeunesse, e il Prix Sorcières conferito dalle librerie per ragazzi indipendenti.

martedì 19 ottobre 2010

SAVIANO: PAURA DELLE PAROLE?



Saviano: "Hanno paura dei contenuti senza ospiti non vado in onda"
Parla lo scrittore: "Vogliamo solo raccontare l'Italia che resiste" di LEANDRO PALESTINI

INTERVISTA A ROBERTO SAVIANO
Roberto Saviano, nel programma suo e di Fazio cosa c'è che fa così paura alla Rai?

"C'è semplicemente la voglia di parlar chiaro sull'Italia di oggi. Non di parlar male del Paese, precisiamo: ma di dire le cose come stanno. Spiegando quel che non funziona, naturalmente, ma anche le tante realtà positive che ci fanno capire ogni giorno come valga la pena restare in Italia, appassionarsi al suo futuro, e lottare perché questo futuro sia migliore del presente".

Ma è vero che sono saltati tutti gli ospiti, all'improvviso?

"Sì, oggi abbiamo saputo che la direzione generale non ha approvato i contratti che erano stati definiti con gli ospiti delle varie puntate. Hanno detto di no, rifiutando personaggi che ogni televisione si contenderebbe per la prima serata".

Sta parlando di Roberto Benigni e Bono Vox?

"Certo, ma non solo. Benigni e Bono avevano accettato, e anche con entusiasmo, nonostante il programma sia stato spostato d'imperio dal mercoledì al lunedì, contro il Grande Fratello. Ma la Rai ha detto no. E ha rifiutato anche Albanese, Paolo Rossi, Claudio Abbado".

Le ragioni sono economiche?

"Può darsi che siano economiche le ragioni che vengono accampate. In realtà i contratti erano stati chiusi a condizioni molto vantaggiose per l'azienda, e soprattutto gli spazi pubblicitari erano andati a ruba. Non solo. Roberto mi ha chiamato poco fa raccontandomi che aveva detto alla Rai di essere pronto a venire nel programma anche gratis. Dunque, di cosa stiamo parlando?".

Ce lo spieghi lei. Cosa sta succedendo in Rai?

"Io so che ci è stata chiesta la scaletta del programma, e io e Fazio l'abbiamo consegnata a Masi, senza tenere nulla nascosto. Faccio un esempio: ho detto che nella prima puntata io Fazio e Benigni vogliamo occuparci delle proprietà di Berlusconi, poi io intendo parlare della mafia e della camorra. Nelle altre puntate voglio affrontare la "fabbrica del fango", cioè l'uso dei dossier e delle calunnie contro gli avversari politici, il terremoto dell'Aquila, i rifiuti di Napoli, il caso dell'Utri".

La reazione qual è stata?

"Ufficialmente il silenzio. Nessuno ci ha detto nulla. Ma da quando hanno conosciuto i contenuti, è cominciato un tentativo continuo di rimpicciolire la trasmissione, tagliando i figuranti, dimezzando lo studio, non firmando il contratto con la Endemol che produce il programma, e infine azzerando gli ospiti".

Qual è l'obiettivo?

"Temo che la paura prevalga, e nessuno si voglia prendere la responsabilità della messa in onda, di dire un sì. E nemmeno di dire un no chiaro. Così si accampano ragioni economiche, si cancellano gli ospiti, si devitalizza il programma da dentro. Fino a snaturarlo, per spingere noi a dire che non si può fare".

E voi lo direte?

"Parleremo io e Fazio, parleremo con gli ospiti, che stanno lavorando gomito a gomito con noi, sentono il programma come una cosa che è anche loro, perché vuole essere del pubblico, dei cittadini: con Benigni ad esempio stiamo scrivendo dialoghi e monologhi, stiamo lavorando sodo. Non posso essere io da solo a decidere per un'operazione collettiva".

Ma lei cosa pensa?

"Io so una cosa: senza Benigni, non vado in onda. Il programma è concepito così, è un dialogo a più voci, non è una serie di comparsate per prendere un applauso. Vogliamo capire e far capire, facendo divertire e riflettere, insieme. Insomma: si può fare solo così, così lo abbiamo pensato e voluto, così gli ospiti lo hanno accettato dicendoci di sì. Tradiremmo noi stessi, se accettassimo di stravolgere le nostre idee, e soprattutto tradiremmo il pubblico. La gente capisce".

Lei dice che ci sono accenti positivi, nel programma. Alla Rai non interessano?

"Non lo so, temo che prevalga la paura. Una paura generalizzata. Se lo studio è tricolore, come il nostro, e se io che sono un uomo del Sud parlo dell'unità d'Italia spiegando il suo valore, qualcuno può aver paura che la Lega si arrabbi. Non sto scherzando: le dico quel che ci capita ogni giorno. Si può lavorare così? Io so che il programma non è una cartolina della malaitalia. Denuncia il buio del nostro Paese, che è inutile nascondere perché i cittadini lo vivono e lo patiscono ogni giorno. Ma sottolinea anche l'Italia che ce la fa, tiene la testa alta e resiste: una gran bella Italia".

E se insistono a dirvi di no?

"Il guaio è che non dicono nemmeno di no. Agiscono togliendo ogni giorno qualcosa, rendendo ogni momento più difficile andare avanti. Si può non avere il contratto con il produttore a venti giorni dalla trasmissione? Si può assistere alla cancellazione in blocco degli ospiti a tre settimane dal via? È chiaro che vogliono farci dire che non ci sono le condizioni per andare in onda".

Non sarebbe una sconfitta?

"Qualcuno, probabilmente, la considererebbe una vittoria, nel Paese rovesciato dove qualche volta penso di dover vivere. Si rinuncia a ospiti famosissimi perché fanno paura gli argomenti che vogliamo discutere con loro, le idee. Pur di non farci parlare in televisione del ritorno della "monnezza" a Napoli, del terremoto, dei rapporti mafia-politica si preferisce tenere le grandi star fuori dalla Rai. Mi dica: conosce un altro Paese dove un premio Oscar come Benigni, un grande divo del rock come Bono e un Maestro come Abbado spaventano le burocrazie televisive, magari per timore di un'arrabbiatura lassù in alto?".

(19 ottobre 2010) © Riproduzione riservata

domenica 17 ottobre 2010

FRATTALI




Credo che anche io oggi ricorderò il matematico Mandelbrot, come ha fatto Piergiorgio Oddifreddi nel bellissimo articolo che propongo agli amici di letture in fondo alla pagina. Non che io ne sappia granché, sinceramente, di matematica e di Mandelbrot. Ma ho avuto la fortuna di crescere con accanto un fratello innamorato della fisica e della matematica, e poi di aver sposato un fisico a mia volta. Questo vuol dire, ad esempio, che mentre nostra madre preparava frattaglie , a tavola poteva capitare una conversazione su altri frammenti, meno commestibili e più colorati, come i frattali che, assonanza a parte, sono la ragione per la quale Mandelbrot resterà nella memoria di molti.

Un nome misterioso, frattale. Mio fratello tentò di farmi capire, quando curiosa gli chiesi il significato di questa parola, che in fondo siamo tutti frattali e cioè forme bizzarre. E così io e la quercia avevamo qualcosa in comune, all'improvviso. E davvero mi parve una scoperta incredibile. Poi cominciai a vedere questi disegni fantastici sulle riviste specializzate che mio fratello comprava per diletto. Incredibili e affascinanti, le forme fratte hanno preso il posto dei quadri astratti e delle avanguardie fino a gettare luminosi riverberi sulla mia mente ignara di come vada il mondo dei numeri e delle formule.




A proposito di frattali, ecco qualche frase spezzata, che emerge oggi dalla mia banale quotidianità e chiede un posto nel teatrino del blog in cui anche la vita quotidiana tenta di risplendere e significare.

La prima è una frase frattale di mio marito che di fronte alla mia ennesima esplosione di rabbia la domenica mattina mi dice: "Sei un vulcano, ma un vulcano prevedibile".

La seconda è una frase frattale da un libro che ho appena cominciato a leggere e dice: "Come si spiega ... che sul palcoscenico la realtà (trasferita così com'è nello spettacolo) eserciti un fascino di cui è completamente priva quando è lontana dalle scene?" (Alfred Polgar, Manuale del Critico, Adelphi, p.24)

Infine c'è il mio dialogo frattale con la macellaia (esperta in frattaglie varie)- al supermecato- nonostante io la detesti non riesco a spiegarmi perché di fronte a lei non ce la faccio a non essere gentile. Al contrario, quando la vedo le chiedo come sta e sembro anche molto sincera pertanto ricevo dettagliate risposte sulla sua bronchite e puntualmente le sue fras rudi:
- Ciaooooooo-
- Salve, come va?
- Male.
- Ah, si? Mi dispiace (macchè!!!!) >Come mai?
- Bronchite... (fa rumori di una lavatrice in fin di vita)
- Anche mio figlio, il piccolino, da una settimana...
- ... che vuole?
- Chi, io?
- Si, che te dò?
- Ah, si... un chilo di frattali...cioè scusi, frattaglie!
FINE (Buona settimana! E pensate un po' ai frattali degli altri e non solo ai vostri)!



Apprendo solo ora che Benoit Mandelbrot è morto giovedi scorso. Evidentemente, la notizia che uno dei grandi matematici del secolo se n’è andato non importa gran che ai media, che pure sono sempre pronti a gettarsi sull’ultimo gossip.

E dire che la novità introdotta da Mandelbrot nella matematica del Novecento era arrivata anche alla gente comune, fino a catturarne l’immaginario. Si tratta, infatti, dei famosi frattali: di quei letterali “oggetti fratturati”, cioè, che consistono in una figura le cui parti la riproducono interamente in scala più piccola. E’ stata proprio questa sorta di mise en abyme, a rendere tali oggetti popolari non solo nella grafica computerizzata, ma anche nei poster e sulle magliette.

In realtà, non è stato Mandelbrot a scoprire i frattali: i primi esempi risalgono a fine Ottocento, e uno dei più famosi è la cosiddetta curva di Peano, che copre interamente il piano. Ma è stato lui a introdurre la parola “frattali”, e a far diventare il loro studio uno dei campi più intriganti della matematica. In particolare, grazie al famoso insieme di Mandelbrot, i cui anfratti riproducono un’infinita varietà di forme e costituiscono una sorta di catalogo universale di tutti i frattali.

Per qualche tempo i frattali sono stati considerati delle semplici curiosità, e il loro profeta un matematico un po’ marginale. Ma oggi sono stati pienamente rivalutati, e almeno due medaglie Fields (l’analogo del premio Nobel per la matematica) sono state assegnate per ricerche legate all’insieme di Mandelbrot. La prima a Jean Christophe Yoccoz, nel 1994, per aver dimostrato che quell’insieme è fatto tutto d’un pezzo, e non di pezzi isolati. La seconda a Curtis McCullen, nel 1998, per aver individuato in esso un sottoinsieme di punti significativi per lo studio dei sistemi dinamici.

Mandelbrot era molto orgoglioso di questi riconoscimenti, che considerava in parte un tributo tardivo al valore del suo lavoro. Ma gli piaceva continuare a descriversi come un cavaliere solitario nelle praterie della matematica, alla scoperta di aree selvagge da conquistare. Ad esempio, negli ultimi anni si era dedicato a pubblicizzare le sue ricerche su Il disordine dei mercati (Einaudi, 2005), nelle quali applicava la teoria dei frattali all’economia, per lo sconforto degli economisti classici.

Quando venne al primo Festival di Matematica di Roma, nel 2007, il pubblico era talmente numeroso che dovemmo riservargli la sala maggiore dell’Auditorium. Due anni dopo tornò per il prologo del terzo Festival, a New York, e ricordo che un ascoltatore mi disse stupito che non sapeva fosse ancora vivo: nel senso che ormai era un mostro sacro, di quelli che si pensa appartengano alla storia del passato, e non alla cronaca del presente.

Ma Mandelbrot apparteneva veramente alla storia, in generale, e non solo a quella della matematica. Parlare con lui era come ripercorrere l’intero secolo, attraverso gli innumerevoli aneddoti che lui amava raccontare senza posa. E di cose da raccontare ne aveva tante, un ebreo polacco emigrato in Francia da bambino nel 1936, che era poi vissuto di qua e di là dell’Atlantico. Anche negli ultimi anni, se solo si lasciava passare qualche tempo senza scrivergli, si doveva poi iniziare un’affannosa ricerca per localizzarlo, nell’ultimo laboratorio dove il vagabondo della ricerca si era spostato, spesso cambiando indirizzo di mail.

Qualche anno fa, al Festival della Scienza di Genova, mi aveva detto che era preoccupato per le sue memorie, che ormai stavano assumendo dimensioni gigantesche. E alla mia domanda, su quanti volumi sarebbero stati, aveva risposto: “Dipende da quanto resisterò alla tentazione di filosofare. Perché se, ad esempio, mi metto a disquisire sul ruolo degli outsider nella storia della scienza, già quello potrebbe diventare un libro. Ma per ora non penso al numero dei volumi: mi preoccuperò dei ponti quando arriverò al fiume”. Chissà a che punto era arrivato giovedì, quando è giunto per lui il momento di traghettare il grande fiume.


Scritto domenica, 17 ottobre 2010 alle 18:28 nella categoria Senza categoria
da Piergiorgio Odifreddi

mercoledì 13 ottobre 2010

IL CILE LIBERA I SUOI EROI: IL GIORNO LUMINOSO DELLA MINIERA




Dopo due mesi trascorsi sottoterra, i 33 minatori tornano finalmente alla luce e alla loro vita. Da Florencio, il primo ad uscire, a Mario, il più anziano.

E nel giorno luminoso delle miniere ecco una lettura bellissima dall'Università di Cork
DAL BUIO DELLA ZOLFARA ALLA LUCE DELL'AGORÀ
Letto Università di Cork (Irlanda) il 23.10.2009 – Istituto Italiano di cultura di Parigi il 9.11.2009 – Università di Siviglia il 20.11.2009Università Statale di Milano il 3.2.2010 pubblicato su “La cittadella”

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi, delle tue vecchie case che strozzano strade, della piazza grande piena di silenziosi uomini neri. Tra questi uomini ho appreso grevi leggende di terra e di zolfo, oscure storie squarciate dalla tragica luce dell'acetilene. E l'acetilene della luna nelle tue notti calme, nella piazza le chiese ingramagliate d'ombra, e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte”
( Leonardo Sciascia: Ad un paese lasciato da La Sicilia, il suo cuore. Bardi Editore Roma 1952)
Dalla miniera, dalla miniera di zolfo, dal buio dei suoi più profondi strati; da Racalmuto, paese dello zolfo, bisogna partire per risalire alla piazza, giungere alla luce della ragione, dell'illuminismo e dell'impegno civile della scrittura di Leonardo Sciascia.
Il nonno di Sciascia, Leonardo, era stato prima caruso, e poi capomastro e amministratore in una delle miniere di Racalmuto, Gìbelli o Giona; anche il padre, Pasquale, è stato amministratore in una zolfara di Àssaro, e insieme al padre là ha lavorato anche il figlio, fratello minore dello scrittore, Giuseppe, perito minerario.
E tutti e due, padre e figlio, avranno una fine tragica: suicida il giovane Giuseppe; in carcere per tentato omicidio il padre Pasquale.
“Ha le sue radici nella zolfara la storia dello scrittore Sciascia” scrive Claude Ambroise.
Ed egli stesso, Sciascia, afferma:”Senza l'avventura della zolfara non ci sarebbe stata l'avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio di Giovanni, Rosso di San Secondo, Nino Savarese, Francesco Lanza.
E per noi”.
Ai quali scrittori bisogna ancora affiancare Giuseppe Giusti Sinopoli, autore della Zolfara, Antonio Russello autore di La luna si mangia i morti e La miniera occupata, e Carlo Levi di Le parole sono pietre, Antonio Aniante di La rosa di zolfo e Mario Farinella di La miniera morta in Profonda Sicilia.
“Mio nonno era stato caruso, uno di quei ragazzini che nelle zolfare siciliane venivano adibiti al trasporto del materiale.
Era entrato in miniera all'età di nove anni, alla morte del padre, e vi restò fino alla fine dei suoi giorni”.
Ha scritto Sciascia in La Sicilia come metafora.
I carusi, i carusi delle zolfare.
Ne parlano per primi, di questa drammatica realtà sociale, i due studiosi Franchetti e Sonnino nella loro Inchiesta in Sicilia del 1876, in un capitolo aggiuntivo all' Inchiesta stessa dal titolo Il 2 lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane: si alzava per la prima volta un velo su una terribile realtà pressoché sconosciuta, e l'Italia ne rimaneva inorridita.
Sono bambini anche di cinque, sei, sette anni che al soldo del picconiere, cui sono legati per il cosiddetto “soccorso morto”, la somma che il picconiere anticipava alla famiglia per avere al suo servizio il caruso, bambini che trasportano sulle loro spalle il carico di zolfo dalla profondità fino alla superficie, al calcarone.
Scrivono i due studiosi Franchetti e Sonnino:”Vedemmo una schiera di questi carusi che usciva dalla bocca di questa galleria dove la temperatura era caldissima […] Nudi affatto, grondando sudore, e contratti sotto i gravissimi pesi che portavano, dopo essersi arrampicati su, in quella temperatura caldissima, per una salita di un centinaio di metri sotto terra quei corpicini stanchi ed estenuati uscivano all'aria aperta, dove dovevano percorrere un'altra cinquantina di metri, esposti a un vento ghiaccio “.
I carusi, i picconieri, e su su poi, gli ausiliari, i calcaronai, arditori, spesalori, il capomastro, il gabelloto, il proprietario.
Il proprietario della miniera era proprietario del suolo dove veniva scavata la miniera, lui, il proprietario, era padrone “usque ad coelum ed usque ad inferas”. Il proprietario era un “gattopardo”che se ne stava lontano dalla miniera, lontano nel suo palazzo di Palermo, di Catania o di Agrigento.
Così scrive Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra di un suo breve soggiorno, da ragazzo, nella miniera Grottacalda di Valguarnera: “E per un mese me ne andai da mio padre, che era impiegato in una zolfara.
Mi piaceva l'odore dello zolfo, me ne stavo in giro tra gli operai, guardavo lo zolfo scolare come olio dai forni, si rapprendeva dentro le forme, le balate gialle venivano caricate sui vagoncini, fino alla piccola stazione tra gli eucalipti. Il paese era distante dalla zolfara; il paese di Francesco Lanza, ma allora non sapevo di Lanza, leggevo Hugo e Dumas padre. Un pomeriggio di domenica mio padre mi lasciò andare in paese in compagnia di un capomastro, gli operai mi fecero festa, vollero che prendessi gelati e dolci […] L'indomani li avrei rivisti nella zolfara con i pezzi di copertone legati ai piedi, il loro pane scuro – mangiavano pane e coltello – dicevano, come dire che mangiavano solo pane, al massimo l'accompagnavano con l'acciuga salata o con un pomodoro”.
Gli zolfatari, i salinari, gli alunni poveri e affamati del maestro Sciascia .
Scrive in Cronache scolastiche :“ […] entro nell'aula con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie”; e il Circolo della Concor- 3 dia, le strade, i braccianti, i preti, la mafia: Racalmuto, la Sicilia.
Senza lo zolfo, come abbiamo già detto, lo scrittore Sciascia non si potrebbe spiegare.
Spiegare la sua tagliente logica, la sua penetrante capacità di lettura della realtà, della storia, il suo morale, civile bisogno di smontare le tessere della storia proditoriamente o casualmente mal disposte e rimetterle nell'ordine della verità; spiegare la sua indignazione quando un uomo, un potere, un sistema esercita violenza, offesa su un altro uomo, su una minoranza, su una società. Da qui i suoi racconti, i suoi romanzi i suoi pamphlets sull'impostura, la mafia, il potere politico-mafioso, l'Inquisizione. Due sono i testi narrativi, che più degli altri, esprimono Racalmuto, le zolfare, gli uomini dello zolfo: Morte dell'inquisitore e L'antimonio.Dal buio profondo della zolfara, dalle calcinate pietre di Racalmuto, con la luce della ragione degli illuministi, con la cristiana pietà del Manzoni, Sciascia è uscito agli spazi dell'agorà, di una società ideale, alla speranza di una civiltà “perfezionata”.
E di lui possiamo dire, come egli ha detto del racalmutese fra Diego La Matina, “che era un uomo, che tenne alta la dignità dell'uomo”. Dopo le prime opere narrative (Le parrochie di Regalpetra, Gli zii di Sicilia), Sciascia affronta il romanzo poliziesco, il romanzo giallo con Il giorno della civetta (1961) Sentì l'impellenza di affrontare un tema scottante e urgente: quello della mafia. Scrive, anni dopo, in una nota a una riedizione del romanzo: “[...] Allora il governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava […] la mafia non sorge e si sviluppa nel vuoto dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma dentro lo Stato..”Il romanzo poliziesco: uno strumento, il più opportuno e il più appuntito, il più robusto e il più valido, il più lucido per affrontare la realtà, l'oscura, terribile realtà siciliana, italiana.
Il cui linguaggio, duro e affilato, preciso e incisivo non può che essere di rattenuta emozione e di dispiegata comunicazione, di grande chiarezza e ordine contro l'oscurità e il disordine. Qual è la funzione del romanzo poliziesco di Sciascia? È la funzione civile. Tutta l'opera dello scrittore è di ispirazione e tema civile, ma nei suoi polizieschi viene esplicata l'epopea della piazza, dell'agorà: una conversazione loica e laica sui fatti sociali e politici, una serrata, filosofica “conversazione in Sicilia”, conversazione uguale a quella 4 effigiata ne La flagellazione di Piero della Francesca, su cui ha indagato Carlo Ginzburg (Indagini su Piero).
In Piero, dice lo storico c'è uno spostamento di piano: dal sacro all'umano, dal dramma alla speculazione.
In Sciascia, il dramma si sposta dal mito alla realtà, dall'esistenza (dal pirandelliano smarrimento esistenziale) alla storia. Senonché, il poliziesco - che egli chiama qualche volta parodia o sotie – è il rovesciamento del genere: c'è il delitto, l'investigazione, ma non si arriva mai alla soluzione del dramma, alla sutura dello squarcio nel corpo sociale. Non si arriva mai all'individuazione del colpevole del delitto, alla sua condanna. Non si arriva mai a questa soluzione perchè quei delitti sono di origine politico-mafiosa. E il potere politico-mafioso non può mai condannare se stesso.
Dei primi quattro polizieschi (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo) l'ultimo ci è sembrato quello di più alta tensione politica e letteraria.
In Todo modo lo scrittore va al cuore del potere politico in Italia, al cuore del potere di un partito; alla matrice metafisica a cui il partito si ispira e da cui deriva il suo potere; e nel momento critico in cui i più alti rappresentanti di quel potere manifestano la loro fede nella metafisica attraverso gli esercizi spirituali. Ma tutto nel romanzo, come nella realtà, è rovesciato: la metafisica del bene diventa metafisica del male; il diavolo prende il posto di Dio; gli esercizi spirituali diventano esercizi criminali.
Il testo è ricco di intertestualità, di riferimenti impliciti ed espliciti.Todo modo anticipa fatti e genera necessariamente due altri libri, Candido e L'affaire Moro, il libro, quest'ultimo su quel morto ammazzato, sulla zattera della Medusa, che è stato Aldo Moro. Il cavaliere e la morte e Una storia semplice riprendono, tra il 1979 e il 1989, il tema poliziesco, ma con accenti più dolenti, con tono come di isolamento, di solitudine. Il Cavaliere del Dürer, insidiato dalla Morte e dal Diavolo, che solido dentro la sua armatura procede solitario verso la turrita città in cima alla collina, la città ideale o d'utopia, la città della giustizia e della civiltà che mai raggiungerà, rimanda ad un altro cavaliere, al Cavaliere disarcionato di Max Klinger (un Klinger che ha letto Poe ed è stato visto da Hitchcok): neri uccelli volteggiano sopra il cavaliere disarcionato che sta per morire, che muore. I neri uccelli del potere politico-mafioso, fra cui, il più sinistro e il più famelico e divorante, un goyesco “buitre carnivoro”, un avvoltoio carnivoro, un capo politico-mafioso di cui sapevamo il nome di quello del tempo appena passato e di 5 cui sappiamo il nome di quello del presente.
“Il tempo è un fanciullo che si diverte a giocare. Suo è il dominio”. Ha scritto Eraclito. Il fanciullo o vecchio saggio che è il tempo ha già cancellato, cancellerà il nome di politici e politicanti, di tribuni e demagoghi, di vacui scrittori di successo. Sempre più nel tempo resterà il nome di Sciascia, la sua figura morale, il suo insegnamento. Diciamo ancora mondo kafkiano, pirandelliano, camusiano o borgesiano. Dobbiamo cominciare a dire oggi che questo nostro mondo, questo nostro Paese soprattutto, si è fatto e si fa sempre più sciasciano, poiché la metafora letteraria di Sciascia, al di là della cronaca, della storia appena passata allarga il suo spettro sul nostro contesto, sulla condizione esistenziale e civile di noi uomini di questo nuovo millennio: il sonno della ragione si è fatto più duro, ci ha pietrificati; i poteri politici corrotti provocano, in varie parti del mondo, atroci disastri, orrori di ogni sorta; la peste mediatica umilia la nostra dignità, ci priva della nostra libertà. Il crollo del muro di Berlino ha rivelato che stalinismi e fascismi imperavano e imperano ancora al di là e al di qua di quel muro. Ha rivelato che dentro ogni tirannia, reale o mascherata, dentro sotterranei o fogne, le cosche ripugnanti del potere politico-mafioso eleggono sempre la loro dimora.Noi, nel buio e nello sconforto di questo momento storico, ci ricorderemo sempre di quel grande uomo e di quel grande scrittore che è stato Leonardo Sciascia.
Vincenzo Consolo
16 ottobre 2009

lunedì 11 ottobre 2010

IV PREMIO INTERNAZIONALE HARAMBEE: “COMUNICARE L’AFRICA”.

Sono orgogliosa di mostrarvi i video clips realizzati da 5 dei miei studenti che partecipano al IV PREMIO INTERNAZIONALE HARAMBEE: “COMUNICARE L’AFRICA”.
Obiettivo del Premio, patrocinato dal Comune di Roma e da Lottomatica Spa, è di contribuire alla diffusione di un’immagine del continente africano che superi gli stereotipi più diffusi, attraverso un riconoscimento da assegnare a reportage televisivi di giornalisti (premio di 5000 euro) e a videoclip di studenti (premio di 5000 euro) di tutto il mondo che riflettano un’immagine positiva dell’Africa.
La scadenza del bando, inizialmente prevista per il 15 settembre 2010, è stata posposta per facilitare la partecipazione delle scuole al concorso.

“Quando si parla di Africa – afferma Giovanni Mottini, presidente di Harambee – si ha la necessità di colmare un vuoto di comunicazione e di conoscenza: il racconto della normalità o di storie di ordinario eroismo. E’ la normalità della vita quotidiana di uomini, donne e bambini africani che ci permette di conoscere e comprendere meglio ciò che ci accomuna, ciò che ci fa sentire uguali. Questa conoscenza della normalità è la premessa indispensabile per promuovere un’autentica cooperazione allo sviluppo: cooperare non come aiutare bensì come aiutarsi l’un l’altro”.

La premiazione avverrà il 12 novembre 2010 presso la Sala della Protomoteca del Campidoglio in Roma.

Ecco il primo video di Federico, Ivo che questa estate sono andati in Africa a filmare:



e il secondo di Giorgio Fabio, Nati e Perla che hanno scelto di mostrare storie "coraggiose" e di dar voce alla discriminazione in Italia:



In bocca al lupo! :) BRAVISSIMI!

venerdì 8 ottobre 2010

AD ALTA VOCE: LA VERGINE NEL GIARDINO



Ad Alta Voce è un programma di Radio Tre e va in onda alle ore 16.00. Un attore rilegge, per voi, un classico della letteratura. Perfetto per chi guida, studia o fa altro e nel frattempo non vuole rinunciare alla buona lettura.
Da qualche giorno Anna Bonaiuto legge il romanzo di Antonia S. Byatt "La Vergine nel giardino".
Il primo romanzo della quadrilogia sulla famiglia Potter scritto dal 1978 al 2002.

La traduzione è di Anna Nadotti e Giovanna Iorio Bates ( cioè mia!)
E' strano, bello e anche emozionante per me riascoltare le pagine tradotte con dedizione e passione, per la maggior parte mentre vivevo in Irlanda, a Dublino.

Colgo l'occasione per salutare Anna Nadotti, dalla quale ho imparato tanto!

Tutte le opere narrative di Antonia S. Byatt sono edite in Italia da Einaudi. Buon ascolto!

giovedì 7 ottobre 2010

MARIO VARGAS LLOSA E IL NOBEL PER LA LETTERATURA



Continuerai a fare la vita di sempre?" chiese il Giaguaro.
"Vuoi dire se continuerò a rubare?" Higueras il secco fece una smorfia. "Suppongo di sì. Sai perché? Perché il lupo perde il pelo ma non il vizio, come diceva il Culepe. Per ora, farò meglio ad andarmene da Lima."
"Sono tuo amico," disse il Giaguaro. "Avvisami, se posso darti una mano."
"Certo che puoi darmela," disse il secco. "Pagami da bere. Non ho più un soldo."

dal romanzo di Vargas Llosa La città dei cani:

Ed ecco una delle prime polemiche che ho letto. La popolarità del Nobel non si resiste. Alzi la mano chi ha letto Vargas Llosa e ha indovinato che il premio sarebbe andato a lui!


(7 ottobre 2010- dal blog Bookowsky)
Stavolta è letteratura, stavolta tutti sanno chi è. L’Accademia di Svezia ha scelto di assegnare il Nobel per la letteratura a un peso massimo come Mario Vargas Llosa. Peruviano, sudamericano atipico. Vediamo la motivazione di Stoccolma che ha preso la sua decisione sottolineando la ”cartografia delle strutture del potere e alle sue immagini taglienti della resistenza dell’individuo, della sua rivolta e della sua sconfitta”. In linea di massima c’è poco da discutere: chi può sentirsi di dire che Vargas Llosa non sia da Nobel? Chi può dire a cuor leggero che libri come Conversazione nella catedral o Chi ha ucciso Palomino Molero o Il narratore ambulante (tra l’altro appena ristampato in economica da Einaudi) non siano letteratura? O che Vargas Llosa non sia la sintesi perfetta tra gusti dei lettori e degli accademici che già lo avevano insignito del Cervantes? E poi ci sono anche altri elementi che questa volta sembrano rendere la decisione svedese inattaccabile: la biografia di Llosa. La fiducia in Castro in gioventù, la disillusione arrivata prestissimo, la scazzottata hemingweyana con Garcia Marquez che segnò la fine di un’amicizia e la ridda di ipotesi che tuttora si fanno su che cosa scatenò l’episodio. Tutto a posto dunque? Niente da dire su questo Nobel?

In realtà un piccolo problema ci sarebbe. Rivediamo la motivazione: “cartografia delle strutture del potere e alle sue immagini taglienti della resistenza dell’individuo, della sua rivolta e della sua sconfitta”. Anno 1990. Vargas Llosa si candida alle presidenziali in Perù a capo di una coalizione liberista, esperimento politico in direzione uguale e contraria all’imminente laboratorio politico socialista che di lì a poco diventerà l’America Latina. Perde contro Alberto Fujimori, non proprio un esempio di leader democratico. Nel ’93 Vargas Llosa se ne va dal Perù disgustato e prende la cittadinanza spagnola. Una sola domanda: come si concilia la cartografia del potere, la resistenza dell’individuo e la sua solitaria sconfitta con le ambizioni presidenziali? Lo scrittore, è oppure no sempre, da sempre e per definizione il non-essere potere? La forza della letteratura, la potenza di costruire mondi opposti, diversi, in contraddizione con quello della politica è oppure no la sua ragion d’essere? Lo scrittore è sconfitto per definizione. Ma non in una contesa elettorale.

mercoledì 6 ottobre 2010

UNA DOMENICA A ROMA - FRA MANDRILLI E CAIMANI



(Da L'angolo della critica del nostro blog)

Una visita allo zoo può essere estremamente educativa, per grandi e piccini.

Il Bioparco di Roma è un'isola verde e ospitale che accoglie migliaia di visitatori, per la gioia di orsi, avvoltoi e altri animali socievoli che non vedono l'ora di fare quattro chiacchiere con gli umani sorridenti muniti di macchina fotografica e telecamera.

La visita allo zoo è, oggigiorno per una famiglia media, un piccolo lusso da concedersi con moderazione. Il biglietto intero è di 10 euro, non c'è lo sconto famiglia, ma i bambini al di sotto del metro di altezza entrano gratis.

Funziona cos': c'è una giraffina sorridente alle casse e all'ingresso. E' lì che il figliolo spilungone di soli tre anni deve sostare per la MISURAZIONE dell'altezza.

Fantastico e sorprendente verificare in tale occasione che il secondogenito è praticamente cresciuto con l'ultimo acquazzone (i temporali d'autunno si sa, fanno disastri); davanti alla mia costernazione "ma come, sei un metro e quattro centimetri!" mio marito toglie le scarpe da ginnastica al piccolino che scalzo è sceso al di sotto del sorrisetto della giraffina.

Incredibile! Tiriamo un respiro di sollievo ed entriamo. La prima lezione indimenticabile ci viene data "gratuitamente e senza extra" alla gabbia del mandrillo.

Un nonno arzillo e prestante istruisce il nipotino: "vedi, questo è un mandrillo. I maschi sono di continuo addosso alle femmine. E' per questo che un uomo in gamba con le donne lo si chiama mandrillo"! Tanto varrebbe aggiungere qualche informazione, per esempio che nel rettilario c'è anche il famoso caimano che , insieme ai vari mandrilli italiani costituisce la maggioranza del nostro Governo attuale.

Facciamo qualche metro ed ecco un papà della domenica che dice al figlio "Che cagata non si dice. Dite semplicemente che il lupo non v'interessa...parlate meglio!" Poi però, rapito da un'altra conversazione, quando i figli gli chiedono di raccontare di nuovo l'avventura con i lupi sulle montagne dell'Abruzzo con lo zio Saverio, lui si fa prendere dalla foga e dice: "Chi? Vostro zio? Quel figlio di p...." e poi via con i dettagli con tanto di peripezie, prove dell'eroe, catastrofe e ahimè! nessuna catarsi.

Infine voliamo all'uscita...Al Bioparco di Roma non c'è un'uscita normale! Per poter uscire è obbligatorio passare all'interno del negozio di giocattoli dello zoo, tra ceste ricolme di animali di peluche e di gomma, libri educativi, dvd ecc. ecc. Non c'è altra via d'uscita! Pianti, capricci, ricatti, minacce. Un inaspettato e indimeticabile teatro delle dobolezze famigliari, un lunghissimo tunnel del terrore per genitori ostaggio e bambini isterici.

Quando ne usciamo abbiamo capito che siamo pessimi genitori in un pessimo zoo con pessimi visitatori. Tanto vale infilarci anche noi in una gabbia, che di certo allo Zoo qualcuno verrebbe a guardare i poveracci come noi - forse qualcuno interessato ad un documentario intitolato "Che razza di razza è il visitatore del Bioparco di Roma?". Ci vediamo nella gabbia...

LA MALEDIZIONE DELLA BRAVA RAGAZZA


Carina, educata e modesta ecco l'inferno della "brava ragazza".
Una studiosa americana dedica un libro alla "maledizione" che porta molte adolescenti a rinunciare alla propria personalità in cambio dell'approvazione generale. "Un meccanismo che crea danni psicologici e allontana dalla realtà"
di SARA FICOCELLI (La Repubblica.it)


SGUARDO basso, sorriso timido, occhi senza trucco incorniciati da capelli castani e maglioncino rosa: l'adolescente scelta per la copertina del libro La maledizione della brava ragazza, scritto dall'educatrice Rachel Simmons (Nutrimenti, 2010, p. 280) sembra un angelo di plastica. La scelta non è casuale. Si tratta di una brava ragazza come tante, educata a non rispondere male, a non essere egoista, a non alzare la voce. Persino a non dire ciò che pensa, se questo può dare fastidio a qualcuno.

L'autrice dieci anni fa ha fondato e tuttora dirige, a Berkeley, il Girls Leadership Institute 1. E sostiene che essere una "brava ragazza" non sempre è una cosa positiva né tanto meno è sinonimo di personalità. Spesso le adolescenti che inseguono la perfezione (a scuola, nello sport, in famiglia, nei rapporti sociali) sono frutto di un sistema educativo poco rispettoso della loro individualità, che da loro pretende il massimo senza offrire alternative. La corsa verso la continua approvazione le rende non solo incapaci di accettare rifiuti e fallimenti ma anche cieche di fronte a ciò che realmente sono o vorrebbero diventare. E mentre tutte le energie mentali e fisiche vengono investite per diventare sempre più "brave", le capacità di autoanalisi e autoaffermazione si atrofizzano, portando il cervello a identificare i modelli suggeriti dagli adulti come gli unici da preferire.

Responsabili di questo danno psicologico, secondo la Simmons, sono i genitori, gli insegnanti, ma anche gli amici e i media, che da anni propongono modelli femminili stereotipati, creati per piacere a tutti e a tutti i costi. L'istituto fondato dall'autrice è nato per aiutare le adolescenti a confrontarsi con se stesse e il libro è il frutto di anni di studio con ragazze dagli 8 ai 18 anni. La Simmons ha raccolto dati e condotto test psicologici, ma soprattutto ha parlato con loro cercando di capire le ragioni profonde di fenomeni spesso frettolosamente etichettati come "sbalzi ormonali", dal pianto facile all'attacco isterico per il litigio con un'amica. Il libro mette insieme i risultati di tanti studi scientifici ma la parte più interessante sono le interviste alle adolescenti. Che permettono di guardare con occhi diversi a quel mondo di fanatismi, amicizie morbose, omologazione, rabbia. E si scopre che, per quanto la letteratura scientifica abbia versato fiumi di inchiostro studiando i teenager, delle "brave ragazze" si è scritto poco, dando per scontato che i problemi fossero rappresentati da quelle "cattive".

"Spesso si costringono le giovani donne a comportarsi come adulte - spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano - impedendo loro di capire cosa vogliono dalla vita e da se stesse. L'unico scopo diventa quello di somigliare il più possibile a ciò che viene chiesto loro di essere". Secondo Mencacci, imporre dei modelli da seguire a priori è pericoloso. "Le adolescenti solo "buone" o solo "cattive" - spiega - non sono in grado di affrontare la vita. Per farlo è necessaria la completezza, l'equilibrio di più fattori, difetti ed errori compresi".

Tuttavia di recente, sottolinea l'esperto, si sta assistendo a un'inversione di tendenza, per lo meno in Italia. "Fino a due anni fa il trend più in voga era quello delle "brave ragazze", oggi stiamo tornando alle "cattive". I dati rilevati dagli istituti ospedalieri nazionali denunciano un nuovo segmento di giovani donne (11-18 anni) con problemi di alcol. I modelli imposti e non fatti propri generano, nel lungo periodo, reazioni eccessive nel verso opposto". Secondo il professore grandi responsabilità, in questo senso, le ha proprio la psicologia, che ha sempre schematizzato i problemi delle ragazze riconducendo tutto alle colpe dei genitori, senza offrire vie d'uscita o soluzioni propositive, anzi enfatizzando lo scontro con madre e padre.

Questi ultimi, da parte loro, spesso sbagliano trattando le figlie non come esseri umani ma come gioielli di proprietà, da plasmare in base alle proprie aspettative o ai sogni di gioventù irrealizzati. "E' un meccanismo frequente - spiega Luisa Ribolzi, docente di Sociologia dell'educazione all'università di Genova - l'atteggiamento di possesso crea dinamiche poco sane e carica i ragazzi di responsabilità difficili da gestire. Basti pensare a quelli che si suicidano o che uccidono i genitori perché non hanno il coraggio di confessare di non aver terminato gli studi. Per le ragazze il fenomeno è ancora più evidente perché, storicamente, dalle donne si è sempre preteso un comportamento più remissivo e responsabile".

Il paradosso finale è che spesso i modelli riconosciuti come "giusti" e desiderabili sono quelli più in contrasto con le evoluzioni della società. Come spiega la Simmons, l'atteggiamento pacato e timido di molte adolescenti, che spesso le porta a non farsi avanti per paura di sbagliare, è in contrasto con una società che privilegia chi si espone e dice la sua. "In alcuni Paesi asiatici - conclude - si riscontra un elevato numero di giovani donne affette da tumori alla pelle, perché cercano di schiarirla per somigliare alle coetanee occidentali. Eppure la percentuale di donne dalla carnagione chiara, in quei Paesi, è minoritaria. La maggior parte degli stereotipi presi come modello di perfezione non ha alcun riscontro con la realtà, anzi allontana da essa".

La sociologa conclude spiegando che i genitori potrebbero aiutare le loro figlie a formare la propria personalità facendo come i gatti quando svezzano i cuccioli: spingendole cioè a confrontarsi con la vita da sole, anche a costo di farsi male. O di non diventare, necessariamente, una "brava ragazza".

(06 ottobre 2010)

martedì 5 ottobre 2010

SI SCRIVE PER ANTIPATIA: VALERIO MAGRELLI


Che la materia provochi il contagio
se toccata nelle sue fibre ultime
recisa come il vitello dalla madre
come il maiale dal proprio cuore
stridendo nel vedere le sue membra strappate;

Che tale schianto generi
la stessa energia che divampa
quando la società si lacera, sacro velo del tempio
e la testa del re cade spiccata dal corpo dello stato
affinché il taumaturgo diventi la ferita;

Che l'abbraccio del focolare sia radiazione
rogo della natura che si disgrega
inerme davanti al sorriso degli astanti
per offrire un lievissimo aumento
della temperatura ambientale;

Che la forma di ogni produzione
implichi effrazione, scissione, un addio
e la storia sia l'atto del combùrere
e la Terra una tenera catasta di legname
messa a asciugare al sole,

è incredibile, no?

© 1992, Valerio Magrelli
From: Esercizi di tiptologia
Publisher: Mondadori,
ISBN: 8804355840

FOTOLEGGENDO



E' partta la sesta edizione di FotoLeggendo, la manifestazione romana prodotta e organizzata dall'Associazione Culturale Officine Fotografiche dedicata alla lettura del Portfolio, che ogni anno propone un ricco programma di mostre, proiezioni, seminari e workshop.

Quest'anno nuova geografia degli spazi espositivi e due mesi di inaugurazioni e appuntamenti, dal 30 settembre al 30 novembre 2010. Oltre allo storico Istituto Superiore Antincendi, le inaugurazioni formeranno un unico itinerario circolare, includendo nuovi ed importanti spazi per la fotografia: Mandeep photography and beyond, 10b photography, Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata (ISFCI), cui si aggiunge la nuova sede di Officine Fotografiche, e due prestigiose sedi istituzionali, la Centrale Montemartini e il Museo di Roma in Trastevere.

Dal 30 settembre fino al 15 ottobre sette vernissage apriranno a intervalli regolari un fitto calendario di mostre, 22 in programma. Protagonisti maestri dell’obbiettivo e giovani professionisti che con diversi linguaggi espressivi spazieranno dal reportage al multimediale.

La sede principale sarà lo storico Istituto Antincendi di Roma, dove saranno organizzate le letture di portfolio e una due giorni di proiezioni, seminari e presentazioni editoriali in apertura della manifestazione, ma nei due mesi di durata di FotoLeggendo una serie di appuntamenti ed eventi speciali animeranno tutte le sedi.
A completare il programma una serie di workshop con grandi fotografi, photoeditor e curatori.

venerdì 1 ottobre 2010

PAROLE NEL VENTO


"La prego, signora, non mi tratti male", lo ha detto un uomo sulla quarantina ad un'anziana signora che suonava furiosa il clacson perché non riusciva ad uscire dal parcheggio.
Ha aggiunto che l'avrebbe aiutata a rimuovere la moto parcheggiata davanti alla sua autovettura, anche se non aveva la minima idea di chi fosse il proprietario. Le ha detto proprio così: "La prego, signora, non mi tratti male. La moto non è mia."
Non so spiegarlo ma credo che in quel momento a Roma sia arrivato l'autunno.
Buon ottobre amici di letture.


LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...