MAKARIA


Tra le leggende che raccontano la nascita della pasta c'è quella della scrittrice Matilde Serao che nel 1895, nel suo libro Leggende napoletane racconta che la pasta venne inventata da Chico, un mago che aveva come scopo la felicità dell'uomo. Il mago un giorno scoprì la pasta ma una vicina malvagia (e triste!) gli rubò la ricetta diventando ricca e famosa. Chico si consolò sapendo di aver donato ai napoletani il loro piatto più amato. Maccheroni, invece, viene dal greco makares e vuol dire "beati" e indicava i defunti, mentre un'altra etimologia vuole che il termine derivi da makaria, con cui in Grecia si indicava antico impasto di farina e brodo.

Per voi, dalle pagine di Leggende napoletane, un brano della scrittrice e giornalista partenopea:

«O indimenticabili notti create per l’amore! O eternamente bello, golfo di Napoli, dall’amore e per l’amore creato! Nelle notti di primavera, quando il fermento della terra conturba i sensi e tenta l’anima, quando nell’aria vi è troppo profumo di fiori, si può discendere al mare, entrare nella barca, fuggire la costiera, e sdraiati sui cuscini, contemplare l’azzurro cupo del cielo, l’ondeggiamento voluttuoso del flutto, il palpito vivo delle stelle, che pare si vogliano staccare, per precipitare nell’immenso aere. Nelle torbide notti estive che seguono le giornate violente e tormentose, quando la terra si riposa, sfiaccolata da una passione di quattordici ore col sole, felice colui che può farsi cullare in una barca, come in un’amaca, mentre il forte profumo marino gli fa sognare il tropico, la sua splendida e mostruosa vegetazione, e le svelte fanciulle brune che discendono sotto gli archi dei tamarindi.
Nelle meste e bianche notti autunnali, quando la luna malaticcia si unisce alla candida malinconia del cielo [...], vi è chi presceglie il mare come confidente e va a narrargli il disfacimento della sua vita, che inclina a perdersi nel nulla, mentre la morbida curva di Posillipo pare che si abbassi anche essa, desiderosa di scomparire nel mare. Nelle notti tempestose d’inverno, quando il temporale della città ha tutta la grettezza e la miseria delle stradicciuole strette e delle grondaie piagnucolose, quando l’anima sente il bisogno imperioso di una mano che l’afferri, che delizioso ed infinito terrore, che impressione incancellabile trovarsi in alto mare, in un ambiente nero, dove il pericolo è tanto più grande, in quanto è indistinto. Ma più felice di tutti, colui che godette queste notti, carezzando i capelli morbidi di una donna adorata, che, stringendola al cuore, potette sognare di rapirla nel paese sconosciuto degli amanti, che potette sperare di morire con lei, sotto il cielo che s’incurva, nel mare che li vuole».
M. Serao, Barchetta fantasma, in ID., Leggende napoletane, Napoli, Gazzetta di Napoli, 1993, pp. 102-4.

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