I COLORI DI ROMA: IL BIANCO


Un racconto di Erri De Luca

Il colore di Roma nel '77 fu il bianco acceso della calce idrata. Io lavoravo in un cantiere
Un racconto di De Luca con l´opera di Ontani: parte la nuova serie dei racconti in città
di Erri De Luca
Il bianco non è un colore, è una cancellatura. Dentro una casa, anche una sola stanza presa in affitto, per prima cosa mi serve togliere le ombre altrui dai muri e dal soffitto. Le ombre lasciano unto là dove si appoggiano.
Bastano un paio di mani di pennello, poi posso inaugurare il primo sonno.
Al tempo in cui cambiavo spesso stanza, la vernice lavabile era cara. Si usava quella a tempera oppure, più economica, la calce diluita. La preferivo, allora come adesso. Fa spiccare un bianco di ospedale, disinfetta. È bello vedere la propria ombra sopra un bianco fresco appena steso. È più bello di altri nero su bianco, che hanno la pretesa di durare.
Il poco inconveniente della calce è che ad appoggiarsi ci s´impolvera. Ma perché uno deve appoggiarsi a una parete?
Ho fatto l´imbianchino delle mie stanze. Nel palazzo fa piacere che l´inquilino nuovo stia dipingendo i muri. Dà l´impressione di persona pulita. I vicini sospettano ogni vizio di un inquilino nuovo. Passano davanti alla porta senza bussare, ma indagano col naso. Fa piacere se viene buon odore. Mettevo un deodorante nell´ingresso. Bastano pochi accorgimenti per farsi dimenticare.
Il colore di Roma dell´anno 1977 fu il bianco acceso della calce idrata. La lavoravo nei primi cantieri della mia vita, quando non c´era più Lotta Continua e d´improvviso non appartenevo a niente. Ai compagni che chiedevano a se stessi e a me, dopo un bel pacco di anni rivoluzionari: e adesso? Rispondevo: «Adesso si va alla malora, ma ognuno per sé». Io avevo scelto la mia.
Era bianca la calce, da abbagliare se ci sbatteva sopra il sole. Dopo le otto ore restava sulle mani a roderle, l´acqua non la portava via. Se ne fermava in qualche piega e rosicchiava.
Il bianco della calce non cancellava niente degli anni precedenti, però separava. Era iniziata un´altra vita, scardinata. I giorni sul cantiere portavano forza al macero, non andavano da nessuna parte. Fare l´operaio è girare una macina finché non smette il giorno. Quello seguente e gli altri sono soldati allineati e pronti a farsi abbattere.
La compagna si abituava, io no. Ho saputo allora che una donna contrasta meglio le perdite. Per me quello era il tempo dell´estirpazione, mi dovevo staccare. Stentavo a guadagnare un po´ di resistenza sul cantiere, far avanzare forze per la sera, per me. La compagna restava al braccio che non l´abbracciava, legata intorno al polso della mia mano in tasca. C´è un eroismo di donna, in amore e in guerra, diverso dal maschile che è uno scatto in avanti, un impulso improvviso. L´eroismo di donna è attaccamento, una fedeltà di trincea.
Era il tempo del bianco sui muri di Roma. Si cancellavano le nostre scritte. Bastava lasciarle sbiadire, invece si voleva raschiare dai muri le parole per toglierle di bocca.
Il bianco serviva a ammutolire. Era il 1977, trecentosessanta mesi fa, quanti i gradi dell´angolo giro.
Alla compagna non disturbava il mestiere che mi spellava le mani e mi lasciava indietro. Ascoltavo da lei le novità, il racconto del giorno. Era stata a un´assemblea, poi a una riunione, poi a dare un volantino. Continuava il compito senza di me. L´università era stata occupata. Il giorno che venne il capo sindacalista col suo servizio d´ordine, non andai in cantiere.

Lavoravo pesante, non cercavo la mansione leggera, accettavo più volentieri la peggiore, così non toglievo a qualcuno. Stare in fondo alla scala ha il vantaggio di non avere intorno chi farebbe a cambio. Fuori continuava una lotta politica che trasformava la città in boscaglia. Squadre speciali di agenti in borghese, inventate da un ministro degli Interni che aveva letto qualche libro sulla controguerriglia, facevano sortite. Tutte le manifestazioni erano vietate. Il blocco era forzato quasi ogni sabato. Si andava allo sbaraglio per non ritirarsi, per non darla vinta.
Al nord le lotte di fabbrica duravano. Era diventato politico il verbo durare. Di quelle lotte amavo la loro facciata di uguaglianza. La compagna anche lei durava dalla parte del braccio. Una sera di calce fin dentro le orecchie le dissi che andavo al nord, a Torino, alle fabbriche, dove continuava quello che era iniziato da molto e non poteva finire così. Disse che era pronta. Dissi di no, che andavo solo, mi spettava quello. Lei disse che non era giusto. Pensai: che c´entra il giusto e lo sbagliato dentro questa malora? Ridisse che non era giusto. Io m´irritai di quell´ingiusto che non capivo, lei si addolorò perché l´ingiustizia era già dappertutto intorno a noi e ora anche tra noi. «Molti di noi spariscono, s´infilzano un ago in vena, s´infilano nella lotta armata, affollano prigioni. Stiamo in una centrifuga, si schizza dappertutto. Questa è la tua città, il tuo posto. Io non ne ho. Vado dove continua».

«Tornerai, finirà anche al nord».
«Andrò dove continua».
«Niente continua, però noi possiamo».
«Noi chi? Il nostro noi è la fuori».
«Vengo con te».
«A fare cosa? Come?».
Mise la mano sottile, scura, sopra la mia imbiancata.
«Siamo spacciati ed è giusto l´inizio».
«Tu vedi tutto bianco, cancellato, ma noi ci siamo ancora».

Potevo stare, potevo darle retta? Mi cercavo risposta. Il corpo era chiuso, finiva l´anno uno del lavoro salariato, primo di venti. I pensieri facevano il rumore dei numeri dentro il cesto della tombola. Potevo aggiustami un´altra vita? Vedevo qualcuno di noi che si accampava fuori le stanze di qualche potere, in cerca di spiraglio per entrare. Era la cosa opposta alla vita svolta fino allora. Implicava di negarla. Mi risposi di no, un no nero come un´ombra al sole.
Non venne al binario del treno per Torino. Il travertino bianco della stazione Termini era la porta di Roma e si chiudeva. L´ultima volta che l´ho incontrata, qualche anno fa a Roma, dov´è rimasta sempre, già facevo lo scrittore. Non c´è stato saluto. Giusto, non eravamo noi, né c´era intorno, addosso, l´anno ‘77, nodo scorsoio nella vita di molti noi di allora.


(26 agosto 2010)

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