UOMINI CALABRESI, CAMILLERI, MAJORANA


Naturalmente è un'esagerazione, naturalmente dovrei essere più specifica e parlare di uomini che conosco o che ho conosciuto in queste settimane, ma pur con la cautela del caso e le dovute eccezioni il maschio comune calabrese resta un misterioso ibrido tra il mafioso, il don giovanni e il mammone classico.
Attaccato alla famiglia di provenienza (alias mamma e papà)anche dopo i 40 anni, sposa una donna remissiva e servizievole alla quale affida figli, casa, camicie e mutande.
Cammina lentamente come se la gravità del pianeta imponesse solo a lui la lentezza di un minotauro ferito. Guarda con gli occhi corvini la nudità di donne a volte oscene, e giudica, accarezza, soppesa e valuta con lo sguardo.
Guida macchine nere e lucide, lunghissime o altissime, dai motori rombanti che sollevano nubi di polvere in cui il loro piccolo mondo si perde.
Hanno paura della bellezza, non la coltivano: le loro donne sono sfiorite, o spente, o sformate o stanche o tutte le cose messe insieme. Le amano di un amore ruvido, notturno, fatto di gemiti e grugniti che di giorno si trasformano in conversazioni banali. Sulla spiaggia gli uomini parlano a vecchi amici, di calcio, donne, affari, macchine e soldi.
Dopo quasi 3 settimanein questo paesino della Calabria, dopo aver assorbito il sole, l'energia e la bellezza di questa terra non capisco cosa impedisca alla maggioranza dei maschi incontrati di abbandonare lo stereotipo, il machismo, l'automobile, la barca, il conto in banca, i malaffari e la vita meschina che conducono per un'esistenza migliore. In realtà molti lo fanno: scappano, vanno lontano, si rifugiano tra le braccia di donne libere e ribelli alle quali preparano il caffé e la sera un bel piatto di pasta piccante. Si nascondono nelle grandi città, e fanno ritorno con una maschera.
Non me ne vogliano i meravigliosi calabresi che naturalmente non entrano in questa minoranza di maschi meschini, ma ho visto scene inequivocabili che parlano di donne sottomesse che, rinunciando a bellezza e desiderio per amore o convenienza, vivono accanto a piccoli grandi uomini, molto brutti per una strana miscela di potere e ignoranza e che hanno paura di amarle per quello che sono.
E, visto che è un piacere dire tutto e il contrario di tutto, voglio tirare in ballo l'articolo di Camilleri, un uomo del profondo Sud che fa il ritratto dell'italiano nel suo ariticolo "Il paese delle contraddizioni" (La Repubblica, 17 luglio 2010)
l piacere di contraddirsi

Repubblica — 17 luglio 2010

QUASI sempre, nella sua lunga storia, l' italiano ha dimostrato di essere esattamente come le particelle di Majorana. Il grande fisico teorico, misteriosamente scomparso nel 1938, elaborò un' ipotesi rivoluzionaria secondo la quale, adopero le parole del fisico Andrea Vacchi, «il partner di antimateria di alcune particelle siano loro stesse». Come dire che non la coesistenza, ma l' inscindibile fusione degli opposti costituisce l' identità. C' è uno splendido racconto di Borges nel quale un eretico e un custode della fede a lungo e ferocemente si contrappongono. Quando l' eretico infine brucia sul rogo, il suo volto, per un attimo, si rivela essere quello stesso del custode della fede che l' ha fatto condannare a quell' atroce morte. Non le due facce di una stessa medaglia dunque, ma una medaglia che ha nel recto e nel verso la medesima immagine. o stesso soldato italiano che, diciannovenne, a Caporetto scelse di non combattere, lo ritrovi poco più che quarantenne a El Alamein che si batte sino alla morte. E non certo per ragioni, come dire, equivalenti: nel primo caso infatti si trattava di difendere il territorio italiano, nel secondo di mantenere una postazione italiana in territorio straniero. Lo stesso italiano che divenne emigrante e che venne aiutato in terra straniera da coloro che l' ospitavano, col fornirgli lavoro e abitazione, oggi mal sopporta che in Italia ci sia gente pronta ad accogliere gli extracomunitari. Lo stesso italiano che amò intensamente Mussolini, che l' applaudì freneticamente a Milano, pochi giorni dopo l' appese per i piedi al distributore di benzina di piazzale Loreto, sempre a Milano. Lo stesso italiano che una volta stentava a campare in Friuli e mandava la moglie a far la cameriera a Roma o altrove oggi disprezza la cameriera venuta dal Sud. Più banalmente: lo stesso italiano che divorzia dalla moglie, e che vive con l' amante dalla quale ha avuto due figli, partecipa compunto a una dimostrazione contro il divorzio e firma contro i Dico. Gli esempi potrebbero continuare a centinaia. Nell' italiano, dentro la medesima persona, possono insomma convivere contemporaneamente Galileo Galilei e Giordano Bruno, Tommaso Campanella e padre Bresciani, don Abbondio e Savonarola. L' italiano è ritenuto all' estero persona inaffidabile in quanto spesso non mantiene la parola data o non porta a termine l' impegno preso. E gli stranieri fanno l' esempio della nostra politica estera, capace dall' oggi al domani di mutare radicalmente corso e indirizzo e di far diventare gli alleati di ieri i nemici di oggi. Per esempio, questo avvenne prima della guerra ' 15-' 18, lo stesso è avvenuto verso la fine della guerra ' 40-' 45. Non si tratta di scarsa serietà, a mio avviso, ma del fatto che nel momento in cui dava la sua parola d' onore, in quell' italiano,e in quel preciso momento, aveva la prevalenza il segno +, ma il suo opposto, il segno - , era pur sempre contestualmente presente e pronto a farsi avanti. C' è nel film Il Terzo uomo un' esemplare battuta del personaggio interpretato da Orson Welles dove viene detto che il Rinascimento in Italia ebbe origine proprio nel periodo più acuto delle guerre fratricide, dei tradimenti, degli assassini. Mentre dalla lunga, tranquilla, secolare pace degli svizzeri non è nato che l' orologio a cucù. Questo paradossale segno di contraddizione non solo è riscontrabile con uno sguardo panoramico, ma lo si può continuare a vedere, zoommando lentamente, anche dentro un paese rinascimentale, dentro una via rinascimentale, dentro una casa rinascimentale, dentro un italiano rinascimentale. E, naturalmente, anche dentro un italiano d' oggi. Cantava Curzio Malaparte negli anni del consenso al fascismo: «Val più un rutto del tuo pievano/ che l' America e la sua boria./ Dietro all' ultimo italiano/ c' è cento secoli di storia». Senonché sono gli italiani a essere boriosi e non dei cento secoli di storia, che ignorano del tutto, ma dei rutti del loro pievano. L' italiano non ha una visione totale della storia d' Italia, ha semmai una certa visione di dettaglio, limitata cioè alle minute vicende del suo vicino territorio, del suo paese d' origine, e addirittura del quartiere dove è avvenuta la sua nascita. Può tutt' al più rapportarsi con le vicende del paese limitrofo, ma solo perché esso è il suo rivale diretto nel campionato di calcio. L' italiano è come un marziano caduto nottetempo al centro di quattro case abitate. Gli basterà venire a sapere dove si trova la sua abitazione, la parrocchia, l' osteria, il municipio. La sua curiosità non si spingerà oltre. Il Palio di Siena con le sue rivalità tra contrade, che arrivano a un fanatismo sconosciuto persino ai tifosi della curva Sud, è lo specchio del forte legame che unisce l' italiano al suo habitat. E questo spiega in parte il grande successo politico della Lega Nord. All' infuori di questo perimetro, l' orizzonte dell' italiano è da miopi. Durante la guerra ' 15-' 18 il maggior numero di renitenti alla leva (mi rifaccio a documenti dello Stato maggiore) e di disertori fu riscontrato tra i contadini-soldati che provenivano dal Sud, specialmente siciliani e calabresi, i quali non capivano perché dovessero andare a difendere i cavolfiori dei contadini del Nord. Nel 1942, mi pare, sulla rivista Primato che dirigeva il ministro Bottai, venne pubblicata una vignetta di Amerigo Bartoli. Mostrava Benedetto Croce seduto nel suo studio intento a scrivere. Alle sue spalle Hegel sbirciava quello che Croce andava scrivendo e poi diceva: «Ciò che più ammiro in Lei, Maestro, è il senso della Storiella». Ecco, gli italiani non hanno il senso della Storia, ma della Storiella. Facendo un certo sforzo, riescono a prendere in considerazione la microstoria, ma da queste visioni parziali e minute non riescono a ricostruire la grande visione generale. Del Risorgimento sanno appena che lo zio Lello, fratello del nonno della madre, era quello scapestrato che abbandonò la famiglia per andare a farsi ammazzare da uno che manco conosceva. L' unica storia che l' italiano conosce veramente,e a fondo, è quella del gioco del calcio. Non solo sa a memoria nomi, soprannomi, vizi, difetti, gol segnati, mogli e amanti di ogni giocatore che della sua squadra ha fatto parte dalle origini ai giorni nostri, ma anche di quelli delle squadre rivali. Per la Storia inveceè un' altra storia. Perché la Storia comporta l' uso critico della memoria e gli italiani essenzialmente tendono ad essere smemorati o ad avere la memoria corta. Se la Storia è veramente magistra vitae, gli italiani non hanno mai frequentato quella scuola. Quella parte del cervello che ha il compito d' archiviare la nostra vita nel suo insieme possiede, nell' italiano, una sorta di deleteautomatico che entra in azione assai presto, consentendo una scarsissima autonomia alla memoria. Fatti sgradevoli già ripetutamente accaduti nel corso degli anni, quando si ripresentano, all' italiano sembrano sempre nuovi. «Non si è mai vista un' inondazione simile a Roma!». Poi si va a guardare nelle facciate dei palazzi romani e si scopre che alcune lapidi ci mostrano che l' acqua nel Seicento o nel Settecento raggiunse livelli di gran lunga superiori a quelli attuali. È un esempio banale, lo so. Ma mi pare che sia stato T. S. Eliot a dire che l' inferno consiste nella memoria, ai dannati viene fatto ricordare tutto, persino quanto costava un etto di margarina nel 1928. 3. Continua Copyright Limes - ANDREA CAMILLERI

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