LA MIA STORIA, AUTOBIOGRAFIA DI MARILYN MONROE

La doppia vita di Marilyn Monroe

Autoritratto di una bambina tristeEsce per la prima volta in Italia quella che è considerata l'unica autobiografia dell'attrice. Raccolte dallo scrittore Ben Hecht, ci sono le confessioni di una diva nel pieno del suo fulgore. Tra lustrini e fama, l'ombra di un'infanzia di rifiuti, vissuta con troppe famiglie e poco amore

di CLAUDIA MORGOGLIONE



DA UN PUNTO di vista clinico, il libro autobiografico di Marilyn Monroe è il perfetto ritratto di una schizofrenica. Lucidamente consapevole di essere divisa in due. Da un lato c'è la stella del cinema, oggetto perenne di attrazione maschile e "paura sessuale femminile" (la definizione è sua); dall'altro, indicata sempre col vero nome di battesimo, c'è Norma Jean, la bambina vissuta in ben nove famiglie affidatarie, affamata di cibo e d'amore. "Un fenomeno da circo", "un ninnolo smarrito", "un gatto randagio": lei si descrive così, in un misto di pietà e rabbia sottile. Ma La mia storia, pubblicato adesso per la prima volta in edizione italiana da Donzelli, non è solo la testimonianza in presa diretta della doppia vita dell'attrice, scomparsa nell'agosto del 1962 in circostanze mai chiarite. È un'analisi spietata su Hollywood, "un posto dove ti pagano mille dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima"; è un percorso che attraversa passaggi clou della storia americana, dalla Seconda guerra mondiale al maccartismo; ed è un racconto che contiene una inquietante autoprofezia: "Avevo qualcosa di speciale e sapevo cos'era. Ero il tipo di ragazza che trovano morta in una camera da letto con un flacone vuoto di sonniferi in mano".

Pubblicato negli Usa nel 1974 e poi nel 2000, corredato da 47 immagini (alcune inedite) del fotografo Milton H. Greene, il libro raccoglie le confidenze che la Monroe, a metà degli anni Cinquanta, dettò a un ghostwriter di lusso: Ben Hecht, autore della commedia teatrale Prima pagina, sceneggiatore di film come Notorius e A qualcuno piace caldo. Una presenza discreta, la sua. Anche se certe immagini raffinate tradiscono la mediazione di uno specialista: quando ad esempio la Monroe descrive la sua iniziale "mancanza di talento come un abito scadente che indossavo dentro", il contributo di uno scrittore si sente. Resta però lei, la protagonista assoluta. Soggetto attivo della narrazione, e non semplice oggetto come nelle decine di titoli, molti anche italiani, che le sono stati dedicati nel corso del tempo. Fra i tanti, bisogna ricordare almeno Marilyn di Norman Mailer, il romanzo Blonde di Joyce Carol Oates (Bompiani), o la biografia dello specialista hollywoodiano Donald Spoto.

E proprio Hollywood è la grande protagonista della Mia storia. Anche se l'attrice, all'apice del successo, non attacca mai direttamente, con nomi e cognomi, i pezzi grossi del cinema. Alla faida stile Eva contro Eva con Joan Crawford, però, è dedicato un intero capitolo: "Mi suggerirono di perdonare una donna che un tempo era stata giovane e seducente", chiosa lei con sottile perfidia. Eppure l'autobiografia, anche nelle piccole furbizie o reticenze, trasuda verità. Non solo descrivendo meccanismi dello showbiz ancora attualissimi - con cui ad esempio un vecchio calendario senza veli trasforma la stellina emergente Marilyn in superstar. Ma anche raccontando un'infanzia durissima: orfanotrofio, mamma in manicomio, papà inesistente, girandola di famiglie affidatarie. La Monroe ripete più volte di non voler dimenticare il passato: "Questa bambina triste e amareggiata, cresciuta troppo in fretta, difficilmente uscirà dal mio cuore. Nonostante tutto questo successo, posso avvertire i suoi occhi spaventati che si affacciano dai miei".

C'è poi il capitolo amori. Su cui l'attrice è abbastanza abbottonata. Con un'unica eccezione: Joe DiMaggio. L'entusiasmo con cui ne parla è legato al fatto che le sue conversazioni con Ben Hecht coincidono col matrimonio con il campione di baseball. Perché poi, come sappiamo, arriveranno il divorzio e le nuove, infelici nozze con Arthur Miller. Nessun accenno - come ovvio - ai membri del clan Kennedy che negli anni seguenti l'avrebbero conosciuta molto da vicino: né Jfk, né Bobby, che in seguito molti accuseranno di essere coinvolto nella sua scomparsa, archiviata come "probabile suicidio".

Ma oltre a La mia storia esiste anche un'altra testimonianza diretta, in cui l'attrice parla di sé senza filtri. È il docufilm Marilyn Dernières Séances, diretto da Patrick Jeudy, tratto dal libro Marilyn. Gli ultimi giorni di Michel Schneider (Bompiani), passato recentemente al Biografilm Festival di Bologna. E in cui si possono ascoltare i famosi nastri audio dei colloqui tra la star e lo psicoanalista hollywoodiano Ralph Greenson. I due erano legati da un rapporto morboso: lui fu l'ultimo a vederla viva e il primo a trovarla senza vita, ed è stato sempre sospettato di essere implicato nella sua fine. Nelle registrazioni, mai autenticate ufficialmente, udiamo la voce stentata, sottile e disperata della donna che di lì a poco sarebbe morta: "Vorrei scomparire nell'immagine. E fuori dall'immagine...".

(04 luglio 2010)

Commenti

  1. http://passalacqua1952.wordpress.com/2010/12/19/le-parole-di-marilyn-monroe/

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