TRA IL DIRE E IL MARE C'E' DI MEZZO ...IL PREMIO LUZI







L'11 giugno alle ore 21:00 noi c'eravamo al Teatro Valle: nove degli undici studenti vincitori, genitori, professori e amici.
Siamo arrivati, come scritto nell'invito e nel fax inviato alla nostra scuola, poco prima delle 21:00. Eravamo, io compresa, molto emozionati. C'era una gran folla, gente elegante che attendeva nella sala d'aspetto illuminata e gremita. Ma noi eravamo tra i vincitori, con orgoglio ci siamo fatti strada tra le persone, perché ci avrebbero mostrato i nostri posti, sicuramente in platea, per attendere insieme il momento più emozionante per il quale eravamo stati convocati: la premiazione.
Il Premio Mario Luzi vanta un'attenzione particolare per le scuole. I giovani, dicono nel bando, sono i veri protagonisti di questo premio, perché "voli alta la parola", per nutrire, confortare, sostenere le giovani promesse.
Ecco perché la scuola è presente al Premio, per celebrare le giovani promesse e ascoltare le loro parole.
Non dura a lungo la nostra ingenua illusione. Come sempre nella vita, e quindi anche ai premi letterari, arriva il momento di affrontare la realtà.
Alle 9:15 eravamo entrati in sala. Non ci aspettava proprio nessuno, le poltrone erano già quasi tutte occupate e abbiamo dovuto tirar fuori un po' di grinta per occupare posti qua e là. Bene, cose che capitano. Dai ragazzi, un po' di ottimismo. Ora comincia lo spettacolo. Vedrete che roba!
Entra la banda dei carabinieri, apre la cerimonia l'inno d'Italia e ci fa alzare tutti, noi patriottici figli che l'Italia chiamò (al Premio Mario Luzi). Io mi commuovo pure un po', ma anche questo è colpa mia. Ho il cuore tenero e non lo nascondo.
Comincia la premiazione. La giuria è allineata sul palcoscenico a una distanza quasi irreale da tutti. Alcuni di loro non sembrano neanche veri. Carla Fracci è bianchissima, sembra una statua di cera; Maria Luisa Spaziani siede immobile al centro di questa lunga tavola messa di traverso su di un lato del palcoscenico, svelata e nascosta ad hoc da un poco sapiente sipario. "Sono veri o finti", si chiedono i miei studenti, un po' spaventati dalla visione della "Cultura" con la C maiuscola. Ma anche questo non fa che aggiungere emozione all'emozione. E i loro cuori battono all'impazzata all'idea terrificante di incontrare la Cultura tra un minuto. In fondo sono stati premiati...
Si perché, dopo la premiazione dei vincitori della sezione inedito, ci siamo noi: le scuole. Siamo tre, Liceo Internazionale Marymount di Roma, Liceo Parini di Milano e Liceo Giulio Cesare di Roma. Ci cerchiamo tra la folla. Quelli con la faccia da studenti e quelli con l'espressione da professori. Tiriamo ad indovinare...
Poi l'annuncio. "Venga sul palco un rappresentante per ogni scuola vincitrice". Confusione, trepidazione. Noi ci siamo tutti (mancano solo due studenti), è venuta finanche una studentessa che era finita in ospedale per un incidente con un bel trauma cranico. No, tutti no. Non c'è posto per tutti sul palco. Certo saremmo meno numerosi della Banda di Carabinieri che ha appena suonato, ma non è il momento di dare consigli. E allora che fare. I miei nove studenti incitano la più eroica di loro (l'amica risanata, appunto) a salire in rappresentanza di TUTTI. Ma a lei gira ancora un po' la testa per la botta ricevuta sulla testa e allora l'accompagno io, perché la scaletta fa paura anche ad un esperto alpinista figuriamoci a noi, gente dei sette colli, un po' pigra e indolente come vuole la tradizione e lo stereotipo.
Salgo, anche per sussurrare, mentre gli stringo la mano, al conduttore scintillante che se vuole noi ci siamo tutti e che siamo venuti (ci hanno chiamato) proprio per questo: ricevere insieme il nostro premio. Ma lui, svelto svelto, mi sussurra a sua volta: "non se ne parla nemmeno"! (Ah, senza parole allora!)
Mi metto all'ombra del sipario (ho con me le poesie dei miei studenti). Sono un po' confusa, forse comincio ad arrabiarmi un po'. Adesso la giuria leggerà la motivazione e qualcuno citerà i versi delle loro poesie. Mi passerà questa strana sensazione di essere qui...per caso! Raggiungeremo l'apice del nostro momento e la parola sarà stata davvero alta, perché forse non c'è bisogno di tutti gli studenti sul palco. E' vero, mi dico, oggi siamo qui per le loro parole, quello che hanno scritto. Hanno ragione!
Sale sul palco il figlio del poeta Mario Luzi, che tiene un breve intenso discorso con le spalle ai tre studenti dei licei premiati ma ha gli occhi fissi in quelli di Roberto Benigni, giù in platea. Benigni sembra confuso dai tanti complimenti, alza le mani, ringrazia col capo. Forse anche lui si chiede: "E i ragazzi?". Ok, ha finito di fargli una dichiarazione d'amore. Attenzione, scusate un attimo. Ma dei ragazzi non parla nessuno, delle loro poesie, di come si sentano in questo momento? Arriva la medaglia, il presentatore invita ciascuno dei rappresentati a dire nome, cognome e nome della scuola. Come se si trattasse del ritiro di una raccomandata all'Ufficio Postale. Stessa emozione, stesso calore. Grazie e arrivederci. La Giuria pietrificata sorride ma non chiede, non si alza per venire incontro ai giovani, forse pensa che questi tre coraggiosi studenti andranno verso di loro a stringere le loro mani. Ma non sanno, o fingono di non sapere, che sono troppo terrorizzati dalla loro immobilità e non se la sentono. Scendono, scendiamo. Le poesie dei miei studenti in una mano, l'altra mano ad aiutare Valentina a scendere le scale dell'Olimpo. Frastornata, confusa. Questo è il Premio Mario Luzi? Questo lo spazio che dedica alla scuola? Questo l'interesse che mostra per le poesie che hanno scritto dei ragazzi di 14 anni, ispirati dal grande poeta che inneggia alla libertà della parola, alla bellezza della poesia, all'incontro tra giovane e tradizione in uno spazio privo di barriere e denso di complicità?
Mi risiedo. Non so cosa fare. Forse Benigni dirà qualcosa agli studenti, alla fine. Forse se riuscissi a raggiungerlo in prima fila gli potrei offrire le poesie dei ragazzi e lui gli farà l'omaggio di leggerne una, magari quella di Beatrice, anche lei toscana, che senza saperlo ha scritto un verso dal sapore benignano "Ci rotoleremo in un mare di Nutella e scopriremo che la vita è bella!". Eh già, perché sarebbe bastato che uno solo della giuria avesse ricordato un verso di ciascuno degli studenti, per unire il genio di Benigni e la bellezza di una poesia sconosciuta nata tra i banchi di scuola. Ma al Premio Luzi si sentono le barriere, insormontabili, tipiche dell'ipocrisia della cultura italiana. Tra i partecipanti: i pesci grandi e i pesci piccoli. In un oceano di parole che inseguono soltanto se stesse, alle quali manca la grande visione del sogno di Luzi: "vola alta la parola".
Tra il dire e il fare c'è di mezzo...il Premio Mario Luzi.

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