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SAN PIETRO



Sono seduta sulla panchina nel parco: ragnatela d’asfalto sotto di me e luce bianca. Il verde del legno è screpolato. Schegge di vernice e uno strato di polvere annunciano l’estate. Un’altra estate torrida e romana.
Fino a ieri il silenzio m’impastava la bocca. Avevo la lingua pesante e gli occhi annebbiati. Poi ho scritto per tutta la notte. Ogni parola è sorta come un frastuono: il bagliore di un lampo e un tuono lontano. Da stanotte scrivo per mia figlia Rebecca. La mia eredità per lei. Parole per i giorni di silenzio. Il filo rosso che unisce le nostre vite.

Villa San Pietro è il tuo parco. E’ vicino a casa nostra, la casa dove sei nata. La prima volta che ci sei venuta avevi una settimana. Era la fine di settembre. La luce di settembre è la tua prima luce. C’era qualcosa di affettuoso nel modo in cui il sole ti avvolgeva. Il bianco delle lenzuola della carrozzina si accendeva di riflessi argento e arancio. E il tuo sonno si colorava, per la prima volta, della luce di un tramonto. Quel tramonto era nuovo anche per me. Illuminava un corpo trasformato, lesionato da un terremoto d’amore. Le mie mani spingevano la carrozzina, caute. Tutto il corpo teso a proteggerti, avvolgerti, custodirti ancora. La ferita mi costringeva ad una andatura lenta, da cerimoniale antico. La nostra prima passeggiata nel parco. Mi sono seduta su questa panchina a riprendere fiato. L’avevano riverniciata ed emanava l’odore pungente dei solventi. Il verde brillante del legno si rifletteva sulla navetta della carrozzina. Sembravi una piccola aliena atterrata su un pianeta appena scoperto. Anch’io mi sentivo così.

Ti ho mostrato i miei posti preferiti. Ad uno ad uno, con grande emozione.
Gli alberi del viale, gialli e fruscianti. Le foglie secche avevano un rumore gentile, simile all’acqua di una cascata. E’ il suono della caducità, del tempo che scorre. E’ un suono dolce a cui manca l’arroganza delle foglie verdi, la prepotenza del ramo frondoso. E’ fragile questo suono. Per questo mi piace.
Ti ho mostrato le statue sparse tra i cespugli: il lupo, il daino, il cervo, le dee seminude, gli angioletti, i santi, la vergine col bambino, il busto di Giulio Cesare, il vascello con le vele gonfie di vento. Un universo di pietra, immobile e immutabile. Le hai osservate con curiosità. E io ho smesso di raccontare per osservarti. Il nero dei tuoi capelli mi è sembrato di una bellezza struggente, in contrasto con il pallore di quegli angioletti ricciuti. Quanto mi sei sembrata vera all’improvviso. E forte, nonostante il corpo morbido e le ossa trasparenti, nonostante il tuo essere così altro da quella materia inanimata ed eterna. Ho pensato ad una statua che ti farò vedere: La Pietà. Sta qui vicino, in un’altra San Pietro. La prima volta che l’ho vista ho percepito la forza dell’eternità del marmo, il calore della mano di Michelangelo, la precisione del suo scalpello. Dopo un po’ che l’osservavo, però, il marmo ha cominciato a emanare l’amore fragile di un essere umano fino a perdere la sua natura. C’era, davanti a me, una piramide di cristallo piena di dolore, ed era pronta a infrangersi. La maternità mi si conficcava nel cuore come una scheggia. E quella scheggia bellissima sei tu.

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