EUGENIO SCALFARI, MODERNO ULISSE



Dopo L'uomo che non credeva in Dio, esce nei Supercoralli Einaudi il breviario civile, metafisico e morale di uno dei grandi protagonisti del tempo in cui viviamo.

«Io so perchè ho scritto questo libro. Pensavo di aver chiuso con le pagine bianche da riempire di tremolante scrittura che non parla di fatti ma di pensieri. Invece ho dovuto» Eugenio Scalfari.

Questo è un libro che nasce da una «chiamata a testimoniare per scrivere di un'epoca, dalla sua nascita al declino, fino al gran finale. Un viaggio che inizia con gli Essais di Montaigne e si conclude con la poesia malinconica di Montale e con la speranza di Italo Calvino, - «l'ultima sua illusione» - di trasmettere al secolo successivo un canone di leggerezza, esattezza ed eleganza dell'intelletto. «Un sabba, non di diavoli e di streghe ma di anime e di stelle danzanti», il racconto appassionato di un instancabile lettore che riflette su quattrocento anni di storia del pensiero.


Ecco un'intervista all'autore dal sito miolibro.it

Scalfari moderno Ulisse
di Wlodek Goldkorn

E una citazione del XXVI Canto dell'Inferno, quello di Ulisse, che diede la forza di sopravvivere a Primo Levi in una baracca di Auschwitz, il titolo del libro di Eugenio Scalfari in uscita con Einaudi: 'Per l'alto mare aperto'.

'La modernità è un pensiero danzante'. Si tratta di un testo insolito, costruito in parte alla maniera di un conte philosophique e in parte come un saggio in cui Scalfari si misura con la modernità: la racconta, la definisce in uno spazio temporale e storico da Montaigne a Nietzsche, fino a Calvino e Montale. Il testo è anche una sorta di viaggio, con Diderot come immaginario e immaginifico Virgilio, incontrato a Parigi mentre riflette e osserva le donne di facili costumi ("Le mie idee le mie puttane"). Un'ascesa dai confini estremi della metafisica (Agostino) fino all'affermazione della libera volontà dell'individuo, conscio della propria autonomia e capacità di giudizio. Di quell'ascesa il protagonista è Odisseo: l'eroe moderno di ogni naufrago consapevole del fatto che l'incertezza, figlia della mancanza, o forse della demolizione dell'Assoluto, è la nostra irrimediabile condizione esistenziale. Ulisse rifiuta l'immortalità perché vuole essere padrone del proprio destino. Non vuole accettare l'eterno presente, perché sa che da qualche parte c'è Itaca, ossia esiste un futuro che ha le radici nel passato. Ma poi è davvero così? Scalfari nel suo libro parla in sottotraccia dei barbari e della memoria che viene a mancare.
Eugenio Scalfari, cominciamo dall'inizio. Per esergo del libro c'è una citazione di Anna Achmatova. La poetessa russa dice "Ma voi amici! Siete rimasti in pochi"... Perché?
"Quella poesia è un saluto agli amici, ai pochi amici ancora rimasti, che erano all'epoca vecchi come lei. E io ho voluto scrivere questo libro come saluto agli amici, ai pochi amici che mi sono rimasti".

Achmatova assieme ai suoi amici si ostinava a resistere ai barbari, in quel caso gli stalinisti. Anche i nostri sono tempi di barbari e resistenza? Leggendo il suo libro si sente l'urgenza della barbarie che incombe. E lei ne parla spesso anche nei suoi interventi in questi giorni.
"Io uso il termine 'invasioni barbariche', perché è molto in voga. I barbari sono i contemporanei. Io distinguo infatti tra i moderni e i contemporanei, però non voglio dare un giudizio negativo su questi ultimi".

Intanto. Chi sono i primi?
"Sono coloro che hanno ancora una qualche idea di storia della modernità così come nacque con l'illuminismo, modificato dal romanticismo e dalle avanguardie e fino al relativismo".

Siamo tutti figli di quella cultura.
"È una cultura che è terminata. Non è la prima volta che un'epoca si chiude. Il problema è che chiudere un'epoca non è un'operazione semplice come spegnere la luce".

Le epoche si chiudono con le catastrofi.
"Soprattutto si chiudono lentamente. Un esempio che ci è familiare: il tramonto dell'impero romano è durato due secoli. Non finisce nel 476 quando Romolo Augusto viene deposto e Odoacre diventa patrizio romano. Il declino dell'impero inizia prima, con Teodosio, mentre la vera fine si ha con l'arrivo dei Longobardi".

Oggi è tutto più veloce.
"Vero. Ma il punto è che chi vive nell'epoca del declino non se ne rende conto (un'eccezione ai tempi dei romani era Boezio). Ho la sensazione che noi pensiamo che quello che sta succedendo è una correzione del corso della storia come avvenne ai tempi del Romanticismo: non percepiamo come al posto della modernità siano venuti i contemporanei, appunto".

Chi sono?
"Una nuova generazione, radicalmente diversa, nel linguaggio e nei valori, da quelle precedenti. Finora, di generazione in generazione, abbiamo conosciuto i modi di vita, i valori e i linguaggi di chi c'è stato prima di noi. E li abbiamo contestati. Abbiamo cercato di innovare, partendo dalle conoscenze del passato. Oggi c'è invece il rifiuto di valori precedenti. Si cerca di ricominciare da zero. La parola scritta è rifiutata. Il linguaggio nuovo è quello fatto da immagini e suoni".

Ed è questa la barbarie?
"Alla lettera, sì. I barbari sono coloro che secondo i greci non possedevano il loro linguaggio: gli altri. Però il linguaggio e il pensiero sono il riflesso l'uno dell'altro. Il pensiero determina il linguaggio, ma è da esso a sua volta condizionato. E quando mutano i modi di scambiare il pensiero cambia la civiltà. Ma non mi chieda come sarà l'epoca che sta cominciando. E non mi faccia dire che i barbari sono peggiori di noi".

I barbari mancano di memoria?
"I contemporanei hanno tutte le banche dati nei loro computer. Quando vogliono usare cose antiche perché gli servono, le rintracciano comodamente. Non mancano di memoria, la rifiutano".

Rifiutano la nostra memoria collettiva?
"Certo".

Una parte della classe dirigente del Paese ha difficoltà a celebrare il 150 anniversario dello Stato. Si è mai visto nella storia un potere che non vuole festeggiare la nascita dello Stato che governa?
"È un buon esempio del rifiuto della memoria. Ovvio che la versione scolastica del Risorgimento è oleografica e sbagliata: si trattò di un fatto di élite in assenza delle masse popolari. Ma la Storia l'hanno sempre fatta le minoranze attive e non le masse, sono state sempre le minoranze (talvolta spinte da grandi ideali, talvolta da cupidigia o avventurismo) all'origine delle svolte politiche e sociali, che hanno dato vita ai nuovi poteri. Non sempre però il nuovo potere riesce a coinvolgere successivamente le grandi masse popolari".

È successo in Italia?
"Non sarei così drastico. È stato faticoso. I cattolici furono tenuti fuori dalle istituzioni per 40 anni. L'Italia contadina, tagliata fuori dal mercato, analfabeta, priva di ospedali e che come espressione dello Stato ha conosciuto solo i carabinieri e gli esattori delle imposte, costituiva il 65 per cento del Paese. L'idea della nazionalità è arrivata tardi, e drammaticamente, nel mare di sangue e nel fango delle trincee del Carso e dell'Isonzo. Ma basta parlare di politica".

Una sola domanda ancora. Come definirebbe la Lega rispetto alla modernità?
"Più che premoderna è vandeana".

Torniamo al libro. Lei parla tra le altre cose del ruolo degli intellettuali, e spiega come questa figura sia legata all'idea di modernità. Con il passaggio d'epoca avremo ancora degli intellettuali o solo degli specialisti in determinate materie?
"Il rischio che sia la tecnologia a guidare l'uomo e non l'uomo la tecnologia, esiste. E lo specialismo aumenterà. Ma a questa tendenza, gli ultimissimi moderni hanno reagito. Basti pensare a figure come Paul Valéry, Montale e Calvino. Sono persone che hanno parlato di tutto perché la modernità non è specialismo. Il pensiero moderno comporta l'universalità. Quello che succederà dopo? Fare previsioni sul futuro è come scrivere sull'acqua".

Sinceramente, non le fa paura un mondo privo di autorità morali indipendenti, dove non ci saranno più uomini armati solo di parola, ma della cui posizione tutti devono tener conto, soprattutto quando non sono d'accordo?
"È una domanda da fare ai contemporanei e non a un moderno. Mi è difficile immaginare che si potrà fare a meno di uomini in grado di spiegare il mondo e il nesso tra causa ed effetto. Ma quelli di cui abbiamo appena parlato erano dei sopravvissuti. È stato Nietzsche l'ultimo dei moderni".

Perché?
"Perché distrugge la metafisica. La modernità comincia il suo cammino lottando contro la metafisica. È un punto fondamentale. Il problema è che Nietzsche viene scambiato per un nichilista. Lui invece è un relativista. Con Nietzsche cessa il credo negli assoluti e quindi nell'Assoluto. E il mondo diventa un mondo di interpretazione dei fatti. Attenzione: non si tratta di un soggettivismo radicale che dice che il fatto non esiste perché è tutto un'invenzione del nostro pensiero".

Infatti Nietzsche non torna a prima di Cartesio.
"Lo prosegue, anche se per paradosso. Il modello che distrugge è quello platonico: di idee archetipiche che stanno di là, nell'oltremondo. Nietzsche dice invece che il centro è in ognuno di noi. E a pensarci bene questa è un'esperienza che ognuno di noi verifica nella propria vita. Ma potrei dire che Nietzsche per certi versi si riallaccia perfino a Sant'Agostino: perché la predeterminazione della salvezza anticipa paradossalmente una modernità che si disfa della metafisica".

In fondo questo è il tema del suo libro: la storia della modernità, un percorso che lei comincia con Montaigne.
"E con l'idea che tutto si muove intorno a noi mentre noi misuriamo tutto con il nostro metro, che anche esso cambia, perché anche noi cambiamo mentre osserviamo. Nietzsche parla a un certo punto del fatto che dal caos può nascere "una stella danzante Ecco perché 'La modernità è il pensiero danzante'. È la flessibilità estrema: è il percorso da Montaigne a Nietzsche. Con quest'ultimo la modernità ha già dato tutto quello che poteva dare. Del resto Nietzsche sa che il modo con cui viene letto dipende anche da chi lo legge e con quale stato d'animo, con quale predisposizione".

E siamo al libero arbitrio, fondamento della modernità. Fin dove si può spingere? Dove è il limite? Fin dove è lecito dire: faccio così perché lo voglio?
"Per Schopenhauer il vivere è il volere, ma il volere è qualcosa di inesplorabile, una cosa inintellegibile, che è impossibile vedere come nasce. Ma perché non lo possiamo vedere? Perché noi abbiamo una cosa che si chiama inconscio e che è il deposito degli istinti, un grumo di passioni".

E siamo a Freud, un altro tra i protagonisti del suo libro e della modernità...
"Dico un paradosso: se noi sapessimo come nasce la volontà aboliremmo l'inconscio. Ovviamente non siamo in grado di farlo, anche perché l'inconscio rimane un organo misterioso, nonostante il lavoro della medicina e dell'analisi psicologica: nasce in una zona che non possiamo definire anatomicamente. Ecco, il libero arbitrio affonda in un brulicare di istinti che è impossibile tenere sotto la lente. Possiamo solo cercare di capire quale è l'istinto predominante: ed è quello della sopravvivenza. Lo è nel regno animale, vegetale, e perfino nella struttura dell'atomo. È un istinto che si biforca tra l'egoismo, l'amor proprio, e la sopravvivenza della specie".

Ora ha definito cosa è l'etica: è sapere essere cosciente che la sopravvivenza è anche collettiva.
"Infatti, l'autonomia della coscienza significa l'assunzione della responsabilità. L'essere umano è l'unico in grado di pensare il proprio pensiero, l'unico che sa che un giorno dovrà morire: evento inaudito. Siamo gli unici che sono coscienti di invecchiare. Sono cose che ci danno il senso del limite. Non è solo etica. La consapevolezza di morire ci porta a creare degli esorcismi contro la morte. Uno perché scrive i libri?".

Per continuare a vivere oltre la morte.
"Per prolungare la memoria di sé. Vale anche per il contadino che pianta l'albero".

Lei racconta un Odisseo che rifiuta l'offerta dell'immortalità e del perenne amore della ninfa Calipso. Rifiuta quindi la felicità. Perché?
"Racconto anche un Ulisse animalesco. Quello che tornato a Itaca riacquista quell'istinto di violenza che sembrava aver superato durante il viaggio perché ne era diventato consapevole".

Ma perché rifiuta l'immortalità?
"Perché Ulisse è consapevole che gli dei non hanno né passato né futuro, che gli dei sono delle figure stereotipe e lui non lo vuole diventare. Odisseo è un uomo consapevole di se stesso e non vuole trasformarsi in un qualcosa che non lo è. L'offerta d'immortalità equivale alla scomparsa del suo io. Ecco perché lui quell'offerta la rifiuta".

E la felicità?
"Quella appartiene all'Idiota di Dostoevskij. L'uomo che ha rinunciato al pensiero".

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