"CADE L'ACROBATA ENTRANO I CLOWN"

Veltroni e Pasolini in una foto degli anni '70.


TEATRO
Il sogno di un giorno nell'inferno dell'Heysel
Un monologo di Walter Veltroni, "Quando cade l'acrobata, entrano i clown".
Un uomo svela alla moglie una brutta bugia: dieci anni prima, di nascosto, era andato a Bruxelles per Juve-Liverpool. Là aveva visto la morte in faccia

di MAURIZIO CROSETTI


UN uomo racconta finalmente il suo segreto alla donna che ama, però lei non ascolta. Lei dorme, invece, dentro una notte quieta, in una camera d'albergo sul mare. Dieci anni è durato quel segreto, era anche paura e non solo bugia: lui le disse che sarebbe andato a Londra per l'addio al celibato, invece andò a Bruxelles per Juve-Liverpool e un altro tipo d'addio: alle illusioni di un ragazzo che amava il pallone, e aspettava una festa e una Coppa da vincere, finalmente. "Verrà il giorno che smetterò di sussurrare parole a questi occhi chiusi". Dieci anni col tormento della morte sfiorata e mai davvero elaborata, col senso di colpa dei sopravvissuti e la fine di tutti i sogni. L'ultima partita, veramente (è anche il sottotitolo del libro). Pesa troppo, questo silenzio, per covarlo ancora.

È il meccanismo narrativo scelto da Walter Veltroni per raccontare l'Heysel, venticinque anni dopo. Un monologo teatrale, Quando cade l'acrobata, entrano i clown (Einaudi, pagg. 68, euro 9): la frase è di Michel Platini, la pronunciò per giustificare la partita a ogni costo, la finale della Coppa dei Campioni giocata comunque il 29 maggio 1985, dopo e nonostante quei trentanove morti. Una frase a effetto, ma anche una colossale sciocchezza: è tempo di dirlo. Perché quella coppa resta una delle pagine più terribili nella storia dello sport, doveva essere restituita, eppure ci fu chi riuscì addirittura a festeggiare.

È un testo di notevole ambizione poetica, quello di Veltroni, scrittore e juventino appassionato. L'autore si mette in gioco, dunque a nudo, e rivela tutte le fratture che la notte di Bruxelles provocò in chi c'era e in chi guardava, e aspettava. Lei dorme, serena; lui parla, come ancora tramortito dal ricordo. E sono tutti dolori messi in fila, fotografie dell'anima ferita. Proprio questo terribile, luminoso repertorio visivo è forse la cosa migliore del libro. La rete che cedette. Le scarpe dei vivi e dei morti, eccole che rotolano dopo che i piedi hanno calpestato la vita degli altri. "Sembra una festa sui prati. Un ricevimento di matrimonio".

Così precipitò quel pomeriggio dopo un giorno di sole bellissimo, sulle tribune dello stadio decrepito c'era il rosso del tramonto e delle maglie degli inglesi. "Era di maggio, ero un ragazzo". Prima, avevano giocato i bambini sullo stesso prato della tragedia. Il racconto procede per quadri che sono anche immagini di coscienza e frammenti di incubo, un viaggio nel puro terrore mascherato da festa.

Si viaggiò verso Bruxelles per ricevere un regalo, il trofeo troppe volte negato alla Juve. "Io stavo andando a una partita di calcio. E mi ero vergognato di dirtelo". La vita e la morte insieme, sulle gradinate, avversari in attesa. Noi e quelli di Liverpool. "Fratelli felici di essere giovani. Insieme e diversi, come i colori in una scatola"; nel tempo strano in cui non si è più figli e non ancora padri, in quella stagione che dice addio ai giochi ma non ai sogni, e mai al pallone che ci lascerà ragazzini per sempre.

"Le ore dell'attesa furono smaglianti". Poi, solo la morte. L'uomo che cammina e chiede "dove sei, dimmi dove sei?", e cerca un figlio, o forse un padre. Il sangue. I manganelli degli assurdi gendarmi a cavallo. I bigliettini messi in mano ai giornalisti perché, per favore, chiamassero l'Italia (mica esistevano i cellulari nel 1985) e dicessero sono vivo, stiamo bene, stai tranquilla mamma. Non potevamo farlo per tutti, c'era l'agguato della morte da raccontare.
Adesso il protagonista conta i capelli della sua donna che dorme. Quanto sei bella, le dice. Quanto ti amo. Devi perdonarmi e capire il mio segreto. La curva Z, l'ultima lettera come la fine di tante cose. "Goditelo, questo tempo che non tornerà". Ma gli inglesi hanno già sfondato, il muretto ha ceduto, la vita schiaccia e scappa. Non c'è ossigeno, non c'è futuro. "Ci stiamo uccidendo tra di noi, ci calpestiamo". Corpi disarticolati, pupazzi senza senso. Non c'era niente da cercare, dentro l'ultima partita. Tu dormi, io ti amo e non ho mai smesso di soffrire. "Ero corso appresso a me bambino che scappavo".

(10 maggio 2010) © Riproduzione

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