martedì 25 maggio 2010

C'ERA UN VOLT LA LUCE


Raccontare l'arrivo della luce. Questa la bella iniziativa dell'Enel che invita a ricordare i giorni illuminati dalla luce elettrica e l'improvviso bagliore che ha trasformato la nostra vita quotidiana.
C'è una storia che non ho mai scritto e che forse un giorno scriverò. L'ispirazione nasce da una parola inglese glimmer man. Chi era l'uomo del bagliore ? Era colui che andava ad accendere i lampioni al tramonto ogni sera, con la sua fiamma tremolante. Le strade si coloravano di arancio, rosa e giallo. I volti azzurrini emergevano dalle tenebre.
Poi venne la luce... e tutto cambiò.
Enel invita a ricordare i momenti magici in cui il mondo si illuminò d'immenso...
Cliccate qui per raccontare le vostre storie o quelle dei testimoni che sceglierete.


Un'altra iniziativa sul tema della luce si terrà domani a Verona e s'intitola, La poesia di luce racconta la città.

Alle 21 in piazza dei Signori, ci sarà la serata con il paesaggista Mario Nanni “La poesia di luce racconta la città”, organizzata dall’ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Verona, dall’ordine degli Ingegneri di Verona e Provincia e dall’associazione Giovani Architetti.

“L’illuminazione notturna – ha spiegato Padovani – oltre ad avere risvolti positivi sulla percezione che i cittadini hanno in tema di sicurezza, ha la capacità di esaltare la bellezza e la preziosità di monumenti e piazze”.
“Questo incontro per professionisti – ha detto Gelmetti – saprà sensibilizzare sull’importanza della luce non solo gli addetti ai lavori ma anche tutti coloro che assisteranno all’evento”. Durante la serata aperta a tutti, Mario Nanni e il Soprintendente per i beni architettonici e paesaggistici per le province di Verona, Rovigo e Vicenza Andrea Alberti dialogheranno attorno al tema della luce come strumento di riqualificazione urbana e sociale. c.s.

domenica 23 maggio 2010

COPERNICO SEPOLTO CON ONORE



Niccolò Copernico, l'astronomo polacco che nel XVI secolo ebbe il coraggio di sfidare la Chiesa sul dogma della centralità della Terra - e quindi dell'Uomo - nell'universo, è stato sepolto oggi tra grandi onori nella cattedrale di Frombork, a nord della Polonia, dove per secoli le sue spoglie hanno giaciuto nell'anonimato. Se le autorità vaticane avevano già riabilitato l'opera di Copernico, come avvenuto per quella del nostro Galileo, la sepoltura dignitosa dei resti dell'eretico studioso dei cieli si deve alla riuscita collaborazione tra la volontà ecclesiastica e l'azione della sua compagna di una vita: la scienza.

La chiave di volta della vicenda, ancora una volta, è racchiusa in una sigla di tre lettere: dna. Copernico fu sepolto nella cattedrale di Frombork nel 1543, in una tomba priva di un nome o di un qualsiasi segno che potesse segnalare dietro la pietra le spoglie del padre dell'Eliocentrismo, il sole al centro del sistema solare e della vita. Su richiesta del vescovo locale, gli scienziati hanno iniziato le ricerche della tomba di Copernico nel 2004, scoprendo le ossa e il cranio di un uomo deceduto all'età approssimativa di 70 anni. Quella che Copernico aveva il giorno della sua morte, quando prima di spirare gli fu consegnata una copia del De Revolutionibus Orbium Coelestium, il suo trattato "sulla rivoluzione delle sfere celesti", appena pubblicato.

Da quelle ossa, dai denti in particolare, è stato tratto il Dna da confrontare con quello di alcuni frammenti di capelli ritrovati nei libri che appartennero all'astronomo, matematico e medico polacco. Il codice genetico era lo stesso, di qui la conclusione che le spoglie dello scienziato erano finalmente uscite dall'oblio della storia. Così, 467 anni dopo la sua morte, i resti di Niccolò Copernico sono stati nuovamente inumati nella cattedrale di Frombork. Ma questa volta ai piedi di una tomba nuova di granito nero, con incisa la rappresentazione di un modello del sistema solare. Nel corso della cerimonia religiosa che ha accompagnato l'evento, l'arcivescovo Jozef Zycinski, nuovo primate polacco, ha deplorato gli "eccessi di zelo dei difensori della Chiesa" e ha ricordato la condanna dell'opera dell'astronomo da parte di Papa Paolo V nel 1616.

Il ricordo di tanto oscurantismo non poteva essere cancellato in un giorno. Così, prima della solenne sepoltura, una bara di legno contenente i resti di Copernico ha viaggiato per alcune settimane attraverso la Polonia, è stata esposta a Olsztyn e nelle città con cui ebbe legami nella sua vita. E Wojciech Ziemba, arcivescovo della regione di Frombork, ha finalmente detto che la Chiesa cattolica è fiera che Copernico abbia lasciato alla regione l'eredità del suo "duro lavoro, della sua devozione e soprattutto del suo genio scientifico".
(22 maggio 2010)

sabato 22 maggio 2010

L'Enciclopedia della Rai



Vi piacerebbe rivedere\avere i più bei programmi culturali realizzati dalla Rai in oltre mezzo secolo?

Il sito La Rai per La Cultura propone i programmi culturali più interessanti per gli appassionati di Arte, Letteratura, Filosofia, Storia, Scienze e cultura.
Migliaia i titoli da scaricare e una sezione dedicata ai filmati rari da scaricare gratuitamente se si è abbonati Rai.
In occasione del compleanno di Edoardo de Filippo (Napoli, 24 maggio 1900) vi propongo la commedia "Sik Sik l’artefice magico".
Andata in onda il 1 gennaio del 1962, sul secondo canale della Rai, nell’interpretazione dello stesso Eduardo e di Angela Pagano, Ugo D’Alessio, Enzo Cannavale. Sik-Sik è un illusionista maldestro e squattrinato che si esibisce in teatri d’infimo ordine insieme con la moglie Giorgetta e Nicola, che gli fa da spalla. Quella sera il compare non si presenta per tempo e Sik Sik è costretto a sostituirlo con Rafele, uno sprovveduto capitato lì per caso: una scelta che si rivelerà catastrofica per il finto mago ma di esilarante comicità per il pubblico. Questo piccolo capolavoro di Eduardo è stato dapprima registrato su nastro magnetico; in seguito però l’incisione fu cancellata per consentire il riutilizzo del nastro: una merce, in quegli anni, preziosissima. Di questa memorabile interpretazione di Eduardo resta tuttavia uno straordinario reperto: la registrazione sonora effettuata da un giovanissimo telespettatore, Lello Mazzacane, oggi ordinario di Antropologia Culturale alla Federico II di Napoli, che l’ha custodita gelosamente negli anni.
Per scaricare gratuitamente usate il codice utente Rai.
Auguri intramontabile Edoardo de Filippo!

mercoledì 19 maggio 2010

EDOARDO SANGUINETI: CERCO UNA CONCLUSIONE FINALMENTE

Addio poeta Sanguineti, voce beffarda e ironica del Novecento (1930-2010). Vi propongo la sua intervista "impossibile" a Sigmund Freud.



Vivendo per capire perché vivo,
scrivo anche per capire perché scrivo:
e vivo per capire perché scrivo,
e scrivo per capire perché vivo



Premessa
in principio è il silenzio:
(poi si è fatto saliva, muco, sangue, sudore, orina):
(si è fatto sperma, merda): (e gesto): e un gesto è la parola: è voce che,
tangibile, ti tasta: (si è fatto borborigmo, fischio, gemito):
ma, a me,
la poesia già non mi piace (quasi quasi) più: e veramente, poi, da sempre,
io ho cercato di affondarmi e affogarmi, zavorrandomi, morbido e muto,
qui, dentro la prosa pratica del mondo:
adesso, per finire, torno,
annaspando stanco, verso il mio primo principio: (gesticolando): (in silenzio):


Poesie tratte da Edoardo Sanguineti, Il gatto lupesco. Poesie (1982-2001), Feltrinelli 2002

SAN PIETRO



Sono seduta sulla panchina nel parco: ragnatela d’asfalto sotto di me e luce bianca. Il verde del legno è screpolato. Schegge di vernice e uno strato di polvere annunciano l’estate. Un’altra estate torrida e romana.
Fino a ieri il silenzio m’impastava la bocca. Avevo la lingua pesante e gli occhi annebbiati. Poi ho scritto per tutta la notte. Ogni parola è sorta come un frastuono: il bagliore di un lampo e un tuono lontano. Da stanotte scrivo per mia figlia Rebecca. La mia eredità per lei. Parole per i giorni di silenzio. Il filo rosso che unisce le nostre vite.

Villa San Pietro è il tuo parco. E’ vicino a casa nostra, la casa dove sei nata. La prima volta che ci sei venuta avevi una settimana. Era la fine di settembre. La luce di settembre è la tua prima luce. C’era qualcosa di affettuoso nel modo in cui il sole ti avvolgeva. Il bianco delle lenzuola della carrozzina si accendeva di riflessi argento e arancio. E il tuo sonno si colorava, per la prima volta, della luce di un tramonto. Quel tramonto era nuovo anche per me. Illuminava un corpo trasformato, lesionato da un terremoto d’amore. Le mie mani spingevano la carrozzina, caute. Tutto il corpo teso a proteggerti, avvolgerti, custodirti ancora. La ferita mi costringeva ad una andatura lenta, da cerimoniale antico. La nostra prima passeggiata nel parco. Mi sono seduta su questa panchina a riprendere fiato. L’avevano riverniciata ed emanava l’odore pungente dei solventi. Il verde brillante del legno si rifletteva sulla navetta della carrozzina. Sembravi una piccola aliena atterrata su un pianeta appena scoperto. Anch’io mi sentivo così.

Ti ho mostrato i miei posti preferiti. Ad uno ad uno, con grande emozione.
Gli alberi del viale, gialli e fruscianti. Le foglie secche avevano un rumore gentile, simile all’acqua di una cascata. E’ il suono della caducità, del tempo che scorre. E’ un suono dolce a cui manca l’arroganza delle foglie verdi, la prepotenza del ramo frondoso. E’ fragile questo suono. Per questo mi piace.
Ti ho mostrato le statue sparse tra i cespugli: il lupo, il daino, il cervo, le dee seminude, gli angioletti, i santi, la vergine col bambino, il busto di Giulio Cesare, il vascello con le vele gonfie di vento. Un universo di pietra, immobile e immutabile. Le hai osservate con curiosità. E io ho smesso di raccontare per osservarti. Il nero dei tuoi capelli mi è sembrato di una bellezza struggente, in contrasto con il pallore di quegli angioletti ricciuti. Quanto mi sei sembrata vera all’improvviso. E forte, nonostante il corpo morbido e le ossa trasparenti, nonostante il tuo essere così altro da quella materia inanimata ed eterna. Ho pensato ad una statua che ti farò vedere: La Pietà. Sta qui vicino, in un’altra San Pietro. La prima volta che l’ho vista ho percepito la forza dell’eternità del marmo, il calore della mano di Michelangelo, la precisione del suo scalpello. Dopo un po’ che l’osservavo, però, il marmo ha cominciato a emanare l’amore fragile di un essere umano fino a perdere la sua natura. C’era, davanti a me, una piramide di cristallo piena di dolore, ed era pronta a infrangersi. La maternità mi si conficcava nel cuore come una scheggia. E quella scheggia bellissima sei tu.

ANCH'IO HO DEI SOGNI...



Solo fino all'osso, anch'io ho dei sogni
che mi tengono ancorato al mondo,
su cui passo quasi fossi solo occhio...
Io sogno, la mia casa, sul Gianicolo,
verso Villa Pamphili, verde fino al mare:
un attico, pieno del sole antico
e sempre crudelmente nuovo di Roma;
costruirei sulla terrazza, una vetrata,
con tende scure, di impalpabile tela:
ci metterei, in un angolo, un tavolo
fatto fare apposta, leggero, con mille
cassetti, uno per ogni manoscritto,
per non trasgredire alle fameliche
gerarchie della mia ispirazione...
Ah, un po’ d'ordine, un po’ di dolcezza,
nel mio lavoro, nella mia vita...
Intorno metterei sedie e poltrone,
con un tavolinetto antico, e alcuni
antichi quadri, di crudeli manieristi,
con le cornici d'oro, contro
gli astratti sostegni delle vetrate...
Nella camera da letto (un semplice
lettuccio, con coperte infiorate
tessute da donne calabresi o sarde)
appenderei la mia collezione
di quadri che amo ancora: accanto
al mio Zigaina, vorrei un bel Morandi,
un Mafai, del quaranta, un De Pisis,
un piccolo Rosai, un gran Guttuso...

(Verso le Terme di Caracalla, Pier Paolo Pasolini)

domenica 16 maggio 2010

sabato 15 maggio 2010

APPUNTAMENTI E LIBRERIE



Piove. E di uscire non se ne parla. Il cielo è liquido, un lago immobile, profondo e grigio. Dal fondo di questo lago vi auguro un buon fine settimana e se riusciste a trovare il tempo e il sole per una gita fuori porta vi consiglio due mete interessanti.

La prima è Firenze dove, a partire dalle 15:30 e fino alle 18:00, circa 800 cantori popoleranno musei, piazze, palazzi e chiese del centro storico per recitare in gruppo o da soli i canti della Divina Commedia. L'iniziativa si chiama All'improvviso Dante,100 canti per Firenze. Per informazioni tel. 055\706561

La seconda è, come sempre, la libreria. Con un libro si resta a galla anche nel cielo più grigio. Se siete genitori di figlie adolescenti che sognano di fare le veline, o insegnanti di adolescenti che sognano di fare le veline, oppure voi stesse adolescenti che sognano di fare le veline vi suggerisco il libro Care ragazze di Vittoria Franco (Donzelli, pp.165 euro 16).

Care ragazze è dedicato alle donne perché ricordino una legge fondamentale e cioè che i diritti delle donne non sono dati per natura. Hanno una dimensione storica e sono il frutto di lotte, impegni e sacrifici di molte generazioni.

Ecco alcune conquiste lente e cruente:

1974= divorzio
1975= la donna è sotto la tutela del padre\marito\fratello
1978=nessuna possibilità di abortire nemmeno nei casi più gravi
1981=è ancora in vigore l'articolo 587 del codice penale che riconosceva le attenuanti del "delitto d'onore" al marito
1996= lo stupro veniva considerato dal codice un delitto contro la morale e non contro la persona.

Care ragazze ricorda a tutte di dare al corpo la dignità che merita.

Buon fine settimana

mercoledì 12 maggio 2010

EUGENIO SCALFARI, MODERNO ULISSE



Dopo L'uomo che non credeva in Dio, esce nei Supercoralli Einaudi il breviario civile, metafisico e morale di uno dei grandi protagonisti del tempo in cui viviamo.

«Io so perchè ho scritto questo libro. Pensavo di aver chiuso con le pagine bianche da riempire di tremolante scrittura che non parla di fatti ma di pensieri. Invece ho dovuto» Eugenio Scalfari.

Questo è un libro che nasce da una «chiamata a testimoniare per scrivere di un'epoca, dalla sua nascita al declino, fino al gran finale. Un viaggio che inizia con gli Essais di Montaigne e si conclude con la poesia malinconica di Montale e con la speranza di Italo Calvino, - «l'ultima sua illusione» - di trasmettere al secolo successivo un canone di leggerezza, esattezza ed eleganza dell'intelletto. «Un sabba, non di diavoli e di streghe ma di anime e di stelle danzanti», il racconto appassionato di un instancabile lettore che riflette su quattrocento anni di storia del pensiero.


Ecco un'intervista all'autore dal sito miolibro.it

Scalfari moderno Ulisse
di Wlodek Goldkorn

E una citazione del XXVI Canto dell'Inferno, quello di Ulisse, che diede la forza di sopravvivere a Primo Levi in una baracca di Auschwitz, il titolo del libro di Eugenio Scalfari in uscita con Einaudi: 'Per l'alto mare aperto'.

'La modernità è un pensiero danzante'. Si tratta di un testo insolito, costruito in parte alla maniera di un conte philosophique e in parte come un saggio in cui Scalfari si misura con la modernità: la racconta, la definisce in uno spazio temporale e storico da Montaigne a Nietzsche, fino a Calvino e Montale. Il testo è anche una sorta di viaggio, con Diderot come immaginario e immaginifico Virgilio, incontrato a Parigi mentre riflette e osserva le donne di facili costumi ("Le mie idee le mie puttane"). Un'ascesa dai confini estremi della metafisica (Agostino) fino all'affermazione della libera volontà dell'individuo, conscio della propria autonomia e capacità di giudizio. Di quell'ascesa il protagonista è Odisseo: l'eroe moderno di ogni naufrago consapevole del fatto che l'incertezza, figlia della mancanza, o forse della demolizione dell'Assoluto, è la nostra irrimediabile condizione esistenziale. Ulisse rifiuta l'immortalità perché vuole essere padrone del proprio destino. Non vuole accettare l'eterno presente, perché sa che da qualche parte c'è Itaca, ossia esiste un futuro che ha le radici nel passato. Ma poi è davvero così? Scalfari nel suo libro parla in sottotraccia dei barbari e della memoria che viene a mancare.
Eugenio Scalfari, cominciamo dall'inizio. Per esergo del libro c'è una citazione di Anna Achmatova. La poetessa russa dice "Ma voi amici! Siete rimasti in pochi"... Perché?
"Quella poesia è un saluto agli amici, ai pochi amici ancora rimasti, che erano all'epoca vecchi come lei. E io ho voluto scrivere questo libro come saluto agli amici, ai pochi amici che mi sono rimasti".

Achmatova assieme ai suoi amici si ostinava a resistere ai barbari, in quel caso gli stalinisti. Anche i nostri sono tempi di barbari e resistenza? Leggendo il suo libro si sente l'urgenza della barbarie che incombe. E lei ne parla spesso anche nei suoi interventi in questi giorni.
"Io uso il termine 'invasioni barbariche', perché è molto in voga. I barbari sono i contemporanei. Io distinguo infatti tra i moderni e i contemporanei, però non voglio dare un giudizio negativo su questi ultimi".

Intanto. Chi sono i primi?
"Sono coloro che hanno ancora una qualche idea di storia della modernità così come nacque con l'illuminismo, modificato dal romanticismo e dalle avanguardie e fino al relativismo".

Siamo tutti figli di quella cultura.
"È una cultura che è terminata. Non è la prima volta che un'epoca si chiude. Il problema è che chiudere un'epoca non è un'operazione semplice come spegnere la luce".

Le epoche si chiudono con le catastrofi.
"Soprattutto si chiudono lentamente. Un esempio che ci è familiare: il tramonto dell'impero romano è durato due secoli. Non finisce nel 476 quando Romolo Augusto viene deposto e Odoacre diventa patrizio romano. Il declino dell'impero inizia prima, con Teodosio, mentre la vera fine si ha con l'arrivo dei Longobardi".

Oggi è tutto più veloce.
"Vero. Ma il punto è che chi vive nell'epoca del declino non se ne rende conto (un'eccezione ai tempi dei romani era Boezio). Ho la sensazione che noi pensiamo che quello che sta succedendo è una correzione del corso della storia come avvenne ai tempi del Romanticismo: non percepiamo come al posto della modernità siano venuti i contemporanei, appunto".

Chi sono?
"Una nuova generazione, radicalmente diversa, nel linguaggio e nei valori, da quelle precedenti. Finora, di generazione in generazione, abbiamo conosciuto i modi di vita, i valori e i linguaggi di chi c'è stato prima di noi. E li abbiamo contestati. Abbiamo cercato di innovare, partendo dalle conoscenze del passato. Oggi c'è invece il rifiuto di valori precedenti. Si cerca di ricominciare da zero. La parola scritta è rifiutata. Il linguaggio nuovo è quello fatto da immagini e suoni".

Ed è questa la barbarie?
"Alla lettera, sì. I barbari sono coloro che secondo i greci non possedevano il loro linguaggio: gli altri. Però il linguaggio e il pensiero sono il riflesso l'uno dell'altro. Il pensiero determina il linguaggio, ma è da esso a sua volta condizionato. E quando mutano i modi di scambiare il pensiero cambia la civiltà. Ma non mi chieda come sarà l'epoca che sta cominciando. E non mi faccia dire che i barbari sono peggiori di noi".

I barbari mancano di memoria?
"I contemporanei hanno tutte le banche dati nei loro computer. Quando vogliono usare cose antiche perché gli servono, le rintracciano comodamente. Non mancano di memoria, la rifiutano".

Rifiutano la nostra memoria collettiva?
"Certo".

Una parte della classe dirigente del Paese ha difficoltà a celebrare il 150 anniversario dello Stato. Si è mai visto nella storia un potere che non vuole festeggiare la nascita dello Stato che governa?
"È un buon esempio del rifiuto della memoria. Ovvio che la versione scolastica del Risorgimento è oleografica e sbagliata: si trattò di un fatto di élite in assenza delle masse popolari. Ma la Storia l'hanno sempre fatta le minoranze attive e non le masse, sono state sempre le minoranze (talvolta spinte da grandi ideali, talvolta da cupidigia o avventurismo) all'origine delle svolte politiche e sociali, che hanno dato vita ai nuovi poteri. Non sempre però il nuovo potere riesce a coinvolgere successivamente le grandi masse popolari".

È successo in Italia?
"Non sarei così drastico. È stato faticoso. I cattolici furono tenuti fuori dalle istituzioni per 40 anni. L'Italia contadina, tagliata fuori dal mercato, analfabeta, priva di ospedali e che come espressione dello Stato ha conosciuto solo i carabinieri e gli esattori delle imposte, costituiva il 65 per cento del Paese. L'idea della nazionalità è arrivata tardi, e drammaticamente, nel mare di sangue e nel fango delle trincee del Carso e dell'Isonzo. Ma basta parlare di politica".

Una sola domanda ancora. Come definirebbe la Lega rispetto alla modernità?
"Più che premoderna è vandeana".

Torniamo al libro. Lei parla tra le altre cose del ruolo degli intellettuali, e spiega come questa figura sia legata all'idea di modernità. Con il passaggio d'epoca avremo ancora degli intellettuali o solo degli specialisti in determinate materie?
"Il rischio che sia la tecnologia a guidare l'uomo e non l'uomo la tecnologia, esiste. E lo specialismo aumenterà. Ma a questa tendenza, gli ultimissimi moderni hanno reagito. Basti pensare a figure come Paul Valéry, Montale e Calvino. Sono persone che hanno parlato di tutto perché la modernità non è specialismo. Il pensiero moderno comporta l'universalità. Quello che succederà dopo? Fare previsioni sul futuro è come scrivere sull'acqua".

Sinceramente, non le fa paura un mondo privo di autorità morali indipendenti, dove non ci saranno più uomini armati solo di parola, ma della cui posizione tutti devono tener conto, soprattutto quando non sono d'accordo?
"È una domanda da fare ai contemporanei e non a un moderno. Mi è difficile immaginare che si potrà fare a meno di uomini in grado di spiegare il mondo e il nesso tra causa ed effetto. Ma quelli di cui abbiamo appena parlato erano dei sopravvissuti. È stato Nietzsche l'ultimo dei moderni".

Perché?
"Perché distrugge la metafisica. La modernità comincia il suo cammino lottando contro la metafisica. È un punto fondamentale. Il problema è che Nietzsche viene scambiato per un nichilista. Lui invece è un relativista. Con Nietzsche cessa il credo negli assoluti e quindi nell'Assoluto. E il mondo diventa un mondo di interpretazione dei fatti. Attenzione: non si tratta di un soggettivismo radicale che dice che il fatto non esiste perché è tutto un'invenzione del nostro pensiero".

Infatti Nietzsche non torna a prima di Cartesio.
"Lo prosegue, anche se per paradosso. Il modello che distrugge è quello platonico: di idee archetipiche che stanno di là, nell'oltremondo. Nietzsche dice invece che il centro è in ognuno di noi. E a pensarci bene questa è un'esperienza che ognuno di noi verifica nella propria vita. Ma potrei dire che Nietzsche per certi versi si riallaccia perfino a Sant'Agostino: perché la predeterminazione della salvezza anticipa paradossalmente una modernità che si disfa della metafisica".

In fondo questo è il tema del suo libro: la storia della modernità, un percorso che lei comincia con Montaigne.
"E con l'idea che tutto si muove intorno a noi mentre noi misuriamo tutto con il nostro metro, che anche esso cambia, perché anche noi cambiamo mentre osserviamo. Nietzsche parla a un certo punto del fatto che dal caos può nascere "una stella danzante Ecco perché 'La modernità è il pensiero danzante'. È la flessibilità estrema: è il percorso da Montaigne a Nietzsche. Con quest'ultimo la modernità ha già dato tutto quello che poteva dare. Del resto Nietzsche sa che il modo con cui viene letto dipende anche da chi lo legge e con quale stato d'animo, con quale predisposizione".

E siamo al libero arbitrio, fondamento della modernità. Fin dove si può spingere? Dove è il limite? Fin dove è lecito dire: faccio così perché lo voglio?
"Per Schopenhauer il vivere è il volere, ma il volere è qualcosa di inesplorabile, una cosa inintellegibile, che è impossibile vedere come nasce. Ma perché non lo possiamo vedere? Perché noi abbiamo una cosa che si chiama inconscio e che è il deposito degli istinti, un grumo di passioni".

E siamo a Freud, un altro tra i protagonisti del suo libro e della modernità...
"Dico un paradosso: se noi sapessimo come nasce la volontà aboliremmo l'inconscio. Ovviamente non siamo in grado di farlo, anche perché l'inconscio rimane un organo misterioso, nonostante il lavoro della medicina e dell'analisi psicologica: nasce in una zona che non possiamo definire anatomicamente. Ecco, il libero arbitrio affonda in un brulicare di istinti che è impossibile tenere sotto la lente. Possiamo solo cercare di capire quale è l'istinto predominante: ed è quello della sopravvivenza. Lo è nel regno animale, vegetale, e perfino nella struttura dell'atomo. È un istinto che si biforca tra l'egoismo, l'amor proprio, e la sopravvivenza della specie".

Ora ha definito cosa è l'etica: è sapere essere cosciente che la sopravvivenza è anche collettiva.
"Infatti, l'autonomia della coscienza significa l'assunzione della responsabilità. L'essere umano è l'unico in grado di pensare il proprio pensiero, l'unico che sa che un giorno dovrà morire: evento inaudito. Siamo gli unici che sono coscienti di invecchiare. Sono cose che ci danno il senso del limite. Non è solo etica. La consapevolezza di morire ci porta a creare degli esorcismi contro la morte. Uno perché scrive i libri?".

Per continuare a vivere oltre la morte.
"Per prolungare la memoria di sé. Vale anche per il contadino che pianta l'albero".

Lei racconta un Odisseo che rifiuta l'offerta dell'immortalità e del perenne amore della ninfa Calipso. Rifiuta quindi la felicità. Perché?
"Racconto anche un Ulisse animalesco. Quello che tornato a Itaca riacquista quell'istinto di violenza che sembrava aver superato durante il viaggio perché ne era diventato consapevole".

Ma perché rifiuta l'immortalità?
"Perché Ulisse è consapevole che gli dei non hanno né passato né futuro, che gli dei sono delle figure stereotipe e lui non lo vuole diventare. Odisseo è un uomo consapevole di se stesso e non vuole trasformarsi in un qualcosa che non lo è. L'offerta d'immortalità equivale alla scomparsa del suo io. Ecco perché lui quell'offerta la rifiuta".

E la felicità?
"Quella appartiene all'Idiota di Dostoevskij. L'uomo che ha rinunciato al pensiero".

martedì 11 maggio 2010

"CADE L'ACROBATA ENTRANO I CLOWN"

Veltroni e Pasolini in una foto degli anni '70.


TEATRO
Il sogno di un giorno nell'inferno dell'Heysel
Un monologo di Walter Veltroni, "Quando cade l'acrobata, entrano i clown".
Un uomo svela alla moglie una brutta bugia: dieci anni prima, di nascosto, era andato a Bruxelles per Juve-Liverpool. Là aveva visto la morte in faccia

di MAURIZIO CROSETTI


UN uomo racconta finalmente il suo segreto alla donna che ama, però lei non ascolta. Lei dorme, invece, dentro una notte quieta, in una camera d'albergo sul mare. Dieci anni è durato quel segreto, era anche paura e non solo bugia: lui le disse che sarebbe andato a Londra per l'addio al celibato, invece andò a Bruxelles per Juve-Liverpool e un altro tipo d'addio: alle illusioni di un ragazzo che amava il pallone, e aspettava una festa e una Coppa da vincere, finalmente. "Verrà il giorno che smetterò di sussurrare parole a questi occhi chiusi". Dieci anni col tormento della morte sfiorata e mai davvero elaborata, col senso di colpa dei sopravvissuti e la fine di tutti i sogni. L'ultima partita, veramente (è anche il sottotitolo del libro). Pesa troppo, questo silenzio, per covarlo ancora.

È il meccanismo narrativo scelto da Walter Veltroni per raccontare l'Heysel, venticinque anni dopo. Un monologo teatrale, Quando cade l'acrobata, entrano i clown (Einaudi, pagg. 68, euro 9): la frase è di Michel Platini, la pronunciò per giustificare la partita a ogni costo, la finale della Coppa dei Campioni giocata comunque il 29 maggio 1985, dopo e nonostante quei trentanove morti. Una frase a effetto, ma anche una colossale sciocchezza: è tempo di dirlo. Perché quella coppa resta una delle pagine più terribili nella storia dello sport, doveva essere restituita, eppure ci fu chi riuscì addirittura a festeggiare.

È un testo di notevole ambizione poetica, quello di Veltroni, scrittore e juventino appassionato. L'autore si mette in gioco, dunque a nudo, e rivela tutte le fratture che la notte di Bruxelles provocò in chi c'era e in chi guardava, e aspettava. Lei dorme, serena; lui parla, come ancora tramortito dal ricordo. E sono tutti dolori messi in fila, fotografie dell'anima ferita. Proprio questo terribile, luminoso repertorio visivo è forse la cosa migliore del libro. La rete che cedette. Le scarpe dei vivi e dei morti, eccole che rotolano dopo che i piedi hanno calpestato la vita degli altri. "Sembra una festa sui prati. Un ricevimento di matrimonio".

Così precipitò quel pomeriggio dopo un giorno di sole bellissimo, sulle tribune dello stadio decrepito c'era il rosso del tramonto e delle maglie degli inglesi. "Era di maggio, ero un ragazzo". Prima, avevano giocato i bambini sullo stesso prato della tragedia. Il racconto procede per quadri che sono anche immagini di coscienza e frammenti di incubo, un viaggio nel puro terrore mascherato da festa.

Si viaggiò verso Bruxelles per ricevere un regalo, il trofeo troppe volte negato alla Juve. "Io stavo andando a una partita di calcio. E mi ero vergognato di dirtelo". La vita e la morte insieme, sulle gradinate, avversari in attesa. Noi e quelli di Liverpool. "Fratelli felici di essere giovani. Insieme e diversi, come i colori in una scatola"; nel tempo strano in cui non si è più figli e non ancora padri, in quella stagione che dice addio ai giochi ma non ai sogni, e mai al pallone che ci lascerà ragazzini per sempre.

"Le ore dell'attesa furono smaglianti". Poi, solo la morte. L'uomo che cammina e chiede "dove sei, dimmi dove sei?", e cerca un figlio, o forse un padre. Il sangue. I manganelli degli assurdi gendarmi a cavallo. I bigliettini messi in mano ai giornalisti perché, per favore, chiamassero l'Italia (mica esistevano i cellulari nel 1985) e dicessero sono vivo, stiamo bene, stai tranquilla mamma. Non potevamo farlo per tutti, c'era l'agguato della morte da raccontare.
Adesso il protagonista conta i capelli della sua donna che dorme. Quanto sei bella, le dice. Quanto ti amo. Devi perdonarmi e capire il mio segreto. La curva Z, l'ultima lettera come la fine di tante cose. "Goditelo, questo tempo che non tornerà". Ma gli inglesi hanno già sfondato, il muretto ha ceduto, la vita schiaccia e scappa. Non c'è ossigeno, non c'è futuro. "Ci stiamo uccidendo tra di noi, ci calpestiamo". Corpi disarticolati, pupazzi senza senso. Non c'era niente da cercare, dentro l'ultima partita. Tu dormi, io ti amo e non ho mai smesso di soffrire. "Ero corso appresso a me bambino che scappavo".

(10 maggio 2010) © Riproduzione

mercoledì 5 maggio 2010

IL MISTERO DELLA MORTE DI PASOLINI

Il delitto Pasolini nelle immagini di Citti e Martone
(4 maggio 2010)

A uccidere Pasolini non fu solo il Pelosi, quella notte all'Idroscalo c'erano almeno altre tre o quattro persone. E c'erano due auto e non solo quella dell'intellettuale ucciso. Ne è convinto l'amico e regista Sergio Citti che dieci giorni dopo l'omicidio - nel novembre del 1975 - fece delle riprese sul posto del massacro a caccia di prove e testimonianze. Lì trovò un pescatore che nella notte aveva visto due auto e diversi uomini picchiare Pasolini. Nel video che vedete Citti ripreso da Mario Martone e interrogato dall'avvocato Guido Calvi commenta le immagini che ha girato lui stesso oltre 35 anni fa e dice la sua verità sulla notte che morì Pasolini. Il video è stato girato da Mario Martone nel luglio del 2005, tre mesi prima della morte di Sergio Citti. Ora è depositato agli atti alla Procura della Repubblica di Roma ed è un documento unico per le indagini che si avvarranno anche del lavoro dei Ris. Oggi è stato presentato dall'avv. Calvi e da Martone alla Casa del Cinema di Roma. Repubblica Tv è la prima a farvi vedere questo documento, in versione integrale.


martedì 4 maggio 2010

L'UOMO E IL MARE



Ho ritrovato, e quindi riscoperto, una bella poesia di Charles Baudelaire da "I fiori del Male".
Oggi la propongo ad una classe di studenti "avventurosi" e quindi simili ai personaggi delle opere che abbiamo studiato in queste ultime sttimane (Il canto di Ulisse, Il vecchio e il mare, le riflessioni sul mare di Pietro Citati).
Intanto eccola per tutti voi, soprattutto chi nel mare vede un fratello inseparabile, e per chi eternamente lotta con le sue profondità.


L’uomo e il mare di Charles Baudelaire

Uomo libero,
sempre tu amerai il mare!
Il mare è il tuo specchio:
contempli l'anima tua
nell'infinito srotolarsi
della tua onda,
e il tuo spirito
è un abisso non meno amaro.
Ti diletti a tuffarti
nel seno della tua immagine;
l'abbracci con gli occhi
e con le braccia,
e il tuo cuore si distrae
talvolta dal proprio battito
al fragor di quel lamento
indomabile e selvaggio.
Entrambi siete
tenebrosi e discreti:
uomo,
nessuno ha sondato
il fondo dei tuoi abissi;
mare,
nessuno conosce
le tue intime ricchezze:
tanto gelosamente serbate
i vostri segreti !
E tuttavia da secoli innumerevoli
vi fate guerra senza pietà nè rimorsi,
tanto amate la strage e la morte,
o lottatori eterni,
o fratelli inseparabili!

lunedì 3 maggio 2010

SEGUENDO L'EQUATORE



Si intitola Seguendo l’Equatore. Un viaggio intorno al mondo. È il libro che Mark Twain scrisse nel 1896 sulle sue conferenze tenute in giro per il pianeta per guadagnarsi da vivere e pagare i debiti di un fallimento
editoriale disastroso.
Tradotto da Dario Buzzolan e pubblicato per la prima volta
in Italia da Baldini Castoldi Dalai (576 pagine, 22 euro).
In libreria dal 22 aprile!


Mark Twain è lo pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (Florida, 30 novembre 1835 – Redding, 21 aprile 1910), scrittore, umorista, letterato, polemista e conferenziere. È considerato una fra le maggiori celebrità americane di ogni tempo. La sua opera ha influenzato come poche altre la letteratura mondiale. B.C.Dalai editore ha pubblicato nei Classici Tascabili Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn. . Da leggere e rileggere. Per il puro piacere dell'avventura.

domenica 2 maggio 2010

FELICI A SCUOLA


Sorpresa, i professori sono felici

"Uno studio Iard sui docenti nella scuola rivela: otto su dieci rifarebbero la stessa scelta. Lo stress non dissuade: si premia l'impegno degli studenti
di MICHELE SMARGIASSI

Docenti recidivi. Stressati ma non pentiti. Orgogliosi e appagati da un mestiere malpagato e incompreso, più di otto su dieci lo sceglierebbero di nuovo. Gli insegnanti italiani resistono sulla tolda della cattedra, al timone di una scuola in affanno, alla guida di ciurme turbolente, ma tutto sommato ottimisti, convinti che la loro microsocietà sia meno scalcinata di come i media la dipingono. E forse lo è, vista la sincerità con cui, alle domande della terza indagine Iard sulle condizioni di vita e di lavoro nella scuola italiana, edita dal Mulino, ammettono anche limiti, incertezze e malumori.

C'è vita nella scuola; bene, perché quest'esercito di ottocentomila pedagoghi è pur sempre il più potente intellettuale collettivo del nostro paese. Un patrimonio che, scoprono i curatori dell'indagine, Alessandro Cavalli e Gianluca Argentin, non sembra troppo logorato. A dispetto di tutto. Vent'anni dopo la prima rilevazione, infatti, l'identikit del docente italiano resta problematico: la classe insegnante più vecchia del continente (alle medie il 70% ha più di cinquant'anni), la carriera più accidentata (fino a 9 anni per entrare in ruolo), gli stipendi del 10-20 per cento sotto la media, la femminilizzazione travolgente (otto donne su dieci cattedre, 95% alle elementari) che tradisce ancora il mestiere-rifugio per donne incatenate alla "doppia presenza".

Ti aspetteresti, in simili trincee, truppe demoralizzate. Nient'affatto. Gli insegnanti italiani sono molto più soddisfatti di dieci anni fa. La quota di chi "sceglierebbe di nuovo la professione di insegnante", ora l'82%, è cresciuta di 9-10 punti in ogni ordine di scuola. Viceversa, quanti sognano la fuga verso la pensione o un altro lavoro, i "bruciati", i burn-out, sono calati nella stessa misura. Cosa mai è successo di tanto incoraggiante, in questo decennio, alla scuola italiana? Nulla. La scuola non è migliorata. Forse è peggiorato tutto il resto. E nella crisi generale la scuola ha sofferto di meno. Dicono gli insegnanti: il "microclima" in classe è migliore di quel che appare. Aule e corridoi sono spazi di relazioni umane soddisfacenti coi colleghi, i dirigenti, soprattutto (91%) con gli studenti: "poter lavorare coi giovani" del resto è la prima (63%) motivazione per scegliere questo mestiere. E le scuole-inferno del bullismo, le scuole-babele delle mille nazionalità? Problemi, ma affrontabili.

Autostima o ottimismo della volontà? È incoraggiante che più di 3 insegnanti su 4 dichiarino di aver scelto il loro mestiere per vocazione e non per motivi pratici (garanzia del posto, tempo libero ecc.). Ma cos'è una "vocazione"? Dieci anni fa sembrava affermarsi tra i prof la più moderna auto-immagine di "professionisti", ora torna a prevalere la rivendicazione della "funzione sociale". Retromarcia difensiva: lo stipendio arranca, la precarietà aumenta, la considerazione sociale crolla: ma di che professionalità parliamo? Eppure sono in genere buoni insegnanti. Il rapporto mette un 20-30% addirittura nella fascia di eccellenza. L'impegno cresce: ormai la metà dei docenti "stanno a scuola" ben oltre l'orario di lezione. La vecchia "semiprofessione" da casalinghe è per molti oggi un mestiere a pieno tempo; il "patto al ribasso" democristiano (lavori poco, ti pago poco) sta saltando. Solo la busta paga non se n'è accorta.

Eppure la stessa autovalutazione dei prof è spesso severa. Sanno di essere stati reclutati con criteri lontani dal puro merito, si sentono competenti sulle proprie materie ma mal preparati a insegnarle (9 maestri su 10 non hanno mai seguito un corso di specializzazione). Confessano anche qualche pigrizia nell'auto-formazione: benché più lettori della media e anche delle altre professioni "intellettuali", un docente su cinque alle superiori non ama i libri, i prof delle medie meno di tutti (il 44% ne legge meno di tre l'anno), anche meno dei maestri elementari. Però molti si sforzano di tenersi al passo. Del tutto volontariamente, i docenti italiani sono entrati nell'era telematica, comprando a proprie spese computer e banda larga: quasi 9 su 10 sono connessi (la media fra i laureati è del 77%). Ma se ne servono ancora poco (meno della metà si collega ogni giorno) e non in classe: a parte i laboratori di informatica, il pc serve per preparare le lezioni, ma non per fare lezione.

In classe, poche novità, forse un vento d'antico. La "lezione frontale" sembra tornare sovrana. Ma è una scelta pragmatica, non tradizionalista: terminata l'era delle sperimentazioni audaci, prevale un dosaggio di "frontalità" e "interattività". Se una rivoluzione c'è stata, riguarda l'ultimo atto: il voto. Che non certifica più il raggiungimento di un certo livello di conoscenze. Per un docente su quattro la "quantità di apprendimento" non conta proprio. Timorosi (50%) di non possedere criteri di giudizio "oggettivi" equi, preferiscono premiare i progressi e l'impegno dimostrati dal singolo studente. La società esterna invoca rigore e severità, ma le deresponsabilizzanti interrogazioni programmate sono ormai di rigore in circa una classe su quattro (erano il 17% dieci anni fa), senza grandi differenze tra licei e professionali, tra scuole del nord e scuole del sud. Lassismo? O rifiuto di fare da foglia di fico, di essere gli unici controllori implacabili in una società dalle regole rilassate? L'isola-scuola si difende diventando autoreferenziale. Ma se non sono più i "custodi del lucignolo spento" di don Milani, e neppure le "vestali della classe media" della sociologia anni '70, i nostri insegnanti cosa vogliono essere?

(01 maggio 2010)



Io e i miei studenti dell'ultimo anno prima della performance "I Bipedes"


P.S.
Io rispondo: gli ispiratori di un nuovo illuminismo, i cantastorie del XXI secolo, il filo di Arianna negli affascinanti percorsi labirintinci, gli "amici di letture".
:)))

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...