LA PARRUCCA DI NEWTON



Invidioso, collerico, vendicativo, misogino: il volto segreto del grande scienziato in un romanzo del cosmologo Luminet "La parrucca di Newton".

Una recensione di PIERO BIANUCCI
Jean-Pierre Luminet, 59 anni, è tra i più importanti cosmologi francesi e tra i più conosciuti nel mondo. Un suo interesse giovanile è la fisica dei buchi neri. Nel 1979 fu tra i primi a studiare gli effetti del passaggio di una stella vicino a un buco nero super-massiccio come quelli che occupano il centro di molte galassie. Nel 2004 i satelliti «Chandra» e «Newton» hanno permesso di osservare direttamente i fenomeni che Luminet aveva intravisto con gli occhi della mente e della matematica.

Sua è l’intuizione, datata 1995, di un «universo stropicciato». In parole più tecniche, l’universo avrebbe una topologia «non semplicemente connessa». Nel 2003, analizzando i dati del satellite Wilkinson-Map sulla radiazione cosmica di fondo, ha proposto l’ipotesi che l’universo abbia una curvatura positiva rappresentabile come uno spazio dodecaedrico di Poincaré: in pratica, una forma a pallone da calcio. Questa idea è stata poi messa in discussione ma conserva un forte fascino intellettuale.

La cosa curiosa è che Luminet è anche scrittore e poeta. In lui divulgazione e narrativa si fondono per dare origine a romanzi che potremmo classificare in un genere autonomo: il realismo scientifico. Dopo un romanzo su Copernico e uno su Galileo, è appena uscito in Francia il romanzo della vita di Newton: La perruque de Newton, edito da JC Lattès, 350 pagine, 20 euro.

Se le contraddizioni del carattere sono una costante dei grandi personaggi romanzeschi, Newton è il protagonista perfetto. Famoso per la lucida mente razionale che lo portò alla scoperta della Legge di Gravitazione Universale, in realtà si occupò di scienza solo per un breve periodo della sua lunga vita (85 anni). Per un tempo assai più lungo – come ci ricorda Luminet in modo fedelmente didascalico – Newton si occupò di teologia (fino ad assumere posizioni eretiche sul dogma della Trinità), magia e alchimia. La sua fluente parrucca nascondeva un cranio completamente calvo a causa dei vapori di mercurio liberati negli esperimenti alchemici. Al calcolo infinitesimale, inventato per dare veste matematica alla legge di gravità, si affiancano notti insonni passate a fare lunghi e insulsi calcoli per prevedere la data dell’Apocalisse. In più, c’è un Newton pragmatico, che dirige con estremo rigore la Zecca di Londra. E c’è un Newton invidioso, collerico, geloso dei colleghi, vendicativo, maniacale, misogino. Amico inseparabile di un compagno di studi, Nicholas Wickins, per vent’anni divise con lui la camera al Trinity College, destando qualche comprensibile sospetto. Sul letto di morte Newton confesserà di non aver mai conosciuto una donna e di essere ancora vergine.

Questo Newton segreto è stato a lungo rimosso e censurato. Un baule con i suoi scritti per due secoli fu rifiutato dagli eredi e sottratto agli studiosi: sono le famose «Carte di Portsmouth».

Primo esploratore delle «Carte di Portsmouth» fu l’economista Lord Keynes. A proposito delle pagine alchemiche e teologiche, giustamente Keynes ha osservato: «A partire dal XVIII secolo Newton fu considerato il primo e maggiore scienziato dell’età moderna, un razionalista, un uomo che ci insegnò a pensare lungo le direttrici di una ragione fredda e pura. Non lo vedo in questa luce. \ Egli fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei babilonesi, l’ultima grande mente che guardò il mondo con gli stessi occhi di coloro che cominciarono a costruire la nostra tradizione culturale un po’ meno di diecimila anni fa».

Ben nota è la lite tra Newton e Leibnitz sulla paternità del calcolo infinitesimale. Meno divulgata è la ruggine con Robert Hooke per la priorità nella scoperta della legge di gravità. Ancora prima, era stata la teoria della luce motivo di contesa tra i due. Per essere sicuro di avere l’ultima parola, Newton attende la morte di Hooke (1703) per pubblicare, nel 1704, la sua Optiks, opera nella quale descrive lo spettro solare ottenuto facendone passare i raggi attraverso un prisma e formula l’ipotesi che la luce sia costituita da «particelle». Questa intuizione fu poi abbandonata quando i fenomeni di interferenza dimostrarono la natura ondulatoria della radiazione luminosa, ma verrà riesumata da Einstein quando nel 1905 introdurrà il concetto di «fotone» per spiegare l’effetto fotoelettrico (il lavoro che 16 anni dopo gli procurò il Nobel per la fisica).

Pur nella sua tendenza all’isolamento, Newton non disprezzava il potere. Dopo essere stato governatore della Zecca reale, nel 1704 prese in mano la direzione della Royal Society, la più prestigiosa accademia scientifica dell’epoca, e la tenne inflessibilmente per vent’anni. L’incarico gli permise di consacrare la propria fama, operazione che curò anche ricorrendo a sistemi meschini. Nel 1710 dovette occuparsi del trasferimento della Royal Society dalla modesta sede del Gresham College agli ampi locali di Crane Court. Nel trasloco furono spostati innumerevoli ritratti di scienziati. Stranamente, uno solo andò perduto: quello di Hooke.

Autore: Jean Pierre Luminet
Titolo: La perruque de Newton
Edizioni: JC Lattès
Pagine: 35o
Prezzo: 20 euro

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