venerdì 30 aprile 2010

UN HAIUKU


Un post velocissimo, tra una lezione e l'altra, tra una preparazione e l'altra. Per prendere una boccata d'ossigeno, per intravedere l'infinito anche quando le ore si dispongono intorno a un cervo, all'attacco come lupi ululanti.

Salta il cane
Un'onda d'erba scintilla
E' già la sera


Buon venerdì!

lunedì 26 aprile 2010

LEZIONI AMERICANE... DI JOVANOTTI




Jovanotti fa lezione a Harvard
"Musica, diritti umani ed emozioni"
Negli Usa per una serie di concerti, Lorenzo invitato nel più antico ateneo americano per raccontare la sua esperienza. Nell'articolo che segue un'anticipazione dei contenuti del suo discorso. "La musica è uno spazio in cui si realizza un tipo di giustizia che fuori dalla musica non esiste"

Articolo di PAOLO GALLORI (La Repubblica.it)

ROMA - "Io non faccio rap, me ne sono servito come mezzo espressivo in gioventù. Oggi faccio la mia musica e la mia musica vuole solo il bene della gente". Questo rispondeva Jovanotti a chi, qualche anno fa, gli chiedeva di rispondere a chi contestava il suo ruolo di "padrino" del genere musicale in una scena sempre più dominata da rapper incavolati con la vita. Una risposta che sintetizza e spiega, come una massima, le ragioni dell'invito giunto a Lorenzo Cherubini dall'Università di Harvard.

Perché a Cambridge, Massachussets, nel più antico ateneo degli Stati Uniti, oggi Lorenzo salirà in cattedra per parlare di un tema strettamente collegato alla bontà, al bene, alla solidarietà e all'empatia col genere umano: il rapporto tra musica e diritti umani. Un invito che, oltre a impreziosire la tournée statunitense di Lorenzo, suona anche come un alto riconoscimento all'instancabile richiamo della sua musica al desiderio di un mondo migliore e alla responsabilità di tutti per guadagnarcelo.

Jovanotti scrive dall'America per raccontare lo spirito e le intenzioni con cui si appresta a salire sullo scranno della prestigiosa istituzione universitaria. E lascia intendere che non rinuncerà al suo modo di essere, diretto e spontaneo, anche in questa solenne occasione. "Ad Harvard - scrive Lorenzo -, dove sono stato invitato a raccontare il mio punto di vista su musica leggera e diritti umani, parlerò quasi solo di emozioni. Della conoscenza che si acquisisce attraverso le emozioni come qualcosa di diretto e incancellabile".

Di emozioni, domani, Lorenzo arricchirà ancora il suo bagaglio. Perché sarà la prima volta di un cantante italiano di fronte agli studenti di Harvard, giovani di un grande paese che, soprattutto in termini di storia del rock, può vantare esempi di musica al servizio degli ultimi, dei diseredati, dei poveri, contro la guerra, l'apartheid, il razzismo, che vanno da Bob Dylan a Springsteen a Michael Jackson, per citare solo i più popolari.

Allora, quale relazione esiste, per Jovanotti, tra la musica popolare e la diffusione e la difesa dei diritti umani nel mondo? "Nessuno può farsi un'idea di cosa siano i diritti umani se prima non vive e non riconosce l'esperienza di essere prima di tutto un umano in un mondo di umani - risponde Lorenzo - e in questo senso la musica è un mezzo adatto, preciso e anche efficace. Parlerò della mia storia di ragazzo che ha visto il mondo trasformarsi in un luogo interconnesso dove siamo in grado di annullare le distanze".

Annullare le distanze. Per Lorenzo è sempre stato una sorta di "undicesimo comandamento". Uno a cui è impossibile dare del "lei", Lorenzo, da sempre. Dagli esordi da sorridente deejay negli anni Ottanta, capelli cortissimi, inseparabile cappellino con visiera, t-shirt sgargianti, monili di estrazione hip-hop, profeta del divertimento giovanile col suo gergo metropolitano. Poi, nel periodo "adulto", quando i capelli crescono come radici e abbracciano il mondo e i suoi ritmi, dall'Africa all'America Latina, quando anche l'America del rap si arrende a quella del funk.

E' il Lorenzo che diverte anche quando canta per chiedere l'azzeramento del debito dei paesi poveri, incontrando il premier Massimo D'Alema assieme a Bono nel 2000. E' il Lorenzo che fa squadra con Pierò Pelù e Ligabue per urlare il "no" alla guerra in Il mio nome è mai più, destinando i ricavi del disco a Emergency. E' il Lorenzo che nell'estate del 2005 infiamma il Circo Massimo urlando "Roma, l'Africa ti chiama!" durante il concerto italiano del Live8. Prima di internet e della comunicazione mobile, Lorenzo era destinato a polverizzare le distanze. Con la musica.

Ma qui la domanda è un'altra, come altra è la distanza da colmare. "Perché allora la musica? - si chiede Lorenzo -. Cosa c'entra la musica con la giustizia sociale, con i diritti umani, con la povertà estrema, con le libertà individuali? La musica c'entra perché la musica, come dire... lo sa. Un musicista all'interno della sua musica fa esperienza di un tipo di utopia realizzata. La musica, intesa come luogo dello spirito, è uno spazio in cui si realizza un tipo di giustizia che fuori dalla musica non esiste. E allora può succedere, anzi succede, che un musicista, un artista senta il bisogno naturale di colmare quella distanza che divide la musica come luogo di equilibrio dalla realtà come spazio di evidenti ingiustizie".

Smessi i panni del relatore, Lorenzo riprenderà il suo giro di concerti negli States. Arriverà in Massachusetts dalla Pennsylvania, dopo la prima tappa del 22 aprile nel club '9:30' di Washington, quella del 24 nel leggendario Webster Hall di New e il concerto del 25 aprile al World Cafe Live Club di Philadelphia. Mercoledì 28 aprile Jovanotti sarà in concerto a Boston e proseguirà poi in Canada, con concerti a Montreal e Toronto. Chiusura del tour a Chicago.


(27 aprile 2010)

L'AVAMBRACCIO


Ieri sera leggevo con immenso piacere il libro di Roland Barthes Frammenti di un discorso amoroso, perché siamo creature affascinanti, capaci di passioni misteriose e inspiegabili. Forse dentro di noi custodiamo il segreto dell'universo, l'eco di un' esplosione improvvisa e casuale che ha creato la vita, l'amore, la morte.

Tempo fa inviai un racconto alla rivista MarieClaire per un concorso intitolato Scuola di Comics, storie erotiche. In palio per il primo classificato c'era un corso gratis alla Scuola di Comics di Napoli o Roma. Partecipai e un bel giorno vidi la mia storia pubblicata sulla rivista. Mi ero classificata terza e, come sempre, il terzo classificato aveva solo un premio di bronzo cioè la pubblicazione sulla rivista e... nient'altro.

Ieri sera il libro di Barthes mi ha fatto ricordare del mio racconto L'avambraccio. Sono andata a cercare la fotocopia del giornale ed eccolo qui. Devo ammettere che sono felice di averlo salvato dall'oblio e che ci sia questo blog e un post tutto per lui dopo tanti anni!

Come insegna Barthes, ogni storia d'amore ha la sua semiologia, un codice di segni da leggere e interpretare.

Buona lettura!


L'avambraccio di Giovanna Iorio


......


Questo racconto lo trovate in lettura su storiebrevi.it Leggetelo sul vostro i-phone :)




UN CONCORSO BIANCO E BLU


Un concorso morbido come uno yogurt perché nasce dalla crema Muller. Ci proviamo?
Ecco il link con tutte le informazioni. In bocca al lupo!

LA MAGIA


(da "Frammenti di un discorso amoroso" di R. Barthes - L'ultima foglia, Einaudi p.133)

"La prima volta, accese un cero in una piccola chiesa italiana. Restò colpito dalla bellezza della fiamma e il gesto gli parve meno idiota. E allora, pensò, perché privarsi del piacere di creare una luce? Perciò ricominciò, associando a quel gesto delicato (piegare il cero nuovo verso quello già acceso, sfregare leggermente i loro stoppini, prendere piacere vedendo che il fuoco s'accendeva, riempirsi gli occhi di quella luce intima e forte) voti sempre più vaghi che - per paura di scegliere - coinvolgevano tutto ciò che non va bene nel mondo."

domenica 25 aprile 2010

L'ALBERO DI GIOVANNI FALCONE

Giovanni Falcone aveva piantato un albero.
L'albero ha messo radici e ha raggiunto il nostro cuore.
Qualcuno ha ucciso Giovanni Falcone
Qualcuno ha tentato di distruggere l'albero.
Nessuno strapperà le sue radici dal nostro cuore.


L'albero di Falcone, 'Un pugno alla pancia'
( Repubblica.it 25 aprile 2010)

Danneggiato a Palermo l'albero piantato da Giovanni Falcone. Ai microfoni di Radio Capital la sorella del giudice, Maria Falcone: "Un pugno allo stomaco ma ora più che mai bisogna resistere"

sabato 24 aprile 2010

AL GORE E SAVIANO SU SKY Tg24

PERUGIA
Informazione indipendente
Faccia a faccia Gore-Saviano
Al Festival internazionale interessante confronto in diretta su Repubblica.it
Lo scrittore e l'ex vicepresidente Usa fondatore di Current tv affrontano un tema caldo: l'indipendenza dell'informazione. Il premio Nobel Al Gore e lo scrittore Roberto Saviano.
La serata, al teatro Morlacchi dalle ore 21 e trasmessa da SkyTg24 e da Repubblica.it, si svolge nell'ambito della IV edizione del Festival internazionale del giornalismo di Perugia: prevista grande affluenza, con centinaia di persone in file da metà pomeriggio per assicurarsi un posto in sala.

Un incontro dal tema fondamentale per tutta la società, e non solo per gli addetti ai lavori: per i media, infatti, fare informazione indipendente è una delle grandi sfide del nuovo millennio, in un contesto in cui le fonti informative si moltiplicano e si ibridano e in cui Internet ha un ruolo non secondario nel definire orientamenti e priorità dei cittadini. E proprio dal web nasce la sfida principale ai media tradizionali, perché il web 2.0 non è solo Facebook e social network, ma anche informazione che nasce dal basso, al di fuori delle redazioni.

Proprio per questo Al Gore, ex vicepresidente Usa, è uno dei grandi protagonisti di quest'informazione 'dal basso' in quanto fondatore di Current: un "social news network globale - come scrivono gli organizzatori del festival di giornalismo - di scambio d’i nformazioni e attualità, che vive di giornalismo partecipativo e si nutre di notizie generate da/con il proprio pubblico". A discutere con Al Gore ci sarà Roberto Saviano, autore di Gomorra, che proprio su Current tv ha raccontato nei giorni passati la propria esperienza di scrittore sotto scorta, a causa delle minacce della camorra.

L'incontro sarà trasmesso in diretta su SkyTg24 e su Repubblica.it alle ore 21. Su Current la serata andrà in onda in differita alle ore 22.30 e la trasmissione integrale rimarrà comunque disponibile sul sito Repubblica.it

(da Repubblica.it 24 aprile 2010)

E per chi non l'ha visto ecco il video. Enjoy!




venerdì 23 aprile 2010

ALTERNATIVE



La creatività è la nostra arma segreta: per sopravvivere alla quotidianità, per ripensare il mondo e tutto quanto ci circonda.
Perché non può, e non deve, esistere una sola lettura del mondo, di un libro, di un volto, di un cielo.
Perché abbiamo bisogno di inventare tutto tutti i giorni. -Che fatica!- penseranno alcuni. Si, esatto! Diffidate delle "cene pronte" da microwave, delle soluzioni uniche, delle vie "maestre". Esplorate l'ignoto senza paura. La bussola è dentro di noi!
Lasciamo l'ambito della letteratura e passiamo all'arte di riciclare e reinventare la carta.
Vi propongo l'opera di Anastassia Eliam artista francese. Guardate cosa riesce a fare con...quel che resta del poco nobile "rotolo di carta igienica"!

Un'opera d'arte in un rotolo di carta igienica ( vedi servizio di Pier Luigia Pisa da Espresso Multimedia)

Nessuno avrebbe mai immaginato che un semplice rotolo di carta igienica potesse nascondere tanta poesia e vitalità. Nessuno eccetto Anastassia Elias, pittrice e artista del collage francese, che nei piccoli tubi "orfani" di carta ha immaginato e creato un'incantevole quotidianità: un mercato, l'aula di una scuola, le scimmie di uno zoo. Come fossero economici libri di favole pop up

[22 aprile 2010]

giovedì 22 aprile 2010

STORIE COLORATISSIME



Il Post-it compie trent'anni
Storia di note in giallo canarino.
La colla che attacca ma non troppo nasce nel 1968, inventata da un ingegnere della stessa società che brevettò lo Scotch. La produzione negli Stati Uniti cominciò nel 1980 e da allora si è diffusa in tutto il mondo. Senza sostadi KATIA RICCARDI

PRENDETE nota. Il Post-it Notes compie trent'anni. La scoperta dell'adesivo che incolla ma-non-tanto si deve a Spencer Silver, un ingegnere della 3M, la stessa società che nel 1930 brevettò un'altra cosetta di poco conto, lo Scotch. La 3M studiava le varie applicazioni commerciali degli adesivi e Silver nel 1968 inventò una colla che non solo era in grado di aderire a ogni superfice, ma poteva anche essere staccata e poi riposizionata. Resistente ma leggera. Gentile. Leggenda narra che la scoperta fu frutto di un errore, la colla doveva avere ben altra presa ma la formula, invece di dare vita alla più tipica pellicola, si presentava sotto forma di sfere trasparenti. La sua utilità era difficile da prevedere.

Fu la passione per il canto di un collega di Silver a suggerire la soluzione. Art Fry cantava nel coro della chiesa e aveva serissime difficoltà a tenere il segno tra gli spartiti. Metteva foglietti che cadevano regolarmente facendogli perdere filo, pazienza e concentrazione. Decise allora di usare la colla di Silver e l'applicò su piccoli fogli. I primi post-it videro la luce in chiesa, tra gli inni. Fu il colpo di genio. La produzione negli Stati Uniti cominciò ufficialmente solo nel 1980 per estendersi l'anno dopo anche in Canada e in Europa.

Per aver saputo mettere il segno, Art Fry nel tempo è stato premiato per il suo ruolo rivoluzionario nelle comunicazioni d'ufficio. Fu ammesso alla prestigiosa Carlton Society e al circolo 3M della Technical Excellence. E inserito nella lista di Esquire tra le "100 persone migliori del mondo". Oggi Fry è in pensione e passa il suo tempo in viaggio. Per quanto riguarda Silver, si ritirò dalla M3 ne1 1996, dopo trent'anni di onorato servizio e 22 brevetti a suo nome.

Ma la diffusione del foglietto giallo canarino non è stata facile. Dietro, nella parte adesiva, si nasconde il lavoro di molte menti. Nel 1974 Bob Molenda prese in mano il progetto. Lo testò e, come marketing manager, diede origine al Post-it® Custom Printed Notes, poi si ritirò dalla 3M. L'ultimo sforzo dopo 33 anni di lavoro. Jack Wilkins cercò per anni di allargare il mercato. Bill Schoonenberg cominciò da Boise, in Idaho. Mandò in giro per gli uffici i primi campioni. Per allora fu uno sforzo enorme, conosciuto come il Boise Blitz. Invase le scrivanie di impiegati scettici che alla fine, nel 90 per cento dei casi, cominciarono a comprarli da soli. Mai più senza. E poi il vice presidente Joe Ramey che pubblicizzò i Post-it Notes mandando campioni in giro per gli uffici del mondo prima di ritirarsi nel 1988 dopo 40 anni di servizio alla M3. E per finire il manager E. Lynn Wilson. Di questi personaggi potete vedere i volti sorridenti 1 sul sito ufficiale. L'idea era semplice, ma loro furono inventori di mercati d'altri tempi, incollati alle loro poltrone e ai loro sogni.

Al piccolo foglio che attacca un po', si deve la tranquillità di impiegati, ma non solo. Con il Post-it Notes nascono liste plausibili di cose da fare. Impegni da ricordare. L'originale è giallo, ma attualmente sul mercato esistono oltre 600 prodotti marcati Post-it® Notes. La loro caratteristica è che non si spostano, che non lasciano traccia quando vengono rimossi. I post-it sono derogabili. Se un giorno la lista salta, si attaccano al giorno dopo. Senza fatica, senza senso di colpa. Segnatevi anche che dall'inizio della loro produzione i Post-it sono riciclabili. Che oggi si possono trovare in otto misure, 25 forme e 62 colori. Che sono necessari circa 506.880.000 Post-it Notes per circumnavigare il globo. E anche che sono arte pura. Melynda Schwier-Gierard ne ha utilizzati 60mila per i pannelli che espone nelle gallerie d'arte in tutto il mondo.

Nel 2003 la 3M ha presentato i Post-it Notes Super Sticky con le caratteristiche di quelli originali, ma con un adesivo brevettato che ne migliora la capacità di applicazione su computer, stampanti, frigoriferi, automobili. Oltre ai Super Sticky, tra le novità ci sono anche i segnapagina Post-it Index, i Post-it Memoboard per prendere appunti a parete, Post-it Software Notes, quelli digitali, i Notes Dispenser e Organizer, i Post-it Index Duo, che uniscono l'evidenziatore al dispenser. A Minneapolis è stato trovato un Post-it sulla parte anteriore di un aereo. Il volo arrivava da Las Vegas e la nota era destinata al personale di terra. Il foglietto aveva resistito a un viaggio a 500 miglia orarie e 56 gradi sotto zero. Nel 2004 il Post-it è stato inserito tra le opere esposte nella mostra del MoMa "Humble Masterpieces", semplici capolavori. Trent'anni dopo la scoperta, il Post-it fa ancora presa.

(21 aprile 2010)

mercoledì 21 aprile 2010

LA CASA DI NINAGAWA MIKA

Il sogno più bello che abbia mai fatto (e che possa ricordare) l'ho sognato più di 15 anni fa.
Sognai di vivere in una casa vicinissima al mare, tanto da vedere le onde infrangersi nel mio salotto. Il pavimento era ricoperto di tappeti coloratissimi e cuscini, l'acqua non toglieva nulla al tepore della stanza che restava un caldo rifugio. Il rumore delle onde invitava al sonno e chiudendo gli occhi i colori soffusi di dentro si fondevano in arcobaleni alla luce accecante di fuori: alberi altissimi e sempreverdi, sabbia morbidissima e luminosa brillava di colori inconsueti e bellissimi.

E' strano (ma forse no) ritrovare un po' di quel sogno oramai antico nella casa dell'artista e fotografa giapponese Ninagawa Mika. Se potessi vivrei in una casa simile a quella del mio sogno, e forse il mio sogno è di trovarne una proprio così (magari la marea nel salotto no... ma non escludo nulla!)

Ecco il link con l'intero servizio giornalistico sul Giappone e un piccolo assaggio dell'intervista alla fotografa (che colori stupefacenti!).
Prima però gustatevi un aperitivo di bellezza giapponese, un haiku del poeta Masahide che parla di una casa che, improvvisamente, si schiude al mondo:
Il tetto si è bruciato
ora posso
guardare la luna.



PAROLE NOTE, POESIA E MUSICA









Claudio Santamaria, Fabio Volo, Valerio Mastandrea, Ambra Angiolini: sono sono alcuni degli attori che hanno prestato la loro voce a "Parole Note", un cd che unisce musica, prosa e poesia alla solidarietà: parte del ricavato sarà devoluta alla Fondazione Umberto Veronesi: nel cd c'è anche il professore che legge una poesia di Rimbaud. Fra gli autori "recitati", Kipling e Erri De Luca, Jodorowsky e Battiato, Woody Allen e Salinas

lunedì 19 aprile 2010

"TUTTO PUO' FINIRE IN UNA NUVOLA DI FUMO"

"Tutto può svanire in una nuvola di fumo", profetizza Calvino in una intervista che vi invito a guardare sul sito ITALICA (link )
Lo scrittore parla dei rischi di una fantasia che non abbia le sue fondamenta in una geometrica e solida consapevolezza del mondo. Parla della routine al potere. Del rischio che corriamo "se tutto è fantasia non si realizza niente". Indica dei rimedi: imparare poesie a memoria "fanno compagnia"; fare calcoli a mano, combattere l'astrattezza del linguaggio. Sapere che tutto può sparire in una nuvola di fumo.
Ancora una volta ci arriva l'invito di aggrapparci alle parole, come Saviano che affida alla parola l'arduo compito di salvare il mondo.
Vi lascio con un video della nuvola di cenere che da qualche giorno ha oscurato il nostro piccolo cielo ma che simboleggia i rischi che corriamo come specie e con una recensione al libro di Calvino "La Nuvola di Smog" (link), storia di un giornalista che "schiacciato da un’esistenza qualsiasi, parte alla volta di una grande metropoli alla ricerca di un destino che lo faccia sentire vivo. La metropoli rappresenta l’offensiva della polvere soffocante — la nuvola di smog — che comprime in modo ossessivo la personalità dell'uomo, conducendola alla miseria e al degrado".
Buona settimana!

p.s.
Quella nuvoletta di cenere ci sta insegnando qualcosa...fermiamoci anche per riflettere!

venerdì 16 aprile 2010

"CORAGGIO DUNQUE, PICCOLO SOLDATO DELL'IMMENSO ESERCITO"


Da qualche settimana ho in mente di parlarvi del libro Cuore di Edmondo De Amicis, da quando Abraham Yehoshua lo ha rievocato nella mia memoria alla conferenza di cui vi ho parlato giorni fa, citandolo come "il libro che gli ha ispirato il desiderio di scrivere per commuovere".
E allora sono andata a rileggere alcune pagine di "Cuore" alla ricerca della commozione di cui parlava Yehoshua e ho ritrovato la purezza di un'Italia che affida il suo sogno di gloria al diario di un bambino delle elementari, alle prese con la scuola, i maestri, i compagni di classe e di giochi.
Ecco per voi, allora, due brani: un estratto del libro "Cuore" e un'intervista a Domenico Starnone. Per capire chi fosse Edmondo de Amicis e da quali sogni e speranze nascesse il mondo di "Cuore".

Edmondo De Amicis, "Cuore"
La scuola
28, venerdì

Sì, caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre, non ti vedo ancora andare alla scuola con quell'animo risoluto e con quel viso ridente, ch'io vorrei. Tu fai ancora il restìo. Ma senti: pensa un po' che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, a capo a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna, stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza. Tutti, tutti studiano ora, Enrico mio. Pensa agli operai che vanno a scuola la sera dopo aver faticato tutta la giornata, alle donne, alle ragazze del popolo che vanno a scuola la domenica, dopo aver lavorato tutta la settimana, ai soldati che metton mano ai libri e ai quaderni quando tornano spossati dagli esercizi, pensa ai ragazzi muti e ciechi, che pure studiano, e fino ai prigionieri, che anch'essi imparano a leggere e a scrivere. Pensa, la mattina quando esci; che in quello stesso momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno come te a chiudersi per tre ore in una stanza a studiare. Ma che! Pensa agli innumerevoli ragazzi che presso a poco a quell'ora vanno a scuola in tutti i paesi, vedili con l'immaginazione, che vanno, vanno, per i vicoli dei villaggi quieti, per le strade delle città rumorose, lungo le rive dei mari e dei laghi, dove sotto un sole ardente, dove tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati da canali, a cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra le nevi, per valli e per colline, a traverso a boschi e a torrenti, su per sentier solitari delle montagne, soli, a coppie, a gruppi, a lunghe file, tutti coi libri sotto il braccio, vestiti in mille modi, parlanti in mille lingue, dalle ultime scuole della Russia quasi perdute fra i ghiacci alle ultime scuole dell'Arabia ombreggiate dalle palme, milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose, immagina questo vastissimo formicolìo di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo movimento cessasse, l'umanità ricadrebbe nella barbarie, questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo soldato dell'immenso esercito. I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.

TUO PADRE






Il Grillo (20/5/2002)
Domenico Starnone
I figli di "Cuore"


Quando nel 1886 Edmondo De Amicis termina il libro Cuore, la penisola italiana, dalla Sicilia al Veneto, a Roma è ormai unita sotto i Savoia. Quella che è ancora da compiere, in una nazione ancora analfabeta e contadina, in cui l'italiano è la lingua di una esigua minoranza, è l'effettiva unificazione culturale. De Amicis, nato e cresciuto nel Regno di Savoia, è un chiaro esponente della borghesia settentrionale più illuminata, mossa da intenti chiaramente pedagogici. Il suo scopo è quello di creare un libro che serva a educare i ragazzi dell'intera nazione ai valori della borghesia laica, quelli del sacrificio, del lavoro e della solidarietà tra le classi. I protagonisti della classe di Cuore non sono né il sottoproletario Franti, né l'aristocratico e stizzoso Nobis, ma proprio la fascia del ceto medio rappresentata da artigiani, commercianti, impiegati. Il romanzo è ambientato a Torino, anche se i personaggi vengono da varie regioni d'Italia. Il riferimento costante è al mito del Risorgimento, mentre in tutto il romanzo è completamente rimossa la Chiesa Cattolica. Quella di Cuore è una pedagogia che oggi può interessare solo come reperto archeologico, da studiare appunto come tentativo progressivo e laico di educazione di una nazione. Coi suoi aspetti ingenui o addirittura ipocriti è facile ironizzare, così come col suo stile sentimentale, ma l'idea della scuola, come elemento centrale della formazione di una nazione, specchio dei suoi conflitti e delle loro risoluzioni, è un'idea narrativa che regge l'intera struttura, rendendo il libro Cuore un prodotto né elementare, né retrivo, quanto piuttosto un complesso insieme di detto e di non detto; non tanto lo specchio dell'Italia Umbertina, quanto un suo sogno e a tratti un suo incubo.

STUDENTESSA: Professor Starnone, perché Cuore viene considerato un romanzo nazionale italiano se poi descrive la sola realtà della città di Torino e della sua classe borghese?

STARNONE: De Amicis mette insieme una serie di accorgimenti per fare in modo che il libro funzioni nel Sud come nel Nord. I protagonisti del racconto appartengano ad aree geografiche diverse d'Italia. Il tentativo di De Amicis è quello di fare un romanzo che ha forti radici locali nella Torino dell'epoca, ma che tenga conto però di una realtà nazionale in formazione che, tra l’altro, affiora in vari momenti del libro. Ciò nonostante c'è, da parte dell’autore, una visione incerta della geografia dell'Italia del tempo e questo è indicativo di quanto, all’epoca, l'Italia unificata fosse ancora più un'ideale che un fatto concreto. Persino per gli intellettuali.

STUDENTESSA: La scuola viene descritta dall’autore in termini realistici, mentre i personaggi sembrano essere stereotipati. Perché questa differenza?

STARNONE: La descrizione della scuola non è realistica, ma piuttosto edulcorata, addolcita e questo testimonia la grande bravura di De Amicis, la sua genialità nell'addolcire, indorare, rendere accettabile la scuola così com'è e, al tempo stesso, lasciare delle contraddizioni forti che vi erano a quel tempo. I personaggi, poi, sono stereotipati per renderli immediatamente riconoscibili. Pensiamo a Nelli che si porta dietro la sua roba e per questo viene battezzato "il gobbino"; poi c’è il ragazzo con le stampelle, sua caratteristica questa, dopo essersi azzoppito per aver salvato un alunno dalle ruote che lo stavano per travolgere. Dunque, ciascuno ha una sua veloce caratterizzazione che lo accompagna per tutto il libro. Quello che interessa all’autore è il gruppo caratterizzato dai sentimenti, ma anche la narrazione di un anno scolastico che dica qual'è la funzione della scuola, dello studio, dell'imparare, perché per lui la scuola è fondamentale per crescere, in tutti i sensi.

STUDENTESSA: Possiamo individuare all'interno del libro Cuore un protagonista?

STARNONE: Il protagonista è sicuramente Enrico Bottini, un bambino che racconta, quello che sta apprendendo mentre diventa adulto, per poi far parte della buona borghesia torinese, così come accade alla famiglia Bottini da generazioni. Enrico quindi rappresenta, in prospettiva, la futura classe dirigente ed ha i tratti caratteristici che, nell'immaginazione di De Amicis e nelle attese della classe media borghese, avrebbe dovuto avere il gruppo dirigente della Nuova Italia. Ci sono, poi, altre figure, che sono solo di contorno. Sono i figli degli artigiani, che alternano scuola e lavoro, destinati a uscire dalla scuola e a entrare nel mondo del lavoro subito dopo la fine del ciclo di istruzione elementare, dopo la Quarta Elementare. Poi ci sono i figli della Classe Media, gente agiata, che va bene a scuola e che seguiterà a studiare. E infine ci sono due personaggi che rappresentano due poli estremi, che sono odiosi a De Amicis: il primo è Nobis, l'aristocratico che viene dalla vecchia nobiltà e l'altro è Franti, il barbaro, ovvero la negazione della società civile che rappresenta un pericolo per la scuola e per la società stessa.

STUDENTESSA: In Cuore, nonostante il maestro cerchi di infondere nei ragazzi un sentimento di fratellanza e di solidarietà, emerge comunque una certa fissità delle classi. Ebbene, non è questo un atteggiamento ipocrita?

STARNONE: Bisogna dire che quello che a noi oggi appare ipocrita, appare ottuso, appare ridicolo, all’epoca era un’esigenza di De Amicis, ma anche del gruppo culturale a cui lui apparteneva per trovare una risposta al problema della disuguaglianza sociale. Egli non ha girato la faccia di fronte a questo, anzi, il libro, in maniera martellante, pagina dietro pagina, ci ricorda che nella scuola ci sono molte differenze tra i singoli individui e disuguaglianze di origine esterna alla scuola, cioè legate all' organizzazione della società in classi. Il libro Cuore prova, talvolta con eccessi di sentimentalismo, a disegnare un quadro di disponibilità della futura classe dirigente nei confronti dei poveri, degli svantaggiati. Lo si intende nel lavoro del maestro e dall'ingegner Bottini, padre di Enrico, che è molto presente in questa campagna di continui atti caritatevoli, convinto che, pur restando le classi sociali così come sono, bisogna, in quanto gruppo dirigente, mostrarsi aperti verso quelli che non hanno avuto lo stesso tipo di fortuna per nascita. L'idea dell'ingegner Bottini si avvicina a quella repubblica platonica dove ognuno deve far bene il suo lavoro nel ruolo che gli è toccato in sorte; dunque ognuno deve far bene, al meglio, la sua funzione di cittadino, rispettando le leggi, rispettando l'autorità, rispettando e aiutando i deboli.

STUDENTESSA: Perché la scelta di ridurre ai minimi termini il ruolo femminile tanto nel libro Cuore quanto in Pinocchio?

STARNONE: Innanzitutto tutto perché il libro Cuore è un libro maschile. È scritto da un figlio e da un padre, con l'apporto laterale della mamma e della sorella, che però si occupano soltanto di piccole questioni morali o, per quel poco che figura, di un po' di formazione religiosa. Ciò nonostante, le figure femminili contano moltissimo; anche se la maestrina e la sorella Silvia, compaiono in poche righe, il gruppo femminile ha una sua specificità e una sua influenza. Pensiamo a quando le ragazze coprono di fiori lo spazzacamino o a quando gettano fiori sul ragazzino che s'è guadagnata la medaglia al valor civile. Esse hanno la funzione o di infermiere o di festeggiatrici di maschi. E poi, al centro del libro, in qualsiasi momento, è presente la figura della mamma, la donna, in quanto madre e in quanto madre-patria. De Amicis aveva avuto una madre molto autoritaria, la mamma Teresa e questa presenza si sente in tutto quanto il libro. Ricordiamoci che il cattivo, Franti, compie la sua prima cattiveria offendendo la mamma di Crossi, ridendo di lei. Chi insulta la mamma, chi parla male della mamma, chi fa torto alla mamma, nel libro Cuore, è un malvagio.

STUDENTESSA: Perché i ragazzi del libro Cuore sono vittime di disgrazie?

STARNONE: De Amicis ha un senso della vita come di permanente incertezza. Per lui, ognuno è esposto al pericolo e il livello di vita del tempo, poi, esponeva più facilmente alla malattia, alla morte. Inoltre ha un senso forte della tragedia, della morte e ne dà spettacolo continuamente in molte pagine. Per l’autore la disgrazia peggiore è la scomparsa di una madre. Il maestro, appena si presenta in classe, per prima cosa annuncia ai suoi alunni di essere orfano e Garrone, che è il personaggio buono, nonostante malmeni i suoi compagni, subisce questa grave perdita. Dunque, nel libro o si piange per la disgrazia degli altri o si soffre per la propria. Vi è come la consapevolezza che il dolore è quello che ci forma, che ci irrobustisce di fronte ai drammi.

STUDENTESSA: Secondo Lei quali sono gli episodi più significativi del libro Cuore?

STARNONE: Ce ne sono molti e tutti importanti. Pensiamo al piccolo muratore quando viene invitato a casa dei Bottini per sollecitazione, non tanto di Enrico, quanto dell'ingegner Bottini, convinto che il figlio debba farsi molti amici. L’ospite si presenta vestito con gli abiti del padre, adattati dalla madre, ma misteriosamente sporchi di gesso, di calce, come se la madre nell'adattarli non li avesse lavati. Ciò nonostante il padre di Enrico lo esalta per educare il figlio alla santità del lavoro e quando il muratorino si siede sul sofà sporcandolo di calce, l’ingegnere asserisce che il lavoro non è mai sudiciume, bensì l'effetto di un'attività fondamentale. Quando il figlio, poi, si sbriga a pulire lo sporco, il padre lo blocca con un cenno, spiegandogli, più tardi, che in queste circostanze un tale atteggiamento sarebbe considerato un insulto. Insomma, i temi di carattere sociale che rimandano alla disuguaglianza e che fanno la ricchezza del libro, di fatto poi vengono messi a tacere proprio con episodi del genere, con meccanismi legati alla buona educazione.

STUDENTE: Quali sono le principali differenze tra Cuore e Pinocchio, secondo Lei, dato che sono stati scritti nello stesso periodo?

STARNONE: I due libri hanno un elemento forte che li accomuna, perché entrambi tendono a formare buoni scolari, brave persone, ragazzi rispettabili e entrambi terminano con la buona educazione del protagonista. Naturalmente mentre il libro Cuore è realistico, Pinocchio è una favola. Se nel primo la fantasia è presente a tratti, nel secondo, essa, costituisce la base del racconto. Ciò nonostante, il fine è l’educazione. Cuore tende all'educazione propria della buona classe dirigente e Pinocchio all'educazione del buon futuro artigiano. Tuttavia, c'è una cosa in Pinocchio che De Amicis ignora totalmente, ovvero una forte simpatia per tutte le infrazioni commesse dal burattino. È come se Collodi ci avesse dato in parallelo, quasi senza rendersene conto, una sorta di versione Franti vista in simpatia. Per esempio, il libro di aritmetica trasformato in un oggetto contundente che quasi ammazza un ragazzino, è un'ipotesi concepibile solo dentro Pinocchio. In Cuore, invece, i libri sono adorati e messi in mostra per colore, per copertina dall'ottuso Stardi che lavora cocciutamente per diventare anche lui un personaggio di tutto rispetto.

STUDENTESSA: Professore, in Cuore, ogni mese il maestro legge dei racconti, come quello intitolato Dagli Appennini alle Ande. Qual'è la vera funzione di questi racconti all'interno del romanzo?

STARNONE: I racconti servono, innanzi tutto, ad alleggerire le lezioni narrando di luoghi d'avventura in cui avvengono cose strepitose, poi offrono una panoramica di tutta quanta l'Italia, poiché si svolgono in Regioni diverse. I racconti mensili hanno la funzione di portare i ragazzi, con la mente, oltre i confini di Torino, cosicché possano rendersi conto dell’esistenza di diverse condizioni sociali.

STUDENTESSA: Secondo Lei ci sono dei validi motivi per i quali, ancora oggi, è consigliabile leggere il libro Cuore?

STARNONE: A mio avviso, i libri non si leggono solo perché ci devono parlare del nostro tempo, raccontandoci dei nostri problemi; essi servono anche a capire da dove vengono i problemi che noi oggi affrontiamo. Oggi sarebbe interessante mettere a confronto il modo in cui noi risolviamo le difficoltà all’interno della scuola e della società con quello adottato dai personaggi di De Amicis. Essi portano dentro la scuola i problemi che hanno fuori. Tra De Rossi che studia comodamente a casa e Coretti che invece è costretto a lavorare e a studiare, c'è una grande differenza, eppure sono tutti nella stessa classe. La stessa condizione dei maestri è molto diversa da quelli attuali, perché costretti a far fronte a scolaresche di 54 alunni, spesso ricorrono alla violenza. Insomma è un libro straordinariamente ricco ancora oggi per capire un po' di storia della scuola italiana e per capire i problemi che abbiamo noi oggi. In fondo narra di un mondo diviso in privilegiati e non privilegiati. Dunque si tratta di un’opera quanto mai attuale se si pensa che questo tipo di differenza è ancora viva ai giorni nostri.

Puntata registrata il 4 febbraio 2002

mercoledì 14 aprile 2010

IL VALORE DELLE COSE


(Dal Blog di Dario Oliviero, Bookowsky)

Occhio alla metafora. Una mattina, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto. E’ l’inizio della Metamorfosi di Kafka, uno dei più celebri della letteratura. Quello che trasforma il racconto da un horror a qualcosa di molto diverso è il seguito. Gregor Samsa non si preoccupa di essersi trasformato in uno scarafaggio, non urla, non si dispera, il suo cuore non smette di battere per il terrore. No, quello che dice è: “Povero me! Come farò a tenermi il lavoro?”. Ecco: è la stessa cosa che pensano gli uomini durante un periodo di recessione. Tutto cambia, la crisi sta trasformando il mondo, il loro mondo, e loro si chiedono: “Poveri noi! E il nostro lavoro?”

Benvenuti in uno dei testi di economia più lucidi degli ultimi tempi: Il valore delle cose di Raj Patel, economista, uomo della Banca Mondiale e del Wto, i cosiddetti cattivi. E’ un viaggio in quello che il mondo ha imparato ad accettare come puro dato di fatto, unico orizzonte, recinto wittgensteiniano: il neoliberismo, il libero mercato, il mercato con la sua mano invisibile che regola da sé le storture, con gli animal spirits che vanno miracolosamente verso il maggior benessere possibile, la curiosa e contorta teologia secondo la quale una cosa mossa da istinti predatori, avidità e che tende come unica legge al profitto dovrebbe produrre giustizia e benessere per tutti.

In realtà Patel riprende le cose da dove qualcuno le ha deviate: dal giusto valore e dal giusto prezzo delle cose. Dal punto zero in cui ha senso parlare di economia, di lavoro e quindi di società. Ma il bello del libro è che è scritto da uno che sa scrivere e visto che pur essendo un libro di economia si capisce tutto, anche da uno che sa di cosa parla. Per esempio, l’attacco del libro. Non è Kafka, ma fa il suo effetto: “Se la guerra è il modo scelto da Dio per insegnare agli americani la geografia, la recessione è la sua maniera per insegnare a tutti un po’ di economia”.

Il valore delle cose di Raj Patel (tr.it. A. Oliveri, Feltrinelli, 16,50 euro)

martedì 13 aprile 2010

ROBERTO SAVIANO RITORNA A "CHE TEMPO CHE FA"


Per chi, come me, non ha visto il programma "Che tempo che fa" domenica scorsa, ecco il link per guardare la trasmissione sul sito di Rai 3
Roberto Saviano ha appena pubblicato nuovo libro\dvd dal titolo "La parola contro la camorra".

Ecco un articolo di Saviano in cui l'autore parla del suo nuovo libro

"Scrivere pericolosamente"
Repubblica — 25 marzo 2010(pagina 35, Repubblica2)

Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti, capaci di contare su centinaia di uomini armati e su capitali forti. E come è possibile - questa domanda mi viene ripetuta spessissimo, soprattutto all' estero - che uno scrittore possa mettere in crisi organizzazioni capaci di fatturare miliardi di euro l' anno e di dominare territori vastissimi? È complicato dare una sola risposta e, in verità, l' unica risposta che mi viene in mente, la più plausibile è che sia proprio la diffusione della parola a mettere paura. Non è lo scrittore, l' autore, non è neanche il libro in sé, né la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo a mettere paura. Quello che realmente spaventaè che si possa venire a conoscenza di determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa d' improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibilità di percepire determinate storie come le proprie storie. Non più come storie lontane, non più come vicende geograficamente distanti, ma come facenti parte della propria vita. Allora ciò che più temono le organizzazioni criminali non è soltanto la luce continua che gli viene posta addosso, ma soprattutto che migliaia, forse milioni di persone in Italia e nel mondo, possano sentire le loro vicende e il loro destino come qualcosa che riguarda tutti. Qualcuno può credere che questa sia una visione troppo mediatica e quindi distante dalla realtà. Ma non è così. Molti episodi dimostrano che l' attenzione, anche degli intellettuali e degli artisti, data alle organizzazioni criminali e a quello che accade intorno a loro ha realmente cambiato le cose e il destino di molte persone. La storia di Giuseppe Impastato, giornalista ucciso a Cinisi in Sicilia nel 1978, ne è un esempio. Quando Impastato fu ucciso, l' opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell' ordine. Poi, dopo più di vent' anni, esce un film,I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato - ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello, dalla mamma - ma, addirittura, la rende a tutti, come un dono. Un dono allo stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all' epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista. È successo per molte persone. Pippo Fava, giornalista de ISiciliani, una rivista che stava dando molto fastidio a Cosa Nostra, viene ucciso mentre sta andando a prendere la nipotina a teatro. Gli sparano in testa, lo sfregiano. Gli omicidi delle organizzazioni criminali hanno sempre una sintassi simbolica. Sparare in faccia, per esempio, ha un significato diverso rispettoa sparare al petto.A Pippo Fava lo sfregiano, gli sparano alla nuca e pochissime ore dopo iniziano a diffondere la notizia, che poi diventerà la versione ufficiale nella società civile catanese - o forse bisognerebbe definirla incivile - che era stato ucciso perché «puppo», ovvero omosessuale, come dicono in Sicilia. Perché aveva messo le mani addosso a dei ragazzini fuori dalla scuola. Si erano inventati questa balla per delegittimarlo, per suscitare fastidio al solo pronunciare il suo nome. Per suscitare quella sensazione di diffidenza nelle persone, che trova terreno fertile in simili circostanze. Chiunque si occupi di mafie sente questa melma intornoa sé: la melma della diffidenza. Io ci convivo da anni; dal primo giorno. Va di pari passo con la mia quotidianità sentire diffidenza, soprattutto quella degli addetti ai lavori, infastiditi spesso per il solo fatto che sei arrivatoa molte persone. Questo, soprattutto,a intellettuali e giornalisti non torna. «Come mai sei arrivato a tante persone?» In un Paese dove chi arriva a tanti spesso è sceso a patti con qualche potere o ha scelto di compromettere le proprie parole. «Dove hai tradito? Dove ti sei venduto? Con chi ti sei alleato?». Il cinismo degli addetti ai lavoriè sempre questo: arrivarea un pubblico vasto di lettori, di ascoltatori, di osservatori, significa tutto sommato accettare i codici più bassi, più biechi della comunicazione. Ebbene, le organizzazioni criminali non sono tanto diverse nel valutare e nel delegittimare i propri nemici. Le organizzazioni criminali hanno necessità di portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesse personale. Chi è contro di noi sta diffamando il territorio, perché noi non esistiamo come loro ci raccontano. Chiè contro di noi è pagato da qualcuno per essere contro di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo carriera personale su di noi. Le parole, quando arrivano a molte persone, quando raccontano di certi poteri, diventano assai pericolose. Assai pericolose perché il rischio è che a difenderle debba essere il tuo corpo, il tuo sangue, la tua stessa carne. È successo a moltissimi scrittori, a moltissimi giornalisti. L' Italia ha una caratteristica che in genere, quando raccontano di noi, non viene riportata: l' Italiaè un Paese cattivo. Molto cattivo. Perchéè un Paese doveè difficile realizzarsi, dove il diritto sembra un privilegio. La storia dell' antimafia spesso è una storia di enormi cattiverie e quando me ne rendo conto non riesco a capire come sia possibile, di fronte a delle vicende tragiche e tutto sommato chiare. La morte di don Peppe Diana, per esempio. La morte di un uomo, un ragazzo, ammazzato poco più che trentenne, sul cui conto, per anni, si è detto di tutto. Che fosse stato ucciso per presunte relazioni con delle donne, che avesse collaborato con un clan. Che era morto perché anche lui colluso e non perché aveva scritto un documento, Per amore del mio popolo non tacerò, che aveva dato molto fastidio ai poteri criminali. In quel documento, don Diana, segnalava la strada che avrebbe seguito in quanto prete di Casal di Principe. Lì dichiarava quale fosse il compito di un prete in quelle terre, cioè raccontare, denunciare e, appunto, non tacere. La morte, così, diventa la garanzia che ciò che hai detto e fatto è vero, o quantomeno che ci hai creduto sino in fondo. Questo mioè un ragionamento difficile da capire e mi rendo conto che chiedo uno sforzo enorme a chi mi sta leggendo. Però è uno sforzo che vale la pena fare per capire come funzioni il meccanismo della parola. Anna Politkovskaja, scrittrice e giornalista russa, viene uccisa e il giorno stesso della sua esecuzione il marito dichiara di provare, oltrea un profondo dolore, anche un sentimento di serenità, quasi di sollievo. Stupisce tutti. Perché serenità? Perché sollievo? Com' è possibile? «Perché so», spiega lui «che almeno con la morte non potrà più essere diffamata». Pochi giorni prima che Anna morisse, avevano tentato di sequestrarla, per narcotizzarla e farle delle foto erotiche da diffondere sui giornali di gossip. Di frontea una delegittimazione del genere puoi invocare solo la morte. Chi lavora con le parole, con le parole che spaventano certi poteri, sa benissimo che quegli stessi poteri non possono consentire che tu abbia contemporaneamente autorevolezza e vita. O l' una o l' altra. Se hai la vita non hai l' autorevolezza, se hai l' autorevolezza non hai la vita. Tantissimi scrittorie magistrati si sono trovati nella necessità di dover scegliere. Io stesso ho avutoa che fare, in questi anni, con molti magistrati che hanno affrontato la paura, il terrore di dover morire ma ancor più di essere delegittimati. Come si può salvare la parola da questa terribile doppia condanna? Facendo sì che non appartenga più a una singola persona. La parola, se smette di essere mia, di altri dieci, di altri quindici, di altri ventie diventa di migliaia di persone, non si può più delegittimare, perché anche se si delegittima me quelle parole sono già diventate di altri. E se anche si dovesse eliminare fisicamente la persona che per prima le ha pronunciate, sarebbe comunque troppo tardi. So bene che si rischia di essere tacciati di eccessivo romanticismo se si pronunciano espressioni come «parola usata da molti», «parola contro il potere». Ma sono convinto che far diventare concreta una parola significhi innanzitutto consentirle una piena realizzazione nel quotidiano. E affinché la parola diventi realmente efficace contro le mafie non deve concedere tregua. Il grande sogno che hanno alcuni scrittori è quello che le loro parole possano mutare la realtà, che le loro parole, magari nel tempo, possano effettivamente indirizzare il percorso umano verso nuove strade. Certo mi rendo conto che nessuno può isolare il momento esatto in cui Dostoevskij o Tolstoj hanno modificato, indirizzato o semplicemente suggestionato il pensiero umano. Nonè che un mese dopo l' uscita dei loro scritti qualcosa immediatamente sia cambiato. Nessuno può dire quale sia il peso reale della Metamorfosi di Kafka oppure delle parole di Ovidio. Nessuno può dire quanto abbiano reso migliorio peggiori o indifferenti gli esseri umani. Ma chi ha la possibilitàe lo strano e drammatico privilegio di vedere le proprie parole agire nella realtà, quando ancoraè in vita, quando ancora il suo libroè caldo, allora questo scrittore può accorgersi di quanto effettivamente il peso specifico delle sue parole stia entrando nella quotidianità, contribuendoa modificare i comportamenti delle persone. Quando questo accade ti rendi conto che il potere reale che hanno le parole è davvero infinito, ancor di più perché è un potere anarchico. Un potere che si basa sulla condivisione e sulla persuasione non è più un potere e la parola, quando viene accolta, non suscita più diffidenza e paura. E quando questo accade, significa che qualcosa sta cambiando, che qualcosaè già cambiato, che nessuno può più permettersi di ignorare certi argomenti, di relazionarsia certi territoriea certe logiche. Io vengo da una terra complicata dove ogni cosa è gestita dai poteri criminali. Tuttoèa loro sottopostoe tutto è loro espressione, dalla sessualità alla cronaca locale. Ed è proprio partendo dalla cronaca locale che ho voluto raccontare il mio territorio per mostrare che esiste un I GIORNALI LOCALI Alcune prime pagine di giornali locali campani che raccontano la realtà dalla parte dei clan: sono state raccolte da Saviano nella "Parola contro la camorra"; sopra, la prima del Corriere di Caserta che scredita don Diana dopo la morte modo di raccontare giorno per giorno la cronaca, nelle edicole, sui giornali che poi arriveranno nei bar, che circoleranno nelle salumerie, dai barbieri, che aderisce completamente al linguaggio e alle logiche delle organizzazioni criminali. Si dirà che sono giornali che hanno tirature molto basse e diffusione limitata a quelle zone. Ma è esattamente in quelle zone che loro devono circolare. È lì che devono comunicare, costruire opinioni e far aderire il lettore alle logiche di camorra. È lì che deve essere considerato normale che un pentito venga definito infame. Che chi muore combattendo le organizzazioni criminali venga immediatamente riportato alla sua dimensione mediocre di uomo come tutti. Perché chi si oppone - secondo la loro ottica - non si sta opponendo al sistema di cose, si sta opponendo perché vuole guadagnare di più, perché vuole spazio maggiore. Si è pentito perché non è diventato capo. Ci sta denunciando perché non l' abbiamo fatto guadagnare, perché vuole prendere il nostro posto. Ne sta scrivendo perché non ha il fegato o le capacità per diventare uno di noi e allora fa l' anticamorrista. L' elemento fondamentale per questi poteri è dimostrare che tutti abbiamo vizi, tutti siamo sporchi, tutti seguiamo due cose: il potere, e dunque fama e denaro, e le donne. O gli uomini, naturalmente. Segnalare che si possa non essere santi o eroi, ma uomini diversi, con tutte le contraddizioni del caso, questo, invece, dà fastidio, mette paura, perché sarebbe come ammettere che si può cambiare anche senza dover compromettere la propria vitao dover raggiungere chissà quali gradi di perfezione o sacrificio. Che non si può essere, non si deve essere soltanto marci, soltanto disposti ad accettare il compromesso. Molti chiedono a chi si pone contro le organizzazioni criminali perché lo faccia. C' è un corridore, un atleta, un recordman dei cento metri, a cui hanno chiesto una volta perché avesse deciso di correre. E la sua risposta è la risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede perché mi occupi di certi temi e perché continui a vivere questa vita infernale.A questo corridore chiesero: «Ma perché corri?» E lui rispose: «Perché io corro? ... perché tu ti sei fermato?». Anche a me piace rispondere così. Quando mi chiedono perché racconto, rispondo semplicemente: «... e perché tu non racconti?».

©2010 Roberto Saviano/Agenzia Santachiara - ROBERTO SAVIANO

domenica 11 aprile 2010

ORTICHE IN PARADISO


Ieri mio figlio mi ha chiesto: "Mamma, in Paradiso ci sono le ortiche?"

Come sempre, allle domande dei miei figli non so rispondere. Però mi sono ricordata di Victor Hugo, di Campbell e dei giochi con l'ortica di quando ero bambina. Eccole, le mie ortiche...

V. Hugo "I miserabili"
“Un giorno Monsieur Madeleine vide dei contadini impegnati ad estirpare ortiche; egli guardò il mucchio di piante sradicate e già inaridite e disse “Sono morte. Tuttavia sarebbe bene che la gente sapesse come usarle. Quando l’ortica è giovane, la sua foglia rappresenta un eccellente vegetale; quando è matura, essa contiene filamenti e fibre come la canapa e il lino. Il tessuto di ortica è buono come quello di canapa. Tritata è ottima per il pollame. Pestata è buona per il bestiame da pascolo. I suoi semi mescolati a foraggio ne rendono brillante il manto. Le radici mescolate al sale producono una tintura gialla. Può paragonarsi ad ottimo fieno e può essere tagliata due volte. E cosa richiede per crescere? Niente altro che un pezzo di terra, nessuna attenzione, niente coltivazione. I semi cadono quando matura ed è difficile raccoglierla. E’ tutto. Con poco può essere utile, fa danni solo se trascurata”.


Campbell: “In Scozia, ho mangiato ortiche, ho dormito in lenzuola di ortiche, ho mangiato su tavole apparecchiate con tovaglie di fibra di ortica. La tenera ortica è un tè eccellente…ho sentito mia madre dire che il tessuto fatto con fibra di ortica dura di più di altri tipi di tessuto”.

Le mie ortiche da "Marmellata di Lucciole"

La femminilità è arrivata con un sorriso tra i giocattoli di una bancarella. La mia prima maschera era una faccia da incazzata nera.
A undici anni avrei voluto essere come Maria Elena. Era più grande di me. Teneva a bada tutti i ragazzi con vaffanculo e cazzovuoi. Non riuscivo a capirlo allora, ma se uno che le piaceva le girava intorno lo trattava anche peggio, una pezza da piedi. Non aveva nessuna pietà per le sue vittime.
Un giorno ci propose di giocare a paziente e dottore. Eravamo quattro o cinque ragazzine. Maria Elena andò a tagliare delle foglie ai bordi della strada e salì nella stanza dicendo di avere l'ovatta per l'iniezione. La più piccola di noi (la chiamavano Maghella) fu messa a pancia in giù sul lettino e Maria Elena le strofinò l'erba sulla natica con tanta cura da sembrare un dottore vero. Maghella cominciò ad urlare e scappò via da sua madre. Ancora oggi quando vedo l'ortica mi viene in mente l'ovatta e il culo rosso di Maghella.
A tredici anni volevo essere come Tania. Lei era una signorina per bene. Non diceva le parolacce e sotto le gonne metteva già le calze velate. Si faceva la ceretta e andava tutte le settimane dal parrucchiere con sua madre. Maria Elelna mi diede un ultimatum: se esci con quella stronza scordati pure il mio nome. Al posto di sorridere mordevo. Ma ero stufa di sembrare una selvaggia. Mia madre mi fece fare il caschetto e mi comprò una gonna a pieghe blu.
Il primo sorriso l'ho fatto a tredici anni. Era la festa del paese. L'avevamo aspettata tanto io e Tania. Mia madre mi comprò un pantalone celeste e un maglioncino di cotone dai colori pastello. Avevo i capelli profumati. C'erano le bancarelle con i giocattoli lungo la strada. Lui si chiamava Orazio. Era il figlio di un venditore di giocattoli. Mi sorrise ed io per la prima volta non risposi secondo il copione di Maria Elena. Mi venne spontaneo di ricambiare. Quel giorno ruppi l'alleanza con la mia musa e ne strinsi una con l'altro sesso. Nel mio modo di sorridere si nasconde ancora quel primo sorriso, un letargico e innaturale distendersi di muscoli e labbra. L'ortica. Il primo bacio è stato grandioso. Lui era un veterano. La lingua continuò a girarmi per ore. Avevo fatto le prove con l'interno del braccio. Tania aveva già il ragazzo e mi aveva detto di provare a quel modo. Io l'accompagnavo agli appuntamenti e restavo ad aspettarla nelle stradine di campagna fuori dal paese. Qualche volta mi mettevo a spiarla. Quando rispuntava dai cespugli aveva le labbra rosse rosse e si riaggiustava tutta. Avevo una voglia matta di baciare anch'io. Ma Maria Elena mi aveva sempre detto che era una cosa schifosa, che poi ti veniva da vomitare, che gli animali non si baciano e suo padre diceva che le bestie sono meglio degli esseri umani.
Da allora ho sempre cercato due animali che si baciano.

WEEKEND CON GIOTTO: RISCOPRIAMO I COLORI


"I colori di Giotto", dall'11 aprile al 5 settembre, Assisi. Il biglietto (euro 10 e 8) consentirà l'ingresso nel cantiere di restauro della Cappella di San Nicola e Palazzo Frumentario. Con lo stesso biglietto sarà inoltre possibile visitare, il Palazzo Vallemani, sede della Pinacoteca Civica, dove si conservano alcuni straordinari affreschi staccati di Giotto e degli artisti assisiati che hanno lavorato nel cantiere della Basilica. Il cantiere di restauro è aperto ai visitatori con l'ausilio di una audioguida in più lingue inclusa nel biglietto (orari: lunedì-venerdì 9:30-18:30, sabato 9:30-16:30, domenica 13:30-16:30). Informazioni: 199.75.75.16, http://www.icoloridigiotto.it/ , http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/

giovedì 8 aprile 2010

LA PARRUCCA DI NEWTON



Invidioso, collerico, vendicativo, misogino: il volto segreto del grande scienziato in un romanzo del cosmologo Luminet "La parrucca di Newton".

Una recensione di PIERO BIANUCCI
Jean-Pierre Luminet, 59 anni, è tra i più importanti cosmologi francesi e tra i più conosciuti nel mondo. Un suo interesse giovanile è la fisica dei buchi neri. Nel 1979 fu tra i primi a studiare gli effetti del passaggio di una stella vicino a un buco nero super-massiccio come quelli che occupano il centro di molte galassie. Nel 2004 i satelliti «Chandra» e «Newton» hanno permesso di osservare direttamente i fenomeni che Luminet aveva intravisto con gli occhi della mente e della matematica.

Sua è l’intuizione, datata 1995, di un «universo stropicciato». In parole più tecniche, l’universo avrebbe una topologia «non semplicemente connessa». Nel 2003, analizzando i dati del satellite Wilkinson-Map sulla radiazione cosmica di fondo, ha proposto l’ipotesi che l’universo abbia una curvatura positiva rappresentabile come uno spazio dodecaedrico di Poincaré: in pratica, una forma a pallone da calcio. Questa idea è stata poi messa in discussione ma conserva un forte fascino intellettuale.

La cosa curiosa è che Luminet è anche scrittore e poeta. In lui divulgazione e narrativa si fondono per dare origine a romanzi che potremmo classificare in un genere autonomo: il realismo scientifico. Dopo un romanzo su Copernico e uno su Galileo, è appena uscito in Francia il romanzo della vita di Newton: La perruque de Newton, edito da JC Lattès, 350 pagine, 20 euro.

Se le contraddizioni del carattere sono una costante dei grandi personaggi romanzeschi, Newton è il protagonista perfetto. Famoso per la lucida mente razionale che lo portò alla scoperta della Legge di Gravitazione Universale, in realtà si occupò di scienza solo per un breve periodo della sua lunga vita (85 anni). Per un tempo assai più lungo – come ci ricorda Luminet in modo fedelmente didascalico – Newton si occupò di teologia (fino ad assumere posizioni eretiche sul dogma della Trinità), magia e alchimia. La sua fluente parrucca nascondeva un cranio completamente calvo a causa dei vapori di mercurio liberati negli esperimenti alchemici. Al calcolo infinitesimale, inventato per dare veste matematica alla legge di gravità, si affiancano notti insonni passate a fare lunghi e insulsi calcoli per prevedere la data dell’Apocalisse. In più, c’è un Newton pragmatico, che dirige con estremo rigore la Zecca di Londra. E c’è un Newton invidioso, collerico, geloso dei colleghi, vendicativo, maniacale, misogino. Amico inseparabile di un compagno di studi, Nicholas Wickins, per vent’anni divise con lui la camera al Trinity College, destando qualche comprensibile sospetto. Sul letto di morte Newton confesserà di non aver mai conosciuto una donna e di essere ancora vergine.

Questo Newton segreto è stato a lungo rimosso e censurato. Un baule con i suoi scritti per due secoli fu rifiutato dagli eredi e sottratto agli studiosi: sono le famose «Carte di Portsmouth».

Primo esploratore delle «Carte di Portsmouth» fu l’economista Lord Keynes. A proposito delle pagine alchemiche e teologiche, giustamente Keynes ha osservato: «A partire dal XVIII secolo Newton fu considerato il primo e maggiore scienziato dell’età moderna, un razionalista, un uomo che ci insegnò a pensare lungo le direttrici di una ragione fredda e pura. Non lo vedo in questa luce. \ Egli fu l’ultimo dei maghi, l’ultimo dei babilonesi, l’ultima grande mente che guardò il mondo con gli stessi occhi di coloro che cominciarono a costruire la nostra tradizione culturale un po’ meno di diecimila anni fa».

Ben nota è la lite tra Newton e Leibnitz sulla paternità del calcolo infinitesimale. Meno divulgata è la ruggine con Robert Hooke per la priorità nella scoperta della legge di gravità. Ancora prima, era stata la teoria della luce motivo di contesa tra i due. Per essere sicuro di avere l’ultima parola, Newton attende la morte di Hooke (1703) per pubblicare, nel 1704, la sua Optiks, opera nella quale descrive lo spettro solare ottenuto facendone passare i raggi attraverso un prisma e formula l’ipotesi che la luce sia costituita da «particelle». Questa intuizione fu poi abbandonata quando i fenomeni di interferenza dimostrarono la natura ondulatoria della radiazione luminosa, ma verrà riesumata da Einstein quando nel 1905 introdurrà il concetto di «fotone» per spiegare l’effetto fotoelettrico (il lavoro che 16 anni dopo gli procurò il Nobel per la fisica).

Pur nella sua tendenza all’isolamento, Newton non disprezzava il potere. Dopo essere stato governatore della Zecca reale, nel 1704 prese in mano la direzione della Royal Society, la più prestigiosa accademia scientifica dell’epoca, e la tenne inflessibilmente per vent’anni. L’incarico gli permise di consacrare la propria fama, operazione che curò anche ricorrendo a sistemi meschini. Nel 1710 dovette occuparsi del trasferimento della Royal Society dalla modesta sede del Gresham College agli ampi locali di Crane Court. Nel trasloco furono spostati innumerevoli ritratti di scienziati. Stranamente, uno solo andò perduto: quello di Hooke.

Autore: Jean Pierre Luminet
Titolo: La perruque de Newton
Edizioni: JC Lattès
Pagine: 35o
Prezzo: 20 euro

IO NON C'ERO


Io non c'ero

Quando è nato l'universo
Quando il ghiaccio ha gelato il sangue dei dinosauri
Quando la Terra era piatta e il Paradiso Terrestre un giardino felice

Io non c'ero

Quando Adamo ha guardato negli occhi Eva
Quando il Serpente ha sibilato la prima parola d'amore
Quando il dolore si è insinuato nel mondo

Io non c'ero

Quando Orlando è impazzito per amore di Angelica
Quando Astolfo è volato sulla luna per il senno di Orlando
Quando le chiese brillavano di fede e l'inferno d'incenso

Io non c'ero
Quando le sirene invitavano Ulisse e i suoi uomini
Quando Sharazade raccontava le sue storie
Quando Barbablu uccideva le sue mogli

Io non c'ero

Eppure sento
Fondersi in un solo canto
la bellezza e l'orrore
stillanti da ogni pietra del mondo

come se mi avesse allevato
una balia antica
con il suo infinito canto
che ha cullato il mondo

e mi ha forgiato
il cuore.

FORBIDDEN IMAGES

Una bobina di pellicola in nitrato da 35 millimetri ritrovata nello scantinato di un vecchio teatro della Pennsylvania e il mistero delle immagini proibite del cinema degli anni '30 torna alla luce.Tutte le clip montate in questo video sono tagli di censura dai film proiettati tra gli anni '20 e gli anni '30: le scene troppo esplicite, come quelle che mostrano una donna in lingerie o delle gambe che si scoprono con un soffio di vento, venivano tagliate dal proiezionista per assecondare i gusti del tempo.
Il video, montato con una selezione delle sequenze ritrovate, è stato presentato nel 2007 al 72 Hour Film Festival di Frederick, nel Maryland, per poi trovare il vero successo solo in questi giorni grazie a YouTube.

(fonte Repubblica.it)

mercoledì 7 aprile 2010

ERRI DE LUCA "ON THE ROAD"


Lo scrittore Erri De Luca, autore del best seller "Tre cavalli" (sfoglialo qui - google books), è impegnato in un tour in California, fra natura e letteratura.
De Luca incanta gli americani e dice: "Questo è il paese che ho conosciuto grazie agli autori che amo ma ho trovato molto di più di quello che mi sarei aspettato"
Per gli amici di letture un articoli di PAOLO PONTONIERE

SE la durata della vita di un uomo equivale davvero a "quella di tre cavalli", come sostiene Erri De Luca, con il tour californiano in corso quella dello scrittore napoletano si è addentrata nella seconda fase della sua esperienza letteraria. Autore per l'appunto di Tre cavalli e di oltre quaranta fra novelle, raccolte di poesia, antologie e racconti brevi, all'inzio di aprile De Luca ha dato il via alla sua avventura americana con un tour che lo porta dalle foreste pluviali e dal clima nebbioso della California settentrionale alle dune oceaniche di San Diego. Una "prima" americana, la sua, in linea con le atmosfere dei suoi lavori e arricchita dalle cose che più contano nella sua narrativa: la natura, la terra e gli uomini che la plasmano, il ritmo delle stagioni e le forze elementari con le quali si confrontano gli esseri umani.

Un tour non tradizionale, dove l'incontro con studenti universitari, studiosi della nostra lingua e della nostra cultura si alterna a immersioni nelle meraviglie naturali della regione, dalla Muir Woods National Forest, la foresta di sequoie dedicata a John Muir, il naturalista scozzese al quale si deve la preservazione di Yosemite Valley e del Sequoia National Park, a Stintson Beach e Alcatraz, due dei maggiori santuari aviari della California. "Sono stato tra gli alberi più alti del mondo, tra le rosse sequoie spinte dai secoli e dalle radici verso il cielo - racconta De Luca del suo incontro con la costa del Pacifico a Nord di San Francisco - vengono descritte come colonne di una cattedrale, io ho visto in loro delle lance conficcate al suolo da giganti fuggiti. Lance puntate a ciuffi contro nuvole e stelle, che hanno messo radici e diramato foglie. Ho visto un bosco di lance, che non lasciano varco a nessun raggio".

Una realtà che ricorda all'autore l'umidità delle strade della città natale. "A terra, nel bosco delle sequoie, c'era la stessa umidità dei vicoli di Napoli, ma niente del suo odore - spiega De Luca - quella era stretta, gremita, buia, opposta alla cartolina di città del sole. I passi che infilo uno dopo l'altro sul suolo della California mi portano verso il largo di orizzonti, affacciati sul maggiore oceano del pianeta".

Ma la California e gli Stati Uniti per lo scrittore non sono solo natura e letteratura, anche se si fanno sentire con forza le influenze di Kerouac, Steinbeck, Dylan e Hemingway. Sono anche il contrasto fra cultura e politica. "Con così tanto spazio e natura perché partire con guerre verso i punti più remoti del mondo? - si domanda De Luca - con così tanta superficie magnifica, perché voler andare sulla Luna, spedire astronavi nello spazio? Questa geografia mi terrebbe fermo e felice dentro il suo confine. Invece ha istigato la sua gente a battere piste remote di terra, di mare e di cielo. Non lo capisco".

E si stupisce, De Luca, di fronte a una sala gremita da americani che hanno letto i suoi lavori in italiano e seguono con interesse il dibattito tra l'autore e il suo traduttore - Michael Moore - sulla rilevanza narrativa di un vocabolo quando tradotto in forma di sostantivo oppure di aggettivo. "Non smetteva di soprenderlo il fatto che tutta quella gente potesse essere veramente interessata alle sue storie personali e avesse addirittura letto i suoi libri in originale - racconta Amelia Carpenito-Antonucci, direttore dell'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco - De Luca agli americani offre il ritratto perfetto dell'autore per amore. Uno scrittore che fa le cose con modestia e dedizione e bada alla sua arte senza presunzione, senza interesse per la fama".

Dopo San Francisco, ad attendere l'autore c'è un incontro alla University of Southern California, poi il 7 aprile all'Istituto di Cultura Italiana di Los Angeles, l'8 aprile alla University of California di Los Angeles e il 10 alla Casa della Lingua Italiana di San Diego. "Ho la sensazione di essere arrivato in un posto che ci può insegnare molto quanto a diversità e democrazia, vedi l'elezione di Obama dopo gli anni dell'oscurantismo bushiano - osserva De Luca - qui trovo il paese che ho conosciuto attraverso i libri degli autori che amo, ma allo stesso tempo trovo molto di più di quello che mi sarei aspettato e come mi accadeva a diciotto anni, quando leggevo On the Road di Kerouac, mi fa venire la voglia di rimettermi in viaggio". E per celebrare il suo viaggio la Other Press, la sua casa editrice statunitense, ha pubblicato una nuova edizione di Three Horses. Ormai il romanzo, negli Stati Uniti, è diventato un classico. © Riproduzione riservata (07 aprile 2010)

POESIA DEL MERCOLEDI' (PRIMA DI TORNARE A LAVORO)

Pierluigi Cappello


VIII

Ma jo che fin cumò soi stât bussât
nome de tampieste amôr gno
che fin cumò soi stât bessôl e sec
’ne sepe secje e cence pome intor
che soledât di te, la tô a la mê
mancul lizere, e mi è vignude intor
dulà cjatâle la fuarce cumò
e cuâl e cemût il fûc di cjalâti
o di cjalâ dulà che amôr nol sedi?

Ma io, che fino adesso sono stato baciato
soltanto dalla tempesta, amore mio,
che fino adesso sono rimasto solo e secco,
un nocciolo secco senza il suo pomo intorno,
che la solitudine di te, la tua alla mia
meno leggera, mi è arrivata addosso,
dove trovarla adesso la forza,
e quale e come il fuoco di guardarti
o di guardare dove non ci sia amore?




Pierluigi Cappello
Assetto di volo. Poesie 1992-2005
a cura di Anna De Simone
Crocetti Editore 2006

lunedì 5 aprile 2010

L'ANIMA DELL'AQUILA BELLA ME'


(DA blogteatro)

Siccome mezza Italia si è trasferita a L’Aquila, invasa, se non bastassero le macerie, da tv, giornalisti, politici tutti ansiosi di ricordare il terremoto a un anno dal terribile evento, noi andiamo a Bologna. Ma per parlare di L’Aquila.

Teatri di Vita (Via Emilia Ponente 485, Bologna, Info 051 566330\ 051 566330) ospita il 6 aprile L’anima dell’Aquila bella mé, un progetto a cura di Andrea Adriatico (dalle 19), abbastanza strano e curioso dove c’è dentro un po’ di tutto, un film, uno spettacolo-concerto, un incontro e una degustazione, per dare voce a chi ha vissuto il terremoto, il dolore di una perdita in prima persona.
Il titolo L’Aquila bella mé deriva da una canzone-simbolo della città abruzzese. E canzoni degli aquilani, ricordi, tradizioni, immagini della città, raccolte e presentate da artisti e operatori aquilani, fanno parte della serata-spettacolo che si apre con la degustazione di prodotti dall’aquilano.
A seguire, alle 19.30, è previsto l’incontro con il Comitato 3.32, uno dei comitati più attivi della città nella richiesta di una diversa ricostruzione, più vicina alle esigenze reali della città. Nato subito dopo il sisma che ha colpito L’Aquila nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009, è stato uno dei comitati promotori delle azioni più significative, dal presidio di piazza Montecitorio alla realizzazione della scritta “Yes We Camp” durante il G8 fino alla “rivolta delle carriole” di queste ultime settimane. A parlarci delle attività del comitato, e soprattutto dei bisogni di una città i cui problemi sembrerebbero già risolti, saranno Ettore Di Cesare e Sara Vegni.
Alle 21 c’è il concerto-spettacolo di Antonella Cocciante e Carlo Pelliccione Animammersa. Lettere da L’Aquila – voci e suoni dalla memoria, in cui lettere, testimonianze e memorie lanciate in internet dagli sfollati nelle tendopoli, negli alberghi sulla costa e nei camper, si incontrano con i canti della tradizione popolare aquilana e della costa abruzzese, rielaborati dalla ricerca etnomusicale di Carlo Di Silvestre e Carlo Pelliccione ed eseguiti nello spettacolo dal gruppo Il Passagallo, tra cui proprio L’Aquila bella mé, in una versione rivisitata da Carlo Pelliccione (che dovrebbe far parte anche del film di Sabina Guzzanti “Draquila”).
Animammersa (che vuol dire “anima profonda”) nasce dall’idea di Carlo Pelliccione, musicista e docente di contrabbasso al Conservatorio di Campobasso, e Antonella Cocciante, attrice di cinema e teatro, con il concorso di Patrizia Bernardi (che tra l’altro è stata co-fondatrice di Teatri di Vita e per molti anni attrice in spettacoli diretti da Andrea Adriatico prima di ritornare nella sua città d’origine). Dopo il debutto del 27 aprile 2009 nella tendopoli di Rocca di Mezzo e Rocca di Cambio, lo spettacolo ha attraversato per mesi le tendopoli e i luoghi più martoriati dal terremoto, condividendo canti popolari e parole con la stessa popolazione da cui lo spettacolo è nato.

Alle 22.30 verrà proiettato il film documentario L’Aquila bella mé, diretto da Pietro Pelliccione e Mauro Rubeo, un lungo diario filmato che si propone di raccontare la dura e complessa storia della ricostruzione della città de L’Aquila. I giovani cineasti aquilani (che tra l’altro hanno coinvolto per la colonna sonora la più importante band musicale emergente della città, i Vega’s) già dal 7 aprile hanno iniziato a filmare questo loro diario della ricostruzione.

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...