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ABRAHAM YEHOSHUA, UNA LEZIONE ALL'AUDITORIUM DI ROMA




FOTO DI A. BATES

Roma a primavera ritorna bella, come una donna sfiorita che ritrova il sorriso di bambina per qualche ora.
E si va a passeggio tra le strade della città, con gli occhi sereni, mentre il Tevere gonfio di piogge, si trascina via l'inverno con la solita energia della sua acqua torbida.
Ieri a Roma, oltre al sole, c'era lo scrittore Abraham Yehoshua. All'Auditorium nella Sala Sinopoli si sono abbassate le luci ed è entrato lo scrittore di cui ho letto praticamente tutto e che è forse tra gli autori più importanti di questo secolo. Ero emozionata all'idea di incontrare il mio scrittore preferito. Mi sono stretta al braccio di mio marito e ho pregato che la sala gremita smettesse di respirare perché volevo sentire, assorbire, ogni singola parola, come se fossi su una poltrona sprofondata a leggere un suo libro. In sala c'erano anche due dei miei studenti più entusiasti ed affezionati. Ero felice che fossero lì, testimoni di un evento che di certo avrebbe lasciato il segno.
Abraham Yehoshua ha parlato in inglese per un'ora e mezza. In piedi, davanti a un leggio. Con accento che fa risuonare la "th" come una "z" e ogni parola impregnata degli odori di Gerusalemme e delle città vive nei suoi libri, oppure del "ruach" il vento e lo spirito di "Fuoco Amico".
Yehoshua ha parlato del suo amore per la lettura e per la letteratura, ha ricordato letture infantili, come il libro "Cuore" di Edmondo De Amicis, che il padre gli leggeva e che lo faceva commuovere. Ha parlato del coraggio di scrivere e della responsabilità etica di ogni scrittore che vuol dire lottare per la propria identità, per la propria storia, per la propria lingua. Ha messo in guardia dal cercare lo scrittore nella sua scrittura, ha sottolineato i pericoli insiti nel culto della personalità dello scrittore. Ha sottolineato la fatica enorme della scrittura. Ha invitato a cominciare dal racconto breve e dalla poesia, esortando ad uscire dal linguaggio quotidiano. Ha evocato i giorni in cui per scrivere un solo paragrafo impiegava ore e la fuga nei campi vicini a casa, per respirare o inseguire la parola esatta.
Ha tentato di spiegarci cosa voglia dire scrivere in ebraico, una lingua da secoli "addormentata" come una principessa di fiaba, che ha baciato e amato, ma che poi ha costretto a immergersi nella vita vera per poterla vivere.
Ha ricordato cosa sia essere scrittore d'Israele, cosa significhi per il popolo ebraico "rientrare nella Storia" e "abbandonare il mito", tentazione perenne di questo popolo antico. La questione politica israeliana, l'obbligo di cercare le ragioni del nostro esistere nella Storia. E' lì che risiedono le risposte.
Yehoshua non è solo uno scrittore di romanzi in cui la vita si mescola meravigliosamente alla fantasia, ma è soprattutto un uomo che vede al di là dei confini angusti della quotidianità per rappresentare tutto quanto di fragile la nostra esistenza racchiuda.
Dopo la conferenza siamo andati in giro per Roma, la città era dorata e luminosa, come se le fosse colato addosso un barattolo di miele. E' stato naturale chiedersi, sapendo che lo scrittore alloggiava in uno dei meravigliosi alberghi del centro, cosa Yehoshua porterà con sé di questa città bellissima e desolata. Intanto vi dico quello che Yehoshua ha lasciato oggi a Roma: boccioli sul Colosseo, un ciliegio in fiore, la speranza che scrivere sia ancora il mestiere più bello del mondo perché rende il mondo un posto migliore.

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