lunedì 29 marzo 2010

NEL SEGNO DELLA PECORA, DI HARUKI MURAKAMI

Contare le pecore di Murakami.
(DAL BLOG BOOKOWSKY)

Si possono dire tante cose di Nel segno della pecora di Haruki Murakami. Per esempio che è il suo primo romanzo e finalmente è stato ripubblicato perché era ormai impossibile da trovare. Oppure che ci sono fili e spunti che torneranno praticamente in tutti i lavori successivi a partire dal misterioso Hotel del Delfino. Oppure si può parlare della trama, ma chi conosce Murakami sa bene che è fatica sprecata.

Allora, partiamo da un altro punto. Se leggete Murakami, qualsiasi cosa leggiate, i vostri sogni cambieranno. Incomincerete ad avere una vita onirica molto più attiva. A molti è successo, succede continuamente: la scrittura di Murakami ha a che fare con strati non coscienti, gioca con gli archetipi molto più di quanto sembri, le metafore che usa sono inneschi seminati per la strada. Bene, partendo da questo, ha un senso parlare di trama: se si è disposti a credere che esistono libri sospesi tra una realtà cosciente e una nascosta e che solo tenendo conto della seconda si può capire la prima, allora Nel segno della pecora parla di un uomo alla ricerca di una certa pecora responsabile di un certo complotto e che a un certo punto incrocia la vita di un certo suo amico. La ricerca comporterà lasciarsi tutto alle spalle o almeno quello che siamo abituati a chiamare tutto: lavoro, moglie, routine, contare pecore, contare pecore.

Come nei sogni al protagonista capita di incontrare una ragazza che ha delle orecchie bellissime e che lo sta ad ascoltare come ci possono stare ad ascoltare certi esperimenti di scrittura automatica: “E secondo te perché mi stimo così poco?” “Perché vivi solo a metà. L’altra metà è ancora intatta da qualche parte”. Siamo tutti casi tipici. Le persone però non pensano di essere casi tipici, scrive Murakami. Forse per questo nessuno meglio di lui sa descrivere gli stati d’animo in cui nulla accade, i suoi eroi vivono periodi di elencazione di giorni inutili che spingono di solito il resto del genere umano a cancellarli dal calendario. Hanno vite che ripetono continuamente lo stesso ciclo, hanno donne che non riescono a stare con loro, hanno un pessimo rapporto con il denaro e ottimo con il cibo. La loro mente è stata sconfitta da un fatalismo precoce e niente ha riscattato quella sconfitta se non l’attesa di una visita in sogno.

“Si può credere che noi essere umani vaghiamo senza meta sul continente della casualità, come i semi alati di qualche specie vegetale portati da una capricciosa brezza primaverile. Tuttavia si può anche sostenere che la casualità non esiste. Ciò che è accaduto è accaduto, senza se e senza ma, e ciò che è di là da venire, è di là da venire. Insomma, la nostra fuggevole esistenza è stretta fra quanto abbiamo alle spalle e il nulla che abbiamo davanti, e non c’è posto né per il caso né per l’eventualità. In pratica però tra le due concezioni non c’è una grande differenza. E’ come chiamare lo stesso piatto con due nomi diversi. Era una metafora”. Era una metafora.

Ps. Per chi volesse farsi un’idea più completa di Murakami, ecco un viaggio letterario sulle sue tracce in nove puntate.

Murakami Haruki, Nel segno della pecora (tr.it. A. Pastore, Einaudi, 19,50 euro)

FAHRENHEIT YOU BOOK


Fahrenheit You Book
FahrenheitYou Book, le recensioni degli ascoltatori
Due minuti per raccontare un libro: inviate una recensione in formato mp3 a fahre@rai.it o chiamate la segreteria allo 063724737.
Ve ne ho già parlato in uno dei miei post passati, ma rinnovo l'invito agli studenti (e ai lettori: provate a recensire un libro in 120 secondi.
Una sfida per alcuni, un sollievo per altri! ;)

domenica 28 marzo 2010

ABRAHAM YEHOSHUA, UNA LEZIONE ALL'AUDITORIUM DI ROMA




FOTO DI A. BATES

Roma a primavera ritorna bella, come una donna sfiorita che ritrova il sorriso di bambina per qualche ora.
E si va a passeggio tra le strade della città, con gli occhi sereni, mentre il Tevere gonfio di piogge, si trascina via l'inverno con la solita energia della sua acqua torbida.
Ieri a Roma, oltre al sole, c'era lo scrittore Abraham Yehoshua. All'Auditorium nella Sala Sinopoli si sono abbassate le luci ed è entrato lo scrittore di cui ho letto praticamente tutto e che è forse tra gli autori più importanti di questo secolo. Ero emozionata all'idea di incontrare il mio scrittore preferito. Mi sono stretta al braccio di mio marito e ho pregato che la sala gremita smettesse di respirare perché volevo sentire, assorbire, ogni singola parola, come se fossi su una poltrona sprofondata a leggere un suo libro. In sala c'erano anche due dei miei studenti più entusiasti ed affezionati. Ero felice che fossero lì, testimoni di un evento che di certo avrebbe lasciato il segno.
Abraham Yehoshua ha parlato in inglese per un'ora e mezza. In piedi, davanti a un leggio. Con accento che fa risuonare la "th" come una "z" e ogni parola impregnata degli odori di Gerusalemme e delle città vive nei suoi libri, oppure del "ruach" il vento e lo spirito di "Fuoco Amico".
Yehoshua ha parlato del suo amore per la lettura e per la letteratura, ha ricordato letture infantili, come il libro "Cuore" di Edmondo De Amicis, che il padre gli leggeva e che lo faceva commuovere. Ha parlato del coraggio di scrivere e della responsabilità etica di ogni scrittore che vuol dire lottare per la propria identità, per la propria storia, per la propria lingua. Ha messo in guardia dal cercare lo scrittore nella sua scrittura, ha sottolineato i pericoli insiti nel culto della personalità dello scrittore. Ha sottolineato la fatica enorme della scrittura. Ha invitato a cominciare dal racconto breve e dalla poesia, esortando ad uscire dal linguaggio quotidiano. Ha evocato i giorni in cui per scrivere un solo paragrafo impiegava ore e la fuga nei campi vicini a casa, per respirare o inseguire la parola esatta.
Ha tentato di spiegarci cosa voglia dire scrivere in ebraico, una lingua da secoli "addormentata" come una principessa di fiaba, che ha baciato e amato, ma che poi ha costretto a immergersi nella vita vera per poterla vivere.
Ha ricordato cosa sia essere scrittore d'Israele, cosa significhi per il popolo ebraico "rientrare nella Storia" e "abbandonare il mito", tentazione perenne di questo popolo antico. La questione politica israeliana, l'obbligo di cercare le ragioni del nostro esistere nella Storia. E' lì che risiedono le risposte.
Yehoshua non è solo uno scrittore di romanzi in cui la vita si mescola meravigliosamente alla fantasia, ma è soprattutto un uomo che vede al di là dei confini angusti della quotidianità per rappresentare tutto quanto di fragile la nostra esistenza racchiuda.
Dopo la conferenza siamo andati in giro per Roma, la città era dorata e luminosa, come se le fosse colato addosso un barattolo di miele. E' stato naturale chiedersi, sapendo che lo scrittore alloggiava in uno dei meravigliosi alberghi del centro, cosa Yehoshua porterà con sé di questa città bellissima e desolata. Intanto vi dico quello che Yehoshua ha lasciato oggi a Roma: boccioli sul Colosseo, un ciliegio in fiore, la speranza che scrivere sia ancora il mestiere più bello del mondo perché rende il mondo un posto migliore.

venerdì 26 marzo 2010

ROBIN HOOD, TEMPLARE USURAIO



(Fonte Ansa)
LONDRA - Robin Hood rubava sì ai ricchi, ma i soldi ai poveri li prestava, anziché regalarli. E' questa la tesi contenuta in un nuovo libro, secondo il quale il leggendario fuorilegge della foresta di Sherwood fu in realtà uno dei primi usurai e faceva tra l'altro parte dell'ordine dei Templari.

John Paul Davis, autore del volume 'Robin Hood: the Unknown Templar', ha elaborato la sua teoria studiando alcuni passaggi di un'antica ballata inglese che racconta come Robin Hood avesse prestato 400 sterline a un cavaliere che aveva un grosso debito con un abate. Nella ballata, intitolata a 'A Gest of Robyn Hode' e che rappresenta uno dei primi riferimenti in forma scritta al celebre fuorilegge, Robin chiede al cavaliere se qualcuno può garantire per lui e poi accetta di prestargli i soldi, che dovranno essergli restituiti entro un anno.

Più avanti nella ballata, che risale al Cinquecento, il cavaliere torna da Robin e gli offre di restituirgli i soldi con un piccolo extra. Il fuorilegge si rifiuta tuttavia di accettare i soldi, dicendo di averli già rubati all'abate per punirli della sua avidità e dice al cavaliere che sarebbe sbagliato per lui farsi dare i soldi due volte.

Secondo Davis inoltre, quanto descritto nella ballata proverebbe anche che Robin Hood era un membro dell'ordine dei Templari. Quel tipo di prestito era infatti praticato all'epoca soltanto dai Templari e trattandosi di una cifra molto grossa, "dietro al prestito - afferma Davis - doveva esserci una grossa organizzazione e non soltanto un fuorilegge solitario".

E intanto Robin Hood torna nelle sale cinematografiche (fonte ANSA. Il colossal di Ridley Scott con Russel Crowe principe dei ladri è stato scelto per l'apertura del 63/mo Festival di Cannes. Il film, presentato fuori concorso, sceneggiato da Brian Helgeland, rivisita il mito di Robin Hood già portato sullo schermo in precedenza da Errol Flynn, Sean Connery e Kevin Costner. Kate Blanchett è la protagonista femminile, nel cast ci sono anche Max Von Sydow, Lea Seydoux e William Hurt.
Il film uscirà in tutto il mondo il 14 maggio 2010.

LIBRI IN 3D



ROMA, 25 MAR - Dopo cinema, tv e videogiochi il 3D potrebbe interessare, a suo modo, anche i libri. La notizia arriva dalla Corea del Sud. Un team di scienziati sudcoreani afferma infatti di aver sviluppato una tecnologia 3D che fa 'saltar fuori' personaggi e luoghi dalle pagine di un libro tradizionale. E annuncia di averla usata per animare 2 libri di favole. Le figure hanno una speciale 'cordicella' che fa partire l'animazione in 3D. Per la visione occorrono gli appositi occhialini.

OGGI HO SALVATO PLATONE, CARTESIO E ARISTOTELE: LIBRI AL MACERO ALL'UNIVERSITA' DI TORINO


Platone non ama Cartesio e proprio non gli va di finire al macero, seppure in compagnia dell'opera omnia di Aristotele in greco o di un saggio con gli scritti inediti del Ciaffi, latinista famoso. È parsa dunque davvero un po' surreale l'immagine che si è vista martedì pomeriggio davanti a Palazzo Nuovo: scatoloni di libri abbandonati nelle aiuole recintate in attesa di essere portati al macero, tesi di laurea e migliaia di volumi editi da Giappichelli o Gheroni, la maggior parte dei quali siglati Università di Torino, facoltà di magistero. Il ragno che ha alzato tutto in massa e sgomberato definitivamente l'area è arrivato soltanto questa mattina. Per fortuna però, studenti e professori, sconcertati dall'idea che fosse proprio l'Università a mandare al macero quei volumi senza tentare una soluzione alternativa (una biblioteca disponibile o un punto di distribuzione gratuita) sono corsi a rovistare nelle scatole e hanno portato in salvo una parte dei volumi, finiti così nell'atrio di Palazzo Nuovo e a disposizione degli studenti incuriositi da quei vecchi reperti.

"Quando ce ne siamo accorti abbiamo fatto una selezione e ne abbiamo portati dentro oltre quattromila - racconta Gaia, una delle rappresentanti dei ragazzi di Lettere - e i ragazzi hanno gradito. L'Università ha sgomberato parte della cantina per ripulire ma a nessuno a quanto pare è venuto in mente che si potesse inventare qualcosa di diverso che non fosse abbandonare i libri là fuori". Ieri mattina, i volumi rimasti si potevano contare sulle dita di una mano: molte copie di manuali di geografia, "La politica mediterranea inglese" edita da Gheroni nel 1952, "Scritti Vari" di filosofia, anno di pubblicazione il 1950, "Le fonti italiane della Romola di George Eliot", editore Giappichelli.

La docente di Storia della lingua latina Valeria Lomanto mostra tutta contenta il suo bottino, gli Scritti inediti del Ciaffi: "È un latinista famoso, questo è un testo che potrebbe essere usato ancora oggi". L'Università che piange per i tagli non poteva vendere i libri ad un prezzo simbolico di 1 euro?, si interroga la professoressa: "Sembra assurdo che siano gli studenti a salvare i libri". Le accuse arrivano anche dal professore di Storia del Nord America Gian Giacomo Migone: "Mi sembra che in questo modo l'Università regali un'immagine di superficialità. Una studentessa mi ha portato un volume che giudico di grande interesse, sarebbe stato un vero peccato vederlo finire in un cassonetto". E Chiara, dell'Associazione Altera, è lì a rispondere dei tanti studenti incuriositi che si avvicinano con timidezza i volumi chiedendo se si potevano prendere: "Io ho salvato l'opera omnia di Aristotele in greco, l'abbiamo portata nella stanza della nostra associazione". Ma sono matti a buttare via i libri? dice Matteo che si è accaparrato sette volumi.

Il preside di Lettere Lorenzo Massobrio, avvertito dai ragazzi, è cascato dalle nuvole, ma non sembra particolarmente turbato dall'operazione sgombero: "Certo la decisione non dipende da me, il problema è di chi dirige la logistica, ma comunque tutti i responsabili delle biblioteche sono stati consultati. E che altro si doveva fare con uno sgombero? Si mettono i libri da qualche parte in attesa che se li portino via". Vendere i libri è un'idea assurda, aggiunge Massobrio "ma sono contento che i ragazzi abbiano seguito il mio consiglio, andare a prendersi direttamente i libri, una scelta di buon senso".



(Repubblica 25 marzo 2010)

giovedì 25 marzo 2010

"LA PAROLA CONTRO LA CAMORRA"



Roberto Saviano torna con un libro e un dvd dal titolo "La parola contro la camorra"
Ne anticipiamo un brano. Le organizzazioni criminali temono i libri, i discorsi e i pensieri.
Così le parole cambiano il mondo
di ROBERTO SAVIANO


"SPESSO mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti, capaci di contare su centinaia di uomini armati e su capitali forti. E come è possibile - questa domanda mi viene ripetuta spessissimo, soprattutto all'estero - che uno scrittore possa mettere in crisi organizzazioni capaci di fatturare miliardi di euro l'anno e di dominare territori vastissimi?

È complicato dare una sola risposta e, in verità, l'unica risposta che mi viene in mente, la più plausibile è che sia proprio la diffusione della parola a mettere paura. Non è lo scrittore, l'autore, non è neanche il libro in sé, né la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo a mettere paura. Quello che realmente spaventa è che si possa venire a conoscenza di determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa d'improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibilità di percepire determinate storie come le proprie storie. Non più come storie lontane, non più come vicende geograficamente distanti, ma come facenti parte della propria vita. Allora ciò che più temono le organizzazioni criminali non è soltanto la luce continua che gli viene posta addosso, ma soprattutto che migliaia, forse milioni di persone in Italia e nel mondo, possano sentire le loro vicende e il loro destino come qualcosa che riguarda tutti.

Qualcuno può credere che questa sia una visione troppo mediatica e quindi distante dalla realtà. Ma non è così. Molti episodi dimostrano che l'attenzione, anche degli intellettuali e degli artisti, data alle organizzazioni criminali e a quello che accade intorno a loro ha realmente cambiato le cose e il destino di molte persone. La storia di Giuseppe Impastato, giornalista ucciso a Cinisi in Sicilia nel 1978, ne è un esempio. Quando Impastato fu ucciso, l'opinione pubblica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che provenivano da Cosa Nostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di attentato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell'ordine. Poi, dopo più di vent'anni, esce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato - ormai conservata solo dai pochi amici, dal fratello, dalla mamma - ma, addirittura, la rende a tutti, come un dono. Un dono allo stato di diritto e alla giustizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la condanna di Tano Badalamenti, all'epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista.

È successo per molte persone. Pippo Fava, giornalista de I Siciliani, una rivista che stava dando molto fastidio a Cosa Nostra, viene ucciso mentre sta andando a prendere la nipotina a teatro. Gli sparano in testa, lo sfregiano. Gli omicidi delle organizzazioni criminali hanno sempre una sintassi simbolica. Sparare in faccia, per esempio, ha un significato diverso rispetto a sparare al petto. A Pippo Fava lo sfregiano, gli sparano alla nuca e pochissime ore dopo iniziano a diffondere la notizia, che poi diventerà la versione ufficiale nella società civile catanese - o forse bisognerebbe definirla incivile - che era stato ucciso perché "puppo", ovvero omosessuale, come dicono in Sicilia. Perché aveva messo le mani addosso a dei ragazzini fuori dalla scuola. Si erano inventati questa balla per delegittimarlo, per suscitare fastidio al solo pronunciare il suo nome. Per suscitare quella sensazione di diffidenza nelle persone, che trova terreno fertile in simili circostanze.

Chiunque si occupi di mafie sente questa melma intorno a sé: la melma della diffidenza. Io ci convivo da anni; dal primo giorno. Va di pari passo con la mia quotidianità sentire diffidenza, soprattutto quella degli addetti ai lavori, infastiditi spesso per il solo fatto che sei arrivato a molte persone. Questo, soprattutto, a intellettuali e giornalisti non torna. "Come mai sei arrivato a tante persone?" In un Paese dove chi arriva a tanti spesso è sceso a patti con qualche potere o ha scelto di compromettere le proprie parole. "Dove hai tradito? Dove ti sei venduto? Con chi ti sei alleato?". Il cinismo degli addetti ai lavori è sempre questo: arrivare a un pubblico vasto di lettori, di ascoltatori, di osservatori, significa tutto sommato accettare i codici più bassi, più biechi della comunicazione.
La copertina del libro


Ebbene, le organizzazioni criminali non sono tanto diverse nel valutare e nel delegittimare i propri nemici. Le organizzazioni criminali hanno necessità di portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesse personale. Chi è contro di noi sta diffamando il territorio, perché noi non esistiamo come loro ci raccontano. Chi è contro di noi è pagato da qualcuno per essere contro di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo carriera personale su di noi.

Le parole, quando arrivano a molte persone, quando raccontano di certi poteri, diventano assai pericolose. Assai pericolose perché il rischio è che a difenderle debba essere il tuo corpo, il tuo sangue, la tua stessa carne. È successo a moltissimi scrittori, a moltissimi giornalisti. L'Italia ha una caratteristica che in genere, quando raccontano di noi, non viene riportata: l'Italia è un Paese cattivo. Molto cattivo. Perché è un Paese dove è difficile realizzarsi, dove il diritto sembra un privilegio.

La storia dell'antimafia spesso è una storia di enormi cattiverie e quando me ne rendo conto non riesco a capire come sia possibile, di fronte a delle vicende tragiche e tutto sommato chiare. La morte di don Peppe Diana, per esempio. La morte di un uomo, un ragazzo, ammazzato poco più che trentenne, sul cui conto, per anni, si è detto di tutto. Che fosse stato ucciso per presunte relazioni con delle donne, che avesse collaborato con un clan. Che era morto perché anche lui colluso e non perché aveva scritto un documento, Per amore del mio popolo non tacerò, che aveva dato molto fastidio ai poteri criminali. In quel documento, don Diana, segnalava la strada che avrebbe seguito in quanto prete di Casal di Principe. Lì dichiarava quale fosse il compito di un prete in quelle terre, cioè raccontare, denunciare e, appunto, non tacere.

La morte, così, diventa la garanzia che ciò che hai detto e fatto è vero, o quantomeno che ci hai creduto sino in fondo. Questo mio è un ragionamento difficile da capire e mi rendo conto che chiedo uno sforzo enorme a chi mi sta leggendo. Però è uno sforzo che vale la pena fare per capire come funzioni il meccanismo della parola. Anna Politkovskaja, scrittrice e giornalista russa, viene uccisa e il giorno stesso della sua esecuzione il marito dichiara di provare, oltre a un profondo dolore, anche un sentimento di serenità, quasi di sollievo. Stupisce tutti. Perché serenità? Perché sollievo? Com'è possibile? "Perché so", spiega lui "che almeno con la morte non potrà più essere diffamata". Pochi giorni prima che Anna morisse, avevano tentato di sequestrarla, per narcotizzarla e farle delle foto erotiche da diffondere sui giornali di gossip. Di fronte a una delegittimazione del genere puoi invocare solo la morte. Chi lavora con le parole, con le parole che spaventano certi poteri, sa benissimo che quegli stessi poteri non possono consentire che tu abbia contemporaneamente autorevolezza e vita. O l'una o l'altra. Se hai la vita non hai l'autorevolezza, se hai l'autorevolezza non hai la vita.

Tantissimi scrittori e magistrati si sono trovati nella necessità di dover scegliere. Io stesso ho avuto a che fare, in questi anni, con molti magistrati che hanno affrontato la paura, il terrore di dover morire ma ancor più di essere delegittimati. Come si può salvare la parola da questa terribile doppia condanna? Facendo sì che non appartenga più a una singola persona. La parola, se smette di essere mia, di altri dieci, di altri quindici, di altri venti e diventa di migliaia di persone, non si può più delegittimare, perché anche se si delegittima me quelle parole sono già diventate di altri. E se anche si dovesse eliminare fisicamente la persona che per prima le ha pronunciate, sarebbe comunque troppo tardi.

So bene che si rischia di essere tacciati di eccessivo romanticismo se si pronunciano espressioni come "parola usata da molti", "parola contro il potere". Ma sono convinto che far diventare concreta una parola significhi innanzitutto consentirle una piena realizzazione nel quotidiano. E affinché la parola diventi realmente efficace contro le mafie non deve concedere tregua. Il grande sogno che hanno alcuni scrittori è quello che le loro parole possano mutare la realtà, che le loro parole, magari nel tempo, possano effettivamente indirizzare il percorso umano verso nuove strade. Certo mi rendo conto che nessuno può isolare il momento esatto in cui Dostoevskij o Tolstoj hanno modificato, indirizzato o semplicemente suggestionato il pensiero umano. Non è che un mese dopo l'uscita dei loro scritti qualcosa immediatamente sia cambiato. Nessuno può dire quale sia il peso reale della Metamorfosi di Kafka oppure delle parole di Ovidio. Nessuno può dire quanto abbiano reso migliori o peggiori o indifferenti gli esseri umani.

Ma chi ha la possibilità e lo strano e drammatico privilegio di vedere le proprie parole agire nella realtà, quando ancora è in vita, quando ancora il suo libro è caldo, allora questo scrittore può accorgersi di quanto effettivamente il peso specifico delle sue parole stia entrando nella quotidianità, contribuendo a modificare i comportamenti delle persone. Quando questo accade ti rendi conto che il potere reale che hanno le parole è davvero infinito, ancor di più perché è un potere anarchico. Un potere che si basa sulla condivisione e sulla persuasione non è più un potere e la parola, quando viene accolta, non suscita più diffidenza e paura. E quando questo accade, significa che qualcosa sta cambiando, che qualcosa è già cambiato, che nessuno può più permettersi di ignorare certi argomenti, di relazionarsi a certi territori e a certe logiche.

Io vengo da una terra complicata dove ogni cosa è gestita dai poteri criminali. Tutto è a loro sottoposto e tutto è loro espressione, dalla sessualità alla cronaca locale. Ed è proprio partendo dalla cronaca locale che ho voluto raccontare il mio territorio per mostrare che esiste un modo di raccontare giorno per giorno la cronaca, nelle edicole, sui giornali che poi arriveranno nei bar, che circoleranno nelle salumerie, dai barbieri, che aderisce completamente al linguaggio e alle logiche delle organizzazioni criminali.

Si dirà che sono giornali che hanno tirature molto basse e diffusione limitata a quelle zone. Ma è esattamente in quelle zone che loro devono circolare. È lì che devono comunicare, costruire opinioni e far aderire il lettore alle logiche di camorra. È lì che deve essere considerato normale che un pentito venga definito infame. Che chi muore combattendo le organizzazioni criminali venga immediatamente riportato alla sua dimensione mediocre di uomo come tutti.

Perché chi si oppone - secondo la loro ottica - non si sta opponendo al sistema di cose, si sta opponendo perché vuole guadagnare di più, perché vuole spazio maggiore. Si è pentito perché non è diventato capo. Ci sta denunciando perché non l'abbiamo fatto guadagnare, perché vuole prendere il nostro posto. Ne sta scrivendo perché non ha il fegato o le capacità per diventare uno di noi e allora fa l'anticamorrista.

L'elemento fondamentale per questi poteri è dimostrare che tutti abbiamo vizi, tutti siamo sporchi, tutti seguiamo due cose: il potere, e dunque fama e denaro, e le donne. O gli uomini, naturalmente. Segnalare che si possa non essere santi o eroi, ma uomini diversi, con tutte le contraddizioni del caso, questo, invece, dà fastidio, mette paura, perché sarebbe come ammettere che si può cambiare anche senza dover compromettere la propria vita o dover raggiungere chissà quali gradi di perfezione o sacrificio. Che non si può essere, non si deve essere soltanto marci, soltanto disposti ad accettare il compromesso.

Molti chiedono a chi si pone contro le organizzazioni criminali perché lo faccia. C'è un corridore, un atleta, un recordman dei cento metri, a cui hanno chiesto una volta perché avesse deciso di correre. E la sua risposta è la risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede perché mi occupi di certi temi e perché continui a vivere questa vita infernale. A questo corridore chiesero: "Ma perché corri?" E lui rispose: "Perché io corro? ... perché tu ti sei fermato?".

Anche a me piace rispondere così. Quando mi chiedono perché racconto, rispondo semplicemente: "... e perché tu non racconti?".

©2010 Roberto Saviano

mercoledì 24 marzo 2010

STORIA DELLA LETTERATURA IN DUECENTO IMMAGINI



Hernest Hemingway

Venezia: la storia della letteratura in duecento immagini.

Ha saputo vincere la ritrosia che molti scrittori provano davanti alla macchina fotografica e ne ha ritratto gesti, espressioni e sguardi diretti, veri e reali. Senza artificio e senza posa. Le fotografie del veneziano Graziano Arici, in tutto duecento e databili tra il 1946 e il 2010, saranno esposte sino al 22 aprile nella mostra "Il volto delle parole" (palazzo Mangilli-Valmarana, sede della Fondazione Claudio Buziol). Se alcune sono di Arici stesso, altre provengono dal suo vasto archivio. "Quando ho incontrato Borges, Garcìa Marquez e altri scrittori che per me erano dei miti -spiega Arici -, ho usato la macchina fotografica come un microscopio per capire il meccanismo che hanno dentro di loro e che li porta a creare». Sfondo e protagonista di alcune foto in mostra, una Venezia intima e umana. Leggi l'articolo
[24 marzo 2010]

martedì 23 marzo 2010

I NEURONI DELLA LETTURA



I neuroni della lettura

Stanislas Dehaene
Raffaello Cortina, Milano, 2009
pp. 448
Euro 32,00

Per chi scorre queste righe probabilmente la lettura non è solo uno «strumento» quotidiano gestito con naturalezza, ma anche un piacere. Eppure leggere è un'impresa complessa, che mobilita grandi risorse cerebrali a tutti i livelli. Anche al gradino più basso di questa operazione il nostro sistema percettivo deve trascurare tutte le variazioni «inutili» - dimensioni, inclinazione delle lettere, presenza di grazie e così via - amplificando al contempo quelle pertinenti che permettono, per esempio, di distinguere una «i» da una «l». Quindi bisogna estrarre le componenti di base delle parole, come le sillabe, per poi passare a una decodifica che viaggia su un doppio binario, quello del suono e quello del significato. Come tutto ciò possa avvenire è descritto in questo volume, nel quale Stanislas Dehaene, neuroscienziato di punta, riassume i risultati dei suoi studi sulle basi neuronali della lettura.
Ma non solo. Nel corso di questa analisi viene inevitabilmente a porsi il problema - oggetto di una secolare diatriba - di quanto e quale sia il contributo genetico e biologico allo sviluppo di questa facoltà superiore e quale quello dell'ambiente. Qui Dehaene mostra come non sia possibile pensare al «culturale» senza il biologico, né al «cerebrale» al di fuori di un potente condizionamento ambientale, in una interdipendenza mediata dalla plasticità del cervello che consente un riciclaggio dei circuiti neuronali al di là della loro funzione originaria. Un'interdipendenza confermata attraverso un esame comparato delle più distanti scritture mai usate dall'uomo, che sotto un'apparente diversità condividono aspetti essenziali riconducibili al modo in cui alcune aree cerebrali rappresentano le informazioni visive.
Questi discorsi hanno risvolti molto concreti: ampio spazio è dedicato a problemi quali l'apprendimento e le diverse forme di dislessia. In un capitolo, per esempio, viene smantellata la presunta efficacia del cosiddetto insegnamento globale alla lettura, mentre in un altro si suggeriscono le vie per il trattamento di quel disturbo. (da Le Scienze, Febbraio 2010, recensione di Gianbruno Guerrerio)

lunedì 22 marzo 2010

"IL NOCCIOLO DI QUANTO ABBIAMO DA DIRE"


Primo Levi

L'esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell'Occidente, e sempre più estranea si va facendo a mano a mano che passono gli anni (...).
Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come
un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici,
di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre
esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento
fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non
previsto da nessuno. E' avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in
Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena
uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la
cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed
osannato fino alla catastrofe. E' avvenuto, quindi può accadere di nuovo:
questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.
[Da Primo Levi, I sommersi e i salvati, ora in Opere, Einaudi, Torino
1997, vol. II, pp. 1149-1150]

VIVERE (E SCRIVERE) ONESTAMENTE E' INUTILE?

Monumento a Corrado Alvaro, Reggio Calabria


Riflessioni sull'onestà dello scrittore Roberto Saviano (sabato 20 marzo 2010 La Repubblica)

Servirebbe l´Onu per un voto onesto in quest´Italia
di ROBERTO SAVIANO

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«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo». È una riflessione che Corrado Alvaro, scrittore calabrese di San Luca, scrisse alla fine della sua vita. E io non ho paura a dirlo: è necessario che il nostro Paese chieda un aiuto. Lo dico e non temo che mi si punti il dito contro, per un´affermazione del genere.
Chi pensa che questa sia un´esagerazione, sappia che l´Italia è un paese sotto assedio. In Calabria su 50 consiglieri regionali 35 sono stati inquisiti o condannati. E tutto accade nella più totale accondiscendenza. Nel silenzio. Quale altro paese lo ammetterebbe?
Quello che in altri Stati sarebbe considerato veleno, in Italia è pasto quotidiano: dai più piccoli Comuni sino alla gestione delle province e delle regioni, non c´è luogo in cui la corruzione non sia ritenuta cosa ovvia. L´ingiustizia ha ormai un sapore che non ci disgusta, non ci schifa, non ci stravolge lo stomaco, né l´orgoglio. Ma come è potuto accadere?
SEGUE A PAGINA 43
Il solo dubbio che ogni sforzo sia inutile, che esprimere il proprio voto e quindi la propria opinione sia vano, toglie forza agli onesti. Annega, strozza e seppellisce il diritto. Il diritto che fonda le regole del vivere civile, ma anche il diritto che lo trascende: il diritto alla felicità.
Il senso del «è tutto inutile» toglie speranza nel futuro, e ormai sono sempre di più coloro che abbandonano la propria terra per andare a vivere al Nord o in un altro paese. Lontano da questa vergogna.
Io non voglio arrendermi a un´Italia così, a un´Italia che costringe i propri giovani ad andar via per vergogna e mancanza di speranza. Non voglio vivere in un paese che dovrebbe chiedere all´Osce, all´Onu, alla Comunità europea di inviare osservatori nei territori più difficili, durante le fasi ultime della campagna elettorale per garantire la regolarità di tutte le fasi del voto. Ci vorrebbe un controllo che qui non si riesce più a esercitare.
Ciò che riusciamo a valutare, a occhio nudo, sono i ribaltoni, i voltafaccia, i casi eclatanti in cui per ridare dignità alla cosa pubblica un politico, magari, si dovrebbe fare da parte anche se per legge può rimanere dov´è. Ma non riusciamo a esercitare un controllo che costringa la politica italiana a guardarsi allo specchio veramente, perché lo specchio che usiamo riesce a riflettere solo gli strati più superficiali della realtà. Ci indigniamo per politici come l´imputata Sandra Lonardo Mastella che dall´esilio si ricicla per sostenere, questa volta, non più il Pd ma il candidato a governatore in Campania del Pdl, Stefano Caldoro. Per Fiorella Bilancio, che aveva tappezzato Napoli di manifesti del Pdl ma all´ultimo momento è stata cancellata dalla lista del partito e ha accettato la candidatura nell´Udc. Così sui manifesti c´è il simbolo di un partito ma lei si candida per un altro. Ci indigniamo per la vicenda dell´ex consigliere regionale dei Verdi e della Margherita, Roberto Conte, candidatosi nuovamente nonostante una condanna in primo grado a due anni e otto mesi per associazione camorristica e per giunta questa volta nel Pdl. Ci indigniamo perché il sottosegretario all´economia Nicola Cosentino, su cui pende un mandato d´arresto, mantiene la propria posizione senza pensare di lasciare il suo incarico di sottosegretario e di coordinatore regionale del Pdl. Ci indigniamo perché è possibile che un senatore possa essere eletto nella circoscrizione Estero con i voti della ´ndrangheta, com´è accaduto a Nicola Di Girolamo, coinvolto anche, secondo l´accusa, nella mega-truffa di Fastweb. Ci indigniamo, infine, perché alla criminalità organizzata è consentito gestire locali di lusso nel cuore della nostra capitale, come il Café de Paris a via Vittorio Veneto.
Ascoltiamo allibiti la commissione parlamentare antimafia che dichiara, riguardo queste ultime elezioni, che ci sono alcuni politici da attenzionare nelle liste del centrosinistra. E ad oggi il centrosinistra non ha dato risposte. Si tratta di Ottavio Bruni candidato nel Pd a Vibo Valentia. Sua figlia fu trovata in casa con un latitante di ´ndrangheta. Si tratta di Nicola Adamo candidato Pd nel Cosentino, rinviato a giudizio nell´inchiesta Why not. Di Diego Tommasi candidato Pd anche lui nel Cosentino e coinvolto nell´inchiesta sulle pale eoliche. Luciano Racco candidato Pd nel Reggino, che non è indagato, ma il cui nome spunta fuori nell´ambito delle intercettazioni sui boss Costa di Siderno. Il boss Tommaso Costa ha fornito, per gli inquirenti, il proprio sostegno elettorale a Luciano Racco in occasione delle Europee del 2004 che vedevano Racco candidato nella lista "Socialisti Uniti" della circoscrizione meridionale. Tutte le intercettazioni sono depositate nel processo "Lettera Morta" contro il clan Costa ed in quelle per l´uccisione del giovane commerciante di Siderno Gianluca Congiusta.
A tutto questo non possiamo rimanere indifferenti e ci indigniamo perché facciamo delle valutazioni che vanno oltre il – o vengono prima del – diritto, valutazioni in merito all´opportunità politica e alla possibilità di votare per professionisti che non cambino bandiera a seconda di chi sta alla maggioranza e all´opposizione. Trasformarsi, riciclarsi, mantenere il proprio posto, l´antica prassi della politica italiana non è semplicemente una aberrazione. È ormai considerata un´abitudine, una specie di vizio, di eventualità che ogni elettore deve suo malgrado mettere in conto sperando di sbagliarsi. Sperando che questa volta non succeda. È un tradimento che quasi si perdona con un´alzata di spalle come quello d´un marito troppo spensierato che scivola nelle lenzuola di un´altra donna.
Ma si possono barattare le proprie attese e i propri sogni per la leggerezza e per il cinismo di qualcun altro?
Oramai si parte dal presupposto che la politica non abbia un percorso, non abbia idee e progetti. Eppure la gente continua ad aspettarsi altro, continua a chiedere altro.
Dov´è finito l´orgoglio della missione politica? La responsabilità di parlare a nome di un elettorato? Dov´è finita la consapevolezza che le parole e le promesse sono responsabilità che ci si assume? E la consapevolezza che un partito, un gruppo politico, senza una linea precisa, non è niente? Eppure proprio questo è diventata, nella maggioranza dei casi, la politica italiana: niente, spillette colorate da appuntarsi al bavero del doppiopetto. Senza più credibilità. Contenitori vuoti da riempire con parole e a volte nemmeno più con quelle. A volte si è divenuti addirittura incapaci si servirsi delle parole.
Quando la politica diviene questo, le mafie hanno già vinto. Poiché nessuno più di loro riesce a dare certezze – certezza di un lavoro, di uno stipendio, di una sistemazione. Certezze che si pagano, è ovvio, con l´obbedienza al clan. È terribile, ma si tratta di avere a che fare con chi una risposta la fornisce. Con chi ti paga la mesata, l´avvocato. Non è questo il tempo per moralismi, poco importa se ci si deve sporcare le mani.
Solo quando la politica smetterà di somigliare al potere mafioso – meno crudele, certo, ma meno forte e solido – solo quando cesserà di essere identificato con favori, scambi, acquisti di voti, baratto di morale, solo allora sarà possibile dare un´alternativa vera e vincente.
Anche nei paesi dominati dalle mafie è possibile essere un´alternativa.
Lo sono già i commercianti che non si piegano, lo sono già quelli che resistono, ogni giorno.
Del resto, quello che più d´ogni altra cosa dobbiamo comprendere è che le mafie sono un problema internazionale e internazionalmente vanno contrastate.
L´Italia non può farcela da sola. Le organizzazioni criminali stanno modificando le strutture politiche dei paesi di mezzo mondo. Negli Usa considerano i cartelli criminali italiani tra le prime cause di inquinamento del libero mercato mondiale. Sapendo che il Messico oramai è divenuto una narcodemocrazia la nostra rischia di essere, se non lo è già diventata una democrazia a capitale camorrista e ndranghetista.
Qui, invece, ancora si crede che la crisi sia esclusivamente un problema legato al lavoro, a un rallentamento della domanda e dell´offerta. Qui ancora non si è compreso davvero che uscire dalla crisi significa cercare alternative all´economia criminale. E non basta la militarizzazione del territorio. Non bastano le confische dei beni. Bisogna arginare la corruzione, le collusioni, gli accordi sottobanco. Bisogna porre un freno alla ricattabilità della politica, e come per un cancro cercare ovunque le sue proliferazioni.
Sarebbe triste che i cittadini, gli elettori italiani, dovessero rivolgersi all´Onu, all´Unione Europea, all´Osce per vedere garantito un diritto che ogni democrazia occidentale deve considerare normale : la pulizia e la regolarità delle elezioni.
Dovrebbe essere normale sapere, in questo Paese, che votare non è inutile, che il voto non si regala per 50 euro, per un corso di formazione o per delle bollette pagate. Che la politica non è solo uno scambio di favori, una strada furba per ottenere qualcosa che senza pagare il potere sarebbe impossibile raggiungere. Che restare in Italia, vivere e partecipare è necessario. Che la felicità non è un sogno da bambini ma un orizzonte di diritto.
©2010 Roberto Saviano/
Agenzia Santachiara

JAMES WOOD, FLAUBERT E LA PRIMAVERA


Con l'arrivo della primavera arriva in libreria il saggio di James Wood edito da Mondadori e intitolato "Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori" pp. 192, 18 euro.
James Wood invita tutti i narratori a ringraziare Flaubert come un poeta ringrazierebbe la primavera: con lui tutto rinasce!

"I romanzieri dovrebbero ringraziare Flaubert come i poeti ringraziano la primavera: con lui tutto rinasce. C’è davvero un’epoca pre- e un’epoca post-Flaubert. Fu lui a fissare una volta per tutte ciò che, per la maggior parte dei lettori e degli scrittori, è la narrazione realista moderna, e la sua influenza è quasi troppo familiare per essere visibile. A malapena notiamo, nella buona prosa, che essa caldeggia il dettaglio eloquente e brillante; che privilegia un alto grado di osservazione visiva; che mantiene una compostezza asentimentale e sa indietreggiare, come un bravo valletto, di fronte al commento superfluo; che giudica il bene e il male con neutralità; che cerca la verità, anche a costo di disgustarci; e che le impronte dell’autore su tutto ciò sono, paradossalmente, rintracciabili ma non visibili. Potete trovare l’uno o l’altro di questi caratteri in Defoe o Austen o Balzac, ma in nessuno li troverete tutti fino all’arrivo di Flaubert.

La letteratura si differenzia dalla vita in questo: che la vita è piena di dettagli in modo amorfo, e raramente ci guida verso di essi, mentre la letteratura ci insegna a notare: a notare, per esempio, come spesso mia madre si strofini le labbra appena prima di darmi un bacio; che il diesel al minimo di un taxi londinese fa un rumore da trapano; che le vecchie giacche di cuoio mostrano striature bianche simili alle strisce di grasso delle fette di carne; come la neve fresca «scricchioli» sotto i piedi; come le braccia di un neonato siano così grasse da sembrare legate con lo spago (be’, gli altri sono miei, ma quest’ultimo esempio viene da Tolstoj!).
Questo tutoraggio è dialettico. La letteratura ci rende migliori osservatori della vita; noi mettiamo in pratica l’insegnamento nella vita stessa; in tal modo diventiamo più bravi a notare i dettagli quando leggiamo; così impariamo a leggere sempre meglio la vita. E via di questo passo. Basta insegnare letteratura per rendersi conto che la maggior parte dei giovani lettori è costituita da osservatori mediocri.
I miei stessi vecchi libri, sfrenatamente annotati vent’anni fa, da studente, mi dicono che allora usavo sottolineare, in cerca di approvazione, dettagli e immagini e metafore che oggi mi appaiono banalissimi, mentre passavo tranquillamente sopra a cose che mi sembrano oggi meravigliose. Noi cresciamo, come lettori, e a vent’anni si è relativamente vergini. Non si è ancora letto abbastanza perché la letteratura ci abbia insegnato a leggere davvero la letteratura.

Riguardo i dettagli nella narrativa confesso un’ambivalenza. Li assaporo, li consumo, li medito. Difficilmente passa giorno senza che ritorni con la mente alla descrizione del sigaro del signor Rappaport in Bellow: «Il bianco fantasma della foglia con tutte le sue venature e un più tenue afrore». Ma troppi dettagli mi soffocano e una tradizione tipicamente postflaubertiana ne fa, ho l’impressione, un feticcio: mi sembra che la deferenza iperestetica verso i dettagli acuisca, in forma leggermente diversa, quella tensione fra autore e personaggio che abbiamo già esplorato.
Se è possibile narrare la storia del romanzo come lo sviluppo dello stile indiretto libero, è possibile narrarla anche come l’ascesa del dettaglio. Facciamo fatica a ricordare quanto a lungo la narrativa è stata schiava degli ideali neoclassici, che favorivano la formula e l’imitazione piuttosto che l’individuale e l’originale.
Naturalmente, il dettaglio originale e individuale non può mai essere soppresso: Pope e Defoe e anche Fielding sono pieni di ciò che Blake chiamava «minuti particolari». Ma è impossibile immaginare un romanziere dire nel 1770 quello che Flaubert disse a Maupassant nel 1870: «In ogni cosa c’è un lato inesplorato, perché siamo abituati a servirci degli occhi solo con il ricordo di ciò che è stato pensato prima di noi su quello che ora guardiamo. La minima cosa contiene un punto d’ignoto».

Anni fa, mia moglie e io eravamo a un concerto della violinista Nadja Salerno-Sonnenberg. Durante un pacato ma difficile archeggio, lei aggrottò la fronte. Non si trattava della solita estatica smorfia del virtuoso: era l’espressione di un’irritazione improvvisa. Mia moglie e io ne demmo, nello stesso momento, due letture del tutto diverse. Più tardi Claire mi disse: «Ha aggrottato la fronte perché non stava eseguendo quel pezzo abbastanza bene». Io ho ribattuto: «No, ha aggrottato la fronte perché il pubblico faceva rumore».
Un buon romanziere avrebbe lasciato quella fronte aggrottarsi senza aggiungere nulla, e non avrebbe aggiunto nulla neanche ai nostri rivelatori commenti: che bisogno c’è di annegare nelle spiegazioni una scenetta così? Un dettaglio come questo, che ci presenta un personaggio ma si rifiuta di spiegarlo, ci rende scrittori, oltre che lettori; ci fa divenire quasi cocreatori dell’esistenza del personaggio
".

Traduzione di Massimo Parizzi.

© James Wood, 2008. © 2010 A. Mondadori Ed. S.p.A., Milano. Titolo dell’opera originale «How Fiction Works». I ed. marzo 2010.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 20 marzo)

L'ACQUA E I FIUMI, UNGARETTI E GASMANN

ROMA - Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità e delle malattie legate alla mancanza di servizi igienico-sanitari e di acqua potabile e secondo le stime dell'Onu nel 2030 fino a tre miliardi di persone potrebbero rimanere senz'acqua. L'allarme viene lanciato in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua. Inquinamento, cambiamenti climatici, sprechi, renderanno infatti ancora più difficile il reperimento dell'acqua potabile. Nel mondo si passa da una disponibilità media di 425 litri al giorno per ogni abitante degli Stati Uniti ai 10 di un abitante del Madagscar, dai 237 litri a persona disponibili in Italia ai 150 in Francia. La stima del consumo medio di una famiglia occidentale è di oltre 300 litri al giorno, ma scende drasticamente sotto i 20 litri per una famiglia africana.

Secondo l'Onu 3.900 bambini muoiono ogni giorno per mancanza d'acqua. La zona più esposta rimane l'Africa: fino a 250 milioni di persone coinvolte e seri rischi per l'area sub-sahariana. Poi, il Medio Oriente dove sono presenti meno dell'1% delle risorse idriche a livello mondiale, mentre il 5% dei Paesi arabi - la regione più arida al mondo - già sono al limite delle risorse idriche. Stando alle previsioni, la popolazione mondiale, ora a 6,6 miliardi di persone, crescerà di 2,5 miliardi entro il 2050 comportando un aumento della domanda di acqua dolce di 64 miliardi di metri cubi all'anno.

La ricerca dei mezzi più efficaci per diffondere e interpretare le notizie sul clima e l'acqua nel continente sarà al centro di una conferenza panafricana a livello ministeriale, che si svolgerà a Nairobi dal 12 al 16 aprile. Promossa dall'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) in partenariato con l'Unione africana, la riunione sarà la prima del genere a svolgersi nel continente. (da Repubblica.it 22 marzo 2010)

NELLA GIORNATA MONDIALE ANCHE UN PREMIO DA ACCADEMIA POESIA

Nella giornata dedicata oggi all'acqua, un evento particolare e' stato organizzato a Verona dall'Accademia Mondiale della Poesia. Fra i membri della Giuria del Premio ''Gocce - un sms per salvare l'acqua con una poesia'', due candidati per il Premio Nobel per la Letteratura, la poetessa brasiliana Marcia Theophilo e il poeta italiano Andrea Zanzotto, presente anche il grande sceneggiatore Tonino Guerra.

Il premio e' stato assegnato a Patrizia Licata, poetessa, scrittrice e giornalista. Nata a Roma, dove vive e lavora come freelance per diverse testate, e' laureata in ''Letteratura italiana''. Scrive poesie e romanzi e ha una passione per i gialli.

E per noi che stiamo studiando Ungaretti ecco "I fiumi" dalla voce di Vittorio Gasmann:

venerdì 19 marzo 2010

ASCOLTA UNA STORIA


Nostalgia di una storia letta ad alta voce? Ho qualcosa che fa per voi! Il programma radiofonico Ad alta voce, un classico "ad alta voce" sulle frequenze di Radio3: lettura dei più celebri romanzi della letteratura mondiale, uno al mese, accompagnata dalla grande musica di Radio3. IL TERZO ANELLO.

Visitando il sito troverete una confortevole scelta di classici letti per voi alla radio e interpretati da grandi voci del teatro.
Ai miei studenti consiglio la lettura de Il Barone Rampante, di Italo Calvino (per anticipare un po' di lavoro e per trascorrere qualche ora piacevole senza il "peso" della lettura!)
Ancora un suggerimento: caricate i files sull'ipod, indossate la tuta e correte all'aria aperta tra gli alberi. Guardando su potreste scorgere il barone Cosimo di Rondò a cavalcioni su una quercia secolare, intento a parlare di letteratura con il brigante Gian De Brughi.
Buon week end!

martedì 16 marzo 2010

LE LETTERE SEGRETE DI SALINGER


Le undici missive dell'autore del "Giovane Holden" da oggi esposte a New York
"In tutti questi anni non ne ho parlato quasi con nessuno, eccetto un paio di ubriachi locali e qualche pazza".

Le lettere di Salinger
"Perché odio il mondo"di ANGELO AQUARO

NEW YORK - Quarant'anni vissuti nascostamente. Il velo si alzerà questa mattina quando, per la prima volta al mondo, le prime quattro delle undici lettere inedite di J. D. Salinger, l'autore cult del Giovane Holden, verranno esposte alla Morgan Library. Si tratta di undici tra scritti, schizzi e cartoline (che qui riproduciamo mettendo insieme le anticipazioni di New York Times, Wall Street Journal e Time Out) indirizzati a Michael Mitchell, l'illustratore dell'Holden, che con la moglie Beth costituì un triangolo di amicizia spezzato solo dal rifiuto di J. D. di fargli avere, quarant'anni dopo, una copia autografata del romanzo. La ritrosia di Salinger si legge perfino nell'intestazione del mittente: prima "J. Salinger", poi solo "Salinger" e infine "P. O. Box 32, Windsor, Vt. 05089", l'indirizzo di Cornish, New Hampshire, dove visse "secretato". Ma la grandezza dell'autore, scomparso il 27 gennaio a 91 anni, è sottolineata dalla sala in cui il curatore Declan Kiely ha scelto di esporre le lettere (le altre sette in mostra dal 13 aprile): è la stessa che ospita una rarissima Bibbia di Gutenberg.

22 maggio 1951
"Il pubblico qui è stupido quanto quello di New York, ma le produzioni sono molto, molto meglio". Salinger scrive da Londra dopo aver confrontato i teatri del West End con quelli della Grande Mela. Nel viaggio che lo ha portato in Europa ha preso qualche drink con una modella di Vogue ("Non vero divertimento, comunque"). Nella capitale inglese si è visto con Laurence Olivier, "un tipo molto carino", che però è praticamente "messo sotto" dalla sua "incantevole" moglie, Vivian Leigh. Durante i party incontra il ballerino australiano Robert Helpmann ("un omosessuale dall'aspetto sinistro") e discute di Kafka con il critico irlandese Enid Starkie, biografo di Baudelaire e Rimbaud. "Diavolo se mi manchi", chiude Salinger.

16 OTTOBRE 1966
"Ho dieci, dodici anni di lavoro ammucchiati tutt'intorno... Ho in particolare due sceneggiature - due libri, a dire il vero - che ho accumulato e ritoccato per anni, e credo che a te piacerebbero". Salinger è a New York per portare i figli Peggy e Matthew dal dentista, la famigliola prende la stessa suite dello Sherry-Netherland dove sono stati i Beatles - Peggy, che in un'altra scena descriverà "entusiasticamente" la sua crisi di vomito, è a mille per questo. Lo scrittore dice di leggere a letto mentre le sue creature, "una bellezza", dice, dormono nella stessa stanza. Passa dal New Yorker, dice a Mitchell che gli manca tanto e che spera abbia ritrovato l'amore dopo il divorzio.

27 DICEMBRE 1966
"Sto lavorando su del materiale che adoro ma, Dio mio, vado avanti così lentamente, con esitazione". Salinger parla per la prima volta della difficoltà del suo lavoro: "Il trucco è lavorare con disincanto, senza tirarsi indietro", conclude "e questo, mi sembra, è il dovere che abbiamo entrambi". Parla anche della difficoltà di ritrovare l'amore perduto. "Non si può cancellare una persona, come loro non possono cancellare te". Poi racconta di come ha trovato cambiata Manhattan, che non ama più, ad eccezione del Museo di Storia Naturale. Dice invece che gli piacerebbe esplorare Brooklyn, sogna di incontrare un vecchio ebreo "uscito dal XVIII secolo che lo invita a casa sua per un tè o una zuppa".

LUOGO E DATA SCONOSCIUTI, 1969
"Perdonate l'opera d'arte...": è la frase scritta con una calligrafia che non sembra la sua su un biglietto vergato a mano con un angolo strappato. È il pezzo più misterioso della mostra, probabilmente si tratta di un disegno di Matthew. O di uno scarabocchio di cui Salinger si vergognava? Forse si tratta di un messaggio così privato che Mitchell l'ha strappato per tenerlo per sé. "Ti penso tanto, vecchiaccio": così Salinger chiude il biglietto.

31 AGOSTO 1979
"Ho dovuto avere a che fare con due universitari del cavolo che mi hanno fotografato per il loro giornaletto davanti all'ufficio postale: andassero tutti al diavolo". Dopo aver parlato di una vecchia signora e una coppia di Biarritz, Salinger racconta dei suoi figli, Matthew è al secondo anno di università, Peggy è sposata e vive a Boston. Che disastro invece l'ultimo viaggio a New York. Mangia cibo indiano e cinese, va a vedere il musical Ain't Misbehavin', che però detesta:"Troppo leccato, teatrale: tremendo". L'unica cosa che lo diverte è una corsa in metro, "attraversando la città in una notte calda d'estate"

30 DICEMBRE 1983
"Quel cazzone di un inglese", che sarebbe Ian Hamilton, lo studioso che vuole scrivere la sua biografia, gli fa montare "una rabbia omicida": lo studioso va in giro e cerca i suoi amici al telefono, chiama anche sua sorella, tempesta tutti di domande. "Tu mi chiedi se provo lo stesso odio nei confronti di tutto quello che succede al mondo" scrive Salinger. "Se vuoi saperlo sì, anche di più". Però poi dice di divertirsi a vedere John Wayne nel film Il Pistolero in televisione.

25 DICEMBRE 1984
"Mi sono sentito tagliato fuori da ogni tipo di chiacchiera personale o generale, in tutti questi anni non ho parlato più quasi con nessuno, eccetto un paio di ubriachi locali e qualche pazza che mi sta alla larga". Dice che non vorrebbe farebbe nulla che non riguardasse gli scritti a cui sta lavorando ("i copioni che ho in mano si stanno sviluppando") e augura al suo amico un 1985 che sia ricco di "integrità ed equilibrio".

6 APRILE 1985
"Chiedo perdono per le mie mancanze come amico" scrive Salinger in una delle lettere più belle. La relazione con Mitchell e sua moglie Beth sono stati i rapporti migliori della sua vita (lo scrittore descrive la relazione come solitamente si descrive un grande amore che finisce), anche se adesso l'amicizia sopravvive solo tramite lettera. Quel tempo "sembra che non si presenterà mai più nella vita". Non ha rimpianti, però: "Ho avuto bisogno di ruminare senza fine, e senza alcun sollievo, nel mio brodo: e per quanto mi riguarda" conclude "questa frase la dice tutta".

22 DICEMBRE 1990
"Ivy Cottage, Coldharbour: Sun and Snow" è il titolo del paesaggio rappresentato sulla cartolina. Salinger ricorda ancora una volta gli anni passati e abbraccia con affetto Mitchell e Beth.

16 DICEMBRE 1992
"Provvidenzialmente, la parte più interna del mio studio", dove teneva i lavori accumulati negli anni, è stata salvata dall'incendio che ha distrutto la maggior parte della casa. Salinger parla anche del figlio chiedendosi se Matthew non fosse stato più contento scegliendo un mestiere "meno rischioso e imprevedibile che quello del business".

30 GENNAIO 1993
"Un frontespizio bianco di un libro rivela molto più, sul serio, della nostra amicizia a tre, che qualsiasi tipo di dedica". Con questa frase Salinger respinge la richiesta del suo amico di fargli avere una copia autografata del Giovane Holden. È la risposta che interrompe la loro amicizia. Ma profeticamente, e a sigillo di una vita vissuta nascostamente, Salinger avverte: "E comunque, la maggior parte delle cose più vere è meglio lasciarle non dette".
© Riproduzione riservata (16 marzo 2010)

lunedì 15 marzo 2010

ABRAHAM YEHOSHUA E WOODY ALLEN


Due appuntamenti imperdibili sulla mia agenda personale! Ho appena acquistato i biglietti per l'incontro con Yehoshua all'Auditorium il 27 marzo. Il 31 invece c'è il concerto di Woody Allen con la sua jazz band!
Nel giro di pochi giorni incontrerò due dei miei beniamini! Non vedo l'ora...Ci vediamo all'Auditorium di Roma!
Ecco il calendario con tutti gli eventi del Festival del Libro da consultare online

venerdì 12 marzo 2010

POST N° 300


Illustrazione di Antonella Abbatiello "Toscana in inverno"



Il punto interrogativo e i puntini sospensivi





C'era una volta un punto interrogativo ? alto e serio, di quelli che camminano con lo sguardo assorto, curvo, il passo greve e sulle spalle il peso del mondo.

? amava fare mille domande, era la sua natura, come le mucche fanno il latte, il ranocchio fa i salti e le mele fanno i vermi.

Era consuetudine, oramai millenaria, tentare di rispondere alle mille domande. Non sempre giungevano le risposte. Molte parole si perdevano incoerenti, spesso carovane di parole salivano in cima alla domanda in cerca di una nuova prospettiva. Dopo lunga meditazione le più coraggiose scivolavano giù come valanghe nere.

Avvicinandosi a ? anche le risposte più sicure si smarrivano, si fermavano e presto risalivano in cima al monte. Ma tutto questo andirivieni si chiamava letteratura e gli uomini l'amavano.

Un giorno ? scorse una fila di piccoli puntini ... sospesi sui fili dell'alta tensione.

- Che ci fate lassù bambini?- disse ai tre puntini in bilico tra la terra e il cielo.

- Vogliamo vedere da quassù la valanga di parole... - risposere i tre ... birichini.

- Ma è pericoloso, scendete!

- Ancora un minuto...- dissero all'unisono i tre puntini, facendosi ad un tratto attenti come soldatini.

Proprio in quell'istante una frana di segni indecifrabili sopraggiunse veloce dalla montagna. Preso alla sprovvista, colpito in pieno petto il ? si accasciò sull'erba come una falce spezzata.

Un puntino ammaccato vacillò incerto e rotolò qualche passo più in là.
Sgometi e solerti i piccoli .... sospesi tra la terra e il cielo ... gettarono subito un appiglio al loro nuovo amico . ? si aggrappò e salì.

Da quel giorno il mondo ha smesso di farsi domande. Tutto è sospeso e i puntini lassù ... sono diventati milioni .... e sotto un cielo sempre più scuro ...attendono giorni migliori.

martedì 9 marzo 2010

UN AMORE A STELLE, STRISCE E CHAMPAGNE


Johnny Depp e Vanessa Paradis
Saranno loro, insieme da dieci anni e uniti dalla passione e dal talento, i protagonisti del film 'My american lover' di Lasse Hallström, regista con il quale Depp ha girato 'Chocolat'.
Il film racconterà la lunga storia d'amore fra la scrittrice femminista francese Simone de Beauvoir (compagna dello scrittore Jean Paul Sartre) e l'autore americano Nelson Algren.


I VOLTI DI NEWYORK...UN'IDEA ANCHE PER ROMA?


Affascinante l'iniziativa di un artista americano che ha deciso di ritrarre tutti i newyorkesi! Si chiama Jason Polan e si è prefisso una meta impossibile. "Negli ultimi due anni il giovane artista, originario del Michigan, ha cercato di fare il ritratto agli 8.363.710 abitanti di New York. Quando ha raggiunto gli 8.300 bozzetti a penna, ha deciso di dare una festa. Tema del party 'Il decimo dell'uno per cento'. Seduto, con la penna in mano, fuori da un coffee shop di Soho, a New York, ha detto: "Se fossi stato spaventato dall'idea di finire il progetto, non credo avrei mai cominciato. Mi avrebbe intimidito troppo".
Polan disegna ogni giorno agli angoli delle strade, nei fast food, nei musei e nei campi da baseball. Sta per raggiungere i diecimila ritratti. "Questo progetto mi piace, ne traggo piacere man mano che progredisce. So che non riuscirò a finire ma voglio continuare per sempre"
Nel blog 'Every Person in New York' tutti i disegni di Jason Polan
[7 marzo 2010]. Dal suo blog http://everypersoninnewyork.blogspot.com/ leggiamo:
"Sto cercando di fare il ritratto di tutti gli abitanti di New York. Farò ritratti tutti i giorni e li pubblicherò sul mio blog quotidianamente. Forse ti farò il ritratto senza che tu te ne accorga. Sarò nella metropolitana, nei musei, nei ristoranti o agli angoli delle strade. Se desideri aumentare le possibilità che ti faccia il ritratto mandami un email (art@jasonpolan.com) con il nome della strada o del posto pubblico dove di solito ti fermi per qualche minuto (per esempio Sarò all'angolo della tal strada dalle 2:42 alle 2:44 questo giovedì e indosserò una giacca gialla e stivali azzurri, per esempio) Datemi un preavviso di almeno 24 ore e informazioni precise sul posto dove trovarvi (...).

domenica 7 marzo 2010

IL MONDO SECONDO RAYMOND QUENEAU


IL MONDO

è una compressa caduta in un bicchiere d'acqua


RAYMOND QUENEAU

VERSI PER VERSI. UNA RUBRICA PER COMMENTARE IN RIMA


Premier's List(Manzoni-ellekappa)
(ode molto ma molto liberamente ispirata al Conte di Carmagnola)
DI ELLEKAPPA


S'ode a destra un caudillo che tromba
nella lista s'aggiunge una squillo
due veline un corista una bionda
nella fronda serpeggia il velen.
Negli elenchi del vispo mandrillo
non c'è nulla che sia autenticato
carte false e il verbale aggirato
senza firme, au revoir mercì bien!

La Sua cricca prepara il terreno
c'è un tiggì che gli spiana le strade:
son le leggi le serpi che ha in seno!
ringhia forte lo slurp minzolin
C'è un Ignazio -un reperto dell'ade-
che sinistro bofonchia di guerra,
un Massone che al golpe s'appella,
Gran Maestro del laido obbedir

Il più inetto di tale servaggio,
tal Maurizio con l'occhio a pernice,
drammatizza ed esorta al linciaggio
scatenando una rissa da bar.
"E' un complotto di rossa matrice"
bèla Bondi allenato a tal guisa
e ignorando la legge derisa
si diletta a insultare anche il Tar

Trama, intrigo, cospiro nefando!
fà il Celeste con bleso inveire.
Vergin cuccia del limpido Lambro,
senza firme la lista non c'è!
Dal Senato è il suo capo a ruggire
e al predello soccorre in aiuto:
se la Forma dà noia al Venduto,
l'annulliam senza come e perché

Ahi sventura! Là sul Colle non piace l'inganno
e i garbugli da stolti magliari,
e i decreti accroccati in affanno
per potere la truffa archiviar.
Alle trame dei quattro compari,
più il Prescritto, che al solito mente,
si frappone un Signore furente
che con grazia li manda a zappar.




(05 marzo 2010)

giovedì 4 marzo 2010

SITI BUGIARDI, VENDO SCUSE PER IL PROF.



Nonni che muoiono e risorgono, genitori separati che "sequestrano" i figli per tutto il fine settimana e che fatalmente dimenticano lo zaino, zii d'America che arrivano all'improvviso con 100 cugini da scorazzare per la città, fratellini neonati che "mangiano" il tema a cena con la pappa e cani che fanno la pupù nel posto sbagliato, ovvero sul quaderno. Ne ho sentite di carine, come la studentessa che parlò di lista di compiti proibiti perché lo psicologo temeva per il suo equilibrio psico-fisico. O lo studente che portava cioccolatini e fiori alle ragazze più brave, che si immolavano per lui!
Insomma, là fuori c'è un esercito di studenti spaventati che pagherebbero "oro" per evitare un'interrogazione o un compito in classe.
Ed ecco il web, che abbraccia, che accoglie, che aiuta. Che offre scuse a poco più di 7 euro al mese, che propone pacchetti come "NO STRESS" o "A LA CARTE" o "ALWAYS COOL".
E se siete dei veri creativi, potreste addirittura impiegare il vostro talento e trasformarlo in un vero lavoro! Si, perché il sito francese Xkiouze.com è alla ricerca di menti geniali che possano contribuire al sito con le loro "super scuse" per ogni professore. Basta compilare il formulario del concorso e incrociare le dita...
Se proprio devo schierarmi dalla parte di qualcuno preferirei che i miei studenti diventassero i creativi del sito, non i clienti. Peccato (?) allora che sia solo uno scherzo online!
Ecco tutti i restroscena del sito bugiardo e pure fantasma in un articolo di Rita Celi (La Repubblica)


Francia: non hai fatto i compiti?
Un sito offre scuse a 7,90 euro
di RITA CELI


Il logo sulla homepage
UN SEMPLICE certificato medico, un attestato che conferma il ritardo del treno o dell'autobus, una denuncia di furto ma anche, se proprio serve, un certificato di morte. Tutto per giustificare un compito non eseguito o un'assenza a scuola e tutto rigorosamente falso. E' stata subito polemica in Francia per l'iniziativa di un gruppo di studenti universitari che ha annunciato di aver realizzato un sito, Xkiouze.com che fornisce alibi agli studenti che vogliono evitare i compiti a casa o saltare le lezioni. Il sito annuncia che sarà attivo solo dal 12 aprile ma i sindacati dei genitori e degli insegnanti ne hanno già chiesto all'unisono l'oscuramento. Persino il ministero dell'Educazione ha partecipato al dibattito affermando di aver affidato a un gruppo di esperti la valutazione legale di un tale servizio online.

Niente di più falso. A svelare il retroscena dell'ennesimo scherzo della Rete è oggi la stampa francese spiegando che Xkiouze.com non venderà mai alcuna giustificazione perché non è altro che una campagna pubblicitaria ben orchestrata per lanciare un sito di aiuto scolastico. Lo ha spiegato la società belga Iknost spiegando che è una bufala ma che è stata lanciata anche "allo scopo di sensibilizzare i ragazzi e i genitori al problema dell'assenteismo scolastico".

Il sito, anche se falso, è online ed è ben architettato. "Basta con lo stress. Goditi la vita, al resto ci pensiamo noi" si legge sulla homepage di Xkiouze.com dove si offrono alibi da presentare ai professori per spiegare perché non hanno potuto fare i compiti o per giustificare l'assenza in classe, all'insaputa dei genitori. C'è anche un listino: 7,90 euro per una scusa, ma c'è anche l'offerta a 19,90 per un pacchetto di tre scuse, 34,90 per sei giustificazioni che, se necessario, comprendono anche certificati, con tanto di firma e timbro, inviati direttamente a casa dello studente per posta. "Comprendiamo che tavolta avete meglio da fare che passare il tempo a fare i compiti" scrivono gli autori per attirare i potenziali clienti. "Per questo mettiamo a vostra disposizione un campionario di scuse e di alibi inattaccabili da consegnare ai vostri professori che vi permetteranno di godervi la vita. In questo modo eviterete uno zero e la vostra media non si abbasserà".

In una pagina secondaria si racconta l'origine dell'idea e dei fantasiosi inventori che sarebbero tre studenti di cui si forniscono anche i nomi, Arthur Miadji, Stéphane Collnand, Hugo Steinmez. I tre si sarebbero messi in società per mettere online un sito innovativo che inizialmente avrebbe interessato solo Francia e Belgio ma che presto avrebbe esteso il servizio anche in altri Paesi europei. Su Xkiouze.com avrebbero messo a disposizione degli studenti un vasto repertorio di scuse e alibi inattaccabili, con tanto di prove, da fornire all'amministrazione scolastica.

Il sito spiega anche il verosmile funzionamento: l'allievo che ha bisogno di una scusa comincia a scegliere il tipo di alibi specificando i dettagli necessari alla giustificazione come il giorno, l'ora, la materia. "La scusa arriverà entro 24 ore dalla richiesta" assicura. E non finisce qui. Prima del lancio ufficiale, previsto per il 12 aprile, Xkiouze.com propone ai primi mille iscritti la possibilità di ricevere gratuitamente una scusa, giusto per dare la possibilità di provare il servizio. Il sito propone poi il concorso "Xkiouze Man": cento euro in palio ogni mese per l'utente che inventerà la scusa migliore.

Xkiouze.com spiega poi di aver testato il prodotto su dieci allievi ottenendo il successo totale. "Xkiouze non dubita della riuscita futura della sua offerta" scrivono ancora gli autori. I soci si definiscono "Imprenditori nell'anima, idealisti e creativi" e, spiegano, hanno deciso di sviluppare quest'impresa puntando "sul vissuto degli scolari e liceali per rispondere meglio a una domanda critica ma eterna dei giovani, cioè come essere originali e credibili nelle scuse dopo avere accumulato molti ritardi". La loro ambizione è nata quindi dall'esperienza diretta e dalla volontà di lavorare insieme e di "alzarsi la mattina con il desiderio di dedicarsi a un'impresa tutta loro". E' quasi un peccato che non ci sia nulla di vero.

(La Repubblica, 4 marzo 2010)

mercoledì 3 marzo 2010

RIEMERGERE



E se un giorno
tornasse Atlantide
e il sole scintillasse sulle guglie
e l'azzurro indietreggiasse
e l'onda si riducesse
a soffio di vento marino
e il sale si solidificasse
in statue di pietra e cristallo

quel giorno scenderei sul fondo
a raccogliere parole scheggiate
come il vecchio che guarda stupito
la chiesa emersa dal lago

ritorna l'ombra
solida come il colore nero
densa come una macchia d'olio

sulla terra vischiosa
la chiesa risorta
è santuario della memoria.

MIRIAM MAKEBA TRIBUTE




Miriam Makeba Tribute
Saviano ricorda Mama Africa
All'Auditorium della Conciliazione la tre giorni di eventi dedicati alla memoria di Miriam Makeba, l'artista sudafricana morta per un attacco di cuore nel novembre 2008 a Castel Volturno, dopo aver cantato in un concerto organizzato a sostegno di Saviano e della lotta contro la camorra. Lo scrittore ricorda "Mama Africa" parlando della sua canzone più celebre "Pata pata", voce della “voglia di un Sudafrica diverso”. Il ricavato dell'evento sarà destinato al finanziamento di un progetto di lotta alla desertificazione per il rimboschimento del Burkina Faso e per sostenere le iniziative del Movimento degli Africani (movimentodegliafricani.org), volte all’integrazione degli immigrati africani in Italia. (Biglietti su www.greenticket.it, presso le rivendite autorizzate e la biglietteria dell'Auditorium - www.facebook.com/makeba.tribute)
[2 marzo 2010]

Guarda l'intervista a Roberto Saviano

http://roma.repubblica.it/multimedia/home/23354136

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...