AFORISMI SULL'AMICIZIA



Un post dedicato all'amicizia e ad Amicidiletture! E' di qualche giorno fa l'articolo di Alessandro Baricco sull'amicizia. Lo scrittore ne ha parlato su La Repubblica il 30 gennaio, ricordando i tempi in cui non esistevano i social networks e l'amicizia nasceva all'ombra di sotterranee allenze. Vi ripropongo l'articolo accompagnato dalle riflessioni di Aristotele e Cicerone.
L'Amicizia è anche il titolo di un bel libro di Tahar Ben Jelloun, scrittore e poeta marocchino .
In questo sintetico libretto, Tahar Ben Jelloun ripercorre, in un itinerario della memoria, i suoi rapporti di amicizia fin dall’infanzia e dall’adolescenza in Marocco. Imparentata con l’amore pur non coltivandone l’erotismo, sentimento che ci rende migliori, l’amicizia illumina l’esistenza e conferisce un senso nuovo al nostro essere nel mondo. “Nell’amicizia non bisogna che sorga mai lo spettro della guerra, e neppure quello della rivalità o del tradimento. Quando un’amicizia è sfregiata, non c’è niente che possa ricostituirla” (p. 31). Nel libro di Ben Jelloun ci sono anche amici silenziosi, i libri: “Una biblioteca è una camera piena di amici. Sono amici che mi stanno intorno e che mi offrono ospitalità. Una casa senza biblioteca è una dimora senz’anima, senza spirito, senza amicizia. I libri – forse non tutti i libri – quando sono sistemati negli scaffali, sembra che vi osservino, o che vi chiamino. Aspettano. Quando una mano gli si avvicina, si sporgono verso di essa. […] Fare dono di una parte della propria intimità – ricreata, reinventata con le parole e con le immagini – della quale saranno degli sconosciuti a impadronirsi ricoprendola di passione, di amore e di mistero. Chi sta all’origine di un atto simile diventa l’amico eccezionale, lontano fisicamente, o nel tempo, ma così vicino per quello che ha lasciato in dono” (pp. 78-79).

Vi lascio alle parole di Baricco, Aristotele e Cicerone. E naturalmente vi invito a leggere L'Amicizia di Ben Jelloun (Einaudi 1995): scoprirete un sentimento puro e bello e vi verrà voglia di fare amicizia.

ALESSANDRO BARICCO
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Quel che ricordo dell´amicizia ai tempi in cui non esisteva Facebook e nemmeno la Rete, le mail, gli sms l´ho scritto in Emmaus, nell´amicizia di quei quattro ragazzini diciassettenni che muovono il romanzo. I libri non sono mai, stupidamente, la verità, ma è vero che noi eravamo più o meno così, come quei quattro. Una cosa che ricordo bene, ad esempio, è che pensavamo l´amicizia come il prolungamento di una fede: fosse religiosa, come nel nostro caso, o anche laica, o politica, non importava. Anche il Toro andava bene. Ma era importante quel credere comune, non sarebbe bastata la simpatia né qualsiasi altra prossimità sentimentale.
A tenerci uniti era la certezza che stavamo combattendo insieme una qualche sotterranea guerra, di cui poi non capivamo neanche molto. In definitiva negli amici cercavamo meno un sollievo alle nostre solitudini che non l´iscrizione a un qualche eroismo collettivo. Ciò dava ai legami un tratto di necessità, o forse di sacralità, che ci faceva impazzire. Vi trovavamo una fermezza, un´inevitabilità, che non trovavamo altrove. Va da sé che non c´erano amici che non lo fossero per la pelle.
Come i quattro di Emmaus, da ragazzi costruivamo le amicizie su una bolla di dolore. Quando non c´era, ce la inventavamo, credo. Ma sempre ci si riconosceva a partire da una ferita, e ci si voleva bene - e quanto - scambiandoci il segreto della nostra tristezza. Ne sapevano poco le nostre famiglie, e niente il mondo: ma lo spazio di quel penare, che tenevamo segreto, dettava il perimetro di una luogo riservatissimo a cui proprio le amicizie, e solo loro, accedevano. Così essere amici significava condividere un segreto. E scambiare malinconia. Non voglio dire che fossimo depressi o pateticamente romantici (magari lo eravamo anche un po´, ma non è quello il punto), voglio dire che quando cercavamo il massimo della vicinanza ci riusciva più facile farlo entrando nell´ombra dei nostri pensieri cupi, perché lì trovavamo la perfezione. L´allegria era meno interessante. Della felicità non ci accorgevamo.
E poiché non esisteva Facebook, essere amici significava fare delle cose. Non parlarne, o raccontarle: farle. Se cerco di ricordare momenti precisi che significassero amicizia, vedo scene in cui sempre stavamo facendo qualcosa. E mai in casa. Esisteva un nesso preciso tra l´alzare il culo per andare a fare cose e il vivere le amicizie. Anche quando ci scrivevamo, era una cosa particolare, accadeva di rado, e allora una lettera era molto più un fatto che un modo di comunicare. Era un gesto. Le telefonate interminabili (ciò che di più vicino riesco a immaginare al chattare odierno) ce le tenevamo per le fidanzate: tra noi sarebbe stato ridicolo. Parlavamo molto, naturalmente, ma era sempre roba cucita in un gesto, e tempo legittimato da altro tempo, speso in un qualche lavorìo. Ci sarebbe parso tremendamente vacuo frequentarci via computer. Non avremmo saputo cosa dirci. Quando invece anche solo il "tornare da giocare a pallone" diventava uno spazio perfetto, di camminate memorabili, e parole a lungo covate. C´entravano il sudore addosso, le scarpe slacciate, e il pallone, sporco da far schifo, tra le mani, e farlo rimbalzare. Una finestrella su uno schermo, quello ci sarebbe apparso come un ripiego inspiegabile.
Tutto ciò ci costringe a concludere spesso, usando un termine che è tramontato, che quelle erano amicizie profonde. Tacitamente, intendiamo dire che quelle di Facebook non lo sono. Ma la realtà non è così semplice. Se un termine tramonta un perché ci sarà, e l´estinguersi di un profilo certo, per la parola profondità, qualcosa deve insegnarci. Era il nome che davamo a una certa intensità, ma era un nome probabilmente inesatto. Alludeva a coordinate (superficie - profondità) che il mondo quasi certamente non ha: oggi appaiono come una semplificazione un po´ infantile, e stanno all´esperienza reale come un cartone sta al 3D. Strumenti poveri, verrebbe da dire. Così ci resta la memoria di una certa intensità, ma pochi nomi certi per nominarla con esattezza.
Per questo trarre delle conclusioni che non siano da bar sembra difficile. Io posso giusto annotare un´osservazione che oltre tutto ha il limite di riferirsi alla mia esperienza personale: in genere la "profondità" che tendo ad attribuire retrospettivamente a quelle amicizie non sembra aver influito sulla loro resistenza al tempo. Alcune se ne sono sparite, altre sono rimaste, come se una regola non ci fosse: ha tutta l´aria di essere una faccenda dannatamente casuale. E se mi trovo ancora appiccicato addosso persone con cui tornavo da giocare a pallone, è vero che tante altre amicizie che erano analogamente "profonde" se ne sono andate con un fare liquido strabiliante, come se non avessero agganci da nessuna parte, e la benché minima forma di necessità. È bastato alle volte uno spostamento minimo, un´inezia, e già non c´erano più. Così quelle che sembravano pietre incastonate si sono svelate pietre appoggiate su qualcosa di sdrucciolevole: e la petrosità una categoria che solo nella fantasia ha un nesso necessario con la permanenza. Da giovani non potevamo immaginarlo, ma la verità è che si può essere petrosi e provvisori, noi lo eravamo. Rolling stones, come ci insegnò poi qualcuno che, senza saperlo, aveva già capito tutto.


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Aristotele
L'amicizia

"L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; e ai giovani l'amicizia è d'aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni. [...]

(Aristotele, Etica Nicomachea, trad. it. in Opere, vol. VII, Bari, Laterza, 1983, libro VIII, cap. 1, pp. 193-194)



Etica Nicomachea: i tre tipi di amicizia

"Tre dunque sono le specie di amicizie, come tre sono le specie di qualità suscettibili d'amicizia: e a ciascuna di esse corrisponde un ricambio di amicizia non nascosto. E coloro che si amano reciprocamente si vogliono reciprocamente del bene, riguardo a ciò per cui si amano. Quelli dunque che si amano reciprocamente a causa dell'utile non si amano per se stessi, bensì in quanto deriva loro reciprocamente un qualche bene; similmente anche quelli che si amano a causa del piacere. (...)L'amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù. Costoro infatti si vogliono bene reciprocamente in quanto sono buoni, e sono buoni di per sé; e coloro che vogliono bene agli amici proprio per gli amici stessi sono gli autentici amici (infatti essi sono tali di per se stessi e non accidentalmente); quindi la loro amicizia dura finché essi sono buoni, e la virtù è qualcosa di stabile; e ciascuno è buono sia in senso assoluto sia per l'amico. Infatti i buoni sono sia buoni in senso assoluto, sia utili reciprocamente.

(Aristotele, Etica Nicomachea, cit., libro VIII, cap. 3, pp. 196-199).
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Marco Tullio Cicerone
L'amicizia

Circa l’amicizia... Epicuro così si esprime: di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, niente vi è di più grande dell’amicizia, niente di più ricco e di più gradito. Questo, Epicuro stesso lo ha provato non con le parole soltanto, ma con la sua stessa vita, le sue azioni, il suo costume... E in realtà Epicuro in una sola casa, e per di più piccola, quanto stuolo di amici tenne, e da che mutui sensi d’amore uniti!... Mi sembra dunque che dai nostri l’amicizia sia stata intesa in tre modi. (...) Vi sono poi di quelli che dicono che fra i sapienti intercorre un patto tale ch’essi non amano gli amici meno di se stessi.

(Cicerone, De finibus bonorum et malorum I,20, 65, in Epicuro. Opere, a cura di M. Isinardi Parente, Utet, 1983, pp.154-55 )

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