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RITORNA LA POESIA IN PRIMA PAGINA





Da tanto tempo ormai non si vedeva una poesia in prima pagina a commentare un fatto di cronaca. La poesia è di Adriano Sofri ed è apparsa oggi in prima pagina e poi a pag. 6 de La Repubblica. Le parole di Sofri costruiscono un legame forte, come solo la poesia è capace di fare, tra i lager nazisti e i lager di Rosarno.
La poesia di Adriano Sofri (Trieste, 1 agosto 1942) giornalista, scrittore e politico italiano, ex leader di Lotta Continua, riprende la terribile invocazione di Primo Levi, autore di "Se questo è un uomo". La poesia di Levi apre l'opera e riecheggia una terribile preghiera ebraica, nella quale s'invoca la necessità del ricordo e del confronto con il passato.
Le parole di Sofri (eco di quelle di Levi) scuotono le coscienze assopite di chi convive con l'orrore e sceglie il tiepido conforto della propria casa, l'oblio e l'ipocrisia. Tutti i giorni ci ritroviamo a distogliere lo sguardo dalla sofferenza altrui. Se questo mondo avesse il coraggio di immergersi nel dolore e non solo di commentarlo, vedremmo pontefici e presidenti recarsi nella fabbrica abbandonata di Rosarno, nel lager calabrese (uno dei tanti), nei luoghi impregnati dalla sofferenza muta di uomini senza diritti.
E insieme all'eucarestia li vedremmo fare a spicchi le arance rosse raccolte a 2 euro all'ora dagli schiavi delle cosche locali e gli abitanti di Rosarno sarebbero accorsi a riconciliarsi con Dio e l'uomo, grazie ad uno spicchio della sofferenza altrui.
Grazie Adriano Sofri, per averci fatto sentire la sofferenza e per averci ricordato il dovere della poesia e della letteratura, proprio come Primo Levi che scriveva per non dimenticare e non farci dimenticare il male che l'uomo è capace di fare ai suoi simili.

E ora considerate se questo è un uomo
di ADRIANO SOFRI

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Di nuovo, considerate di nuovo
Se questo è un uomo,
Come un rospo a gennaio,
Che si avvia quando è buio e nebbia
E torna quando è nebbia e buio,
Che stramazza a un ciglio di strada,
Odora di kiwi e arance di Natale,
Conosce tre lingue e non ne parla nessuna,
Che contende ai topi la sua cena,
Che ha due ciabatte di scorta,
Una domanda d´asilo,
Una laurea in ingegneria, una fotografia,
E le nasconde sotto i cartoni,
E dorme sui cartoni della Rognetta,
Sotto un tetto d´amianto,
O senza tetto,
Fa il fuoco con la monnezza,
Che se ne sta al posto suo,
In nessun posto,
E se ne sbuca, dopo il tiro a segno,
“Ha sbagliato!”,
Certo che ha sbagliato,
L´Uomo Nero
Della miseria nera,
Del lavoro nero, e da Milano,
Per l´elemosina di un´attenuante
Scrivono grande: NEGRO,
Scartato da un caporale,
Sputato da un povero cristo locale,
Picchiato dai suoi padroni,
Braccato dai loro cani,
Che invidia i vostri cani,
Che invidia la galera
(Un buon posto per impiccarsi)
Che piscia coi cani,
Che azzanna i cani senza padrone,
Che vive tra un No e un No,
Tra un Comune commissariato per mafia
E un Centro di Ultima Accoglienza,
E quando muore, una colletta
Dei suoi fratelli a un euro all´ora
Lo rimanda oltre il mare, oltre il deserto
Alla sua terra - “A quel paese!”
Meditate che questo è stato,
Che questo è ora,
Che Stato è questo,
Rileggete i vostri saggetti sul Problema
Voi che adottate a distanza
Di sicurezza, in Congo, in Guatemala,
E scrivete al calduccio, né di qua né di là,
Né bontà, roba da Caritas, né
Brutalità, roba da affari interni,
Tiepidi, come una berretta da notte,
E distogliete gli occhi da questa
Che non è una donna
Da questo che non è un uomo
Che non ha una donna
E i figli, se ha figli, sono distanti,
E pregate di nuovo che i vostri nati
Non torcano il viso da voi.

Repubblica 10.01.2010

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